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    Predefinito CGIL, 6 Settembre Sciopero Generale

    La CGIL proclama per il 6 settembre lo Sciopero Generale contro la manovra



    Al via la mobilitazione della Confederazione contro la manovra di ferragosto. Promosso, per domani alle ore 9, un presidio davanti al Senato. Prevista in piazza conferenza stampa con Susanna Camusso. Si prosegue il 6 settembre con lo Sciopero Generale. Raggiunte quasi 16mila firme a difesa delle feste del Lavoro, della Liberazione e della Repubblica» Firma anche tu

    La Segreteria Confederale della CGIL, a conclusione della riunione dei segretari generali di categoria e territoriali sulla base del mandato ricevuto dal Direttivo nazionale dell'11 e 12 luglio, ha indetto per martedì 6 settembre uno sciopero generale di 8 ore per ogni turno contro (e per cambiare) la manovra iniqua e sbagliata del governo.

    Prende il via in Commissione Bilancio del Senato l'esame della manovra economica che lo scorso 13 agosto ha ricevuto il via libera dal Consiglio dei Ministri. Un provvedimento da oltre 45 miliardi che andrà a sommarsi ai 47 dell'intervento di luglio, per un impatto complessivo che supererà i 90 miliardi da qui al 2013 e che la CGIL, fin da subito, ha fortemente contrastato poiché ritiene essere nella forma “depressivo, socialmente iniquo, innefficace e antisindacale” e contro il quale ha rafforzato la sua mobilitazione, proclamando per martedì 6 settembre uno sciopero generale di 8 ore per ogni turno.

    La protesta inizierà domani, 24 agosto alle ore 9, davanti alla sede del Senato con un presidio proclamato dalla Confederazione, al quale parteciperà, insieme ai componenti della Segreteria Nazionale, il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso. Prevista in piazza per le ore 11 la conferenza stampa della leader del sindacato di Corso Italia, la quale illustrerà le ragioni e le modalità dello Sciopero Generale promosso oggi. Come spiegato dalla CGIL, la completa bocciatura della manovra sta nel fatto che con questo provvedimento si “condanna il paese alla recessione e alla disgregazione sociale” per difendere invece “le grandi ricchezze e gli interessi che rappresentano la base di consenso del Governo”.

    In particolare per la CGIL la manovra è “depressiva” e “socialmente iniqua”, perchè non viene destinata alcuna risorsa né alla crescita, né all'occupazione, mentre i redditi e i consumi dei cittadini continuano a ridursi. Per la CGIL ad essere colpiti dal provvedimento sono, ancora una volta, i soggetti sociali più deboli: lavoratori, pensionati, famiglie, mentre si continua ad evitare di intervenire sull'evasione fiscale, sulle rendite finanziarie e sulle grandi ricchezze. Il decreto del 13 agosto oltre ad essere “inefficace” perchè, come spiega la CGIL, “non affronta in maniera strutturale le cause del deficit, né pone le basi per ridurre realmente il debito”, possiede “caratteri antisindacali” in quanto “pretende di cancellare per legge uno strumento di regolazione generale dei diritti dei lavoratori come il Contratto Nazionale di lavoro”.

    La manovra di ferragosto prevede, infatti, che gli accordi aziendali possano regolare le condizioni di lavoro in deroga al CCNL e alle leggi anche in materia di licenziamento. Per la CGIL questa norma rappresenta un “nuovo gravissimo taglio ai diritti dei lavoratori”. E' proprio sull'articolo 8 del decreto ('misure a sostegno dell'occupazione') che la CGIL si sofferma nella lettera inviata a CISL e UIL, il 22 agosto scorso. Alle due Confederazioni la CGIL apre una serie di questioni: “L’art. 8 della manovra non è un attacco alla autonomia delle parti?”, “Non è forse chiaro che trasformare l’art. 18 in materia contrattabile di non meglio identificate 'rappresentanze sindacali operanti in azienda', mina l’efficacia dell’articolo stesso?”, “Non è forse evidente che una norma che non si basa sulla rappresentanza, e affida poteri su tutte le materie fuori dai contratti, è la proliferazione di qualunque forma di sindacalismo ed un attacco esplicito al sindacato confederale?”.

    Altra scelta contenuta nella manovra e fortemente criticata dalla CGIL è quella di spostare o accorpare alla domenica le festività civili e laiche, per la CGIL significa “colpire l'identità e la storia del nostro Paese, indebolirne la memoria”, rappresenta, prosegue “un grave limite per il futuro”, producendo per altro un “irrisorio beneficio economico”. Per questo motivo la CGIL ha deciso di lanciare una petizione popolare a difesa delle feste della Liberazione, del Lavoro e della Repubblica. Raggiunte al momento quasi 16mila firme. E' possibile firmare la petizione sul sito della CGIL (CGIL - Home Page) o direttamente presso le diverse sedi delle Camere del Lavoro dietro le parole “alziamo insieme la nostra voce perché l’identità ed il futuro dell’Italia sono un bene indisponibile ad ogni manipolazione”.

    CGIL - La CGIL proclama per il 6 settembre lo Sciopero Generale contro la manovra

    Bene, era ora, con questa manovra qui era un obbligo, hanno provato a coinvolgere anche Cisl e Uil ma figuratevi....
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  2. #2
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    Predefinito Rif: CGIL, 6 Settembre Sciopero Generale

    Una mobilitazione per cambiare scelte sbagliate di Guglielmo Epifani

    di Guglielmo Epifani | tutti gli articoli dell'autore



    La Cgil ha dunque deciso di proclamare lo sciopero generale contro la manovra del governo e di indirlo in una data utile per pesare nelle scelte parlamentari che si dovranno compiere. Già questo dà il segno che l’obiettivo della protesta è quello di cambiare i contenuti del decreto del governo partendo da una diversa impostazione sociale, economica e politica. Susanna Camusso illustrerà nella giornata di oggi i punti ritenuti sbagliati e inaccettabili e avanzerà le proposte di cambiamento.

