di Alberto Mingardi
Cosa penseremmo di un governo che obbligasse i sindaci a rendere pubblici, su appositi registri, gli orientamenti sessuali dei cittadini dei rispettivi comuni?
Ne saremmo, com'è giusto, inorriditi. C'è un'idea di "privatezza" che è cresciuta nei secoli, fino a diventare parte integrante del nostro vivere civile. Quest'idea si basa sul fatto che non siamo obbligati a dire tutto di noi ad altri esseri umani. Man mano che le società si sono fatte più estese, le relazioni hanno smesso di essere inevitabilmente "faccia-a-faccia". Siamo usciti dalla logica del piccolo gruppo, imparando a sviluppare rapporti anonimi che fanno, in buona sostanza, la nostra libertà.
Il celeberrimo passo in cui Adam Smith ci rammenta che non dobbiamo appellarci alla benevolenza del macellaio per avere carne sulle nostre tavole dice tutto su quanto di più miracoloso vi sia stato nella nostra storia: l'aver trovato il modo di superare le relazioni tribali, di amicizia e inimicizia sanguigne e viscerali, che ci hanno costretto da che l'uomo è sulla terra. Oggi sono atavismi relegati ad ambiti intensi ma periferici della nostra esistenza, tipo il calcio e la politica. Il risultato non è solo "più efficiente" che andare a comprare il pane esclusivamente da parenti-dei-parenti, perché di loro soltanto ci si può fidare, ma è anche più "civile". La "privatezza", lo scegliere di ignorare intere dimensioni gli uni degli altri, è figlia e madre della nostra libertà. Noi sappiamo tutto dei componenti del "piccolo gruppo", di madri padri figli e nonni, non del resto del mondo. Il non sapere ci aiuta a non giudicare. Il non giudicare ci facilita una convivenza serena e serenamente superficiale.
Per quale motivo i rapporti economici dovrebbero seguire regole diverse? Perché il denaro dovrebbe esigere una dimensione scrupolosamente "non-privata"? Costringere i sindaci a pubblicare i redditi degli italiani è lo stesso che fargli distribuire triangoli di diversi colori, da appuntare sul bavero. Se comprendiamo che esiste un diritto del nostro prossimo a selezionare cosa vuole e non vuole farci sapere di sé, non c'è ragione di fare eccezione per i redditi, il patrimonio, il quattrino. E' proprio questo il vero nodo. Da anni ci fabbrichiamo difese contro il "controllo sociale", cerchiamo di stemperare le influenze improprie dei gruppi sul comportamento degli individui. I comportamenti economici dovrebbero fare eccezione? Solo in questo frangente, a una società ritenuta altrimenti inabile a governarsi da sé, viene chiesto di supplire all'inefficienza dei controllori, facendo leva sull'invidia sociale. Perversa sussidiarietà esattoriale.
In un paese come l'Italia, in cui la cultura politica resta soverchiamente incapace di accettare il successo economico come altro che un'intollerabile beffa del destino ai danni di chi non è riuscito a raggiungerlo, gli esiti di un pubblico invito alle spiate fiscali sono prevedibili. E sarebbero disastrosi anche per i "controllori", dacché la moltiplicazione delle anticamere della verità non rende certo più veloce arrivarci, alla verità.
Ma soprattutto: vogliamo davvero essere tutti "ausiliari della tassa" in borghese, vogliamo davvero fare del sospetto fiscale un elemento costitutivo del nostro essere con gli altri, vogliamo davvero disossare di ogni elemento "economico" la dimensione del privato? I pubblici elenchi preludono alla gogna: sono pensati per quello. La lotta non all'evasione ma alla dimensione del "privato", perché di questo stiamo parlando, farà di noi sempre meno una società libera e sempre più una grande tribù. Coi suoi stregoni, coi suoi ostracismi, coi suoi sacrifici umani.
Da Il Foglio, 2 settembre 2011




Rispondi Citando