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Discussione: Pontida 2011

  1. #131
    Morte al pensiero servile
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    Predefinito Rif: Pontida 2011

    Citazione Originariamente Scritto da jotsecondo Visualizza Messaggio
    Il Nord nell'immaginario campano-romano deve prendere tutto, l'unica cosa che deve dare sono i soldi.
    L'occasione fa l'uomo italiano.

  2. #132
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    Predefinito Rif: Pontida : saranno invocate le PRIMARIE anche in Lega ?

    Citazione Originariamente Scritto da Elazar Visualizza Messaggio
    Per loro federalismo è spargere il potere centrale a tela di ragno.

    Federalismo è delegare al potere centrale solo ciò di cui non vogliono occuparsi i singoli territori.
    Vero.

    Il Federalismo puo' solo partire dal Basso, anche solo per motivi semantici.

    Una nazione centralizzata che vuole federalizzarsi deve prima autosmantellarsi fino alle unita' fondamentali che vuole federare, dare ai rappresentanti di queste il compito di scrivere la costituzione federale e decidere quanto potere delegare allo stato federale ed infine far votare la costituzione federale agli elettori delle singole entita' territoriali che si intende federare insieme.

    La concessione di autonomia dall'alto, ovvero il ''federalismo'' berlusghista, e' invece Devoluzione che in teoria puo' anche dare alle comunita' locali gli stessi poteri di entita' federate ma che di fatto CONCEDE solo un autonomia che in quanto concessione dall'Alto puo' essere ritirata in qualsiasi momento.
    Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato.

  3. #133
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    Predefinito Rif: Pontida : saranno invocate le PRIMARIE anche in Lega ?

    Citazione Originariamente Scritto da jotsecondo Visualizza Messaggio
    Per San Giovanni ( altra festa) si vedrà come procede.
    E San Giovanni è passato.

    -Al 12 giugno cessa il meeting Bilderberg. Così hanno tutti le ide più chiare e quali sono i nuovi ordini.

    -Incomincia Bossi , il capo esattore della Padania, che fa il duro con Berlusconi, ma alla fine tutto si aggiusta al lunedì con la solita prassi. .

    -Viene nominato Draghi presidente della BCE;

    -Il giorno dopo, per non danneggiare prima la sua nomina, si comunica che le 16 banche maggiori italiane stanno per essere declassate.
    Non perché sono peggiorate, ma perché lo stato italiano, che si faceva garante dei depositi fino a 103mila euro, non è più credibile.
    Ergo, comunicazione ufficiale che le banche italiane erano e sono sempre in uno stato comatoso, e solamente lo stato le tiene in piedi come immagine.

    -Passa il referendum, dimostrando che la popolazione desidera cambiare, ma nessuno sa come fare.
    Il pericolo del fallimento economico sovrasta il sistema.

    -Al Parlamento sono così spaventati che l'opposizione non fa alcuna mozione di sfiducia, dichiarandosi ufficialmente di essere impotente.

    -Di Pietro esagitato, si mette a fare il berlusconiano, e Berlusconi gli si siede vicino in Parlamento per lanciare una nuova linea dell'opposizione. Di Pietro vuole entrare dopo le votazioni al governo,. Se non fornisce la possibilità di mangiare ai suoi, questi gli scapperanno tutti.

    -Tremonti ( sempre pensando al Nobel) fa la sceneggiata dei 7 punti programmatici del calo del costo della politica.

    -Crosetto per fare vedere che è una cosa seria, redarguisce Tremonti.
    Canto e controcanto. La gente beve ed è resa più condiscendente quanto toccherà a loro.

    -A Ballarò si presenta come ospite d'onore Amato, quello della patrimoniale sui conti bancari, per far vedere che l'italia è pronta con i suoi uomini per fare la patrimoniale sugli immobili onde risolvere il problema del debito pubblico.

    -I due poteri dello stato : lega ed associazioni mafiose fanno vedere i muscoli.
    La Camorra non lascia togliere la spazzatura a Napoli, e la lega bastona i NO TAV..

    -In lega bisticciano per il presidente dei deputati, ma il proprietario del simbolo e quindi delle candidature impone un uomo vicino al capo.

    -Il cerchio magico leghista rinserra le file e si scopre che la Rosy Mayro, è andata ad abitare vicino a Bossi.

    - Tutti i dipendenti del potere mondiale incominciano a parlare di allentare le presa sugli arabi, Obama per l'Afganistan e Maroni per la Libia.
    Hanno deciso di non opprimere gli Afgani in modo da permettere che la droga per i nostri giovani possa aumentare di prezzo. Ormai la globalizzazione ritiene che in Europa il livello dei drogati è sufficiente per i disegni politici futuri.

    -Adesso il problema principale per l'italia è la spazzatura, sia quella che si trova per la strada a Napoli, sia per la spazzatura che si trova a roma in Parlamento.

    -Dopo Bilderberg, si rinnovano i quadri dei gruppi (P4?) di potere occulti che comandavano in italia, e che facevano da ufficiale di collegamento e di promozione della classe politica. .