    Al di là dei balletti di questi giorni e della babele presente nella maggioranza resta evidentissimo il limite profondo della politica economica del governo e la totale improvvisazione di fronte ad uno scenario che non si era proprio immaginato. Con questa scelta il governo colpisce i servizi essenziali per i cittadini, trova le risorse sempre nel solito perimetro sociale, colpisce i lavoratori, protrae incertezza e confusione nell’età del pensionamento, non favorisce alcuna equità redistributiva e fiscale, non sostiene lo sviluppo e anzi lo deprime ulteriormente. E infine, ad adiuvandum, interviene in modo autoritario nella sfera delle relazioni industriali e programma una balcanizzazione di diritti fondamentali quali quello della garanzia contro i licenziamenti senza giusta causa.

    I giudizi delle ultime ore, compreso quello di «Famiglia Cristiana» confermano come la grande maggioranza del Paese non si ritrovi nelle scelte del governo e ne critichi la iniquità di fondo. Sta qui il cuore del problema, checché ne pensino la presidente di Confindustria e molti autorevoli commentatori. Come si fa in un Paese dove, secondo Bankitalia, la ricchezza immobiliare assomma a 4 trilioni e mezzo di euro, pensare che questi patrimoni non debbano in modo ordinario contribuire minimamente alle azioni di risanamento? E che invece tocca sempre ai soliti fare sacrifici come da vent’anni a questa parte e cioè i lavoratori, i pensionati, i cittadini meno abbienti? E perché non si vogliono ascoltare i tanti che dall’alto delle loro possibilità chiedono di fare questa scelta?

    Tutto quello che deriva dalla non volontà di fare secondo logica e giustizia diventa così contraddittorio, inefficace e confuso. Alzare l’Iva porta all’aumento dei prezzi già caldi anche per la sciocca decisione di aumento delle accise sulla benzina. Intervenire sulle pensioni solo per fare cassa accentua tutti i problemi anche per il lavoro dei giovani. Tagliare gli investimenti nei servizi ai cittadini accentua diseguaglianze e colpisce le donne, gli anziani, i bambini e le famiglie.

    Le ragioni della protesta dunque ci sono tutte ed è difficile sostenere il contrario anche per l’assenza di tavoli, veri e non virtuali, di confronto. Qui la Grecia non c’entra, anche se bisogna stare attenti a sottovalutare disagi, proteste e sentimenti profondi che chiedono più giustizia ed equità e ai quali va offerto un governo unitario e confederale di rivendicazioni e di risposta. Ed è qui che ancora una volta non si ritrova quella unità che in tutta Europa ha favorita una mobilitazione per difendere stato sociale e condizioni dei lavoratori e che Cisl e Uil si ostinano a non perseguire. A volte può succedere che a far meno si possa fare meglio. Ma non accade mai che si possa fare meglio non facendo nulla.

    24 agosto 2011

    Una mobilitazione per cambiare scelte sbagliate <i>di Guglielmo Epifani</i> - Economia - l'Unità

    Mobilitazione straordinaria fino allo sciopero generale per cambiare la manovra per decreto del governo e per una diversa uscita dalla crisi

    Dichiarazione di Maurizio Landini Segretario Generale della Fiom-Cgil



    Non era mai successo che per decreto legge un governo provasse a cancellare l'esistenza del Contratto Nazionale e aprisse alla libertà di licenziare. Inoltre il governo fa una legge "ad aziendam" pro Fiat violando principi costituzionali e la carta europea dei diritti dell'uomo.

    Tutto ciò all'interno di una manovra economica classista che per decreto colpisce in particolare i lavoratori dipendenti sia privati che pubblici, i pensionati ed i giovani, attaccando i principi democratici del nostro paese e non affrontando i nodi e le ragioni che hanno prodotto il debito pubblico e la crisi del nostro Paese.

    La Cgil deve trarre le dovute conseguenze dell'uso fatto dal governo dell'accordo interconfederale del 28 giugno 2011 e delle proposte delle parti sociali del 4 agosto 2011 e convocare urgentemente una riunione dei propri organismi dirigenti.

    E' una manovra, quella del governo, iniqua e sbagliata che colpisce i diritti e il salario dei lavoratori dipendenti, taglia i servizi sociali erogati dai Comuni e dalle Regioni, non colpisce l'evasione fiscale e la corruzione, non introduce una vera patrimoniale ed una vera lotta alle speculazioni finanziarie e non delinea nessuna nuova azione di politica industriale affermando l'idea tragica per il Paese che per uscire dalla crisi bisogna tagliare i diritti, il Contratto Nazionale e lo Statuto dei lavoratori.

    Una manovra in contrasto con il pronunciamento popolare avvenuto nei referendum dello scorso giugno, che riapre alla privatizzazione e liberalizzazione dei servizi pubblici.

    Così il Paese non esce dalla crisi, ma se ne mette in discussione la sua stessa coesione sociale.

    E' necessario pertanto mettere in campo fin dai prossimi giorni una campagna straordinaria di discussione e di mobilitazione in tutto il Paese, per cambiare radicalmente la manovra, compreso il ritiro dei provvedimenti che sanciscono la derogabilità delle leggi vigenti e del Contratto Nazionale e della libertà di licenziare in deroga all'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, fino alla proclamazione dello sciopero generale.

