Le Pasque Veronesi
Il primo di giugno del 1796, adducendo come pretesto l'ospitalità
offerta dalla Serenissima al conte di Lilla, pretendente al trono
di Francia con il nome di Luigi XVIII, l'esercito di Napoleone I
occupò "pacificamente" Verona.
I dodicimila soldati (si, avete letto bene: 12.000!) erano animati
da sentimenti di libertà, uguaglianza e fraternità, almeno così Bonaparte
amava ripetere.
Ma le cose andarono realmente così?
Leggendo alcuni passi del diario di Valentino Alberti, gestore
della locanda, ci accorgiamo che...
25 Agosto 1796 - "Due militari francesi mi vennero a riverire
e mi han bevuto e mangiato per 19 soldi. Poi addio, tutto pagato!”
20 Settembre - "Cinque altri han bevuto per soldi 15 e poi via. Andate
in pace, che il vostro peccato è solamente veniale! Tre soldi a testa!
Si conosce che non avevano mondo".
21 detto - "Otto militari mangiarono da cena un dindio (un tacchino)
per il valor, col pane e il vino, di Troni 12, e poi gentilissimamente
partirono". "Tre detti, pranzato saporitamente, e poi per Troni 9,9:
Bon ami, tu pajè!".
27 detto - "Sette detti, invidiando l'esempio dei primi, cenarono: e
per il conto di Troni 6:10 brusarono essi pure il pajon!”
(lett. = bruciarono il paglione cioè fuggirono!).
13 dicembre - (Santa Lucia, a Verona è giorno di festa) "Due militari
cenarono e dimenticarono di pagare...". 8 detto - "Cinque detti
di cavalleria hanno cenato e fatto un conto di Troni 20.
Al momento di pagar han fatto finta di baruffar e in mezzo di siracche
e sacranoni (bestemmie), mi hanno rotto quattro gotti, un tavolino
ed una candela. Qua ho fatto i miei interessi! Bricconi!".
18 detto - "In otto altri, dopo una cena di Troni 10:14 pagarono come
sopra. Poi due altri, fecero lo stesso per Troni 3:10. Benedetti questi
avventori! Vi prego a non farmi torto". 24 detto - "Dodici di cavalleria han
cenato e bevuto per Troni 35 e poi guardandomi fisso fisso se ne andarono.
Il salasso mi è parso gaiardo (gagliardo), ma ho creduto ben di usar
prudenza perchè io non avevo la sabala (sciabola) al fianco.
25 detto - (natale) "Di tutti i sopradetti però i più buoni
galantuomini furono quei cinque di cavalleria che mi hanno favorito
di venir a cena questa sera.
Oh, che galantuomini! All'inferno ve ne son dei migliori.
Costoro hanno mangiato e bevuto come fioi (figli) d'animali e poi,
negri dal vino come folpi (polpi - cioè erano ubriachi fradici), hanno messo
mano alla sabala e si son battuti rompendo tutti i vetri, spaventando le
donne e tutti, persino i gatti che scappavano in caneva (in cantina).”
L'arroganza e la prepotenza dei nuovi occupanti non si limitava a
taglieggiare i commercianti; l'Alberti ci fa sapere anche che
l'11 agosto 1797"ànno messo l'ospital nella Chiesa di Sant'Eufemia,
mettendo tutti li ammalati francesi parte in convento e parte in Chiesa.
Hanno portato via tutto, i santi, le madonne e il Santissimo,
in San Simonetto vicino, perché li francesi rovinano tutto(...)
Ma non ostante ànno fatto mille sorte di malanni perché ànno rotto
le cantorie, i confessionali, il pulpito, il coro.
Era solo la statua di San Nicola da Tolentino sul suo altare, e i francesi
volendola distruggere, li gettarono una soga (corda) al collo e si misero
in diversi per tirarla abbasso e buttarla in pezzi, ma non fu possibile
smuoverla dal suo nicchio. La qual cosa fu miracolosa. Ed un soldato
francese, arrabbiato per questo, dopo tanti sforzi per tirare in terra il
santo, non so se con lo schioppo, con bastone o con altro, gli diede tanti
colpi: ma tutto fu inutile(...)
