Nel giro di pochi anni i festeggiamenti per il 200° anniversario della nascita di don Peppino Garibaldi, e per il 150° dalla proclamazione della cosiddetta “Unità d’italia”, pur con tutto lo stantio corteo di pennivendoli tricoloriti, non hanno suscitato dibattiti né analisi serie sul processo di unificazione…e sulla cosiddetta epopea (o meglio prosopopea) risorgimentale. Questi eventi evidentemente non sono bastati per diventare la “buona” occasione per affrontare i nodi della storia di questo disgraziato paese e di come fu fatto… fatto fuori almeno per ciò che riguarda la sua parte ultrapeninsulare. Niente di niente.
Neanche cattedratici ed accademici, e Dio ci scampi da loro, hanno avuto il coraggio, (la voglia?) di affrontare, in modo serio e complessivo, la natura del processo storico italiano che va dall’Unità ad oggi. Almeno ci hanno risparmiato quell’opera di indottrinamento e retorica che viene sempre fuori, con un furioso sopravvento quando a raccontare di certi fatti (ormai solo a se stessa) è una parte sola (o sòla... fate vobis).
Ed allora si continui a salvaguardare la concezione, attualmente propagandata nelle scuole e nei media, che si ha della storia italiana, magari come ultimo baluardo verso questi anni di disfacimento nazionale, di contestazione dell’Italia quale nazione unica e dell’italianità. Ma il fatto è che, con il riproporsi di questi stantii schemi patriottardi e affabulazioni deviate, non si rende in primis un buon servizio neanche alla storia dell’italia… ma costoro non lo capiscono…meglio!!
A tal proposito è esemplificativa e centrale la figura (di che?...fate sempre vobis) di Don Peppino Garibaldi eroe (o errore?) di uno o più mondi quale strumento di forze superiori, ben al di là dei confini nazionali ovvero di mercati, sviluppo, risorse strategiche, capitali, commerci, rapporti di forza tra le di quelle potenze coloniali che segnarono (distruggendola) la nostra storia. Per far ciò c’è un nodo centrale, senza considerare il quale non si può addivenire ad alcuna serie analisi dei fatti, passati e conseguenzialmente presenti: la Sicilia.
Giardino del Regno delle Due Sicilie, oltre ad avere una economia agricola (soprattutto agrumiculticola) abbastanza sviluppata, possedeva, unitamente al resto del Regno, altresì una forte marineria necessaria ad affrontare il mercato internazionale, sbocco principale di tale tipo di coltura. Insieme ad alcuni aspetti ancora legati a tradizioni feudali vi era ciò che adesso chiamiamo capitalismo: investimenti, esportazioni, profitto, mercati.... ma non è tutto, anzi è il meno! Il fiore all’occhiello dell’economia siciliana era rappresentata da una risorsa strategica, all’epoca, ovvero lo zolfo, che era estremamente necessario per il nascente processo di industrializzazione europeo. Lo zolfo veniva utilizzato per la produzione di sostanze chimiche, come conservanti, esplosivi, fertilizzanti, insetticidi; o più banalmente per produrre beni di uso quotidiano, come i fiammiferi. Insomma questa materia era il lubrificante del motore dell’imperialismo, soprattutto di quello inglese. La nascita della marineria “moderna” con navi che cessano di essere a solo legno nonché la diffusione delle ferrovie in Europa fanno aumentare a dismisura la necessità di prodotti quali ferro e ghisa e tutte le materie strettamente connesse alla loro lavorazione: lo zolfo. La Sicilia diventa un importante obiettivo strategico. L’isola possedeva, secondo alcune fonti, 400 miniere e copriva il 90% della produzione mondiale della suddetta materia e prodotti derivati.
Come poteva, l’isola, essere ignorata dai centri strategici dell’Impero di Sua Maestà, la veneranda regina Vittoria? Come poteva la potenza di mare britannica trascurare la posizione della Sicilia, al centro del Mediterraneo, proprio mentre si stava lavorando per realizzare il Canale di Suez? La nuova via sarebbe divenuta l’arteria principale dei traffici commerciali e marittimi dell’Impero. Come potevano ignorare tutto ciò i lord, gli imperialisti conservatori e liberali, i massoni? E come potevano non considerare che, all’epoca, il Regno delle Due Sicilie fosse il più temibile concorrente per la flotta commerciale inglese? Ed infatti non potevano ignorarlo!! Semmai a ignorarlo è stato tutto il circo italiano (italiota, italidiota?) dei menestrelli di don Peppino longochiomato e biondobarbuto. Tutti i raccoglitori di cimeli garibaldeschi non hanno mai avuto il cervello (la voglia?) di capire e studiare questi “trascurabili” fattori.
La Sicilia si sa è terra di schiavi e di quasi africani (ricordate che venivano classificati come “non bianchi” gli emigranti siciliani sbarcati ad Hell’s Island), barbari e senza storia e non vale certo un libro che ne spieghi anche solo il valore materiale. Così vuole la vulgata dei nostrani storici che preferiscono dedicarsi alle memorie della marmaglia mercenaria di rosso vestita… indumento destinato, non a caso, agli operai del mattatoio di Montevideo.