    Maurizio Landini
    Segretario generale Fiom-Cgil

    Roma, 13 agosto 2011

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    Predefinito Rif: CGIL, 6 Settembre Sciopero Generale

    SOCIETÀ
    Dallo sciopero all’opposizione sociale



    Solo tre settimane fa la signora Emma Marcegaglia parlava come portavoce di tutte le parti sociali, compresa la Cgil. Ora questa stessa organizzazione proclama per il 6 settembre uno degli scioperi generali più veri e duri nella storia del Paese. Tra questi due fatti di segno diametralmente opposto non c’è solo di mezzo la manovra disastrosa del governo. La decisione della Cgil è il segno della crisi totale della concertazione, della complicità, della politica di patto sociale. Nonostante le affermazioni del presidente della Repubblica, che ha scelto comunque una delle platee più faziose, quella di Comunione e Liberazione, per esternare il suo appello alla coesione nazionale, l’Italia oggi ha bisogno prima di tutto di un vero conflitto sociale.

    La manovra economica unisce le rappresaglie contro il lavoro di un governo che oramai ha concluso la sua storia politica, con il disegno dei poteri forti dell’economia, in Italia e in Europa, di uscire dalla crisi con una radicalizzazione a destra del sistema economico sociale. E’ inutile nasconderlo o far finta che non sia così. In queste settimane abbiamo assistito a un confronto surreale ove l’opposizione sembrava volere prima di tutto il taglio delle pensioni mentre la maggioranza invece preferiva l’aumento delle tasse per gli stipendi più alti. Nessuno parlava davvero della distruzione del contratto nazionale, dello statuto dei lavoratori, dei diritti del lavoro e, ancor di più, nessuno parlava davvero di una tassazione che colpisca i patrimoni, le grandi ricchezze, la speculazione.
    Così questa crisi si è avvitata in un confronto tra due destre. Quella liberale che proponeva qualche piccola penalizzazione per i ricchi in cambio del liberismo selvaggio per tutti e quella populista che invece preferiva scaricare tutto sugli enti locali e sui dipendenti pubblici. Alla fine ne è venuta fuori una salsa mefitica, di cui una sola cosa è chiara: il 98 per cento di tutti i costi della crisi sono pagati dal mondo del lavoro. La Cgil di fronte a questo ha scelto di fare uno sciopero vero in tempi rapidi per farsi sentire sul serio.

    E’ un segnale importante che deve essere raccolto. Tuttavia è chiaro che questa scelta pratica è in totale contraddizione con i balletti, i documenti, gli incontri del consorzio delle parti sociali. Già la parola parti sociali è un’insopportabile retaggio democristiano. Non ci sono le parti sociali; ci sono i ricchi e i poveri, i padroni e i lavoratori, gli speculatori finanziari e le vittime della crisi. Non sono tutti nella stessa barca. Ora lo sciopero ristabilisce un minimo di senso della realtà in un momento drammatico ma è chiaro che a questa svolta nei comportamenti deve corrispondere un’analoga svolta sul piano della strategia. Mai più, neanche ai tavoli del caffè, la Cgil dovrà affidare alla signora Emma Marcegaglia o a chi per essa il ruolo di portavoce.

    L’accordo del 28 giugno, che il governo ha trasformato in un decreto liberticida deve essere disconosciuto dalla Cgil che deve ritirare la propria firma. Occorre che la crisi la paghino davvero i ricchi e la finanza e occorrono misure immediate a favore del lavoro. Per questo non si può pensare che Monti e Draghi siano un’alternativa a Berlusconi. Essi sono semplicemente l’espressione di un liberismo radicale, tanto più coerente di quello di Berlusconi, quanto più pericoloso. Non si tratta più di inseguire parti sociali o accordi unitari con Cisl e Uil che ancora una volta hanno mostrato di essere dall’altra parte. Bisogna invece organizzare una vera e forte opposizione sociale in grado di mettere in crisi la manovra e per questa via far cadere da sinistra questo governo.

    Questo sciopero è dunque un primo segnale di una svolta. Adesso sta a noi fare in modo che le cose cambino davvero. Bisogna in primo luogo che la giornata di lotta sia di quelle che si ricordano. Bisogna fermare il Paese per fermare la manovra e poi si deve partire da qui per dire definitivamente basta con le politiche di concertazione e complicità che ci hanno condotto a questo disastro.

    Giorgio Cremaschi

    in data:24/08/2011

    Dallo sciopero all'opposizione sociale - Giorgio Cremaschi - Liberazione.it

    Condivido il pensiero di Cremaschi, questo sciopero deciso dalla Camusso e dalla Cgil è sacrosanto e realizzato nella giusta tempistica, ora però dato che all'accordo del 28 giugno il Governo e la Confindustria da una parte e Cisl e Uil dall'altra hanno risposto rispettivamente con una manovra durissima e con l'ennesimo attacco all'articolo 18 i primi e con l'immobilismo nei confronti della manovra i secondi, vista questa situazione quella firma va ritirata.
    Ultima modifica di SteCompagno; 27-08-11 alle 12:36
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    Predefinito Rif: CGIL, 6 Settembre Sciopero Generale

    LAVORO
    Manovra, Gianni Rinaldini: «L'unica risposta a questo attacco al lavoro è il conflitto»