I francesi in quella Chiesa ànno fatto di tutto, perché ànno spezzato fino
le laste delle sepolture, disturbando anche i poveri morti.
Anzi avendone trovato uno vestito di ferro in un sepolcro, con
una spada da una parte che erano centinara e centinara di anni
che era stato seppellito, ànno portato via anche quello e non si sa
che cosa ne abbiano fatto."
Perfino le suore correvano grossi pericoli: l'8 marzo 1797 un gruppo
di militari tentò l'assalto al monastero del Santo Spirito: le monache,
accortesi in tempo, fecero suonare a stormo le campane; a quel disperato
richiamo accorsero molti cittadini veronesi e i militari, spaventati dal
contegno minaccioso dei cittadini, preferirono abbandonare la sacrilega
impresa.
Appare chiaro che questa situazione non poteva durare al lungo. Ed
infatti alle 17 del 17 aprile 1797 (giorno di Pasquetta) iniziarono i primi
tafferugli di quelle che sarebbero passate alla storia come Pasque Veronesi.
I cittadini, all'urlo di "Viva San Marco!" iniziarono la rivolta contro
Napoleone. I francesi si asserragliarono in Castelvecchio e nei castelli
collinari di San Felice e San Pietro: da questi ultimi per tre giorni interi
bombardarono Verona dall'alto. Frattanto anche dalla campagna
sopraggiungevano contadini armati per aiutare i Veronesi che combattevano
dentro le mura; questi erano guidati dal conte Francesco Emilei e
combattevano incoraggiati dal suono del Rengo, la vecchia campana
della Torre dei Lamberti, simbolo della vecchia autonomia comunale.
In aiuto alla guarnigione francese 15 mila soldati assediarono Verona;
il popolo veronese, ormai al limite delle forze, dovette arrendersi agli
assedianti. Il 25 aprile (giorno di San Marco!) le autorità veneziane,
che nulla avevano fatto per sostenere il moto di ribellione della
fidelis Verona, abbandonarono la città legittimando così la rappresaglia
francese. Con la fucilazione dei conti Emilei e Verità e di altri veronesi
Napoleone mise la parola fine al generoso tentativo di ribellione
della città.
Traditio
LE PASQUE VERONESI
(17-25 aprile 1797)
Col nome di Pasque Veronesi, fu chiamata l'insurrezione generale
della città di Verona e del suo contado, scoppiata il 17 aprile 1797,
lunedì dell'Angelo. Tra le innumerevoli insorgenze che dal 1796
al 1814 costellarono l'Italia e l'Europa occupate da Bonaparte
e che esprimevano il rigetto da parte delle popolazioni dei falsi
princìpi della rivoluzione francese, imposti con le baionette, la
sollevazione di Verona è certamente la più importante in Italia, dopo
la Crociata della Santa Fede del 1799 guidata dal Cardinale Fabrizio
Ruffo.
1 - Verona e la Serenissima prima della Rivoluzione
Dopo aver ucciso il proprio legittimo Sovrano, Luigi XVI, sterminata
la sua famiglia e fatto perire nel carcere della Torre del Tempio il Delfino
all'età di dieci anni, abbattuta la monarchia, perseguitati il culto e la
religione cattolica, la Francia rivoluzionaria, già ubriaca dei massacri
del Terrore, si avventura in una serie di guerre con le altre Potenze europee.
Le orde rivoluzionarie, guidate dalle sette anticlericali più tenebrose,
prima fra tutte dalla massoneria, sono ansiose di esportare in tutto
il mondo l'odio contro la Chiesa e di rovesciare le tradizionali Istituzioni
sacrali, sia civili che religiose, e le autonomie locali alle quali i popoli
erano attaccatissimi.