    Per la disputa Maroni- Bossi si deve parlarne a parte,
    Ultima modifica di jotsecondo; 27-06-11 alle 21:30
    O si taglia o il caos

  4. #134
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    Predefinito Rif: Pontida 2011

    Il Riformista

    Guerra nella Lega, ora il congresso

    di Tommaso Labate
    Lega. Maroniani contro il «cerchio magico»

    La guerra nella Lega tra i maroniani e il «cerchio magico» sembra arrivata all’alba dello scontro finale. Quando gli leggono la dichiarazione che Bossi rilascia nel pomeriggio («Maroni non è contento della conferma di Reguzzoni? Peggio per lui»), il titolare del Viminale si sfoga coi suoi: «Io non ce l’ho con Bossi. Ce l’ho con questi, che stanno trascinando Umberto e la Lega in un burrone. Ora basta».
    I margini per ricomporre la frattura, ormai, sono ridotti all’osso. In meno di una settimana, infatti, il Carroccio passa dal prato verde di Pontida a un “modello Beirut” fatto di imboscate e agguati. Domenica la scena e gli striscioni per il tandem Bossi e Maroni, che molti scambiano per un passaggio di testimone.
    Segue.......
    O si taglia o il caos

  5. #135
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    Predefinito Rif: Pontida 2011

    Il Riformista non ha capito molto bene che cosa succede in lega. ( o lo è o lo fa).

    La globalizzazione che guida la lega ha compreso da sempre che gli eventi non si possono cancellare ma bisogna guidarli, gestendoli.

    Nella Padania vi era un senso di rivolta ed un desiderio di secessione che montava dal 1978, grazie anche alla lista del Melone di Trieste.

    Ed allora la globalizzazione lavorando di cesello ( veramente l'operazione Salvadori non era propriamente di cesello) e con maestria ha operato per fare che il movimento del Nord finisse in mano ad una persona di ottima fiducia, che avendo un ideale palladiano della difesa di roma come sede palladista, difendesse di conseguenza anche l'unità d'italia.

    Così nel 1987 tutto venne messo in movimento e si arrivò nel 1991 alla creazione del partito a conduzione sacrale-leninista detta lega nord.

    Ora è alla fine della sua carriera politica il capo di questo partito, che non essendo in grado, per la sottigliezza del compito a realizzare nessuna promessa, ha dovuto creare un partito setta.

    Ma adesso il capo si sta sciogliendo e la lega sta per sbriciolarsi.
    E questo è pericoloso, perché dei vari gruppi che si formeranno non è detto che si possano gestire tutti i loro capi.
    Inoltre non è detto che non vi sia una parte che enunci le teorie del calo della tassazione che porta direttamente alla secessione.

    Come si è gestita la lega, così si pensa di gestire la inevitabile parte secessionista.
    Così si è designato l'antibossi, un uomo eccezionale ( Maroni) che fieramente a Pontida vanta, con il suo cognome, la sua origine sefardita.

    Così comunque vada vi sono i fedelissimi che fanno quadrato intorno alla discendenza del sangue del Bossi, e l'altra parte ha già pronto il suo leader.

    Però nessuno si accorge che il cerchio magico e il Maroni, appartengono tutte e due alla terra dei Toeplitz e compagnia.
    Cioè roma si preoccupa che tutti i capi siano del giro.

    E i veneti si arrangino, perché non capiscono il trucco
    E i piemontesi sono solo capaci di tirare alla corda, senza farsi male.
    Poi l'albanese che li guida è facile da convincere.
    Ultima modifica di jotsecondo; 28-06-11 alle 07:12
    O si taglia o il caos

  6. #136
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    Predefinito Rif: Pontida 2011