    Gianni Rinaldini, lo sciopero generale della Cgil contro la manovra del governo sta ricevendo più consensi dalla società civile che dalla politica. Solo le forze minori della sinistra vi appoggiano, il Pd oscilla tra l’aperta ostilità dell’area liberal e la prudenza del segretario Bersani, il quale si è limitato a dire che il suo partito sarà presente «a tutte le diverse iniziative» che le forze sociali assumeranno. Tra le critiche alla Cgil, la più ricorrente è che scioperare da soli, senza Cisl e Uil, è un errore. Come rispondi?E’ la solita litania. Ogni volta che decidiamo uno sciopero, l’unica cosa che ci sentiamo dire è «dovete essere uniti». Il che è un modo come un altro per non entrare nel merito delle questioni alla base della nostra mobilitazione. Quando c’è uno sciopero generale, con le relative proposte, uno dice se le condivide o no. Il resto fa parte di quell’incomprensibile linguaggio politicista che poi è alla base della frattura sempre più evidente tra politica e società civile. La cosa che mi impressiona è il fatto che in questa manovra - oltre agli aspetti di iniquità nella redistribuzione della ricchezza, con misure che penalizzano le fasce popolari - c’è un decreto lavoro che rappresenta un’enormità. Nel senso che ci troviamo di fronte alla cancellazione di parte della storia del movimento operaio. Se dovesse passare questa operazione, d’ora in poi attraverso i contratti aziendali si potrà intervenire su tutte le materie relative alla prestazione lavorativa inclusi gli aspetti legislativi, dal controllo degli ambienti di lavoro anche con strumenti audiovisivi, fino alla scelta di non applicare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. In sostanza, salta l’equilibrio costituzionale fondato sui diritti sociali, che sono la sostanza della democrazia, dal momento che quei diritti in quello schema diventano una variabile del mercato. Ora a me pare straordinario che un’operazione di siffatta natura non abbia sollevato l’indignazione delle forze politiche, tanto più di quelle che storicamente avevano rappresentato la sinistra nel nostro paese. Tra l’altro non è un caso che in commissione bilancio del Senato, sul decreto lavoro il Terzo Polo abbia votato assieme al governo. Il che sta a indicare che, quando non c’è il merito, non si fa molta strada.

    La Cisl non la vede così drammatica. Per Bonanni il decreto lavoro non è un problema, anzi «rafforza il potere delle parti». Che non sia preoccupato Bonanni non mi sorprende, perché negli atti compiuti nel corso di questi anni - dal condono fiscale al collegato lavoro - Confindustria, Cisl e Uil hanno perseguito questa strada. Una strada per cui nella globalizzazione non ci sono più vincoli sociali di solidarietà ma tutto viene ricondotto a una logica di mercato. Esattamente ciò che prevede questo decreto.

    Secondo Susanna Camusso, l’articolo 8 della manovra «è un tentativo di cancellare l’intesa del 28 giugno con Confindustria», che invece confermerebbe il ruolo primario del contratto nazionale. Penso esattamente l’opposto. E cioè che non l’accordo ma l’ipotesi di accordo siglata il 28 giugno abbia contribuito ad aprire la strada all’intervento successivo del governo. Così come è stato un errore partecipare al blocco delle forze sociali, sottoscrivendo un documento in sei punti, quando, alla prova dei fatti, è emerso che non c’era nessuna posizione vera di carattere unitario. Oggi i soggetti firmatari del 28 giugno interpretano quell’accordo sostenendo che il decreto lavoro corrisponde a quello che anche la Cgil ha sottoscritto. Mi pare evidente che in queste condizioni quell’accordo non esiste più.

    La proclamazione dello sciopero generale da parte della Cgil rappresenta un cambiamento rispetto alla linea del dialogo con Cisl e Uil portata avanti dalla segreteria nei mesi precedenti? Io credo che questo decreto rappresenti uno spartiacque. A me pare evidente che il sindacato e la Cgil si trovino ad affrontare una situazione totalmente nuova, sconosciuta nella storia repubblicana di questo paese. E quindi lo sciopero generale del 6 non può essere uno sciopero “una tantum” e dopo riprendono le cose come prima. Dobbiamo invece ragionare su come aprire una fase conflittuale nel paese, definendo proposte e pratiche rivendicative che disegnino concretamente una alternativa sociale a quello che sta avvenendo. E’ lì che vedremo se tutta la Cgil è disponibile a questo confronto. In un contesto completamente diverso e molto peggiore, richiamarsi a quelli che sono stati i documenti congressuali lo riterrei un errore.

    Però è vero che uno sciopero generale fatto dalla sola Cgil è meno efficace. Davvero l’unità con Cisl e Uil oggi non ha più senso? Io sono per l’unità sindacale, è nel dna della Cgil. Il problema è che oggi ci troviamo di fronte al fatto che Cisl e Uil hanno scelto, rispetto anche alla crisi dei sindacati provocata dai processi di globalizzazione, un’idea di modello sindacale del futuro che non è quello della Cgil. Ciò fa si che in questa fase non sia all’orizzonte il processo di unità sindacale così come è stato concepito classicamente, perché le differenze tra le organizzazioni sindacali non sono su questo o su quel punto ma sono proprio di carattere strategico. Altra cosa è l’unità d’azione sulle singole questioni, che però può essere possibile nella chiarezza e con le procedure democratiche.

    Secondo Bersani, se Cgil Cisl e Uil sono divise è solo per colpa del governo... Insisto. La cancellazione del contratto nazionale, in una fase di recessione e di crisi, determinerà il fatto che i lavoratori saranno costantemente ricattati dalle aziende: “o accettate le nostre condizioni o vi chiudiamo la fabbrica”. Come ha fatto la Fiat. Ciò rappresenta per questo paese un salto all’indietro di civiltà. Ora, nel merito, dicano se sono d’accordo.

    Per la verità, il Pd ha già detto che l’articolo 8 va eliminato E allora ne traggano le conseguenze.