Gli Stati italiani e la Repubblica aristocratica di Venezia conoscevano
purtroppo allora una triste decadenza morale: gran parte del patriziato,
ombra di quello che aveva affrontato e vinto tante volte il Turco, era
infiltrato dai principi libertari e libertini della Rivoluzione Francese;
indifferente alla religione, imborghesito, disinteressato del bene pubblico,
spessissimo affiliato a logge massoniche. Solo il popolo e buona parte
del clero (specie basso) erano rimasti refrattari alle idee illuministe
e secolarizzanti che provenivano d'Oltralpe: la loro commovente
fedeltà all'ordine tradizionale, civile e religioso, ricevuto quale preziosa
eredità dai propri padri e da essi difeso anche a costo della vita (si
contano a centinaia di migliaia gl'insorgenti caduti durante la parabola
napoleonica dal 1796 al 1814) rifulge nelle sollevazioni
controrivoluzionarie che costellarono da un capo all'altro la Penisola
e delle quali i manuali scolastici di storia non fanno parola.
Nel sostanziale tradimento del proprio glorioso passato da parte
delle classi dirigenti di allora sta la spiegazione della dissoluzione
della millenaria, gloriosa Repubblica di Venezia.
Verona, tuttavia, si discosta alquanto da questo quadro poco confortante.
La città, sul finire del secolo XVIII, conta all'incirca 50.000 anime, che
raggiungono le 230.000 comprendendovi anche la provincia. Un moderato
benessere economico è diffuso anche nelle classi sociali meno abbienti,
favorito da quasi cinquant'anni ininterrotti di pace. Il patriziato
veronese, proprietario di cospicui fondi nel contado, migliora le condizioni
di vita delle campagne, mentre in città l'antica e celebre industria della
seta è ricercata e produce soprattutto per l'estero. L'amplissima autonomia
amministrativa e giurisdizionale di cui gode Verona e la irrisoria pressione
fiscale non fanno che accrescere il filiale affetto delle popolazioni verso
la Serenissima. La concordia tra le varie classi sociali e lo spirito
religioso, straordinariamente radicato in tutti i ceti, completano il quadro
di una società ordinata e pacifica, naturalmente ostile alle inaudite idee
della Francia giacobina e centralista.
Anche a Verona, infatti, la massoneria - principale istigatrice
della sovversione - cerca aderenti, ma gli affiliati sono pochi.
La pressoché assoluta partecipazione popolare alle pratiche cattoliche,
un clero ancora immune dall'infezione rivoluzionaria, la presenza di
numerosissime confraternite laiche in tutto il territorio impediscono
l'affermarsi dell'eresia giansenista, i progressisti di allora, fautrice
delle idee sovversive di Francia.
Proprio pochi anni prima delle Pasque Veronesi ricevono la loro
formazione religiosa giganti della fede cattolica quali San Gaspare
Bertoni, futuro fondatore degli Stimmatini, il Servo di Dio Don Pietro
Leonardi, il Beato Carlo Steeb e la marchesa Santa Maddalena di Canossa,
appartenente ad una delle più antiche famiglie cittadine, che fonderà nel secolo
a venire l'Ordine delle Figlie della Carità, mentre a reggere la Cattedra
di San Zeno si trova già dal 1790 il veneziano ex-gesuita Gianandrea
Avogadro, profondamente anti-giansenista e vivace oppositore
della dissolutrice filosofia sociale illuminista.
Insomma, come riferiva alla Dominante il 25 gennaio 1795 il marchese
Francesco Agdollo, un agente segreto inviato a Verona:
"Nessuna notizia da questa città, il buon ordine, una senza simile
popolazione fa apparire essere questa la sede della tranquillità".
2 - L'invasione napoleonica
Nel marzo del 1796, Napoleone Buonaparte, un oscuro ufficiale còrso
(favorito dell'amante di Barras, allora capo del Direttorio francese) già
distintosi qualche mese prima nel cannoneggiamento della folla parigina,
giunge al comando dell'armata d'Italia, incaricato di aprire un fronte
secondario, rispetto a quello del Reno, contro l'Austria Imperiale.
