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  1. #1
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    Predefinito Van Gogh e Gauguin: un giallo a regola d'arte.

    Luigi Mascheroni

    L'ORECCHIO DI VAN GOGH FU TAGLIATO DA GAUGUIN (?)




    Vincent Van Gogh, Autoritratto con orecchio bendato e pipa (1889)



    Un giallo abbagliante, come solo i gialli di Van Gogh sanno essere. È quello che avvolge il rapporto, in bilico fra feroce invidia e amore sublime, fra due tra i pittori più celebri della modernità. Ora, una nuova pennellata di colore rosso-sangue arricchisce il quadro della loro tempestosa relazione: smentendo una verità ormai archiviata dalla storia dell’arte, un libro-rivelazione avanza l’ipotesi che non fu Vincent Van Gogh a tagliarsi in un impeto di follia l’orecchio sinistro, destinato a caratterizzare celebri e oggi quotatissimi autoritratti del pittore bendato. Fu invece l’amico e rivale (e amante?) Paul Gauguin a colpirlo, con una sciabola. Prima di stringere con Vincent un diabolico patto del silenzio e quindi darsi alla fuga.

    Per oltre un secolo la versione raccontata dalle biografie e dai libri di storia è quella che vede Vincent Van Gogh, nella primavera del 1888, partire, assetato di luce, per Arles, in Provenza, luogo in cui «esploderà» la sua pittura: affitta un piccolo appartamento in Place Lamartine (la celebre «casa gialla»), dove studia e dipinge. E dove, dopo numerosi inviti, lo raggiunge, a ottobre, l’amico Paul Gauguin. In precario equilibrio nervoso il primo, più saldo e meno eccitabile il secondo, i due artisti lavorano insieme, ma dopo le prime settimane di apparente serenità, i rapporti si incrinano. Drammaticamente. «Vincent ed io non possiamo assolutamente vivere insieme per incompatibilità di carattere - scrive Gauguin a Theo Van Gogh, fratello di Vincent, il 20 dicembre - ed entrambi abbiamo bisogno di tranquillità. È un uomo di notevole intelligenza, lo rispetto, e mi dispiace dovermene andare; ma, ripeto, è necessario». Il 23 dicembre, secondo quanto poi racconterà Gauguin, Van Gogh tenta di colpirlo con un rasoio, mentre lui, spaventato, lascia la casa andando a dormire in albergo. Durante la notte Vincent, in preda al delirio, si taglia il lobo dell’orecchio sinistro (il destro negli autoritratti dipinti allo specchio), lo avvolge in un giornale che poi consegna a Rachel, una prostituta che frequentavano entrambi i pittori, e infine sviene nel suo letto, dove lo ritroveranno il mattino successivo (quando Gauguin sta già scappando a Parigi). La ferita, secondo le interpretazioni dei critici, segna l’irrimediabile discesa verso la follia che sette mesi più tardi, nel luglio 1890, avrebbe portato il maestro olandese al suicidio, con un colpo di pistola.


    Paul Gauguin, Autoritratto (1893)

    Così la versione ufficiale. Ora due studiosi tedeschi, Hans Kaufmann e Rita Wildegans, nel loro libro uscito in Germania con il titolo Van Goghs Ohr, Paul Gauguin und der Pakt des Schweigens (L’orecchio di Van Gogh, Paul Gauguin e il patto del silenzio) rileggono il «dramma di Arles» alla luce di una nuova «verità», suffragata dall’esame dei rapporti di polizia dell’epoca e vecchi ritagli di stampa. Gauguin e Van Gogh quella notte litigarono violentemente: forse per divergenze artistiche, forse per contendersi nel bordello della città i favori di Rachel, molto più probabilmente perché il francese voleva andarsene mentre il pittore olandese non accettava l’idea di essere abbandonato. Sta di fatto che per difendersi dall’aggressione di Vincent, Gauguin, abile spadaccino, lo colpisce all’orecchio con un fendente della sua spada. Poi, prima di fuggire, inventa la versione dell’automutilazione, che Vincent sostiene anche davanti alla polizia e ai medici dell’ospedale dove rimane ricoverato tre giorni. Per tacito assenso, non confesserà mai la verità, nella speranza di convincere l’amico a continuare la vita in comune («perché lo adorava», scrivono i due storici tedeschi).

