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Discussione: Il Tempio

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    Predefinito Il Tempio

    Un viaggio nel tempio induista alla scoperta di una spiritualità arcaica

    Dal nostro inviato
    Enrico Piovesana




    Ciotoline di burro fuso, noci di cocco aperte, qualche banana, di quelle piccole che crescono qui. Fumanti bastoncini d’incenso e ghirlande di fiori bianchi e arancioni che profumano l’aria di sandalo e gelsomino. Le offerte, le puja dei fedeli si accumulano disordinatamente ai piedi della statua della divinità man mano che le persone, spesso intere famiglie, vengono a pregare e a espletare i riti propiziatori. La statua, di bronzo o di pietra, a seconda del tempio è quella di Shiva che balla la danza cosmica nel cerchio di fuoco o che medita in posizione yogi, o quella di Vishnu disteso sulle spire del serpente a cinque teste. Da soli o con le loro consorti, rispettivamente Parvati e Lakshmi. O ancora quella di Ganesh, il beneaugurante dio cicciottello con la testa d'elefante. O solamente, spesso, il popolare simbolo fallico del lingam di Shiva, un cilindro di pietra nera arrotondato in cima, emblema di prosperità e fortuna.

    Con le mani giunte, portate con movimenti lenti davanti al petto, sulla fronte e sopra il capo, i fedeli presentano le loro richieste al dio: un brutto male da curare, un raccolto che ha bisogno di pioggia, un figlio che non arriva, un affare da mandare in porto, un amore da far sbocciare. Richieste fatte tramite il bramino, il sacerdote che sta, non solo fisicamente, tra i fedeli e la divinità. Con indosso solo con la vesti bianca, il pareo usato dagli uomini indiani al posto dei pantaloni, la fronte segnata con il simbolo sacro del dio (le tre strisce orizzontali di Shiva o la "V" di Vishnu - non è l’iniziale), il bramino ascolta le loro richieste e sistema le loro puja prima di iniziare il rito vero e proprio.

    Un rito fatto di preghiere cantilenanti e gesti cerimoniali rivolti verso la statua della divinità, dopo i quali il bramino, sempre pregando, benedice uno a uno i fedeli con l’acqua che viene spruzzata sulle loro teste e con il fuoco che viene fatto sfiorare dalle loro mani.

    Poi, dopo aver poggiato sul loro capo delle scodelle d’argento, traccia con il dito sulle loro fronti i segni del dio o semplicemente il bindu, il punto rosso tra gli occhi. Lo fa con polveri vegetali rosse, di zafferano, e gialle, di sandalo. Il tintinnio di qualche rupia sul piattino d’argento del bramino segna la fine della cerimonia. Poi solo il silenzio, lo scampanellio delle cavigliere d’argento delle donne che si allontanano e, diffusa dagli altoparlanti del tempio, l’ipnotica melodia sacra degli “Ohm” ripetuti all’infinito e accompagnati dal suono magico del sitar.

    Fuori dal sancta sanctorum, il cuore del tempio spesso inaccessibile ai non indù, i lunghissimi e bui corridoi colonnati sui quali si aprono tanti altri piccoli ‘altarini’ minori, con altre statue, altre puja, altri fedeli e altri bramini. Fuori, nel cortile brulicante di gente che discute, ride e scherza, mangia e si riposa, vivendo il tempio come un’antica agorà o un moderno parco pubblico, l’immancabile grande bacino quadrangolare circondato da porticati, sotto i quali le persone meditano in solitudine, e da gradinate che scendono fino all’acqua, sulle quali i fedeli pregano, si bagnano per le abluzioni rituali, si lavano e lavano i loro vestiti, con i coloratissimi sari delle donne stesi al sole ad asciugare.