Tralasciando gli interessi dei fratelli Rubattino e del Sardo debito sovrano, che attuarono quella vera e propria messa in scena detta “Spedizione dei Mille”, giova ricordare che Garibaldi, dopo la riuscita aggressione venne accolto, con pubblica festa, onori e gloria, presso la loggia “Alma Mater” di Londra. Un testimone diretto dell’evento, un tal Karl Marx così la descrisse: “La più grande pagliacciata a cui abbia mai assistito”. Ma perché proprio Garibaldi fu scelto? Per rispondere a questa domanda non si può non considerare che Don Peppino si era già reso utile alla causa dell’impero britannico. In America Latina, quando gli inglesi, tramite l’Uruguay, favorirono la secessione della provincia brasiliana di Rio Grande do Sul dall’impero brasiliano, alimentando la guerra civile in Brasile, Garibaldi venne assoldato per svolgere il ruolo di incursore nelle retrovie dell’esercito brasiliano. Il suo compito fu di sconvolgere l’economia dei territori nemici devastando i villaggi, bruciando i raccolti e razziando il bestiame. Morti e mutilati tra donne e bambini abbondarono, sotto i colpi dei fucili e dei machete dei suoi uomini. Durante quelle azioni, Garibaldi ebbe la guida delle forze navali riogradensi. Il 14 luglio 1838, al comando della sua nave, la Farroupilha, affrontò la navigazione sull’Oceano Atlantico, ma a causa del mare in tempesta e dell’eccessivo carico a bordo, la nave si rovesciò. Il nizzardo, dimostrandoil suo vero valore sia di comandante militare che di nave, fu l’unico italiano superstite. Ma allora evidentemente anche il destino ce l’aveva con Noi!! Per la sua inettitudine e crudeltà, tanti di coloro che lo circondavano morirono per causa sua. Il compito svolto da Garibaldi rientrava nella politica di intervento coloniale inglese nel continente latinoamericano; la nascita della repubblica-fantoccio del Rio Grande do Sul, rientrava nel processo di controllo del flusso commerciale e finanziario di Londra verso la regione economicamente più interessante: il bacino del Rio de la Plata. Per far ciò Don Peppino svolse sufficientemente bene il suo compito. Compito facilitato dalla guerresca bravura di un suo sodale, tale Anzaldo (che morì in circostanze oscure durante un viaggio in cui solo garibaldi lo accompagnava), e sia perché i battaglioni brasiliani costituiti, per lo più, da schiavi neri erano armati di sole picche. Facile averne ragione, se si disponeva della potenza di fuoco necessaria, che fu graziosamente concessa dalla regina Vittoria. Ma un passo indietro..quante morti misteriose accompagnano Garibaldi? Il legittimo consorte di Anita, Ippolito Nievo… vabbè, fate ancora vobis! In ogni caso la guerra fu persa, e nel 1842 Garibaldi si rifugiò in Uruguay, dove ottenne il comando della insignificante flotta locale con l’unico compito di fare razzie e impedire i traffici degli stati latino americani. Il nostro (forse il loro) Don Peppino tentò di pubblicare un giornale: “Il Legionario Italiano”, ma la sua distribuzione, dopo un po’ di tempo, venne vietata in Uruguay: si era attirato l’odio della popolazione locale; per i continui massacri di inermi cittadini veniva infatti visto come il demonio. Tale indignazione è racchiusa, emblematicamente ed ancor oggi, in un articolo apparso su “Il Pais” (uno dei maggiori quotidiani argentini), nel numero pubblicato il 27 luglio 1995, in occasione della visita in Argentina del Presidente italiano Oscar Luigi Scalfaro: “Il presidente d’Italia è stato nostro illustre visitante… Disgraziatamente, in un momento della sua visita, il presidente italiano si è riferito alla presenza di Garibaldi nel Rio della Plata, in un momento molto speciale della storia delle nazioni di questa parte del mondo. E, senza animo di riaprire vecchie polemiche e aspre discussioni, diciamo al dottor Scalfaro che il suo compatriota (Garibaldi) non ha lottato per la libertà di queste nazioni come (Scalfaro) afferma. Piuttosto il contrario”. Chapeau!!!
In ogni caso fu grazie agli articoli di quel suo giornaletto (Il Legionario Italiano), da lui stesso pubblicato, che nacque la leggenda dell’Eroe dei due mondi. Se la cantava e suonava da solo!! Tra l’altro, per il nostro (sempre il loro eh) ”anticlericale” Garibaldi che dopo (ma solo dopo eh) definì il papà una montagna di letame, non era disdicevole nel 1847 scrivere al cardinal Gaetano Bedini, nunzio in Brasile, per “offrire a Sua Santità (Pio IX) la sua spada e la legione italiana per la patria e per la Chiesa cattolica” ricordando “i precetti della nostra augusta religione, sempre nuovi e sempre immortali” pur sapendo che “il trono di Pietro riposa sopra tali fondamenti che non abbisognano di aiuto, perché le forze umane non possono scuoterli“. La sua proposta di mettersi al soldo del cupolone venne respinta. Deo Gratias!!
(continua, continuerà:sofico![]()




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