Le insospettate doti del Bonaparte, la sua spregiudicata condotta militare
(disprezzo della parola data e delle regole cavalleresche che fino ad allora
disciplinavano la guerra, ricorso all'oro pur di corrompere i generali
avversari, saccheggio sistematico dei territori occupati anche se neutrali,
mantenimento e alloggiamento delle truppe a spese delle popolazioni civili
trattate come nemiche, oppressione dei vinti)
un servizio di spionaggio assai più efficiente e remunerato di quello dell'avversario, l'aiuto potente
della massoneria e delle altre sette segrete,
il ricorso agli stupefacenti (la famosa cantaride) per galvanizzare i soldati
di leva, quando il fanatismo dei commissari rivoluzionari incaricati
di sorvegliarli da solo non bastava e tanta fortuna, spiegano i successi
mietuti dall'armata fra il 1796 ed il 1797.
Occupati il Piemonte e la Lombardia austriaca, col pretesto d'inseguire
gl'imperiali in fuga, Bonaparte invade anche i territori neutrali della
Serenissima Repubblica di Venezia, che aveva rifiutato le ripetute offerte
di alleanza militare sia dell'uno che dell'altro belligerante. Il 1° giugno
1796 Napoleone entra in Verona con le micce accese ai cannoni,
nell'ostilità generale. Subito i suoi si distinguono in ruberie ed empietà,
infischiandosene della neutralità veneta ed impossessandosi delle fortezze
e del relativo armamento.
Vinti gl'imperiali a Rivoli, nel marzo 1797 il piano di sovvertimento
della Serenissima si realizza: Bonaparte spinge un pugno di traditori
bergamaschi e bresciani ad un colpo di Stato, per staccare Bergamo
e Brescia dalla Serenissima, le quali si proclamano stati indipendenti,
mentre sono in realtà soltanto dei fantocci protetti dalle baionette d'Oltralpe.
Crema è rivoluzionata a tradimento dagli stessi francesi. Tutta la Lombardia
veneta è in fiamme. Salò è contesa da giacobini e abitanti delle vallate,
incondizionatamente fedeli al leone di San Marco, i quali, guidati da un
eroico sacerdote, Don Andrea Filippi, hanno alla fine la meglio e chiedono
soccorso ai veronesi. I giacobini sono però decisi non solo a riprendere
Salò, ma anche a conquistare Verona.
Per non essere a sua volta rivoluzionata con la violenza o col tradimento,
Verona fidelis dà subito prova della sua lealtà al legittimo governo,
chiedendo al Senato Veneto di potersi armare e difendere dai giacobini
bergamaschi e bresciani. Quarantamila veronesi in armi, fra cui numerosi
sono i contadini delle cernide, guidati dal giovane generale Antonio Maffei,
si schierano a presidiare il confine col bresciano, liberano diversi abitati
e giungono addirittura ad assediare Brescia; la coccarda giallo-azzurra
coi colori cittadini è il loro emblema.
Il vescovo di Verona, Mons. Gianandrea Avogadro, modello di carità
per tutti i combattenti controrivoluzionari, dà ordine di fondere
le argenterie delle chiese per la salvezza della patria.
In città, tra l'imbarazzo e l'apprensione dei francesi barricati
nei castelli, è tutto un pulire spade e lucidare moschetti, mentre
compaiono ad ogni angolo di strada cartelli e scritte di Viva San Marco!
Tutte le porte sono sorvegliate a vista dalla Guardia Nobile, una milizia
volontaria appositamente costituita dalle autorità veronesi, a testimonianza
di una sfiducia ormai diffusa verso le forze armate nazionali, vincolate
dal Senato al rispetto della scellerata politica di neutralità disarmata.
3 - Le Pasque Veronesi
Il 17 aprile 1797, lunedì dopo pasqua, le continue provocazioni francesi
fanno sorgere i primi incidenti. Quando, alle 17, durante i vespri,
le batterie dei castelli sovrastanti la città, e che sono in mano nemica,
iniziano a cannoneggiarla, i veronesi esasperati insorgono come un sol uomo
al grido di Viva San Marco!, mentre le campane a martello avvisano anche
il contado che la sollevazione generale è iniziata.