    Citazione Originariamente Scritto da jotsecondo Visualizza Messaggio
    Però nessuno si accorge che il cerchio magico e il Maroni, appartengono tutte e due alla terra dei Toeplitz e compagnia.
    Cioè roma si preoccupa che tutti i capi siano del giro.
    Toeplitz
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    La rilettura del libro di Massimo Pini, "I giorni dell' " IRI"(Mondadori, 2004), rivela una situazione straordinariamente simile alla crisi finanziaria globale attuale, che fu affrontata in Italia – un’Italia infinitamente più povera di oggi – con soluzioni diverse, anzi opposte a quelle imposte oggi dall’ideologia liberista americana. Primi decenni del ‘900. In Italia, esordisce Pini, il problema dei problemi era sempre stato il finanziamento delle imprese, per la scarsità dei capitali nazionali. I capitalisti senza capitale, insomma. Già ai tempi di Giolitti alcuni economisti s’erano opposti alla ideologia del «tutto privato», avendo compreso che era necessario promuovere il piccolo risparmio, raccoglierlo, proteggerlo dalla predazione delle banche, e organizzarlo e dirigerlo allo sviluppo. Ciò aveva portato nel 1924 alla creazione dell’ ICIPU (Istituto di credito per le imprese di pubblica utilità) per accelerare gli investimenti nella produzione di energia elettrica, e all’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA), per opera di Bonaldo Stringher, governatore della Banca d’Italia, e Beneduce.
    Due massoni e antifascisti. Tuttavia la principale fonte di finanziamento per le grandi imprese restavano le banche. Banche private, la prima delle quali (Banca Commerciale Italiana) nata con capitali esteri degli ebrei tedeschi Otto Joel e Federico Weil, fu creata nel 1894 per profittare della nascente espansione industriale italiana. Gli industriali privati italiani non vollero, o non riuscirono, a fornire capitali propri sufficienti per finanziare questa espansione. In breve, quattro grandi banche private ( Comit), Credito Italiano, Banco di Roma, Banca Italiana di Sconto) dominarono il capitalismo italiano. Come? Usavano i depositi (a breve) dei piccoli risparmiatori per finanziare gli investimenti industriali, immobilizzandoli a lungo termine; in cambio, volevano come garanzia pacchetti azionari delle aziende. Finendo di fatto per controllarle. Era quel tipo di comportamento incestuoso che portò alla crisi del ‘29 in USA, e che fu vietato (a crisi avvenuta) dalla legge Glass Steagall, che decretò la separazione fra attività bancarie di depositi e prestiti commerciali e l’attività di banca d’affari speculativa. Oggi il problema si ripresenta aggravato: la legge Glass Steagal è stata abolita nel 2000, e sono bastati nove anni di libertà bancaria, di «creatività» e di dispersione del credito con derivati e cartolarizzazioni, di speculazioni con fondi d’investimento, hedge funds, private equity funds, eccetera, per far esplodere il nuovo crack, e lo spreco di trilioni di dollari di risparmi. Pini riferisce una testimonianza insospettabile ed illuminante: uno scritto di un banchiere antifascista, esoterico e massone, anzi il capo intellettuale organizzativo dell’antifascismo dei poteri forti nel cuore stesso del ventennio fascista, Raffaele Mattioli: «Alla vigilia della crisi del 1930-31 la struttura delle grandi banche di credito ordinario aveva subito deformazioni stupende. Il grosso del credito da esse erogato, miliardi miliardi di lire di allora, era fornito ad un "ristretto" numero di aziende, che con quell’aiuto avevano potuto svilupparsi notevolmente ma senza poterne più fare a meno... Le banche erano ancora "banche miste" sotto l’aspetto formale, ma nella sostanza erano divenute "banques d’affaires", istituti di credito mobiliare legati a filo doppio alle sorti delle industrie del loro gruppo». Le quattro grandi banche private erano (parole di un altro economista, Riccardo Bachi) «onnipresenti in ogni azienda, in ogni impresa, in ogni speculazione. Gli azionisti, i depositanti e i clienti delle quattro banche sono soci senza saperlo di una serie svariatissime di aziende... un giro d’affari veramente enorme». Banche-azioniste dei grandi gruppi, coi soldi dei depositanti ignari. Delle Goldman Sachs, però «de noantri», all’italiana. Infatti, italianamente, i grandi industriali finanziati da queste banche che erano divenute loro socie, invece di produrre, usarono i capitali per scalare le stesse banche, acquisirne il controllo, e con ciò mettere le mani sui risparmi dei risparmiatori per il proprio vantaggio. Nel 1918 i fratelli Perrone (padroni dell’ Ansaldo) rastrellarono un grosso pacco di azioni Comit; Giovanni Agnelli (il nonno capostipite) scalò il Credito Italiano nel 1920. E i banchieri come reagirono? Dapprima cercarono accordi con gli scalatori; dopo, diedero soldi (miliardi) a «gruppi amici» perchè acquistassero pacchetti delle loro azioni, onde mantenere il controllo di se stesse. Insomma: invece di fare credito e fidi a chi ne aveva bisogno, alle piccole e medie imprese dell’economia, sprecarono il risparmio dei depositanti in questa guerra incestuosa. L’effetto di questa guerra azionaria è descritto da un altro insospettabile, Giovanni Malagodi, futuro fondatore del Partito Liberale, allora