    Il pittore dei Girasoli e della Notte stellata, insomma, non era pazzo, come si è creduto per oltre un secolo, e come hanno sostenuto gli stessi Georges Bataille e Antoine Artaud che negli anni Trenta del ’900 lessero nel gesto di Van Gogh un significato «sacrificale» che rendeva la follia un elemento essenziale per l’arte moderna, o come raccontò anche il film-culto Lust for Life (Brama di vivere), del 1956, in cui il regista Vincent Minnelli affida a Kirk Douglas il compito di tagliarsi l’orecchio (fuori scena). La mutilazione più celebre della storia dell’arte, “semplicemente”, è la conseguenza di un banale litigio... Sul quale, detto per inciso, più di un esperto mantiene il dubbio. Pascal Bonafoux, specialista francese di Van Gogh, ha definito la nuova versione «ridicola se non aberrante». Critico anche Louis van Tilborgh, incaricato della ricerca scientifica al Museo Van Gogh di Amsterdam. Mentre per la storica dell’arte Nina Zimmer «è una tesi plausibile, ma come tutte le altre ipotesi manca di prove certe». Il giallo, non a caso, è un colore che abbaglia l’occhio, nascondendo qualsiasi verità.


    Luigi Mascheroni – da Il Giornale del 5 maggio 2009

    Link


    Paul Gauguin, Ritratto di Van Gogh (1888)

  2. #2
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    Il travagliato e "misterioso" rapporto fra Vincent Van Gogh e Paul Gauguin, che ha segnato profondamente la vita dei due pittori e, in qualche modo, la stessa storia dell'arte, è stato affrontato di recente da un libro di Martin Gayford, La casa gialla. Van Gogh, Gauguin: nove settimane turbolente ad Arles, pubblicato in Italia dalla casa editrice Excelsior 1881. È la storia, analizzata "chirurgicamente", della convivenza dei due maestri (i loro pensieri, le paure, le ambizioni e le fantasie) nella famosa casa gialla, l'appartamento che nel 1888 Van Gogh affittò ad Arles, in place Lamartine 2, dove sperava di stabilire una nuova colonia di artisti. Gauguin accettò l'invito perché era rimasto senza un soldo. I due per alcune settimane vissero serenamente e lavorarono insieme con reciproci stimoli creativi, finché, nel dicembre di quel "maledetto" 1888, scoppiò la follia. O, secondo la tesi di Kaufmann e Wildegans, la gelosia...



    Vincent Van Gogh, La casa gialla (1888)

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Van Gogh e Gauguin: un giallo a regola d'arte

    Molto interessante... Getta una nuova luce, a suo modo perfino "rivoluzionaria", su un episodio in merito al quale si è ipotizzato di tutto... Perfino che Van Gogh avesse curiosamente recuperato una tradizione dei matador, eleggendo se stesso torero e toro nello staccarsi un orecchio da consegnare alla dama... :mmm:
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  4. #4
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    Predefinito Riferimento: Van Gogh e Gauguin: un giallo a regola d'arte

    La mutilazione più celebre della storia dell’arte, “semplicemente”, è la conseguenza di un banale litigio... Sul quale, detto per inciso, più di un esperto mantiene il dubbio. Pascal Bonafoux, specialista francese di Van Gogh, ha definito la nuova versione «ridicola se non aberrante». Critico anche Louis van Tilborgh, incaricato della ricerca scientifica al Museo Van Gogh di Amsterdam. Mentre per la storica dell’arte Nina Zimmer «è una tesi plausibile, ma come tutte le altre ipotesi manca di prove certe». Il giallo, non a caso, è un colore che abbaglia l’occhio, nascondendo qualsiasi verità.
    Aggiungo che lo storico dell'arte Marco Goldin si dice sorpreso, ma ritiene l'avvenimento possibile e aggiunge che "il fatto che quel litigio non fosse legato all'arte, ma a una donna, era abbastanza noto". Vittorio Sgarbi, che cura a Siena la mostra Arte, genio, follia (fino al 25 maggio), conferma: "Quella dell'automutilazione è una leggenda, per cui anche quest'altra ipotesi può essere valida".

  5. #5
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    Predefinito Riferimento: Van Gogh e Gauguin: un giallo a regola d'arte

    Kaufmann ha rilasciato un'intervista al Guardian in cui ha detto che "quella famosa notte, a circa 300 metri dalla casa gialla, non vi fu un vero e proprio duello tra di loro: Vincent potrebbe aver attaccato l'amico e questi, che tra l'altro era un vero asso nella scherma, per difendersi da quel pazzo fuori controllo, gli avrebbe puntato contro la spada tagliandogli poi l'orecchio sinistro". Per Kaufmann "non è ancora chiaro se si sia trattato di un incidente o di una precisa volontà di colpirlo al volto", ma sostiene che fu lo stesso Van Gogh ad accennare alla cosa nelle lettere al fratello Theo, arrivando a commentare: "Per fortuna ... Gauguin non è ancora dotato di mitragliatrici e altre pericolose armi da guerra". Qui.