Per nove giorni si combatte casa per casa; tutte le porte sono liberate;
assaltate le piazzeforti; inviate richieste d'aiuto a Venezia, nel cui nome
e nel cui interesse si battaglia e si muore, e all'Impero asburgico, che però
proprio in quei giorni era stato costretto a firmare con Bonaparte i preliminari
di pace a Leoben.
Il popolo, inesperto nel maneggio dei cannoni, è soccorso da sei artiglieri
asburgici, liberati dalla prigionia di guerra. Si assedia Castelvecchio.
Trasportati i pezzi da fuoco sui colli di San Mattia e di San Leonardo, il
popolo cannoneggia dall'alto i rivoluzionari francesi asserragliati dentro
Castel San Pietro e Castel San Felice: altri duecento soldati asburgici
combattono insieme con i veronesi, confusi nella mischia.
A capitanare i veronesi sono il Conte Francesco degli Emilei ed il Conte
Augusto Verità. A migliaia i contadini si precipitano a soccorrere Verona.
Giungono per primi gli abitanti della Valpolicella, che si offre di condurre
tutti i suoi uomini; scendono i montanari dalla Lessinia; altre colonne di
volontari in armi arrivano dalla bassa e dall'est veronese.
Castelvecchio alza bandiera bianca: viene ordinato il cessate il fuoco,
ma i rivoluzionari francesi, scorgendo che gli assedianti, imprudentemente,
si erano troppo avvicinati al castello, aperte le porte, ne approfittano
per scaricare a tradimento contro di loro un cannone a mitraglia,
facendone strage.
Una pattuglia asburgica, che reca purtroppo la notizia dei preliminari
di pace, è accolta in delirio dalla popolazione che la crede invece
un'avanguardia degl'Imperiali, prossimi a liberare la città dagli
odiati giacobini. A Pescantina l'eroica resistenza degli abitanti blocca
l'avanzata di una colonna francese, impedendole di traghettare l'Adige,
eroismo che diciannove pescantinesi, fra cui donne e bambini, pagano
con la vita, moschettati o arsi vivi nelle loro case dai rivoluzionari.
A Venezia, intanto, Emilei non ottiene gli aiuti sperati e deve rientrare
a mani vuote. Sul lago il generale Maffei, attaccato dagli eserciti francesi
provenienti da Milano, deve arretrare, fedele alla consegna del Senato
di non scontrarsi con essi, ma a San Massimo e a Santa Lucia il 20 aprile
s'ingaggia battaglia aperta; lo scontro volge in un primo tempo a vantaggio
dei soldati veneti ed è quella l'ultima volta che la vittoria arride a San
Marco, ma poi, sopraffatti dal numero, essi sono costretti a ritirarsi
tra le mura.
Alla fine di nove giorni di combattimenti i francesi contano a centinaia
le vittime lasciate sul campo in quella che è diventata, per l'esercito più
potente d'Europa, una cocente sconfitta militare. Poco più di un centinaio
sono i caduti veronesi. Circa 2.400 sono i prigionieri francesi catturati,
dei quali 500 sono militari, altri 900 appartengono al personale civile
dell'esercito napoleonico: tutti erano stati condotti in Piazza dei Signori,
presso il palazzo dei rappresentanti veneti a Verona. Altri 1.000, infine,
degenti negli ospedali cittadini, sono ivi piantonati dagli stessi veronesi
per preservarli da ogni vendetta.
La sorte della città, privata di ogni soccorso esterno, è tuttavia segnata;
ma il popolo non vuole ancora arrendersi. In provincia si susseguono le
esecuzioni sommarie: in località Ca' dei Capri, presso San Massimo, cade
fucilato sotto il piombo francese un giovanissimo sacerdote, Don Giuseppe
Malenza, che guidava un gruppo d'insorgenti. Dalle alture i giacobini
veronesi, traditori della loro patria, suonano fanfare militari per
l'imminente crollo dell'aborrita Verona. Infine, assediata da cinque
eserciti, bombardata giorno e notte, tradita dai Provveditori Veneti che
l'abbandonano per ben due volte pur di non violare la chimerica neutralità,
Verona capitola il 25 aprile 1797, giorno di San Marco.