protetto da Mattioli in quel covo di antifascisti amici dei poteri forti che era l’ufficio studi della Comit. Cosa dice il banchiere Malagodi delle banche-azioniste di allora? «Del lavoro ordinario, con la clientela piccola, media, medio-grossa, si era perduto il gusto, la tecnica, la tradizione». Non è accaduto lo stesso oggi? Esattamente lo stesso. Anzichè fare il lavoro vero, andare a visitare le fabbriche di chi chiede un credito in modo da valutarne con competenza le prospettive, i nostri banchieri hanno fatto profitti rifilandoci mirabolanti bond argentini, eccezionali titoli Parmalat, lucrosissimi derivati sulla Thailandia ed Hong Kong, o le ultime creazioni finanziarie di Lehman e di Merrill Lynch. Spesso condizionando il fido all’acquisto di questi titoli: se non accetti questo nostro prodotto derivato indonesiano, dicevano al piccolo imprenditore, non ti diamo il fido. Hanno fatto lo stesso con Comuni e Regioni, offrendo prodotti incomprensibili che avrebbero dovuto spalmare indebitamenti già colossali nel tempo, lasciandoli sul gobbo delle future amministrazioni. Con questi metodi, hanno devastato aziende sane, distrutto l’economia reale anzichè sostenerla, e ingigantito i debiti di Comuni e Regioni. Nel secondo decennio del ‘900, la corsa ai rastrellamenti e contro-rastrellamenti azionari dei propri pacchetti di controllo coi soldi dei piccolo risparmiatori ignari portò la Banca Italiana di Sconto ( BIS) alla bancarotta: dicembre 1921. Il crack avvenne sotto governi liberisti, Bonomi e Facta. E il governo Bonomi, fedele all’ideologia, non volle salvare la BIS: era una società privata dopotutto, non si dovevano spendere per essa soldi pubblici. Esattamente allo stesso modo e con la stessa ideologia, la Federal Reserve e il Tesoro USA si sono rifiutati di salvare la Lehman Brother (magari per togliere di mezzo un concorrente a Goldman Sachs), e con ciò hanno dovuto poi stanziare 780 miliardi di dollari pubblici per salvare tutto il sistema, senza riuscirci. Anche in Italia nel 1921, il crollo della BIS innescò il possibile crollo del sistema. Il Banco di Roma fu immediatamente sull’orlo della bancarotta. Ma nel ‘22 fu instaurato il regime fascista. Per alcuni mesi, il ministro del Tesoro di Mussolini fu Vincenzo Tangorra, che era un esponente (tenetevi forte) del Partito Popolare, insomma democristiano. Gravemente malato, dovette dimettersi. Il nuovo ministro Alberto De Stefani, il 20 dicembre 1922 si recò a trovare Tangorra «nella sua modesta abitazione in viale Mazzini 13» (i ministri abitavano allora in modeste abitazioni) per il passaggio delle consegne. Si consultò: che dobbiamo fare con il Banco di Roma? Lasciarlo cadere senza intervento pubblico? Tangorra trasse da sotto il cuscino un biglietto autografo del duce che gli ordinava il salvataggio della banca (legata a capitali del Vaticano), dandogli facoltà di impegnare il Tesoro, in attesa di una legge che ratificasse quella decisione. Insomma il fascismo salvò la banca. Anche Bernanke e Geithner hanno salvato le banche con denaro pubblico. Ma stando bene attenti a mantenere il potere sulle banche in mano ai gestori e agli azionisti privati, colpevoli della crisi.
    Invece, Mussolini, «provvede, ma cambia le persone». Infatti «il nuovo governo, un anno dopo la sua salita, trova il Banco di Roma in condizioni difficili, ma sente che la banca è un organo della vitalità nazionale: non ha il concetto che sia un’impresa privata come il commercio delle patate».
    Questa frase fu pronunciata da un avvocato difensore durante il processo della banca lasciata fallire, la BIS: Su quel crack si tenne infatti un processo, davanti al Senato divenuto organo giudiziario, dal 1924 al 1926: tutti gli imputati furono assolti. I poteri forti restavano abbastanza forti, in Italia, da garantire la propria impunità. Tuttavia l’aria era cambiata. Anche se banchieri e «grandi» industriali tardarono a capirlo. I banchieri privati continuarono a prestare denaro ai «grandi» (e solo a loro), senza provarsi a penetrare i problemi tecnici delle aziende che finanziavano, perdendo insomma la competenza necessaria a chi per mestiere fa fidi; i grandi industriali, dal canto loro, puntavano alla propria espansione aumentando il proprio indebitamento. Volevano diventare «troppo grandi per fallire», come le banche americane ed europee di oggi. Quando si è troppo grandi per fallire, lo Stato «deve» aiutarti, e – speravano senza condizioni. Il calcolo comune dei compari, banchieri e industriali, era: puntiamo sulla svalutazione della lira che non mancherà, e sull’inflazione conseguente, che dilaverà i nostri debiti. Anzi, con l’inflazione prossima ventura, le azioni delle imprese di cui avevano fatto incetta si sarebbero rivalutate, e i profiti delle imprese sarebbero schizzati in alto (in termini monetari), assicurando grassi profitti ai banchieri azionisti-creditori. Così avrebbero non solo evitato le conseguenze delle loro errate previsioni, ma anche guadagnato: a spese del risparmio che già saccheggiavano per i loro comodi, e dei risparmiatori che contavano di spogliare con l’inflazione sperata. Lo disse chiaramente Giuseppe Toeplitz, l’ebreo-polacco divenuto capo della Comit: «La possibilità