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Discussione: Obama Downgrade

  1. #1
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    Predefinito Obama Downgrade













    Il vocabolario della crisi: ecco il Barack-flop raccontato dalla A alla Z


    A sta per Arabia, cioè tutto quel segmento di mondo in cui gli Stati Uniti stanno perdendo terreno rispetto al passato: quest’anno Zogby International, società di sondaggi, ha scoperto che solo il 5 per cento degli egiziani ha un’opinione favorevole dell’America. Nel 2008, quando era presidente George W. Bush, era il 9 per cento.

    B sta per Bilancio federale, con accento sul deficit: stimato per il 2011 in circa 11 per cento del Prodotto interno lordo contro il 3 per cento circa del 2008.

    C è per Cina. Per il 2012 Pechino ha pianificato di aumentare le spese per la Difesa per il 12,7 per cento. L’amministrazione Obama, invece, ad aprile, ha proposto al Pentagono di tagliare una media di 40 milioni di dollari annui per il prossimo decennio, e al Congresso ancora di più.

    D non poteva che stare per Debito. Che l’ultimo mese è arrivato a 14,3 trilioni di dollari. Era a 10,7 trilioni alla fine del 2008. Ma «D» sta anche per Dollaro, che ha perso metà del suo controvalore con l’oro da agosto 2008.

    E è per Energia. Il prezzo medio al dettaglio di un gallone di benzina era 1,8 dollari quando Obama arrivò alla Casa Bianca. Oggi siamo al doppio. A questa lettera possiamo mettere anche Etanolo, carburante privo di appeal economico che gli Usa continuano a sovvenzionare al ritmo di 5 bilioni di dollari all’anno.

    F sta per Free Trade, vale a dire il sempre desiderato «libero scambio». Era il 1994 quando Bill Clinton firmò l’accordo trilaterale Nafta, che prevedeva facilitazioni da 1,6 trilioni di dollari nel commercio di beni e servizi tra Stati Uniti, Messico e Canada. George W. Bush firmò più di una dozzina di accordi di libero scambio: dall’Australia a Singapore, dal Marocco al Bahrain. Numero di accordi firmati da Obama: zero.

    G sta per Guantanamo. Ricordate? Obama aveva promesso di chiudere il campo detentivo quanto prima. È ancora aperto. Ma c’è un altra terribile «G» per Obama: Gheddafi, tutt’oggi al suo posto. E un’altra ancora: Grecia. Un monito terribile sul futuro che toccherà all’America se non si riformerà presto il proprio sistema di garanzie pubbliche.

    H è per Obama sinonimo di Hillary Clinton. Molti americani si stanno chiedendo se lei non sarebbe stata un presidente migliore di lui.

    I è inevitabilmente - e da troppo tempo - Israele. Obama aveva promesso di aiutarlo, nonostante non andasse troppo d’accordo con il primo ministro Netanyahu, ma pare che i confini israeliani vadano restringendosi e anche Gerusalemme è a rischio di dividersi in due settori.

    J sta per il sogno di molti americani in questo momento: a job, un lavoro purché sia. Nel novembre 2008 il neoeletto Obama promise la creazione di 2,5 milioni di posti di lavoro per il 2011. A ottobre 2010 l’economia americana registrava 3,3 milioni di posti di lavoro in meno.

    K sta per Karzai, l’incapace leader afgano. Eppure l’amministrazione Obama probabilmente è andata contro i suoi interessi scaricandolo pubblicamente e portandolo a cercarsi nuove amicizie a Teheran.

    L è un successo per Obama: sta per Laden, cognome parecchio odiato negli Usa. Ci riferiamo a Osama bin Laden: la sua uccisione mette Barack una spanna - ma solo una - sopra a Jimmy Carter.

    M è per Messico. Un Paese che vede la disoccupazione al 5,4 per cento e la crescita annua al 4,2 per cento, anche se deve combattere contro i cartelli della droga. Un esempio troppo positivo di quello che gli Usa considerano da sempre solo il «cortile di casa».

    N sta per NATO, un tempo colonna della sicurezza occidentale. Oggi, Obama la sta quasi smantellando con la sua decisione di ritirarsi dall’Afganistan e il suo rifiuto di darle la «spinta» necessaria per vincere in Libia.

    O sta per ObamaCare, che aiuta notevolmente a spiegare la «B», la «D» e la «J», oltre alla parte relativa alla Grecia della lettera «G». [:sofico:]

    P è per Pyongyang, da cui Obama vorrebbe tanto essere ascoltato. A parole, il regime di Kim Jong II ha accolto con entusiasmo l’appello di Obama per un mondo senza armi nucleari. In pratica, la Corea del Nord ha testato una bomba nucleare, silurato una nave e bombardato un villaggio della Corea del Sud e mostrato al mondo come sia facile arricchire l’uranio.

