Esistono studi orientati a convalidare una “predisposizione innata” all’omosessualità maschile solo per un numero molto contenuto di appartenenti alle varie popolazioni. E’ tuttora in corso il dibattito tra chi afferma l’inesistenza di approcci (psicoterapeutici) rigorosi ed “efficaci” e chi rivendica la libertà di aderire a terapie per la “conversione” del proprio orientamento sessuale. Su un tema così “aperto” si innestata la domanda di riconoscimento pubblico di presunti “diritti di coppia”. Modificando alcune disposizioni vigenti si potrebbe configurare un regime di adeguata tutela/assistenza reciproca per casi di comprovata e stabile convivenza tra soggetti dello stesso sesso. Non emergono convincenti ragioni di diritto per surrogare l’interesse collettivo di riconoscere nella famiglia la “società naturale” fondata sul matrimonio. Non omologare fenomeni sociali di fatto marginali e variamente articolati non significa necessariamente “discriminare” i diritti individuali.




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