di una ripercussione sui cambi (ossia della svalutazione) consiglia di tenere, come abbiamo, valori effettivi (cioè pacchetti di azioni, titoli di proprietà delle imprese) anzichè crediti in lire». In parole più chiare: restringiamo ancora i fidi all’economia reale, immobilizziamo ancora più soldi nelle partecipazioni azionarie; strangoliamo l’economia, in vista dei profitti nostri. Calcolo sbagliato. Il regime aveva intrapreso il risanamento finanziario, impegnandosi nel rafforzamento della lira. Una decisione di Mussolini, che oggi si può discutere: ma allora al governo parve urgente e primario difendere il risparmio dei piccoli, rafforzandone il potere d’acquisto, onde attrarre lealmente i piccoli risparmiatori alla creazione di un capitale nazionale antagonista alle banche e ai grossi imprenditori semi-monopolisti.
    Come oggi, la crisi (del 1929) piombò sul mondo partendo dagli USA iper-liberisti e iper-finanziarizzati. Nel 1931 cominciò (col fallimento di una banchetta austriaca, il bello della prima globalizzazione) la seconda ondata di fallimenti di banche americane; persino la sterlina dovette uscire dal sistema aureo mondiale. Strangolate dalla lira «forte» (faceva aggio sull’oro), la Comit e il Credit si trovarono subito nei guai con i loro soldi immobilizzati in azioni e partecipazioni incrociate, il cui solo scopo era mantenere il controllo delle banche stesse in mano ai soliti e pochi noti. Inflazione, inflazione!, invocavano i banchieri privati. Ma nel maggio 1932 Mussolini scrisse sul Popolo d’Italia: «La crisi del mondo non si guarisce annegandola nella carta torchiata».
    Ma già nel settembre 1931 l’ebreo polacco Toeplitz, esoterico padrone di Comit, si dovette presentare a Mussolini con un progetto di salvataggio della banca sua e di Credit. L’idea di Toeplitz era un classico: esattamente quella che hanno imposto le banche USA al governo USA oggi. Voi, signori dello Stato, ci date i soldi (pubblici) per ricapitalizzarci, e noi in cambio vi diamo a garanzia un po’ di azioni delle aziende che controlliamo. Le azioni che vogliamo noi, quelle delle aziende decotte; le migliori, ce le teniamo. Era stato creato già nel ‘26 l’Istituto di Liquidazione, ente pubblico che aveva già incamerato le partecipazioni in mano a Bankitalia dopo i salvataggi precedenti (che s’era riempita di quei titoli per salvare le banche private, lasciando al loro posto i malfattori). Oggi, in USA, le grandi banche hanno rifilato alla FED e al Tesoro (ai contribuenti) i ben noti «titoli tossici», i prestiti inesigibili, che non valgono nulla, in cambio di quasi un triliardo di dollari. Nel 1931, Toeplitz fu accolto dalle urla di Alberto Beneduce, che Mussolini s’era affiancato come fiduciario («dittatore») all’economia: «Le urla incomposte di Beneduce mi hanno riportato alla realtà», scrisse Toeplitz al figlio, evidentemente ancora tremante: «già prima della riunione tutto era stato preordinato e deciso, dietro alle mie spalle, con la solita disciplina fascista». Alberto Beneduce era il contrario di un fascista, era socialistoide e massone. Ma conosceva i suoi polli, era competente al contrario dei banchieri, e, da patriota risorgimentale, aveva chiara la necessità di risolvere il problema endemico del capitalismo privato all’italiana – la scarsità dei capitali di rischio – con l’organizzazione del piccolo risparmio privato per impiegarlo allo sviluppo. Beneduce inventò – novità assoluta, poi adottata in qualche modo dal Terzo Reich per il miracolo economico tedesco – le obbligazioni industriali garantite dallo Stato. I risparmiatori potevano così contribuire a finanziare l’industria elettrica, telefonica, cantierista e grandi opere pubbliche, con la garanzia di non perdere tutto: il rischio era coperto dallo Stato.
    Ma che cosa aveva urlato Beneduce «incompostamente» a Toeplitz? Probabilmente, che era finita l’era in cui i banchieri potevano farsi salvare rifilando allo Stato solo il peggio. A gennaio 1933 un regio decreto creava l’Istituto di Ricostruzione Industriale, con presidente Beneduce e direttore generale Donato Menichella (ex Bankitalia). Il 13 aprile 1934 un comunicato informò gli italiani che le tre grandi banche avevano trasferito all’IRI tutto il loro patrimonio di partecipazioni industriali. Furono sciolti i consorzi di difesa delle banche dalle scalate (che erano partecipazioni incrociate). L’ IRI si trovò ad avere il controllo del 94% di Comit e del Banco di Roma, e del 78% di Credito Italiano. Fu il contrario di quanto è accaduto oggi: dove gli Stati hanno salvato le banche con denaro pubblico, ma senza prenderne la proprietà, e senza cambiare i manager nè espellere gli azionisti colpevoli. Con tale azione fu salvata in realtà la Banca d’Italia, la quale nel tentativo di salvare le banche private aveva acquisito verso di loro un credito di 8 miliardi di lire di allora (per confronto, l’intera circolazione monetaria era di 13 miliardi), del tutto inesigibile. Fu l’IRI (ossia lo Stato) ad accollarsi l’immenso onere. Come? Accendendo un debito verso la Banca d’Italia allo 0,75%, con scadenza a dicembre... 