    Ora, ammesso che la ricostruzione dei due studiosi corrisponda al vero (e non è detto), sorge spontanea una domanda: se non fosse accaduto questo "incidente", il destino di Van Gogh sarebbe stato diverso? È ipotizzabile che un gesto simile da parte di chi considerava amico possa aver fatto crollare del tutto un equilibrio psichico già piuttosto instabile? In altri termini: "il tradimento" e la violenza subita potrebbero aver fatto precipitare la situazione portando Van Gogh al suicidio solo sette mesi dopo?



    Vincent Van Gogh, La camera di Arles (1888)

  6. #6
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    Predefinito Rif: Riferimento: Van Gogh e Gauguin: un giallo a regola d'arte

    Nuova teoria...

    Ecco perché Van Gogh si tagliò l'orecchio

    Secondo uno studioso era sconvolto perché il fratello Theo stava per sposarsi

    di Fausto Gasparroni

    28 dicembre 2009

    Londra - Il mistero sulla più famosa mutilazione della storia dell'arte può finalmente essere risolto: secondo uno studioso, a spingere Vincent Van Gogh a mozzarsi l'orecchio fu l'apprendere che il fratello Theo, da cui l'artista dipendeva finanziariamente e psicologicamente, stava per sposarsi. Questa la tesi sostenuta da Martin Bailey, autore di un volume su Van Gogh e curatore di due mostre sulla sua opera, di cui tratterà il prossimo numero di The Art Newspaper, anticipato oggi dal Sunday Times. La teoria su un Van Gogh sconvolto dal timore che il fratello, preso dai nuovi impegni coniugali, non l'avrebbe più sostenuto economicamente, è stata elaborata da Bailey dopo una scrupolosa indagine su una lettera che il maestro dei Girasoli inserì in un dipinto completato poco dopo essersi tagliato l'orecchio.


    V. Van Gogh, Natura morta: tavolo con cipolle (1889) - Immagine tratta dal sito http://upload.wikimedia.org/

    Secondo Bailey, la lettera fu scritta dallo stesso Theo da Parigi nel dicembre 1888 e conteneva la notizia del suo fidanzamento, il che avrebbe turbato nel profondo un Vincent già disturbato psicologicamente e l'avrebbe condotto, poco prima del Natale 1888, al famoso gesto di autolesionismo, le cui ragioni erano rimaste finora avvolte nel mistero. "Vincent temeva di perdere il sostegno psicologico e finanziario del fratello", scrive Bailey su The Art Newspaper di gennaio. Per anni, l'orecchio mozzato del genio olandese è stato al centro delle spiegazioni più disparate.

    Qualcuno ha dato la colpa alla sua follia, qualcuno ha spiegato la pazzia di Van Gogh con il piombo contenuto nei colori, altri hanno citato la fine della sua amicizia con Paul Gauguin, al punto che studiosi dell'università di Amburgo hanno sostenuto che sarebbe stato lo stesso Gauguin, con cui Van Gogh divise una casa ad Arles, a tagliargli l'orecchio durante una lite per una prostituta di nome Rachel. Questa spiegazione, però, è stata respinta sia dal Museo Va Gogh di Amsterdam che dallo stesso Bailey. Della propria instabilità mentale, comunque, Van Gogh diede ampia prova quando, 19 mesi dopo essersi mozzato l'orecchio, si sparò un colpo al petto, morendo dopo due giorni di agonia. La lettera al centro della teoria di Bailey sarebbe la stessa che compare nel dipinto "Natura morta: tavolo con cipolle", dipinto da Van Gogh nel gennaio 1889, appena un mese dopo essersi ferito, e che sarà esposto nella mostra alla Royal Academy di Londra in apertura il mese prossimo.

    Ecco perché Van Gogh si tagliò l'orecchio - Cultura e Tendenze - ANSA.it

    Dal sito http://www.ansa.it/
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 02-01-10 alle 12:04
    "Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da Tomás de Torquemada Visualizza Messaggio
    Secondo Bailey, la lettera fu scritta dallo stesso Theo da Parigi nel dicembre 1888 e conteneva la notizia del suo fidanzamento, il che avrebbe turbato nel profondo un Vincent già disturbato psicologicamente e l'avrebbe condotto, poco prima del Natale 1888, al famoso gesto di autolesionismo, le cui ragioni erano rimaste finora avvolte nel mistero. "Vincent temeva di perdere il sostegno psicologico e finanziario del fratello", scrive Bailey su The Art Newspaper di gennaio. Per anni, l'orecchio mozzato del genio olandese è stato al centro delle spiegazioni più disparate.
    Sempre secondo "The Art Newspaper" ( Why Van Gogh cut his ear: new clue ), van Gogh potrebbe aver ricevuto la lettera del fratello proprio il 23 dicembre 1888, data in cui – in tarda serata – si tagliò l'orecchio. Almeno questo sostengono, oltre a Bailey, due studiosi olandesi che hanno pubblicato da poco una nuova edizione delle lettere di Van Gogh. A quanto ho capito, però, non c'è data sul timbro postale di quella lettera, ma sono un generico "Jour de l’An", formula abbastanza in uso a quel tempo nel periodo delle festività. Si legge chiaramente solo il numero 67, che corrisponderebbe all'ufficio postale di Place des Abbesses, vicino alla casa di Theo, a Montmartre.