    Roberto Farneti
    in data:27/08/2011

    Manovra, Gianni Rinaldini: «L'unica risposta a questo attacco al lavoro è il conflitto»
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    Predefinito Rif: CGIL, 6 Settembre Sciopero Generale

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    Predefinito Rif: CGIL, 6 Settembre Sciopero Generale

    Sciopero Generale: Camusso, il 6 settembre per contrastare una manovra insopportabile
    La leader della CGIL in un'intervista a 'L'Unità' spiega le ragioni dello sciopero generale. “Dal vertice di Arcore uscirà una manovra ancora più ingiusta: ci manca solo la tassa sul pane”. “La 'svolta' di Emma Marcegaglia non sarà indolore nei rapporti tra le parti sociali”



    “La manovra sarà ancora peggiore dopo il vertice tra Berlusconi e Bossi. Ci manca solo la tassa sul pane, poi c’è tutto per colpire le famiglie, i lavoratori, i pensionati”.

    Oggi riaprono fabbriche e uffici, ad Arcore il governo cerca di limare l’ultima versione della stangata e Susanna Camusso, segretario generale della CGIL, parla della preparazione dello sciopero generale del 6 settembre in uno scenario politico e istituzionale sempre più preoccupante:

    “Altro che ascoltare gli appelli al confronto, raccogliere le indicazioni del presidente Napolitano.Nonc’è discussione, non esiste dialogo, una volta che la maggioranza riesce a trovare un faticoso accordo tutti si devono adeguare”.

    Qual è il segno politico e sociale della manovra rivista e corretta? “L’elemento centrale è che il dato di iniquità di questa manovra viene rafforzato. Chi ha di più, chi evade le tasse non paga, si aggiungono invece tasse per colpire sempre i soliti. L’Iva non è una tassa sui ricchi, riguarda i consumi soprattutto quelli della povera gente. I consumi obbligati sono i più penalizzati. Vorrei segnalare che l’intervento sull’Iva era indicato da Tremonti come clausola di salvaguardia. A questo punto siamo già nel programma di tagli lineari all’assistenza. Dove finirà la delega sul fisco?”

    Emma Marcegaglia ha parlato di ricerca di tasse esotiche ma ha difeso l’articolo8del decreto che colpisce i lavoratori. Sorpresa? “Delle parole pronunciate da Emma Marcegaglia negli ultimi giorni mi colpiscono due cose. Il presidente di Confindustria ha cambiato opinione, ha negato l’idea che ci potesse essere una patrimoniale per riequilibrare il peso dei sacrifici: anche lei alla fine ha dato per scontato che devono pagare i lavoratori e i pensionati, mentre altri non pagano mai dazio”.

    La seconda cosa? “È l’affermazione sull’articolo 8 che sarebbe congruo con l’accordo tra le parti sociali del 28 giugno: parole sorprendenti. Ha detto che l’articolo 8 non si tocca, un linguaggio che ricorda ben più nobili battaglie. La scelta di Confindustria pone due gravi problemi. Primo: dal mio punto di vista Marcegaglia ci sta comunicando che gli accordi non sono esigibili e che le parti non hanno funzione. Abbiamo speso un mese per costruire un’opinione condivisa sull’autonomia della rappresentanza sociale, il governo interferisce su una materia di cui si devono occupare sindacati e imprese. Confindustria, invece di opporsi, si adegua al diktat del governo. È un fatto molto grave per la CGIL perché vuol dire che mentre discutevamo per definire un accordo, per altri, come Marcegaglia, valevano molto di più gli incontri clandestini e separati con Sacconi”.

    Addio accordo del 28 giugno? “Il comportamento di Confindustria apre un problema: o si mette rapidamente riparo a questo strappo che vìola l’accordo del 28 giugno oppure la CGIL aprirà vertenze azienda per azienda affinché sia rispettato l’equilibrio tra contratto nazionale e la contrattazione di secondo livello. La CGIL quando firma gli accordi è abituata a rispettarli, se per altri basta un incontro con Sacconi per cambiare idea bisogna dirlo. Non siamo noi a rompere l’accordo, sono altri che lo stanno violando e che vogliono tornare al 2009, con l’esclusione della CGIL. Così non si va da nessuna parte”.

    Alcuni nel Pd hanno criticato la scelta dello sciopero. Se l’aspettava? “Noto una stranezza. La CGIL, lo ricordo, non ha chiesto a nessuno, nemmeno al Pd, di aderire allo sciopero. Non c’è l’ obbligo di partecipare. Se ci sono forze sociali o politiche che condividono la nostra piattaforma sono contenta, ma la CGIL è un’organizzazione con milioni di iscritti e risponde solo a loro. Ci sono posizioni, però, che si fanno fatica a comprendere”.

    Mi faccia un esempio. “Mi stupisce che non ci sia una dicussione sul merito delle nostre proposte. Abbiamo tanti difetti,ma all’origine delle nostre battaglie ci sono sempre piattaforme precise. Chiediamo “crescita”, “equità”, “giustizia sociale”. Quantomeno quelli che hanno da ridire sullo sciopero dovrebbero difendere con più forza l’accordo del 28 giugno. Invece confondono le cause con gli effetti. Non è stata la CGIL a provocare la rottura,ma il governo. Ci volete proporre lo sciopero postumo, così non disturbiamo? Lo spazio sindacale è quello di cambiare le cose. Diteci dove sbagliamo: sull’articolo 8, sul no ai tagli all’assistenza, sulla difesa dei diritti dei lavoratori?”.

    Cosa ne sarà del patto con CISL e UIL? “Rispettiamo i patti firmati. Quando si fanno accordi non si cambiano le carte in tavola. Ora passa lo slogan che se ci sono i tagli alla politica allora la manovra diventa equa. Non è vero. Ho dei dubbi, poi, che una grande forza sociale debba cavalcare i venti dell’anti-politica: non fa bene al sindacato. Ci dicono inoltre che dobbiamo stare tranquilli perché dopo la stangata ci sarà la riforma fiscale che produrrà chissà quali benefici. Ma la delega è costruita sull’obiettivo di trovare 20 miliardi. Sono arrivati alla terza manovra e non c’è il sol dell’avvenire”.