1971. Un altro debito fu contratto con le banche private al 4%, scadenza 1953: la guerra, e la successiva inflazione, ridussero praticamente a zero questo debito, mentre i valori delle partecipazioni industriali si rivalutavano. Era il progetto dei banchieri; ma stavolta a guadagnarci fu l’IRI, insomma la nazione. I banchieri privati, in cambio dello sgravio della immane massa di crediti irrealizzabili (i titoli tossici di allora) dovettero impegnarsi per iscritto a fare «investimenti di pronta liquidità, escluso ogni immobilizzo di carattere industriale, anche sotto forma di partecipazioni azionarie». Era la legge Glass-Steagal italica: la separazione del credito ordinario da quello di banca d’affari. L’IRI era nato, si può dire, per una situazione di emergenza («Per caso», disse Einaudi). Ma Beneduce e Mussolini decisero di farne il braccio esecutivo della politica economica nazionale, a cui le potenze occidentali avevano imposto le sanzioni, che rendeva necessaria un’economia autarchica. Si trattava, nonostante l’embargo mondiale, di far vivere il lavoro e le industrie d’interesse nazionale, valorizzare l’Etiopia da poco conquistata, mantenere le aziende d’eccellenza, con le loro preziose competenze umane, che i privati abbandonavano per la restrizione dei mercati. La volontà ideologica, e il deliberato antagonismo verso il capitale privato risultano chiarissimi da un promemoria dell’IRI datato 5 maggio 1937, dove si dice che «il fascismo» è rispettoso dell’autonomia di governo delle aziende, e poi si aggiunge: «Ma in un Paese come il nostro, dove la maggior parte degli esponenti delle classi plutocratiche e capitalistiche ha concepito i suoi rapporti con lo Stato come un continuo tentativo di predazione dello Stato, era inevitabile» l’antagonismo pubblico-privati. Altrimenti, «per conservare l’ambiente favorevole (al mercato: business friendly, dicono oggi gli americani) l’IRI avrebbe dovuto in ogni occasione mollare». Mollare, ovviamente, le aziende irizzate: una volta risanate dall’ottima gestione dei Beneduce e dei Menichella, i grandi privati erano disposti, benignamente, a riprendersele. Ma Mussolini aveva già ordinato nel 1934: «Nessuna vendita agli Agnelli da parte dell’IRI di azioni Edison o ILVA. E’ mia convinzione che invece di gonfiare, sarebbe meglio deflazionare il complesso Agnelli, che va dalle auto ai cantieri, dai giornali agli alberghi di montagna». Parole sante, si potrebbe dire. Oggi del tutto dimenticate dai «padri della patria» che dopo aver ingrassato Agnelli, finirono sullo yacht Britannia a svendere (pardon, privatizzare) i tesori IRI. Perduta la guerra, nel 1944 i vincitori americani pretendevano ovviamente l’abolizione dell’IRI e la sua privatizzazione, tipo Britannia. Toccò al non-fascista Menichella (che era rimasto all’IRI fino al ‘43) tener duro, e spiegare agli occupanti quanto segue: l’Italia non ha mai avuto un vero settore finanziario, sicchè solo i gruppi industriali s’erano fatti avanti per diventare azionisti delle banche decotte. Ma, spiegò Menichella, gli industriali «miravano a trovare nelle banche il denaro dei depositanti e correntisti per sviluppare le proprie imprese... e per coprire gli esborsi per le sottoscrizioni delle azioni bancarie, che così diventavano esborsi fittizi».
    Insomma, volevano comprarsi le banche con i depositi trovati nelle banche stesse. Esattamente quel che fecero gli americani, a cui Ciampi vendette decenni dopo la Nuovo Pignone, azienda IRI, leader di mercato mondiale delle grandi turbine e concorrente degli USA, per mille miliardi di lire: e la Nuovo Pignone aveva – guarda caso – mille miliardi di portafoglio d’ordini.
    Altri tempi. Allora Menichella concluse nei suoi colloqui coi vincitori: lo Stato, fascista o no, non poteva che «tirare le conseguenze, e riconoscere puramente e semplicemente che lo Stato era il vero padrone delle banche e il vero padrone delle industrie possedute dalle banche stesse».
    E gli americani? Dopotutto, anche loro avevano avuto l’economia semi-statalizzata di guerra, e il New Deal Rooseveltiano che era in parte una copia dell’IRI. Rimandarono la depredazione a tempi migliori, e a migliori «padri della patria» altrui, Ciampi, Prodi e Draghi. L’IRI sopravvisse e potè ancora contribuire al miracolo economico degli anni ‘60, e alla conquista di ampi mercati europei, grazie anche all’energia a basso costo di cui le industrie nazionali poterono godere da un altro ente creato dall’antifascista Mattei sul modello IRI: l’ENI. Ma il regime pluri-partitico, e il sindacalismo, avrebbero finito per fare dell’IRI un distributore di mazzette e di salari superflui. La chiara visione ideologica era perduta. Forse, un fenomeno IRI non può esistere sotto la «democrazia» come oggi la conosciamo.
    (*) Massimo Pini, «I giorni dell’IRI - Storie e misfatti da Beneduce a Prodi», Mondadori, 2004.
    Imprenditore socialista, fondatore della SugarCo, Massimo Pini è stato uno dei più stretti collaboratori di Bettino Craxi. Per conto di Craxi - cioè per un progetto di difesa dell’economia pubblica nazionale - è stato due volte nel consiglio d’amministrazione RAI, e nel comitato di presidenza dell’IRI tra il 1986 e il 1992. Nel ’93 il capo del governo Amato l’ha voluto come consulente alle privatizzazioni; pare di capire che non abbia ascoltato i suoi consigli.