    Tutto il complesso templare è cinto da una o più cerchie di mura con quattro accessi in corrispondenza dei punti cardinali. Accessi monumentali, sovrastati da gopuram, svettanti piramidi tronche a base rettangolare alte fino a sessanta metri, completamente ricoperte da una barocca profusione di statue e bassorilievi raffiguranti le innumerevoli divinità del pantheon induista, animali sacri, mostri terrificanti e personaggi mitologici dei poemi epico-religiosi del Ramayana e del Mahabharata. Tutto colorato a tinte vivaci, come in un allucinante fumetto tridimensionale. All’ingresso, dove si lasciano le scarpe e dove gli storpi e gli ammalati mendicano e dormono, c’è spesso un povero elefante in catene, anch’esso ricoperto di disegni sacri, che benedice con un delicato colpetto di proboscide sulla testa i fedeli che gli porgono una rupia.

    Fuori, in un assordante concerto di clacson che suonano con mille voci diverse, il caotico traffico di motorisciò, vecchie auto Ambassador, autobus Tata, biciclette, carretti, vacche e capre. E una folla di persone che si aggirano tra le bancarelle del bazar, dove i santini si mescolano alle spezie, ai sacchi di riso, alle ordinate piramidi di frutta e verdura e alle ghirlande di fiori con cui tutte le donne indiane si ornano i capelli. L’odore dell’aria calda e umida della stagione delle piogge rispecchia fedelmente questa scena: il naso e la gola pizzicano per un acre miscuglio di effluvi di curry, sandalo, gelsomino, pesce, sterco di mucca, rifiuti marci e gas di scarico.

    Improvviso, quanto illusorio, passaggio dal sacro al profano. Illusorio perché basta osservare più in profondità per scoprire che gli indiani non vivono la loro spiritualità solo nei templi, ma ovunque, in tutti i luoghi del loro quotidiano. Negli altarini agli angoli delle strade, dove i passanti si fermano giusto il tempo di sfiorare con le dita la statuetta della divinità cosparsa di polveri gialle e rosse con le quali ravvivarsi il segno sulla fronte. O, sopratutto nei villaggi e nelle campagne, sotto le fronde dei grandi alberi secolari di banyano, con le liane e le radici che pendono dai rami e riaffondano nel terreno, alberi sacri abitati dai serpenti, gli stessi raffigurati nelle decine di piccole statuette erette attorno al tronco, anch’esse gialle di sandalo e ricoperte di offerte fatte da chi ai sacri rettili, simboli di fertilità, chiede figli al momento del matrimonio. Figli maschi, preferibilmente. Alcuni alberi hanno sacchetti di stoffa colorata appesi ai rami, molti con dentro dei sassi, tanti quanti i figli ottenuti in dono dal dio dopo la preghiera. Ma le immagini divine campeggiano ovunque: dietro i banconi dei negozi, alle pareti dei ristoranti, all’interno delle case. Non semplici santini ma veri e propri altarini personali con tanto di incenso sempre acceso, fiori sempre freschi e lucine natalizie colorate.

    La religiosità indù non conosce confini, né spaziali né temporali. Anche i templi antichi, quelli divenuti sito archeologico, sono vissuti come luoghi di culto ancora vivi. Le statue delle divinità erose dal tempo sono per i visitatori locali ancora oggetto di preghiere e di puja. Come se da noi la gente andasse negli scavi romani a fare offerte sulle rovine dei templi di Zeus, Apollo, Bacco e Venere. Proprio questo è ciò che più colpisce e affascina dell’induismo: il fatto che in esso sopravvive una spiritualità arcaica, intrisa di magia, superstizione e idolatria, di mito e di poesia. Una fede politeista e panteista che in altri tempi sarebbe stata, ed è stata, tacciata di paganesimo. Una religione che, soprattutto qui nel profondo sud dell’India, ha resistito alla diffusione delle fedi monoteiste provenienti dall’Occidente e che la modernità non è riuscita a scalfire.

    PeaceReporter - Magia indù
    Ultima modifica di RAYO; 29-09-11 alle 12:05
    Gioia e dolore hanno il confine incerto...

 

 

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