    In che condizioni riprende l’attività economica? Come sta il Paese? “Vedo un Paese preoccupato, spaventato, colpito dalla brutalità della crisi e dall’accelerazione dell’ emergenza. Si parla dei crolli delle borse e sono scomparsi dal dibattito pubblico i dati del lavoro e dell’occupazione, i giovani e le donne. Le famiglie parlano di queste cose, c’è un’altissima preoccupazione e si rafforza la convinzione che è sempre più difficile cambiare registro. Si fa strada l’idea che i corpi di rappresentanza sociale non hanno più ruolo, un’idea che trova spazio anche nell’opposizione. Mi spaventa il degrado delle relazioni tra istituzioni e Paese, tra i problemi e gli strumenti del governo. Cosa c’entra la decretazione d’urgenza con il lavoro, il 25 aprile, o con l’articolo 9 che impone il collocamento obbligatorio ai disabili, è una vergogna”.

    Sul lavoro Sacconi dice chel’intervento lo ha chiesto la Bce. “Non è vero. Sono pronta a leggere la lettera inviata dalla Bce al governo e a confrontare le richieste di Francoforte con la manovra”.

    Il referendum sull’acqua è dimenticato, i suoi effetti rischiano di essere ribaltati e il governo fa finta di niente... “È clamoroso. Stefano Rodotà scrive che ormai si dà per scontato che per decreto si cambia la Costituzione. Il governo vuole cancellare l’esito del referendum. Noi siamo contrari alle privatizzazioni dei servizi pubblici locali. Se una municipalizzata perde a chi la vendi, se guadagna perché un Comune deve perdere risorse? È pura ideologia. Diamo invece una dimensione adeguata alle municipalizzate piccole, rendiamole più efficienti”.

    Avete una settimana per preparare lo sciopero. Come sarà? “La situazione è difficile, c’è poco tempo. Ma non cerchiamo un successo per il nostro orgoglio. La CGIL vuole contrastare una manovra insopportabile nella convinzione che lavoratori e pensionati non si possono più fare carico da soli di salvare un’altra volta il Paese. Abbiamo sempre fatto la nostra parte, la faremo anche questa volta. Non ci ritiriamo sull’Aventino”.

    CGIL - Sciopero Generale: Camusso, il 6 settembre per contrastare una manovra insopportabile
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  7. #7
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    Predefinito Rif: CGIL, 6 Settembre Sciopero Generale

    Come minimo, lo sciopero
    Lunedì scade il termine degli emendamenti. Alfano e Calderoli fanno girare le carte ma l'ultima speranza è il solito vertice dei due settantenni ad Arcore. Intervista a Sergio Cofferati. L'ex segretario Cgil: «Manovra classista: sceglie a chi far pagare la crisi» Con il precipitare della crisi il Pd dovrà rifare i conti. I suoi obiettivi sono più simili a quelli della Cgil che a quelli del governo



    «La disoccupazione reale, calcolata aggiungendo ai dati Istat i numeri di chi è in cassa integrazione senza un futuro lavorativo, supera il 13%. La disoccupazione giovanile è sopra il 30%. Infine, e questo è forse il dato più preoccupante, un italiano su quattro vive al di sotto della soglia di povertà. Ma di questo non si parla, tutto il dibattito politico è concentrato sulla riduzione del debito». Sergio Cofferati snocciola dati impressionanti, «in peggioramento perché nell'anno in corso il Pil sarà inferiore a quello stimato», il che vuol dire che «non ci sarà occupazione aggiuntiva». In un contesto come questo, una manovra come quella del governo «che in altri tempi avremmo definito classista, rischia di produrre effetti sociali devastanti».

    Perciò l'europarlamentare del Pd condivide la scelta della Cgil, il sindacato di cui è stato segretario generale, di chiamare allo sciopero generale, «anche se la lotta sarà dura e bisognerà attrezzarsi a resistere nel tempo». Cofferati non capisce le perplessità, se non addirittura l'ostilità del suo partito rispetto alle ineludibili iniziative di lotta. «Ma sarà la dura realtà, sarà il precipitare della crisi sulla pelle dei più deboli a costringere il Partito democratico a rifare i suoi conti. I fatti sono più pesanti delle chiacchiere e degli equilibrismi».

    Partiamo dalla manovra: classista e unicamente incentrata sulla riduzione del debito, dici. Qual è la filosofia che la anima?