    Toeplitz

    Giuseppe Toeplitz
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    Giuseppe Leopoldo (Józef Leopold) Toeplitz (Varsavia, 10 dicembre 1866 – Sant'Ambrogio Olona, 27 gennaio 1938) è stato un banchiere e dirigente d'azienda polacco, diventato nel 1912 cittadino italiano.
    [modifica] Biografia
    Figlio di Bonawentura Toeplitz (banchiere e latifondista polacco) e di Regina Konic.
    Dopo aver compiuto gli studi secondari ad indirizzo classico presso la scuola di Mitau nell'attuale Lettonia[1], frequenta i corsi di ingegneria presso le Università di Gand e di Aquisgrana, da lui non ultimati per sposarsi con Anne de Grand Ry, figlia di nobili olandesi conosciuta ad Aquisgrana. Dal matrimonio nacque a Genova il 21 febbraio 1893, l'unico figlio Ludovico Toeplitz de Grand Ry[2].
    Nel 1890 si trasferisce a Genova per compiere un periodo di istruzione bancaria presso la filiale della Banca Generale, (diretta dal cugino Otto Joel, poi fondatore e direttore della Banca Commerciale Italiana insieme a Federico Weil[3]) fino alla liquidazione di questa nel 1894[4].
    Tra il 1894 e il 1895 collabora presso la filiale ligure della Banca Russa per il Commercio Estero[5][6].
    Nel giugno del 1895 fu assunto dalla Banca Commerciale Italiana[7] e nominato il mese successivo, procuratore della "sede centrale" di Milano[8], di cui divenne vicedirettore due anni più tardi. In seguito svolse svariati incarichi dirigenziali presso le filiali di Napoli e di Venezia della BCI.
    Nel 1915 Otto Joel viene allontanato dai vertici della banca per via delle sue origini tedesche incompatibili con il clima nazionalistico conseguente alla partecipazione italiana al primo conflitto mondiale[9]. Joel morirà poi nell'anno seguente[10], venendo sostituito da Toeplitz e Pietro Fenoglio[11], che nel 1917 sono eletti entrambi amministratori delegati[12].
    Nel settembre 1916 muore la prima moglie Anne de Grand Ry, si risposa il 27 luglio 1918 con Edvige Mrozowska[13].
    Il 25 marzo 1933 rassegna le dimissioni da amministratore della BCI, venendo sostituito da Raffaele Mattioli[14] e Michelangelo Facconi, viene eletto vicepresidente dell'istituto[15].
    Morì il 27 gennaio 1938 a Sant'Ambrogio Olona[16], nei pressi di Varese, nella sua villa che recentemente è stata adibita a polo universitario dell'Università degli Studi dell'Insubria.
    [modifica] Note
    1. ^ Archivio Corriere.it: "LIBRI STORIA DEL " POLACCO " GIUSEPPE TOEPLITZ E DELLA COMIT" - 25 aprile 1996. URL consultato il 28-11-2010.
    2. ^ Voce nell'archivio Intesa SanPaolo: «Segreteria dell'Amministratore Delegato Giuseppe Toeplitz». URL consultato il 28-11-2010.
    3. ^ Voce nell'archivio di "Jewish Virtual Library": «JOEL, OTTO J. (1856-1916)». URL consultato il 28-11-2010.
    4. ^ pagina 179 del libro di Roberta Garruccio "Minoranze in affari - La formazione di un banchiere: Otto Joel", Rubbettino Editore, Catanzaro, 2002
    5. ^ Lemma su Enciclopedia Treccani online: «Toeplitz 〈tö´öpliz〉, Giuseppe». URL consultato il 28-11-2010.
    6. ^ Voce nell'archivio Intesa SanPaolo: «Segreteria dell'Amministratore Delegato Giuseppe Toeplitz». URL consultato il 28-11-2010.
    7. ^ Lemma su Enciclopedia Treccani online: «Toeplitz 〈tö´öpliz〉, Giuseppe». URL consultato il 28-11-2010.
    8. ^ Voce nell'archivio Intesa SanPaolo: «Segreteria dell'Amministratore Delegato Giuseppe Toeplitz». URL consultato il 28-11-2010.
    9. ^ pagina 154 del libro di Roberta Garruccio "Minoranze in affari - La formazione di un banchiere: Otto Joel", Rubbettino Editore, Catanzaro, 2002
    10. ^ Archivio Corriere.it: "la tedesca di Milano e le magiche rotelle" - 18 luglio 1994. URL consultato il 28-11-2010.
    11. ^ pagina 179 del libro di Roberta Garruccio "Minoranze in affari - La formazione di un banchiere: Otto Joel", Rubbettino Editore, Catanzaro, 2002
    12. ^ Voce nell'archivio Intesa SanPaolo: «Segreteria dell'Amministratore Delegato Giuseppe Toeplitz». URL consultato il 28-11-2010.
    13. ^ Voce nell'archivio Intesa SanPaolo: «Segreteria dell'Amministratore Delegato Giuseppe Toeplitz». URL consultato il 28-11-2010.
    14. ^ Archivio Corriere.it: "LIBRI STORIA DEL " POLACCO " GIUSEPPE TOEPLITZ E DELLA COMIT" - 25 aprile 1996. URL consultato il 28-11-2010.
    15. ^ Archivio Corriere.it: "Raffaele Mattioli: tecnica tedesca, spirito americano" - 28 settembre 2010. URL consultato il 28-11-2010.
    16. ^ Voce nell'archivio Intesa SanPaolo: «Segreteria dell'Amministratore Delegato Giuseppe Toeplitz». URL consultato il 28-11-2010.

    http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Toeplitz
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  7. #137
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    Archivio storico

    LIBRI STORIA DEL " POLACCO " GIUSEPPE TOEPLITZ E DELLA COMIT
    Banca per il grande straniero

    PUBBLICATO
    LIBRI

    Storia del "polacco" Giuseppe Toeplitz e della Comit
    TITOLO: Banca per il grande straniero