    Insomma, siamo sempre nel campo delle ipotesi...

  8. #8
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  9. #9
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    Predefinito Rif: Van Gogh e Gauguin: un giallo a regola d'arte.

    VAN GOGH NON SI SUICIDÒ.

    SECONDO DUE STORICI AMERICANI FU UCCISO PER ERRORE


    LONDRA – E se invece che per suicidio, la morte di Van Gogh fosse avvenuta a causa di una pallottola sfuggita accidentalmente dalle mani di un ragazzino? Questo è il dubbio che ci propongono Steven Naifeh e Gregory White Smith, storici d’arte americani già noti per il libro “Jackson Pollock: An American Saga”, vincitore di un premio Pulitzer. Disponibile a partire da oggi, l’opera edita dalla Random House si intitola “Van Gogh: The life” e affronta in 900 pagine quella che è stata la vita, tormentata, di un grande esponente dell’impressionismo che visse sino all’età di 37 anni.

    Anche se nessuno sa con certezza come andarono veramente le cose, la mattina del 27 luglio 1890, la storia finora ritenuta ufficiale era che Van Gogh, dopo aver girato le campagne del paese in cerca d’ispirazione, tornò nella locanda dove alloggiava, ad Auvers-sur-Oise, e andò subito in camera sua senza presentarsi per il pranzo. Confessò di essersi sparato un colpo di rivoltella al petto e al dottor Gachet che lo fasciò senza riuscire a estrargli effettivamente il proiettile, disse: «Volevo uccidermi, ma ho fatto cilecca». Morì il giorno dopo, nella notte tra il 28 e il 29, per un accesso di soffocamento.

    Nifeh e Smith, tuttavia, non sono molto convinti di questa versione. Dopo aver svolto ricerche per 10 anni sulla vita e sull’arte del pittore, i due sono giunti alla conclusione che la morte di Van Gogh è frutto di un omicidio accidentale. Un ragazzo di 16 anni, René Secrétan, amava girare il paese vestito da cowboy e si dilettava a sparare agli animali con una vecchia calibro 380. Quel giorno era in giro con suo fratello e un colpo andato a male, colpì accidentalmente l’artista. Il pittore non volle denunciare i due ragazzi perché, in fondo, l’avevano sollevato donandogli la morte, che era quello che cercava già da tempo. Erano anni, infatti, che Vincent viveva crisi depressive, attacchi di panico e allucinazioni dovute a una particolare forma di psicosi epilettica.

    «Abbiamo meditato a lungo su questa rivelazione – ha dichiarato Naifeh – e siamo giunti alla conclusione che nobiliti Vincent. Se in effetti la persona che premette il grilletto non fu Vincent ma René, il fatto che non lo abbia accusato, perché si era reso conto che era stato un incidente e non voleva rovinare la vita di questi due ragazzi, è stato un atto di generosità».



    Campo di grano con volo di corvi – 1890
    Van Gogh Museum, Amsterdam


    Per anni, la tela del “Campo di grano con volo di corvi” è stata considerata il testamento spirituale del pittore: il cielo è tempestoso, prevalentemente nero, e sul campo di grano vola uno stormo di corvi, considerati dagli storici dell’arte, un presagio di morte. Attraverso il campo si stendono, perdendosi all’infinito, tre percorsi diversi che identificano lo smarrimento e lo stato di paura dell’artista.

    La teoria del proiettile è supportata, tuttavia, da diverse prove. Una di queste è l’inclinazione della pallottola, che sarebbe finita nell’addome di Van Gogh in maniera obliqua, quando invece dovrebbe trovarsi con un’angolazione dritta se a sparare fosse stato lui stesso. «Era chiaro che non fosse andato nei campi per uccidersi – ha continuato Naifeh – A differenza della verità ufficiale, le persone che lo conoscevano hanno sempre saputo che l’artista era stato ucciso accidentalmente da una coppia di ragazzi e che ha deciso di proteggerli prendendosi la loro colpa».


    Valeria Dammicco Van Gogh non si suicidò: secondo due storici americani fu ucciso per errore | Il quotidiano italiano - 17 ottobre 2011
    Ultima modifica di Silvia; 25-10-11 alle 09:34

 

 

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