4 - La vendetta rivoluzionaria e la fine della Serenissima
Disarmato il popolo, resi inservibili i cannoni, presi in ostaggio i sedici
più eminenti concittadini (fra cui il vescovo, l'Emilei, Verità e tutte le
più alte cariche) il 27 aprile i francesi rientrano in Verona. Per prima
cosa saccheggiano il Monte di Pietà, la banca dei poveri. Vengono imposte
contribuzioni enormi, depredate le opere d'arte, mentre una commissione
militare è incaricata di far deportare alla Guyana i cinquanta colpevoli
principali dell'insurrezione. I traditori veronesi, peggiori dei loro
padroni, vorrebbero mutare nome a Verona (ribattezzandola Egalitopoli
o Città dell'Eguaglianza) essendosi macchiata dell'onta di essersi ribellata
a cotanti liberatori, e vorrebbero punire con una pubblica decapitazione
sul corso tutti i capi famiglia protagonisti della gloriosa difesa della
propria città e del proprio legittimo ed amato governo.
La vendetta non si fa attendere: il 6 maggio 1797 sono arrestati nella
notte e mandati a morire tra il 16 maggio, l'8 e il 18 giugno, dopo un
processo politico farsa tenutosi a Palazzo Ridolfi Da Lisca, attuale sede
del Liceo Scientifico Messedaglia, Giovanni Battista Malenza (fratello di
Giuseppe) al quale i giacobini l'avevano da tempo giurata e che era stato
uno dei capi dell'insurrezione cittadina, i Conti Emilei e Verità le cui
case sono abbandonate al saccheggio ed il vecchio frate cappuccino
Luigi Maria da Verona (al secolo Domenico Frangini) morto in concetto
di santità. Disgustato dall'empietà dei sanculotti, in una lettera ad un suo
confratello, intercettata, li aveva definiti peggiori dei cannibali, perché
questi ultimi avevano levate le mani solo contro gli uomini, mentre i
repubblicani francesi le avevano levate contro Dio.
Rifiutatosi di disconoscere la paternità della lettera o di farsi passare
per pazzo o per ubriaco, Padre Frangini affronta il martirio, raggiante, al
suono scordato dei tamburi. Anche i popolani Pietro Sauro, Andrea Pomari,
Stefano Lanzetta e Agostino Bianchi subiscono analoga sorte: fucilati tutti
a destra di Porta Nuova, guardandola dall'esterno.
Clamoroso anche il difetto di giurisdizione del tribunale militare
rivoluzionario: esso condanna a morte gl'insorgenti veronesi, in forza di
una legge criminale francese che punisce i reati commessi contro l'esercito
repubblicano in territori di Stati in guerra con la Francia, la quale era
ancora formalmente in pace con la neutrale Serenissima.
Non appena rioccupata la città, i rivoluzionari francesi decidono
l'immediata deportazione in massa in Francia dei 2.500 uomini
della guarnigione veneta che aveva difeso la città ed in particolare
del Reggimento di Fanteria treviso. Per accoglierli, la "patria
dei liberatori dell'umanità" istituisce il primo universo
concentrazionario moderno.
Da quei campi di prigionia e di sterminio, tornarono meno della metà, dopo
la pace di Campoformio, rimpatriati, sul finire di quel terribile 1797 e nei
mesi successivi, attraverso la frontiera del Reno, passando per i territori
amici dell'Impero. La maggior parte di quei militi, colpevoli soltanto di
aver fatto il proprio dovere, morì di fame o di stenti in Francia; altri
ancora sulle strade del Brennero o del Tarvisio, sulla via di casa.