    Alla base c'è la cecità di chi crede che la riduzione del debito, pur importante, possa consentire l'uscita dalla crisi. Senza crescita dove vai? E con quale coesione sociale?
    Per crescere bisogna investire, ma nella manovra non ci sono investimenti. Io credo che gli eurobond e una tassa sulle transazioni finanziarie siano passi indispensabili per sostenere le popolazioni europee, arginare la speculazione e attivare politiche keinesiane classiche di investimenti. Dando la priorità alle infrastrutture - e non penso certo al ponte di Messina o ad altre opere faraoniche - alla conoscenza - scuola, ricerca, formazione - e alla qualità del lavoro.
    Per fare tutto questo non credo che bastino gli eurobond e la Tobin tax.
    È ovvio. Serve una scelta opposta a quella che anima la manovra governativa, ripeto, classista perché seleziona accuratamente i soggetti, le fasce sociali, le classi a cui far pagare la crisi e quelle da salvare dalla mannaia, a cui non si chiede alcun sacrificio. Sbaglia l'opposizione a sorprendersi, queste sono da sempre la linea e la pratica del governo Berlusconi. Per rimettere in moto il paese è ineludibile una tassa sui patrimoni, non si esce dalla paralisi con provvedimenti a carico in parte del ceto medio e in toto dei ceti più deboli. Intervenendo sull'Irpef e con i tagli, il governo costringerà gli enti locali a far pagare i costi agli utenti poveri e alle famiglie numerose abbattendo il welfare sociale, di cui probabilmente la famiglia di Emma Marcegaglia può fare a meno. Invece, bisogna girare lo sguardo sulle grandi ricchezze e sui patrimoni. Non serve denunciare l'evasione fiscale, piuttosto la si colpisca, non è poi così difficile: basterebbe mettere a confronto stili di vita e proprietà, barche e automobili di lusso e ville con le dichiarazioni dei redditi. Certo, i negozianti devono fare lo scontrino, ma senza dimenticare che il grosso dell'evasione viene da più su.

    Crescita è una parola buona per tutte le stagioni. C'è crescita e crescita.

    Penso anch'io che dobbiamo costruire un'altra idea di sviluppo. Obama aveva iniziato a parlare della sostenibilità ambientale (e sociale, aggiungo io) dell'economia, ma ora la crisi sembra aver derubricato il tema. Non dev'essere così per noi. Così come si tenta di strumentalizzare la crisi per colpire la dimensione sociale del lavoro, fatta di qualità, dignità, diritti, conoscenza. Che c'entra con questo il debito? Niente. Si tratta di un'operazione vistosissima, neanche camuffata, per modificare le relazioni sociali consolidate e la civiltà del lavoro. Ho trovato una conferma di queste mie riflessioni nei due articoli bellissimi di Umberto Romagnoli sul manifesto. Vengono stravolti i patti costitutivi, con l'introduzione del concetto che la contrattazione può modificare la legge, mettere in mora lo Statuto dei lavoratori, l'articolo 18. Si vanifica il contratto nazionale attraverso le deroghe, riducendolo a simulacro per i più deboli, in un paese in cui il 70% dei lavoratori non ha contrattazione integrativa. Il contratto nazionale è stato voluto proprio per uniformare le condizioni a vantaggio dei più deboli e tutelare le imprese dalla concorrenza sleale.

    Per non parlare dell'effetto retroattivo inserito nell'articolo 8 della manovra.

    È il riconoscimento e la generalizzazione del «contratto Fiat», compresa la clausola ad escludendum dei sindacati non firmatari, come ci ricorda sempre Romagnoli. È miope chi pensa che il problema riguardi solo la Fiom, domani in base a quel principio può toccare a tutti: si spinge verso la formazione di sindacati di comodo. La retroattività trasforma il modello Fiat in un modello generale, mentre dà a Marchionne la possibilità di restare in Confindustria, si impone alle aziende che avevano rifiutato di aderire alla filosofia del Lingotto.
    Il governo dicono di aver scritto l'articolo 8 della manovra per sostenere l'accordo del 28 giugno tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil sui contratti e la rappresentanza.
    Ho già testimoniato sul manifesto le mie critiche a quell'accordo, ma il fatto nuovo è che la manovra lo cancella. Inutile girarci intorno e raccontare fandonie.

    Dunque, bene ha fatto la Cgil a indire lo sciopero generale?

    Per far fronte a un disegno politico che mentre approfondisce le diseguaglianze sociali aggredisce diritti e agibilità sindacali, sarebbe ovvio che tutte le organizzazioni sindacali mettessero in campo grandi iniziative volte a parlare a tutti delle conseguenze sociali devastanti della manovra, nel medio ma anche nel brevissimo tempo. Lo denuncia con nettezza anche Famiglia cristiana, quando individua correttamente le vittime della ricetta Tremonti nelle famiglie e nelle fasce più deboli. Serve informazione, insieme a un confronto con gli enti locali, e insieme una campagna di lotta compreso lo sciopero generale. Se Cisl e Uil si chiamano fuori, alla Cgil non resta che andare avanti, anche da sola. Si tratta di un percorso impegnativo che non si esaurisce con uno sciopero generale, bisognerà attrezzare il movimento a durare nel tempo.

    Sei stato segretario generale della Cgil e militi nel Partito democratico. Come vivi la posizione del tuo partito, passato dall'equilibrismo tra posizioni inconciliabili a una scelta netta: contro la Cgil che indice lo sciopero?

    Per me è difficile comprendere la ratio di certe posizioni. Se il Pd ha un'ipotesi alternativa a quella del governo, e ce l'ha, avrà pur bisogno di sostenerla. Nessuno può essere così sciocco da pensare che l'unico modo per sostenerla sia il dibattito parlamentare, servono iniziative politiche. Tanto più che l'opposizione da tempo sostiene che la crisi è grave, in Italia è più pesante che altrove mentre il governo l'ha sempre ignorata o nascosta. Allora, ripeto, bisogna sostenere con le iniziative politiche e la mobilitazione le proprie scelte alternative, spiegandole alla gente. Che senso ha sorprendersi o addirittura manifestare insofferenza se la Cgil si incammina sulla strada della mobilitazione e lo fa con gli strumenti che ha, cioè con lo sciopero? Già in autunno gli effetti del combinato disposto crisi più manovra provocherà conseguenze pesanti. Credo fermamente nell'autonomia reciproca tra sindacati e partiti, però ora l'opposizione dovrebbe rendersi conto che i suoi obiettivi sono oggettivamente più simili a quelli della Cgil che non a quelli del governo.

    Credi che sia ancora possibile una battaglia per ricollocare il Pd su posizioni più comprensibili?

    Credo che la sofferenza dell'autunno ci chiamerà in causa tutti, per dare orizzonti politici e sociali al peggioramento della vita dei ceti più deboli e più colpiti. I fatti sono duri, ci costringeranno realisticamente a ricollocarci. Vedi, in Italia non ci sono mai stati conflitti durissimi come in altri paesi europei grazie alla presenza di corpi intermedi che hanno garantito una mediazione sociale. Ora sono a rischio proprio questi corpi intermedi, penso anche agli enti locali a cui vengono sottratti strumenti e risorse che storicamente hanno consentito di evitare l'esplosione di conflitti incontrollati, grandi esplosioni sociali. Se questa rete si rompe, se le sue maglie si strappano e si stanno strappando, tutto diventerà più complicato. Questi sono i fatti che dovranno far riflettere tutti, anche il mio partito.

    Loris Campetti

    [Articolo su il manifesto del 27/08/2011]

    fonte : IL MANIFESTO
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    Predefinito Rif: CGIL, 6 Settembre Sciopero Generale

    Airaudo: “Sarà la guerra dei deboli”di LUCA TELESE



    Su questa manovra diamo un giudizio articolato: in parte è iniqua. E in parte è sbagliata”. Sorride amarissimo Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom. Scherza con le coppie di giudizio dello slang sindacalese classico, solo per velare la rabbia che i dirigenti del sindacato metalmeccanico provano in queste ore: “La realtà che dobbiamo spiegare al Paese è ancora più drammatica. Questo governo ha approfittato di un provvedimento dettato dalla crisi per introdurre, di contrabbando, ma nemmeno troppo, la possibilità di licenziare”.

    Scusi Airaudo perché parte da questo punto?
    Perché le norme che Sacconi ha infilato nella finanziaria, quasi di soppiatto, non portano un solo euro nelle tasche dello Stato. Quindi la prima domanda da farsi è: perché finiscono nella manovra?

    Perché?Io credo che il governo voglia approfittare di un percorso che sul piano parlamentare potrebbe diventare blindato, per infilare un provvedimento a dir poco controverso, che in altro modo non sarebbe passato…

    E poi?E poi c’è il primo trucco: siccome il dibattito è catalizzato sugli aspetti finanziari sperano che l’opinione pubblica sia distratta da questi temi.

    E voi che farete?In primo luogo tutto quello che serve per ottenere l’effetto contrario. È ora che gli indignados italiani, quelli che lavorano e pagano sempre, facciano sentire la propria voce.

    E da dove si comincia?
    Maurizio Landini, chi parla e tutto il gruppo dirigente della Fiom, siamo convinti che la nostra organizzazione debba diventare il punto di riferimento della protesta, nel modo più antico e democratico che questo Paese conosce.

    Ovvero?Occuperemo in modo permanente, per tutti i giorni del dibattito parlamentare l’agorá. Ovvero le piazze che sono nelle immediate vicinanze del Parlamento…

    Vi diranno che avete tentazioni golpiste? È esattamente il contrario: in un momento grave per la storia del Paese, democrazia vuol dire che deputati e senatori della Repubblica discutano con la voce dei cittadini nelle orecchie.

    Qual è la cosa più grave che denunciate?La crisi, di fatto, viene usata per cambiare i rapporti di forza nella società a sfavore di chi lavora.

    Cosa accade in concreto?Si aggira l’articolo 18 e si scardina il contratto inserendo nella finanziaria la possibilità di derogare le leggi vigenti.

    Risultato?Sarà la guerra ai più deboli. Immaginate un’azienda in crisi che dice ai suoi dipendenti: o chiudiamo, oppure ci date la possibilità di licenziare alcuni vostri colleghi.

    L’accordo sindacale del 28 giugno, che la Cgil ha firmato, e che voi state combattendo rende più facile questo scenario?
    Io credo che il combinato disposto sia micidiale: se si fa l’accordo a maggioranza semplice non bisogna nemmeno votarlo. E con quell’accordo si scardinano i diritti.

    Dicono che la possibilità di licenziare migliorerà il mercato del lavoro.Purtroppo la possibilità esisteva già e si chiama stato di crisi e mobilità. Adesso si può creare un meccanismo ancora più perverso: si può chiedere ai dipendenti di licenziare i loro compagni di lavoro. Magari dicendo “salviamo solo quelli di Belluno, o solo gli italiani”. Ma questo andrebbe contro il principio anti-discriminatorio che è nella Costituzione… Nessuno ti licenzia perché sei donna o perché sei terrone. Usano sempre “giustificati motivi” ma ti licenziano proprio perché sei donna, perché sei negro, perché sei terrone. Adesso sarà più facile.

    Ma i licenziamenti collettivi c’erano anche ora.
    Sì, ma non erano discriminatori. La differenza è che grazie ai contratti abbiamo potuto garantire i più deboli, accompagnare con gli ammortizzatori molti che sarebbero rimasti in mezzo a una strada. Adesso resterà solo la strada.

    Cambia qualcosa per la Camusso?
    Io credo che non lei, ma gli altri sindacati sapessero. Ma adesso che sappiamo tutti, cosa preparavano, la Cgil debba riflettere sulla pericolosità di questa trappola.

    http://www.lucatelese.it/?p=4923
    Ultima modifica di SteCompagno; 30-08-11 alle 16:30
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    Pieno appoggio allo sciopero :giagia:
    IL BACICCIA E' BULICCIO

    Bossi, un disastro, una mente contorta e dissociata, un incidente della democrazia italiana, uno sfasciacarrozze con il quale non mi siederò mai più allo stesso tavolo.

    (Silvio Berlusconi, 1994)

 

 
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