Repubblica, 27.08.2011, Pg. 1 e Pg. 37
Il Pd, la Cgil e la contro-manovra quant’è difficile fare opposizione
TITO BOERI
LA CGIL ha indetto uno sciopero generale contro una manovra che non c’è, dato che il decreto di Ferragosto viene ormai sconfessato anche dai ministri che lo hanno approvato.
Il Pd da allora si interroga su che po- sizione prendere, lacerato tra chi sostiene la scelta del maggiore sin- dacato italiano e chi, invece, ritiene che sia quantomeno intempestiva. Se non è facile governare in condizioni di emergenza, è ancora più difficile essere all’opposizione in questi frangenti. Bi- sogna salvare il Paese senza coprire le re- sponsabilità di chi ci ha portato sull’orlo dell’abisso. E non è certo agevole spie- gare dai banchi dell’opposizione che bi- sogna accettare ulteriori sacrifici, quan- to sia forte il rischio che stiamo correndo e quali scelte ben peggiori dovranno es- sere fatte se il Paese affonda. Il modo mi- gliore per riuscire in questo intento è da- re l’esempio col proprio comportamen- to responsabile. È un modo al tempo stesso di offrire un contributo fonda- mentale al salvataggio del Paese. Non è un caso che il presidente della Repubbli- ca Napolitano abbia nelle ultime setti- mane ripetutamente sollecitato com- portamenti di questo tipo. Servono a rassicurare chi sta decidendo se rinno- vare o meno i nostri titoli di stato in sca- denza. Bisogna convincerli che chi po- trebbe essere chiamato a guidare un go- verno dopo le prossime elezioni farà non solo meglio, ma anche molto meglio di un esecutivo che si è rilevato del tutto inadeguato nel gestire l’emergenza. Purtroppo il decalogo di proposte pre- sentato da Bersani martedì alla stampa e mercoledì alle parti sociali non ha né i numeri, né i contenuti per riuscire in questo intento. Era stato preannunciato come una vera e propria “contro-mano- vra”. Di “contro” nel decalogo c’è molto. Di “manovra” molto meno. Più o meno un decimo di quanto sarebbe necessa- rio. Quasi metà del testo consiste in cri- tiche alla manovra del governo. Il resto.
del documento è un elenco di titoli ge- nerici, più che un insieme coerente e ar- ticolato di proposte. Ed è un elenco che trascura del tutto il 90 per cento del no- stro bilancio pubblico: non una propo- sta sulla previdenza (40 per cento della spesa corrente primaria), non una sulla sanità (17%), oppure su istruzione ricer- ca e cultura (13%), difesa e ordine pub- blico (8%) agricoltura, trasporti ed ener- gia (5%), ammortizzatori e assistenza (4%), ambiente e sviluppo urbanistico (2%). E sì che i tagli da qualche parte do- vremo pur farli. A ben vedere di tagli alla spesa pubblica nel decalogo di Bersani c’è solo il dimezzamento delle province (perché non abolirle del tutto?) e dei par- lamentari (perché non ridurli a un terzo mettendoci in linea con le altre demo- crazie in termini
di rapporto fra eletti ed eletto- ri?), gli accorpa- menti delle fun- zioni dei Comuni con meno di 5000 abitanti (perché non parlare più esplicitamente di fusione, il che tra l’altro non porrebbe i pro- blemi di costitu- zionalità che in- sorgono toglien- do funzioni ad al- cuni Comuni?) misure giuste, ma ancora par- ziali, al punto che difficilmente possono portare risparmi supe- riori al miliardo di euro. A fronte di queste sforbi-
ciatine, ci sono spese aggiuntive (o man- cate entrate), come quelle legate alla sta- bilizzazione dell’agevolazione fiscale del 55% per l’efficienza energetica (in scadenza a fine 2011), il finanziamento dei progetti per l’innovazione tecnolo- gica italiana e la ricerca, il finanziamen- to pluriennale del contratto di appren- distato e l’abolizione dell’abolizione dell’Istituto per il commercio estero. Ve- ro che c’è un piano di dismissioni nel de- calogo, ma è ridotto anch’esso al lumici- no. Si tratta unicamente di vendite di im- mobili, anziché di partecipazioni in so- cietà quotate. Dovrebbe portare a racco- gliere 25 miliardi: in termini strutturali significa risparmi per circa 800 milioni all’anno in spesa di interessi sul debito.
La parte più convincente del decalo-
go sono le misure di contrasto all’eva- sione, che abbassano le soglie di traccia- bilità (a 300 euro), anche se non sembra- no ancora utilizzare le rilevazioni sui pa- trimoni, che potrebbero davvero per- mettere di localizzare i grandi evasori. Il grosso della “manovra” sono le entrate, a partire dalla tassa sui grandi valori im- mobiliari, che assomiglia molto al ripri- stino dell’Ici sulla prima casa abolita a inizio legislatura. Si può essere più o me- no d’accordo con alcune di queste mi- sure, ma è del tutto evidente che non av- vicinano neanche lontanamente l’o- biettivo dei 40 miliardi di aggiustamen- to. Coprono, a mala pena, un decimo di questo. Ed è ancora più evidente che il contributo delle entrate al piccolo ag- giustamento proposto dal Pd è addirit-
tura superiore a quello della ma- novra del gover- no.Ècomesesi cercasse di rassi- curare i parenti al capezzale di un malato che ha un’emorragia, offrendo nuove trasfusioni, nuo- vi prelievi del sangue agli italia- ni, anziché di- mostrarsi capaci di bloccare l’e- morragia. Se si vuole essere me- no ambiziosi nel miglioramento dei saldi, biso- gnerà dimostrar- si in grado di ta- gliare in modo permanente la spesa corrente e di saper fare
quelle riforme strutturali che aumenta- no la partecipazione al lavoro e la di- mensione dei mercati permettendoci di tornare a crescere. Invece di misure a fa- vore dello sviluppo nel decalogo c’è solo un imprecisato piano di liberalizzazioni degli ordini professionali e delle farma- cie. Difficile pensare che il manteni- mento dello status quo in termini di po- litiche del lavoro richiesto nel decalogo (ottavo comandamento) o il ripristino del reato di falso in bilancio (nono) pos- sano affrontare i problemi della bassa crescita del nostro paese.
Speriamo che gli emendamenti che lunedì verranno presentati al Senato dal Pd e dalle altre forze politiche siano di ben altro tenore. Perché c’è bisogno davvero di una contro-manovra, che faccia tagli veri e stimoli la crescita non aumentando ulteriormente la pressio- ne fiscale, ma semmai creando le condi- zioni per una sua graduale riduzione. C’è bisogno di una manovra che orienti le poche risorse disponibili a sostegno dei poveri creati nella recessione, fra i qualinonfiguranocertocolorochesiap- prestano a prendere la pensione d’an- zianità. Dato che risorse per l’assistenza ai poveri ce ne sono comunque poche, bene che un partito come il Pd si chieda anche se è giusto che la fondazione Monte dei Paschi, ai cui vertici è assai be- ne rappresentato, si indebiti per soste- nere l’aumento di capitale della banca conferita. Non possiamo più permetter- ci il lusso di enti che, invece di persegui- re unicamente le proprie finalità sociali diversificando il proprio portafoglio on- de meglio salvaguardare il proprio patri- monio, decidono consapevolmente di dissanguarsi per mantenere il controllo delle banche. Anche in questo caso si tratta di dare il buon esempio, sceglien- do con coraggio le proprie priorità.