    Effettivamente, dalla torretta con cupola astronomica della Villa Toeplitz di Sant' Ambrogio Olona negli immediati dintorni di Varese, in direzione del Monte Generoso si sarebbe anche potuto comunicare con la Svizzera mediante segnalazioni ottiche. Di li' , poi, per Lugano, sarebbe stato facile immaginare un flusso di messaggi fin nel cuore degli Imperi Centrali. Questa storia, che faceva di Giuseppe Toeplitz, "padrone" della Banca Commerciale, addirittura una "spia dei tedeschi" durante la prima guerra mondiale, per quanto inverosimile l' avevo sentita da bambino. Tanto durava da quelle parti, anche dopo la sua morte proprio in quella villa nel 1938, l' eco delle violente campagne della stampa nazionalista ed interventista, sostenute da alcuni gruppi industriali, contro la Banca, per le origini tedesche dell' Istituto e per la presenza ai suoi vertici di elementi di origine germanica. Sebbene cittadino italiano dal 1912, lo "straniero" Toeplitz, polacco, cugino di Otto Joel, uno dei due fondatori nel 1894 con Federico Weil, loro successore nel ' 14, era stato oggetto di pesanti attacchi personali negli anni bellici. E curiosamente proprio l' acquisto della villa di Sant' Ambrogio, gia' proprieta' di Eugen Hannesen, defunto consigliere della Mannesmann, all' atto dell' "italianizzazione" della Societa' Tubi Mannesmann di Dalmine, affiliata della casa madre di Dusseldorf, affare direttamente trattato da Toeplitz, sollevo' veementi proteste e fu utilizzato come "prova" di una sua presunta collusione con il nemico. Nato a Varsavia nel 1866 da una famiglia dell' alta borghesia ebraica, studi classici in Lituania e di ingegneria a Gard e Aquisgrana, la figura e soprattutto il ruolo di banchiere di Jozef Leopold Toeplitz furono quelli di un attore di primo piano sulla scena finanziaria e industriale italiana. Dopo aver guidato per oltre un decennio la Banca da solo, senza effettivo controllo da parte del Consiglio di amministrazione, fu considerato responsabile, anche per alcuni gravi errori di gestione, della crisi della Commerciale esplosa nel 1931 per il peso schiacciante delle partecipazioni industriali e l' impossibilita' di smobilizzi, in piena recessione economica. Lo stesso Toeplitz sedeva in ben 45 societa' controllate ed in meta' di queste come presidente o vicepresidente. Dopo aver richiesto l' intervento della Banca d' Italia e personalmente a Mussolini l' aiuto dello Stato, il salvataggio avvenne sulla base delle proposte di Alberto Beneduce in netto contrasto con quelle di Toeplitz (il cui copialettere registra 134 missive al creatore dell' Iri). Con la fine della "banca mista" di tipo tedesco e la trasformazione in istituto di credito ordinario nell' ambito delle partecipazioni statali, Toeplitz usci' di scena nel ' 34, sostituito da Raffaele Mattioli e Michelangelo Facconi, dimenticato in un silenzio ostile. Non sono mancati nella memorialistica, in saggi polemici e giornalistici sul banchiere "potente e rapace", in opere sulla storia economica tra le due guerre, infine con elementi essenziali nel volume di Antonio Confalonieri (Banche miste e grande industria in Italia: 1914 1933), i riferimenti alla sua azione. Ma il nitido profilo introduttivo al fondo inventariato dall' Archivio Storico della Comit, che raccoglie le carte prodotte da Toeplitz come amministratore delegato della Banca Commerciale Italiana e archiviate nella sua segreteria dal 1916 al 1934, sottolinea le potenzialita' di ricerca offerte da queste fonti e l' opportunita' di disporre di una biografia completa. Ne emergono, con alcuni tratti del carattere dell' uomo ("ottimismo e attivismo incessante, ma anche impulsivita' e una certa dose di imprudenza anche nel trattare gli affari piu' delicati"), le tappe principali di un' esperienza straordinaria, dove per molti anni la storia professionale di Toeplitz coincide con quella della Banca Commerciale e questa, fra luci e ombre, in parte notevole, con una fase cruciale dello sviluppo economico italiano. ARCHIVIO STORICO, Segreteria dell' A.D. Giuseppe Toeplitz (1916 1934) ed. Banca Commerciale Italiana pagine 120, lire 30.000
    Talamona Mario
    Pagina 29
    (25 aprile 1996) - Corriere della Sera

    Banca per il grande straniero


    Toeplitz ‹tö´öpliz›, Giuseppe
    Enciclopedie on line


    Toeplitz ‹tö´öpliz›, Giuseppe. - Banchiere (Varsavia 1866 - S. Ambrogio Olona 1938); direttore della sede genovese della Banca russa per il commercio estero (1890), ottenuta la cittadinanza italiana (1895), entrò a far parte della Banca commerciale italiana di cui fu il consigliere delegato (1917-33) e uno dei principali creatori.

    Giuseppe Toeplitz nell
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #138
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    Predefinito Rif: Pontida 2011

    ah ... ma dei famosi 12 punti di Pontida (tra cui il DL entro 15gg per senato federale e diminuzione parlamentari), non se ne è salvato nessuno ???

    c.v.d.

  9. #139
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    Predefinito Rif: Pontida 2011

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    ah ... ma dei famosi 12 punti di Pontida (tra cui il DL entro 15gg per senato federale e diminuzione parlamentari), non se ne è salvato nessuno ???

    c.v.d.

  10. #140
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    Predefinito Rif: Pontida 2011

    Il varesotto ebbe in Toeplitz una impronta esoterica che continua imperterrita .
    La sua villa negli anni '20 era sede di baccanali.
    Fu propugnatore dell'esoterismo grazie anche alla sua seconda moglie Edwige Morowska, sposata poche settimane dopo la morte della prima moglie la contessa Anna de Gran Ry.
    Moorwska fu l'iniziatrice di Mattioli , successore del Toeplitz, e che si era fatto seppellire nella tomba vuota di Guglielma, autoprocalmatisi incarnazione dello Spirito Santo.

    Questo per comprendere meglio la situazione politica italiana e le finte lotte nel partito di maggioranza.
    O si taglia o il caos

 

 
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