Nei mesi successivi giacobini veronesi e rivoluzionari transalpini si
sfogano ad elevare alberi della libertà [ai quali appendono gli orridi
tricolori francesi, ispiratori di quelli itagliani…]
e piramidi massoniche
a scoronare e depredare in Cattedrale la venerata immagine della Madonna
del Popolo (alla quale viene negato il titolo troppo aristocratico di Regina,
declassandola a cittadina Madonna) e ad altri sacrilegi, a lanciare
spropositi dalla sala di pubblica istruzione, proponendo ad esempio
di bruciare tutti i confessionali, di far mitragliare in Stradone San Fermo
gli ecclesiastici o di distruggere le Arche Scaligere, perché innalzate
sotto un regime non democratico. [in realtà non demagogico...]
I leoni di San Marco vengono abbattuti, gli stemmi nobiliari
e i rispettivi titoli proibiti, sotto pena di pesanti multe per
chi soltanto osi pronunciarli. Addirittura, per giustificarsi di aver
aggredito una città ed una Repubblica neutrale ed in pace con loro,
rivoluzionari transalpini e giacobini veronesi rovesciano le loro
responsabilità sulle vittime, inventando la favola del "massacro di Verona"
e facendo passare l'insurrezione di una città stanca della tirannia dei suoi
pretesi liberatori, come un eccidio di massa, programmato e freddamente
realizzato, di soldati francesi malati o feriti. A questa menzogna sono
ispirate quasi tutte le stampe dell'epoca relative alla sollevazione
di Verona.
Proclamate le elezioni, i giacobini, giunti al potere solo grazie alla forza
francese d'occupazione, speravano di vedere legittimata la loro usurpazione.
Quale delusione, quale rabbiosa reazione quando si vedono sconfitti
in quasi tutti i collegi!
Naturalmente, il verdetto popolare non viene rispettato dai
democratizzatori; il generale francese, al quale spetta l'ultima parola,
estromette a forza gran parte degli eletti, giudicati troppo legati
all'antico regime, e ripesca i perdenti.
Il vescovo viene infine di nuovo arrestato: la prima volta, non avendo
voluto benedire l'albero della libertà, aveva scampato per un solo voto
il plotone di esecuzione.
Mentre Verona geme sotto l'arrogante sferza della Rivoluzione, le autorità
veneziane consumano l'ultimo tradimento della Repubblica, rinunziando
a difendersi, pur non avendo Bonaparte alcun naviglio per conquistare
Venezia, alla quale aveva frattanto dichiarato guerra.
Il 12 maggio 1797 lo stesso Doge Ludovico Manin propone al Maggior
Consiglio, per le cui deliberazioni mancava quel giorno oltre tutto il
numero legale, la devoluzione del potere al popolo e la democratizzazione
rivoluzionaria.
Dopo mille anni di splendore e d'incontrastato dominio del leone alato
di San Marco, durante i quali il glorioso gonfalone della Serenissima era
sventolato su tutti i mari, temuto e rispettato perfino dal Turco, l'antica
città dei Dogi è consegnata ad un nugolo di municipalisti intriganti e
parolai, che piantano l'albero della libertà in San Marco, minacciano la
pena di morte a chiunque osi gridare Viva San Marco! e che usurperanno
il potere fino all'ingresso, trionfale, degl'imperiali in città, nel gennaio
1798.
5 - La Restaurazione
Dopo diciotto mesi d'incessanti preghiere e di candele accese giorno e notte
innanzi all'altare della Madonna del Popolo, i veronesi sono esauditi e
ottengono la grazia di essere liberati dalla barbarie rivoluzionaria.
Il 21 gennaio 1798,, le divisioni imperiali asburgiche comandate
dal Barone Wilhelm von Kerpen, da Porta Nuova entrano in formazione
di parata in città, accolte da una popolazione in delirio.
Nel Te Deum in Cattedrale il vescovo invita magnanimamente ad evitare
le vendette, mentre il teatro resta aperto e tutta la città è pavesata
a festa ed illuminata in segno di giubilo per quella notte memorabile.