    Q sta per QE2, il più disastroso esperimento di politica monetaria da quando il segretario della Federal Reserve William Miller affossò il dollaro nel 1978 con una scelta a favore del basso tasso di interesse.

    R è per Russia. La politica di Obama ha portato a un trattato per la reciproca riduzione degli armamenti nucleari e per una sostanziale parità di forze, ma il rovescio della medaglia è che ora che oggi gli americani si ritrovano indietro nell’affrontare strategicamente, e con buone attrezzature, un mondo che cambia e che, qualche volta, si arma fino ai denti.

    S sta per Shovel-ready, strana parola anche agli orecchi degli americani....Quando l’ha detta Obama si riferiva alle opere pubbliche «cantierabili» che avrebbero portato ripresa economica. E con questo abbiamo detto tutto.

    T sta per Tasse, che Obama vorrebbe veder aumentare per i «milionari e i miliardari», curiosamente definiti come le persone che guadagnano almeno 200mila dollari.

    U è il famigerato Uranio iraniano. Quando Obama arrivò alla Casa Bianca promettendo mano tesa ai mullah, l’Iran aveva arricchito 1000 chili di uranio. Oggi siamo a 4000 chili. Come dire, passi avanti.

    V sta per Venezuela, un Paese i cui legami clandestini con l’Iran sono stati sempre minimizzati dall’amministrazione Obama.

    W sta per Dubya, il nomignolo di George W. Bush, la cui presidenza ora sembra un modello di contenimento della spesa.

    X sta per Liu Xiaobo, un esempio della faccia che ha un vincitore meritevole del Premio Nobel per la Pace. X sta anche per Xanax, che verrà probabilmente ricordato come il farmaco rappresentativo degli anni di Obama.

    Y sta per Yes, we can. Sfortunatamente, lo slogan vale anche per lo Yemen.

    Z sta per Zero, la probabilità che uno degli speranzosi candidati repubblicani sconfigga Obama nel 2012. [Non ne sarei così certo, ad oggi - N.d.FC]


    (Copyright «The Wall Street Journal» autorizzato da MF - Milano Finanza. Traduzione di Tommy Cappellini)


    Il vocabolario della crisi: ecco il Barack-flop raccontato dalla A alla Z - Esteri - ilGiornale.it del 07-08-2011

  2. #2
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    Predefinito Rif: Obama Downgrade

    Rivogliamo l'America che non si vergogna di un presidente cowboy


    Questa è una crisi di leadership, che porta la firma di Obama. Anche Bush ne affrontò una ma la crescita era al 4%

    di Giuliano Ferrara


    La crisi di leadership c’è, il suo indirizzo è la Casa Bianca di Obama. Dopo la decisione storicamente inaudita di Standard & Poor’s, una A in meno e previsioni negative per le finanze americane, i cinesi hanno letteralmente preso a schiaffi gli americani. Gli hanno detto che sono spendaccioni, e che a Pechino vogliono garanzie serie per i titoli in dollari nelle loro mani, ma glielo hanno detto con un sovrappiù di disprezzo senza precedenti, insomma una rampogna aspra e per loro, concorrenti strategici sempre in crescita, goduriosa. Potevano farlo, visto che avevano appena brindato per i tagli al Pentagono, un ridimensionamento netto della capacità di comando degli Stati Uniti nel mondo, il primo di due colpi micidiali a quel possibile ordine mondiale da sempre imperniato sulla forza imperiale americana.

    Alla fine del secondo mandato di George W. Bush, il cui consenso domestico si era progressivamente incrinato, America e mondo occidentale subirono gli effetti di una crisi da crescita fatta di follie della finanza privata legata, anzi impiccata, ai debiti collegati ai farlocchi incrementi esponenziali di valore degli immobili: improvvisamente niente liquidità e recessione, logica dei salvataggi di Stato incentivata dal fallimento sinistro della Lehman Brothers, esplosione del debito privato delle famiglie convertito nel tempo in debito pubblico (causa prima del finale colpo d’artiglio di Standard & Poor’s). Era l’autunno del 2008, l’America era cresciuta per anni a ritmi vertiginosi sul fondamento di un ruolo sempre decrescente dello Stato fiscale, Wall Street aveva divorato con la nota voracità sia il ricordo della bolla tecnologica, la «new economy» che ha fatto più morti e feriti di una guerra persa, sia la memoria dolente dei tremila ammazzati delle Twin Towers. Alla base di quella fase di prosperità, che ovviamente incubava nuove possibilità di crisi, c’era una leadership univoca, forte, neoreaganiana, con le sue scelte di ordine mondiale (Afghanistan, Irak, guerra al terrorismo, unilateralismo strategico). Nel pieno della tempesta l’oracolo di Omaha, il grande finanziere Warren Buffet, investì cinque miliardi di dollari nella Goldman Sachs, e nel giro di tre anni Dio solo sa quanto abbia guadagnato. Perché quella dell’autunno del 2008 era una crisi da eccesso di ricchezza alla Schumpeter, distruzione creativa, mentre quella di questi mesi sembra proprio essere la crisi di un capitalismo impoverito, senza energia, senza una bussola, incapace di far funzionare il meccanismo del fallimento e dunque succubo di tutti i fallimenti da salvare.

    Obama non ha fatto cose soltanto negative. È un solido liberal della scuola politica di Chicago. Sa come muoversi a Washington. Su Guantanamo e sulla caccia a Bin Laden è stato di molto superiore alla sua retorica della mano tesa verso l’islam. Ma la sua epica del consenso interno, la sua incapacità di decidere presto e bene, assumendosi rischi seri, sono le concause evidenti del nuovo tremore e terrore che attraversa i mercati, con gli speculatori (ma anche gli investitori e i risparmiatori) sul piede di guerra intorno ai fronti della crescita, insufficiente, e dell’indebitamento euro-americano, a livelli mai visti prima. I risultati sono quelli che sono, e non si dà un declassamento così sorprendente, nonostante la disputa sugli errori di calcolo dell’agenzia di rating e le scelte diverse delle altre agenzie, senza una precisa responsabilità del capo dell’esecutivo.

    Il problema che ci angustia, che mette in pericolo risparmi e capitali e lavoro, che ha fatto risalire le quotazioni del partito della patrimoniale, la botta secca che ti fa restare come prima e ti evita le riforme serie, è che le forze di mercato trovano molle, sono fronteggiate anche in Europa da decisioni miopi, lente, da coalizioni di interessi che non hanno un raccordo comune e si scontrano tra loro (il fallimento greco sarebbe stato salvifico se non ci fossero andate di mezzo le banche tedesche e inglesi). D’altra parte il principale difetto di Obama è di essere un leader all’europea, uno che i veri applausi se li è guadagnati con il comizio al Tiergarten di Berlino, gli mancano gli stivaletti da cowboy, il passo ispirato dell’americano che ha fiducia in sé e in nessun altro. Non sottovaluto i pregi di un presidente elegante e cosmopolita, ma ho una nostalgia canaglia di Bush, dei tagli fiscali in profondità e della crescita americana al 4 per cento. C’è crisi e crisi, questa è particolarmente avvilente.


    Rivogliamo l'America che non si vergogna di un presidente cowboy - Esteri - ilGiornale.it del 07-08-2011

  3. #3
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    Il downgrade del rating sovrano degli Stati Uniti e' frutto della "debacle" politica che si e' registrata a Washington, "superiore a quella che era stata messa in conto". E' quanto hanno detto gli analisti di S&P, David Beers and John Chambers nel corso della conferenza stampa indetta per spiegare le ragioni che hanno portato venerdi' al taglio per la prima volta nella storia del rating degli Usa da AAA a AA+. "Un ulteriore taglio potrebbe arrivare nel futuro se si registrasse ulteriori scivolate sul fronte fiscale - ha spiegato Chambers - e se il comitato formato dal Senato per individuare tagli alle tasse non si rivelasse all'altezza del compito". Secondo gli analisti di S&P lasciare scadere gli sgravi fiscali varati dall'amministrazione Bush a favore dei ceti piu' abbienti permetterebbe di ridurre il rapporto debito-pil di 9 punti nel corso dei prossimi anni.

    link *** Usa: S&P, downgrade frutto della "debacle" politica di Washington - Corriere della Sera

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da gianniguelfi Visualizza Messaggio
    Il downgrade del rating sovrano degli Stati Uniti e' frutto della "debacle" politica che si e' registrata a Washington, "superiore a quella che era stata messa in conto". E' quanto hanno detto gli analisti di S&P, David Beers and John Chambers nel corso della conferenza stampa indetta per spiegare le ragioni che hanno portato venerdi' al taglio per la prima volta nella storia del rating degli Usa da AAA a AA+. "Un ulteriore taglio potrebbe arrivare nel futuro se si registrasse ulteriori scivolate sul fronte fiscale - ha spiegato Chambers - e se il comitato formato dal Senato per individuare tagli alle tasse non si rivelasse all'altezza del compito". Secondo gli analisti di S&P lasciare scadere gli sgravi fiscali varati dall'amministrazione Bush a favore dei ceti piu' abbienti permetterebbe di ridurre il rapporto debito-pil di 9 punti nel corso dei prossimi anni.

    link *** Usa: S&P, downgrade frutto della "debacle" politica di Washington - Corriere della Sera
    Probabilmente, anzi ne sono certo, senza il c.d. "Obama-care" la riduzione del rapporto debito-pil sarà ancora più forte e giovevole per i conti americani

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    Citazione Originariamente Scritto da gianniguelfi Visualizza Messaggio
    Il downgrade del rating sovrano degli Stati Uniti e' frutto della "debacle" politica che si e' registrata a Washington, "superiore a quella che era stata messa in conto". E' quanto hanno detto gli analisti di S&P, David Beers and John Chambers nel corso della conferenza stampa indetta per spiegare le ragioni che hanno portato venerdi' al taglio per la prima volta nella storia del rating degli Usa da AAA a AA+. "Un ulteriore taglio potrebbe arrivare nel futuro se si registrasse ulteriori scivolate sul fronte fiscale - ha spiegato Chambers - e se il comitato formato dal Senato per individuare tagli alle tasse non si rivelasse all'altezza del compito". Secondo gli analisti di S&P lasciare scadere gli sgravi fiscali varati dall'amministrazione Bush a favore dei ceti piu' abbienti permetterebbe di ridurre il rapporto debito-pil di 9 punti nel corso dei prossimi anni.

    link *** Usa: S&P, downgrade frutto della "debacle" politica di Washington - Corriere della Sera

    ti invito a leggere questo link (Usa/ Obama firma legge su proroga sgravi fiscali).
    Forse qualche idea più precisa di quello che è successo - e delle reali responsabilità dell'attuale presidente - riesci a fartele ...
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  6. #6
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    Predefinito Rif: Obama Downgrade

    temo che con una congiuntura simile un presidente repubblicano non avrebbe potuto fare niente di meglio di cio' che sta facendo Obama, ci troviamo davanti a un cambiamento epocale : i rapporti tra politica ed economlia stanno cambiando, si spera a favore della politica

    Scusate l'obbiettività, ma non credo che Obama avrebbe potuto agire diversamente

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Candido Visualizza Messaggio
    temo che con una congiuntura simile un presidente repubblicano non avrebbe potuto fare niente di meglio di cio' che sta facendo Obama, ci troviamo davanti a un cambiamento epocale : i rapporti tra politica ed economlia stanno cambiando, si spera a favore della politica

    Scusate l'obbiettività, ma non credo che Obama avrebbe potuto agire diversamente
    Avrebbe fatto meglio ad evitare, solo un anno fa, una dispendiosissima "riforma" medica destinata ad affossare i conti dello Stato, come denunziato a suo tempo dai Repubblicani.

  8. #8
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    Le due case sondaggistiche più rinomate, la Gallup e la Rasmussen, nelle rilevazioni dell'8 Agosto sono concordi nel ritenere il distacco fra opinioni positive e negative ormai pari al 10% (40-50 per Gallup, 45-55 per Rasmussen)

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da FalcoConservatore Visualizza Messaggio
    Avrebbe fatto meglio ad evitare, solo un anno fa, una dispendiosissima "riforma" medica destinata ad affossare i conti dello Stato, come denunziato a suo tempo dai Repubblicani.
    trovo controproducente condannare una riforma che dà agli americani quello che gli europei hanno da 60 anni, andiamo a predicare che americani di fascia sociale piu' debole che non devono essere "coperti" quando se appena appena ci toccano i nostri diritti in Italia urleremmo allo scandalo come aquile

    Se essere conservatori significa impedire alle fasce piu' deboli di avere accesso alla copertura minima sanitaria mi spiace ma io non mi considero tale

  10. #10
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    Vedi Candido,

    io personalmente non ho una cattiva idea di Obama: lo ritengo pragmatico e realista, oltre che molto intelligente.
    Quello che mi infastidisce e cerco di contrastare è quell'aura da salvatore del mondo che il progressismo europeo gli vuole dare.

    Detto questo, in un altro forum scrissi 3 anni fa che probabilmente se fossi stato americano avrei votato Obama (in realtà alle primarie sarei stato per la Clinton).
    Poi tu hai ragione: non credo che il partito repubblicano post-Bush abbia la forza per fare qualcosa di meglio, basta vedere come è oggi che pure ha riacquistato un po' di consanso.

    Le colpe di Obama sono state, a mio avviso, l'aver aperto le casse federali con la riforma sanitaria (e qui convengo da europeo che non si può criticare chi cerca di migliorare le condizioni del sistema sanitario, visto che da noi la sanità è un diritto di tutti), con lo stimulus all'economia e con le spese militari - che sono aumentate dall'era bush.
    Di contro non ha fatto nulla per migliorare le entrate: ha atteso una ripresa economica che non c'è stata e quindi i suoi progetti sono saltati.
    Ma questa è, a tutti gli effetti, una colpa politica.
    Sua e dei suoi collaboratori.
    Ultima modifica di paperino73; 10-08-11 alle 11:58
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