Verona non dimentica i suoi eroi. I corpi senza vita dei tre sfortunati
difensori della città (Emilei, Verità e Malenza) come degli altri
suppliziati, che erano stati sepolti frettolosamente in una fossa comune nel
camposanto della Santissima Trinità, il 6 febbraio 1798 sono dissotterrati
ed inumati nelle rispettive tombe di famiglia. E, per decreto del Consiglio
Nobiliare cittadino, nella chiesa di San Sebastiano, di giuspatronato della
città, il 23 settembre 1799 si tiene una solennissima cerimonia, a cui
partecipano tutte le autorità cittadine, vestite a lutto. Per l'occasione
viene eretta un'imponente macchina funebre, fregiata di numerose
incisioni che ricordano le principali gesta di quei martiri.
Con l'arrivo delle truppe asburgiche, anche l'impavido cappuccino
Padre Luigi Maria da Verona, riceve degna sepoltura.
Il suo corpo viene estratto incorrotto (se si eccettua la testa, dove
era stato offeso dai colpi mortali) con grande sorpresa di tutti,
dalla nuda terra nella quale giaceva già da sette mesi.
È tumulato nella chiesa dei cappuccini, la quale per ordine
di Bonaparte verrà in seguito soppressa, abbandonata dai religiosi
e trasformata in caserma. Di Padre Luigi Maria nessuno si ricorderà più,
fino al 29 marzo 1897, quando, in occasione del primo centenario delle
Pasque Veronesi il dotto sacerdote Antonio Pighi ne recupera i resti
mortali, che, accompagnati da un numeroso corteo, sono deposti
nel Cimitero Monumentale, nell'edicola dei Cappuccini.
Era l'8 giugno 1897 e quel giorno correvano cento anni esatti
dal suo supplizio.
Per saperne di più:
(1) Francesco Mario Agnoli, Le Pasque Veronesi, Il Cerchio Iniziative
Editoriali, Rimini, 1998 pp. 300 circa. Euro 20. Il volume è richiedibile
all'editore (Il Cerchio Iniziative Editoriale - Via dell'Allodola, 8 - 47900
RIMINI - 0541/791570-775977 - Fax 799173 -
E-mail: ilcerchio*iper.net oppure al Comitato per la celebrazione
delle Pasque Veronesi - Via L. Montano, 1 -
37131 VERONA - Tel. 045/8403819-520859 Fax 045/8345548)
![]()
(2) Francesco Mario Agnoli, I processi delle Pasque Veronesi. Gl'insorti
veronesi davanti al tribunale militare rivoluzionario francese (maggio
1797-gennaio 1798), Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini, 2002, pp. 250
circa. Euro 16,50. Richiedibile come sopra. In appendice le sentenze e le
carte processuali inedite, ritrovate a Parigi.
È poi prevista una riedizione accresciuta del primo tomo del volume
Le Pasque Veronesi, completata da un secondo tomo, con un saggio di
Francesco Mario Agnoli dedicato al culto di Napoleone e per il
resto interamente iconografico: il testo aduna quasi mille immagini
originali che costituiscono una documentazione straordinaria, di prima
mano e in larga misura inedita, delle Insorgenze, delle Pasque Veronesi
in ispecie, della caduta della Serenissima e della satira rivoluzionaria e
controrivoluzionaria, con speciale menzione iconografica del ridicolo culto
di Bonaparte. Purtroppo questa riedizione con il volume iconografico
dedicato all'insorgenza veronese non ha trovato finora attenzione né presso
le istituzioni cittadine infette di spirito rivoluzionario, né presso
l'assessorato alla cultura e all'identità veneta della Regione.
È altresì prevista la pubblicazione di una collana dei principali testi
(diari e memoriali dell'epoca) relativi alle Pasque Veronesi, che giacciono
impubblicati e a rischio di andare distrutti per sempre nei fondi di
biblioteche o collezioni private. Anche per salvare tali opere, l'appello
alle pubbliche Istituzioni è doveroso.
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Il leone di San Marco, posto su una colonna in piazza delle Erbe, venne
abbattuto dai giacobini poco dopo la resa della città. Il leone odierno,
realizzato simile all'originario, venne ripristinato nel 1886.
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, e poi gentilissimamente 







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hefico:
