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Discussione: OMAGGIO A CARLO TERRACCIANO

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    OMAGGIO A CARLO TERRACCIANO
    October 24th, 2006 ·



    di Augusto Marsigliante

    A poco più di un anno dalla scomparsa del grande Carlo Terracciano, BMPT decide di organizzare una serata in onore di una delle figure più rivoluzionarie che il panorama politico italiano abbia mai conosciuto da decenni a questa parte. Teatro dell’iniziativa, un “Asso di Bastoni” che, consentiteci la metafora calcistica, registrava il tutto esaurito.

    Potrebbe apparire quasi singolare, come ha spiegato un rappresentante di Progetto Torino all’inizio della serata, che ad organizzare quest’appuntamento sia stato un gruppo che di Carlo non aveva una conoscenza personale, diretta; tuttavia, la forza delle idee che scaturisce dai suoi scritti ha creato quell’affinità ideale che ha fatto sì che nel capoluogo piemontese si tenesse quest’importante incontro. Ad aprire la serie di interventi è Alessandra Colla, direttrice di “Orion”, quel “punto nero in una galassia rossa e punto rosso in una galassia nera” al quale Carlo collaborò per alcuni anni. Nel suo intervento, la Colla ha sottolineato il profondo legame umano che l’aveva legata a Carlo per oltre vent’anni. Una profonda stima che, spiega la Colla, nasceva dalla grande umanità di Terracciano, ma anche dal grande entusiasmo che caratterizzava quest’Uomo, oltre alla sua grande onestà intellettuale. Va da sé che una personalità forte come quella di Carlo potesse portare ad alcuni dissapori interni alla redazione della rivista, e così la collaborazione al mensile non conforme non ebbe lunga vita. Ma non venne meno l’amicizia con Carlo, del quale, sottolinea la Colla, andava ammirata la grande eticità: egli era una persona molto rigorosa sul piano personale e fino all’ultimo rimase un lucido critico del mondialismo. Già dall’inizio degli anni ’80 (!!) Terracciano aveva portato una ventata di novità in un ambiente politico marcio e soffocato dalle logiche di partito. Precorrendo i tempi, aveva ben presente il ruolo chiave della geopolitica nella lettura e nell’interpretazione degli assetti planetari.


    La lotta al mondialismo e all’americanismo imperante erano i capisaldi della sua battaglia; la forza innovatrice delle sue idee stava proprio nel mettere in discussione quelli che erano i punti fermi nell’immaginario di un certo ambiente, quasi totalmente dedito all’anticomunismo e ad un viscerale filoatlantismo. Nelle sue analisi non amava fermarsi in superficie, ma scendeva nella profondità delle questioni, metteva in dubbio certezze che sembravano radicate, grazie ad un’eccellente preparazione intellettuale che gli consentiva di leggere molto chiaramente gli eventi. Carlo non aveva né eroi né bandiere né mostri sacri; anche grazie alla sua collaborazione, “Orion” aveva storicizzato le esperienze fascista e nazionalsocialista, la qual cosa consentì alla rivista di farsi largo in ambienti cosiddetti “di sinistra” e, di contro, di essere guardata con diffidenza da ambienti cosiddetti “di destra”. Carlo era capace di rompere gli schemi: la decisione di recensire su “Orion”, assieme ad Alessandra Colla, una rivista omosessuale francese suscitò scalpore e attirò le ire di cattolici, conservatori e reazionari.

    Tutte queste qualità erano combinate ad una profonda sensibilità e rispetto per la religiosità della natura, testimoniata dalle fotografie che “Orion” pubblicò nel numero monografico dedicato a Terracciano, un anno fa. Fotografie che lo ritraggono in montagna, immerso nella natura e sereno.

    Terminato l’intervento della direttrice di “Orion”, è stato l’editore di “Eurasia” Claudio Mutti a prendere la parola. Il sodalizio con Terracciano, cominciato trent’anni fa, culminò il 29 maggio 2004 con la fondazione del CPE e la nascita della rivista di studi geopolitici “Eurasia”. E’ in particolare alla collaborazione di Carlo alla rivista, che Mutti dedica il suo intervento. Una collaborazione durata purtroppo per soli quattro numeri, causa la prematura scomparsa del grande militante eurasiatista. Nel primo articolo, Turchia ponte d’Eurasia, già emergono l’influenza che ebbero nella formazione del Nostro due autori come Adriano Romualdi e Julius Evola, e la conseguente rilevanza che per lui ebbe il fattore mitico. Nel suddetto articolo, infatti, l’autore fa riferimento al mito dell’origine delle dieci tribù turche e dell’esodo in Anatolia del popolo turco. Oltre ad Evola e Romualdi, Terracciano attinge in quest’articolo all’opera di Jean-Paul Roux, la cui concezione di impero appare molto vicina alla concezione imperiale eurasiatica di Terracciano. Passate in rassegna le vicende degli Ottomani, l’autore smonta brillantemente, uno per uno, i tendenziosi pretesti atlantisti atti a giustificare la contrarietà dell’“Occidente” all’ingresso di Ankara nell’Unione Europea. Ma l’alleanza dell’Europa con la Turchia, così come realizzata agli inizi del ‘900, è un’irrinunciabile condizione per chiunque abbia cuore il destino dell’Eurasia, considerata la sua enorme importanza dal punto di vista geo-strategico.

    Il secondo numero di “Eurasia” è dedicato all’Islam, e nel suo articolo Il Libro, la spada, il deserto Terracciano affronta la tematica relativa alla penetrazione dell’Islam in Eurasia. L’analisi è come di consueto costellata di riferimenti mitologici e filosofici. L’articolo è teso a smentire la concezione positivista ottocentesca che considera l’Islam “religione del deserto”, in opposizione al politeismo quale “religione della foresta”. Senza addentrarsi a fondo nell’analisi di tale articolo, vale la pena di sottolineare in questa sede la profondità delle analisi di Terracciano; l’Islam, così radicato e diffuso in Eurasia, costituisce per essa una preziosissima risorsa. Siamo quindi lontani anni luce dalle volgari strumentalizzazioni atlantiste che farebbero dell’Islam una religione orientale estranea alla “cultura” democratica occidentale.

    Nel terzo articolo, Europa, Russia, Eurasia: una geopolitica orizzontale, Terracciano replica ad un articolo di Dugin apparso sul primo numero; per quest’ultimo, il grande spazio euroafricano ed eurasiatico andrebbe diviso secondo tre grandi direttrici verticali. Per il Nostro, invece, è da preferirsi una geopolitica di tipo orizzontale, perché tale è la direttrice lungo la quale si articola quest’immenso spazio geopolitico, al contrario dell’America, che si sviluppa lungo linee verticali. Una visione, questa, che lega naturalmente l’Europa a Mosca, l’una necessaria all’altra affinché l’Eurasia non sia alla mercè dell’Alleanza Atlantica. Sarà quindi necessario che, per il loro bene, entrambe le entità geopolitiche mettano da parte i pregiudizi che hanno l’una nei confronti dell’altra. Se di Occidente e di Oriente si deve parlare, infatti, la linea di demarcazione che separa questi due mondi non è quella comunemente adottata – la catena montuosa degli Urali – bensì quell’immensa distesa d’acqua che è l’Oceano Atlantico: al di qua di esso, l’Eurasia della Luce e del sorgere del Sole. Al di là, il Nord America delle Tenebre e del Tramonto. I popoli latinoamericani, uniti idealmente a quelli euro-afro-asiatici nella comune lotta contro l’omologazione a stelle e strisce, non farebbero certamente parte di quest’ultimo.

    Mutti giunge alla conclusione del suo intervento ricordando che l’ultimo articolo di Carlo, I Mediterranei del mondo, è anche il più breve, e ciò a causa dell’avanzare del male che lo stava pian piano divorando. Anche in questo breve ma pregnante saggio, Terracciano cita un autore che gli è molto caro, ossia Carl Schmitt; grande rilevanza ha per il Nostro, difatti, il dualismo fra terra e mare, chiave di lettura fondamentale per comprendere la geopolitica. All’interno del globo terracqueo, argomenta Terracciano, si possono distinguere tre Mediterranei, tutti e tre caratterizzati dalla presenza, al proprio centro, di un’isola di rilevanza strategica enorme per il controllo dell’area stessa; l’autore individua il Mediterraneo con al centro la Sicilia, il mare al largo della massa continentale cinese e indocinese con al centro Taiwan, e il Golfo del Messico con al centro Cuba. Questo articolo sarà l’ultimo contributo di Terracciano ad “Eurasia”.

    Mutti conclude il suo intervento salutando l’amico con una punta di commozione: “Vale, amice carissime, ave atque vale”, le stesse parole che avevano salutato la fine dell’esistenza terrena di Carlo sul numero di “Eurasia” che ne aveva ospitato l’ultimo articolo.

    E’ quindi la volta di Preve nel raccontare di Carlo. Quella del filosofo torinese è la storia, come egli precisa subito, di un incontro mancato. Il suo unico contatto con Terracciano, risalente a qualche settimana prima della sua scomparsa, è consistito in una telefonata di una decina di minuti, durante la quale i due si ripromisero di incontrarsi più avanti. Questo incontro, com’è noto, non è mai avvenuto. Fra i due, che si conoscevano per aver letto l’uno gli articoli dell’altro, vi era, come precisa Preve, una sorta di “accordo intellettuale”: entrambi erano schierati contro la guerra occidentalistica di civiltà. Il fatto che i due avessero una formazione politica completamente diversa e una differente concezione dell’Eurasia (imperiale l’uno, federale l’altro) non avrebbe pregiudicato, Preve ne è certo, la stima reciproca che stava venendosi a creare. Terracciano ben aveva compreso infatti la logica della collaborazione dello studioso di Marx alla rivista: una diversa “anagrafe ideologica” non avrebbe impedito ai due di collaborare attivamente: non è stato così per il sodalizio Preve-Mutti e non lo sarebbe sicuramente stato fra il filosofo torinese e l’eurasiatista toscano.

    Al contrario purtroppo di molti ex-amici di Preve, i quali, venuti a conoscenza della sua collaborazione esterna ad “Eurasia”, hanno preferito evitare di “frequentarlo” ulteriormente. Si tratta di quello che Preve ha chiamato “tabù dell’impurità”: il minimo contatto, anche disinteressato e scevro da bassi calcoli di opportunismo, con personaggi appartenenti a differenti identità politiche viene bollato come tradimento, censurato, si viene tacciati di esser passati dalla parte del nemico e, dulcis in fundo, condannati alla damnatio memoriae. Questo ciò che è accaduto a Preve, che coraggiosamente ha continuato e continua a dare liberamente il suo apporto alla rivista.

    Si accennava poc’anzi ad una differente “anagrafe ideologica” fra Preve e Terracciano: figlio di Spinoza, di Hegel, di Marx, della rivoluzione francese e dell’illuminismo il primo, intellettualmente più vicino alla tradizione del mito ed a Nietzsche il secondo. Nonostante queste differenze, sia Terracciano che Preve concordavano su molte cose: ad esempio, la nevrosi identitaria che ha caratterizzato la misera storia d’Italia degli ultimi sessant’anni ha fatto sì che, terminata l’esperienza storica del fascismo, il paese fosse diviso in due campi trincerati e non comunicanti tra loro, destra e sinistra; questa guerra simulata e tenuta artificiosamente in piedi per oltre cinquant’anni ha creato quell’estremismo di centro che ha soffocato – e soffoca tuttora – l’Italia.

    Preve prosegue nella sua analisi e parla di un antifascismo senza fascismo e di un anticomunismo senza comunismo. Tutto questo Terracciano aveva certamente compreso, e la sua è stata, come tante altre, la tipica figura della persona tragica, ossia morta prima che potesse vedere i frutti del suo prezioso lavoro. Bisogna seguire, secondo il filosofo torinese, la strada che anche Terracciano ha tracciato: analizzare l’oggi senza farsi travolgere dalla barbarie che travolge il presente, quel politicamente corretto che intorpidisce le menti.

    Nella conclusione, spazio per un sentito ed affettuoso ricordo di Carlo da parte di Salvatore Francia, che ha ricordato il suo ultimo incontro con Terracciano e il momento in cui Telesur, la prestigiosa emittente sudamericana, gli comunicò che avrebbe trasmesso la registrazione della conferenza veronese di Carlo.

    Durante la preparazione della cena è stato poi proiettato il video della conferenza suddetta: Acqua e petrolio, le guerre del nuovo millennio.

    Il momento conviviale è stata la degna conclusione di un’intensa e significativa serata; i presenti, prima di consumare il lauto pasto preparato per loro nelle cucine dell’“Asso di Bastoni”, hanno dedicato un brindisi alla memoria del grande Carlo Terracciano.

    Torino, 14 ottobre 2006



    OMAGGIO A CARLO TERRACCIANO | Altermedia Italia

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    Carlo Terracciano ed "Eurasia"





    Carlo Terracciano ha scritto per “Eurasia” quattro articoli che sono quattro veri e propri saggi di geopolitica. Il primo riguarda la Turchia, il secondo l’Islam, il terzo concerne il rapporto dell’Europa con la Russia, il quarto e purtroppo ultimo è sui “Mediterranei del mondo”. Esaminiamoli a uno a uno.
    Dal primo articolo, Turchia, ponte d’Eurasia, traspare l’influenza di due autori particolarmente cari a Carlo: Julius Evola e Adriano Romualdi.
    Da buon lettore di Evola, Carlo attribuisce al fattore mitico un’importanza fondamentale. Ricordo che in una conferenza tenuta a Brescia esordì richiamandosi al mito di Europa, la principessa fenicia che fu rapita da Zeus sulla spiaggia di Tiro. In questo articolo invece Carlo esordisce citando due miti d’origine relativi ai popoli turchi. Il primo è quello del bambino sopravvissuto alla strage dei T’u-küe (così venivano chiamati i Turchi nelle fonti cinesi) che, allattato da una lupa come Romolo e Remo, diede origine alle dieci tribù turche. Il secondo mito è quello famoso del lupo grigio che, attraverso deserti e montagne condusse una parte del popolo turco nella nuova patria anatolica.
    All’inizio dell’articolo, viene fatto cenno al rapporto fra Prototurchi e Indoeuropei, gli uni e gli altri popolazioni nomadi di cacciatori-allevatori che, scrive Carlo con quel certo pathos un po’ romantico che a volte caratterizza la sua prosa, “correvano libere nell’immenso spazio settentrionale dell’Eurasia, dalle gelate steppe siberiane agli aridi deserti del centro Asia, fino ai contrafforti del Pamir e dell’Altai”. Si intravede qui la lezione di Adriano Romualdi, che nel suo studio su Gli Indoeuropei (Ar, 2004, p. 82) aveva fatto notare come ancora nel sec. X un popolo indoeuropeo fosse presente nel Turkestan cinese.
    Ma accanto all’influenza di Evola e di Romualdi, questo articolo sulla Turchia rivela anche altri debiti culturali. Carlo attinge le proprie nozioni sui Turchi dall’opera del grande turcologo Jean-Paul Roux, del quale riporta in esergo un brano che deve essergli sembrato significativo. Tale brano inizia così: “I Turchi hanno la vocazione imperiale. Essi sono per eccellenza i sovrani della terra”. (Da intendersi, ovviamente, in relazione a quel dualismo tipicamente geopolitico, “terra-mare”, che per Carlo è un concetto fondamentale). Il brano citato prosegue così: “I loro imperi (…) sono dei mosaici di popoli che essi tentano di far vivere insieme nell’armonia lasciando loro, sotto un potere fortemente centralizzato e dispotico, la loro identità, la loro lingua, la loro cultura, la loro religione, spesso i loro capi”. È facile capire che in questa caratterizzazione degli imperi turchi Carlo ha visto un profilo che si avvicina notevolmente a quello che egli riconosce come il modello ideale di impero.
    L’articolo passa in rassegna le vicende storiche dei Turchi Ottomani, che secondo Carlo hanno ereditato la funzione imperiale di Bisanzio; arrivato ai giorni nostri, si sofferma sulla vexata quaestio dell’ingresso turco nell’UE. Secondo Carlo, “la chiusura alla Turchia su base religiosa” (vale a dire “sulla base di una presunta ‘unità cristiana’ dell’Europa”) “è ovviamente pretestuosa, se solo si consideri come l’Albania e la Bosnia (…) siano paesi (…) a grande maggioranza islamica” e che “forti minoranze musulmane (…) sono presenti in Stati come la Macedonia, la Bulgaria, la Moldova, la Serbia (…), per non parlare ovviamente della Federazione Russa. Senza considerare l’immigrazione (…) turco-curda (…) che, solo in Germania, conta un milione e mezzo di lavoratori con le loro famiglie”.
    Parimenti pretestuosa è la chiusura alla Turchia fondata su criteri etnolinguistici, poiché, argomenta Carlo, “anche gli Ugrofinni hanno una base linguistica certo non indoeuropea e più vicina ai Turchi (Uiguri); eppure le nazioni moderne che nascono da queste migrazioni sono considerate europee a tutti gli effetti: Finlandia, Estonia, Ungheria”.
    La Turchia, secondo Carlo, costituisce un vero e proprio ponte eurasiatico, poiché fonde in un unico Stato “la componente originaria turanica del centro dell’Asia, quella europea, retaggio di 500 anni di storia (ma anche di recenti migrazioni e future aspettative politiche) e la religione e cultura islamica. Sotto il profilo geostrategico la Turchia è “ponte d’Eurasia” per il fatto che costituisce un “anello di congiunzione tra l’Europa e l’area del Golfo Persico e del Vicino Oriente, così strategicamente importante e determinante anche per le economie mondiali, con i suoi giacimenti petroliferi”.
    Applicando un criterio tipicamente geopolitico, Carlo afferma che il “destino della nuova Turchia” è, se non determinato, “segnato” dalla stessa collocazione geografica di questo paese. E il destino dell’Europa, aggiunge, “è a sua volta strettamente connesso a quello turco”. Sarà perciò “necessario, indispensabile per l’Europa come per la Turchia riannodare e rinsaldare l’alleanza dell’inizio del secolo scorso”, cioè quell’alleanza che con la Turchia era stata stabilita dagli imperi centrali: l’Austria-Ungheria e il Secondo Reich.
    Oggi più che mai, conclude Carlo, la “fortezza turca” è una delle chiavi di volta dell’alleanza eurasiatica.

    *

    Il secondo articolo, intitolato Il Libro, la spada, il deserto, riguarda la diffusione dell’Islam sul continente eurasiatico.
    Anche qui troviamo in epigrafe un brano rivelatore del gusto un po’ romantico di Carlo; si tratta di un passo degli Eroi di Thomas Carlyle, nel quale viene sintetizzato il risultato storico dell’azione del Profeta Muhammad, uno dei personaggi scelti dallo scrittore scozzese per rappresentare il tipo dell’eroe. E il brano di Carlyle fa degnamente il paio con un altro brano celeberrimo, che Carlo riporta nel contesto dell’articolo: sono le parole scritte da Nietzsche sulla distruzione della civiltà islamica della Spagna, parole che Carlo qualifica come “struggenti”, perché ne condivide lo spirito, lui che in uno dei suoi numerosi viaggi ha visitato l’Alhambra di Granada.
    Ed anche in questo articolo viene rievocato un episodio avvenuto, direbbe Eliade, in illo tempore, un episodio che, se non può essere propriamente definito “mitico”, appartiene tuttavia alla ierostoria: è la vicenda di Agar e di Ismaele, ambientata nel luogo centrale della geografia sacra islamica.
    Dovendo esaminare il fenomeno della nascita e della diffusione dell’Islam da un’angolatura geopolitica, che in quanto tale sottolinei lo stretto rapporto dell’evento spirituale, culturale e politico con l’ambito geografico, Carlo non poteva non citare la concezione riduzionista, tipica del positivismo ottocentesco, secondo la quale, mentre il politeismo sarebbe la “religione della foresta”, il monoteismo sarebbe invece la “religione del deserto” e l’area dell’espansione islamica coinciderebbe con quella in cui la media della piovosità annua è inferiore ai dieci pollici!
    Per quanto propenso a rivolgere un’attenzione particolare al fattore geografico (lui stesso riferisce una definizione del deserto come luogo del risveglio, della luce, dell’impersonalità), Carlo respinge nettamente i luoghi comuni di matrice positivista che assolutizzano il fattore ambientale, giudicandoli frutti di un “determinismo geopolitico inadatto a spiegare grandi costruzioni storiche, politiche, militari e religiose ben più complesse e peraltro sviluppatesi in ambienti urbani”. E questa puntualizzazione mi pare piuttosto importante, perché smentisce quella bizzarra accusa di “marxismo geografico”, cioè di determinismo geografico, che è stata lanciata all’indirizzo del metodo geopolitico rappresentato dalla rivista “Eurasia”.
    Ripercorrendo le vicende storiche che videro l’Islam unificare nel giro di poco più d’un secolo lo spazio compreso tra Gibilterra e l’Indo, Carlo mostra molto bene come lo stereotipo dell’Islam quale presunta “religione del deserto” non regga affatto al confronto con la complessità del fenomeno islamico. Ad esempio, egli sottolinea con notevole acume il fatto che “lo scontro fra l’idealizzato Islam meccano e medinese delle origini e quello oramai vittorioso e insediato nelle grandi capitali del Vicino Oriente”, quello scontro che potrebbe essere riduttivamente definito come “lo scontro fra il deserto e la terra fertile dei sistemi potamici irrigui”, abbia dato luogo all’opzione sciita dell’Iran: sarà proprio “la terra indoeuropea dello zoroastrismo”, osserva Carlo, a rivendicare “la linea diretta con il Profeta”, cioè l’eredità privilegiata dell’Islam originario!
    L’articolo si conclude con una valutazione dell’importanza dell’Islam per l’Eurasia. L’area storicamente islamica, secondo Carlo, “rappresenta una cerniera, un collegamento ideale, una saldatura tra l’Eurasia a nord, cioè l’Europa con la Russia siberiana fino a Vladivostok, e le altre parti della massa eurasiatico-africana: l’Africa nera appunto, il subcontinente indiano, la stessa Cina, l’Indocina e l’Indonesia. Ovunque infatti, anche in questi territori più o meno estranei al fenomeno dell’esplosione islamica dei due secoli dopo Muhammad, sono presenti forti comunità musulmane. Un patrimonio per l’Eurasia e non certo un pericolo, come vorrebbe oggi la propaganda terroristica occidentalista, sullo stile dello ‘scontro di civiltà’ alla Huntington”.

    *

    Nel terzo articolo (Europa-Russia-Eurasia: una geopolitica “orizzontale”) Carlo affronta alcuni concetti squisitamente geopolitici, instaurando un rapporto dialettico con le tesi esposte sul primo numero di “Eurasia” dal geopolitico russo Aleksandr Dugin, in un lungo scritto intitolato L’idea eurasiatista.
    Dugin prospetta l’Eurasia dei “tre grandi spazi vitali, integrati secondo la longitudine”, tre cinture eurasiatiche che si estendono da nord a sud, nel senso dei meridiani. Tale suddivisione secondo sfere d’influenza verticali, osserva Carlo, costituisce una ripresa delle pan-idee di Karl Haushofer, il quale teorizzava un emisfero orientale – il nostro - geopoliticamente diviso in uno spazio eurafricano, uno spazio panrusso esteso fino all’Oceano Indiano ma privo dello sbocco al Pacifico e, infine, uno spazio estremo-orientale comprendente Giappone, Cina, Sud-Est asiatico e Indonesia. A questo schema haushoferiano Dugin ha apportato alcune modifiche richieste dalla situazione internazionale odierna, assegnando alla seconda fascia anche il Vicino Oriente e la Siberia fino a Vladivostok.
    Carlo, che giudica fondamentale il contributo dato da Dugin alla dottrina geopolitica e alla lotta di liberazione eurasiatica, ritiene necessario allargare la prospettiva dughiniana delle aree verticali, e scrive: “Alle pan-idee ‘verticali’ haushoferiane, che interpretate alla luce dell’assetto internazionale attuale assumono oggi vago sapore neocolonialista (l’esatto contrario delle posizioni anticoloniali del padre della geopolitica tedesca), noi sostituiamo la visione di una collaborazione paritaria e integrata fra realtà geopolitiche omogenee disposte a fasce orizzontali in Eurasia e in Africa”.
    Che cosa sia la prospettiva geopolitica orizzontale, Carlo lo spiega fin dalle prime righe di questo studio. “L’Eurasia – egli esordisce – è un continente ‘orizzontale’, al contrario dell’America che è un continente ‘verticale’”. Anzi, tutta quanta la massa continentale dell’emisfero orientale è costituita di unità omogenee disposte in senso orizzontale: “È lo stesso senso di marcia – scrive – seguito dai Reitervölker, i ‘popoli cavalieri’ che corsero l’intera Eurasia fin dai più remoti tempi preistorici, i tempi dei miti e delle saghe dell’origine”.
    Traducendo questa visione in termini geopolitici, Carlo prospetta “l’integrazione della grande pianura eurasiatica settentrionale dal canale della Manica allo stretto di Bering”. A questa prima fascia orizzontale si affiancano, in altre fasce orizzontali, le altre unità geopolitiche dell’Eurasia e dell’Africa: il grande spazio arabo del Nordafrica e del Vicino Oriente, il grande spazio trans-sahariano, il grande spazio islamico compreso fra il Caucaso e l’Indo eccetera.
    In questa prospettiva, è naturale che l’Europa si integri in “una sfera di cooperazione economica, politica e militare con Mosca”, altrimenti “sarà usata nell’ambito NATO dagli americani come una pistola puntata su Mosca”. La Russia infatti non può pensare di fare a meno dell’Europa, anzi. Da un punto di vista russo “l’unica sicurezza per i secoli a venire non può esser rappresentata che dal controllo sotto qualsiasi forma delle coste della massa eurasiatica settentrionale, quelle coste che si affacciano sui due principali oceani mondiali, l’Atlantico e il Pacifico”.
    La necessità dell’integrazione geopolitica di Europa e Russia impone sia agli Europei sia ai Russi la revisione definitiva di certe contrapposizioni. La “contrapposizione ‘razziale’ tra euro-germanici e slavi”, scrive Carlo, “fu uno dei grandi errori della Germania”. Ma anche i Russi devono eliminare i residui di quella eurofobia che, nata dalla giusta esigenza di rivalutare la loro componente turco-tatara, li ha indotti talvolta a contrapporre in maniera radicale la Russia all’Europa germanica e latina, magari confondendo quest’ultima con l’Occidente “atlantico” e, aggiunge Carlo, “con la mentalità razionalista, positivista e materialista propria degli ultimi secoli”.
    Invece, incalza Carlo, “se ancora di Occidente ed Oriente si può e si deve parlare, la linea di demarcazione deve essere posta tra i due emisferi, tra le due masse continentali separate dai grandi oceani”, sicché il vero Occidente, la terra del tramonto, risulterà essere l’America, mentre l’Oriente, la terra della luce, coinciderà col Continente antico: Eurasia ed Africa.

    *

    Il canto del cigno di Carlo è un articolo intitolato I Mediterranei del mondo, la cui brevità denota l’esaurimento delle energie dell’autore. Tuttavia sono cinque o sei pagine che non sfigurerebbero affatto in una eventuale antologia di scritti geopolitici.
    Anche qui le citazioni epigrafiche iniziali sono ben rappresentative del pensiero di Carlo in generale e del contenuto di questo articolo in particolare. La prima citazione, infatti, è una frase di Schmitt relativa a quel dualismo terra-mare al quale Carlo si richiama costantemente, mentre le altre tre citazioni si riferiscono ad altrettanti miti concernenti i tre “mediterranei del mondo”.
    Oltre al Mediterraneo propriamente detto, la cui caratteristica consiste nel “penetrare a fondo nella massa euro-afro-asiatica nel senso orizzontale, quello dei paralleli”, esistono altri due mari che, in quanto situati “in mezzo alle terre”, potrebbero esser chiamati “mediterranei”: uno si trova in Asia, “tra la costa della massa continentale sino-indocinese e la collana di isole che si frappongono al grande Oceano Pacifico”, mentre l’altro è in America ed è formato dal Golfo del Messico e dal Mar dei Caraibi.
    Carlo nota una caratteristica che li accomuna tutti e tre: “al centro di questi sistemi marittimi interni vi è sempre un’isola di grandi dimensioni che li divide in due metà pressappoco equivalenti”: rispettivamente la Sicilia, Taiwan, Cuba. Ciascuna di queste isole rappresenta la “chiave di volta” strategica per il controllo del sistema marittimo interno e ciascuna di esse ha rivestito e riveste una grande importanza nelle strategie delle potenze talassocratiche, si tratti dell’Inghilterra o degli Stati Uniti.
    L’autore dell’articolo si ripromette di sviluppare questo argomento, trattandolo in maniera più approfondita, nel numero di “Eurasia” dedicato alla Cina. Purtroppo ciò non avverrà. Il medesimo numero di “Eurasia” che ospita l’articolo sui Mediterranei del mondo si conclude con due pagine in memoriam di Carlo, due pagine di commiato delle quali voglio ripetere le parole finali: Vale, amice carissime, ave atque vale.


    Inserita il 15/10/2006

    dal sito di Claudio Mutti



    Claudio Mutti

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    Grande Uomo Carlo Terracciano (R.I.P.)

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    Predefinito Re: Rif: OMAGGIO A CARLO TERRACCIANO

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    Grande Uomo Carlo Terracciano (R.I.P.)
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    Predefinito Re: Rif: OMAGGIO A CARLO TERRACCIANO

    LA DOTTRINA DELLE TRE LIBERAZIONI

    Carlo Terracciano



    Libertà va cercando ch’è sì cara,
    Come sa chi per Lei vita rifiuta.
    Dante Alighieri

    PREMESSA
    La Libertà è parte stessa dell’Essenza e dell’esistenza di un uomo, come di un popolo; d’ogni Uomo e d’ogni Popolo in quanto tali.
    Tant’è vero che viene oggi considerata un Diritto fondamentale di ogni cittadino e fin dalla più remota antichità la differenza sostanziale tra gli uomini era appunto rappresentata dalla facoltà o meno di poter disporre liberamente di se stessi e dei propri beni. In mancanza di essa si cadeva in schiavitù, nella disponibilità quindi di altri che potevano disporre a loro piacimento e spesso capriccio della persona dello schiavo, fino a privarlo della vita stessa.
    La schiavitù nel mondo è stata abolita ufficialmente da meno di un secolo e mezzo, a parte casi più recenti, ma solo per essere spesso sostituita da forme più larvate e subdole di dominazione praticamente totale ed assoluta su uomini, popoli, nazioni, interi continenti, fino ad avviluppare l’intero globo. Dominazione militare, economica, politica, religiosa, psicologica, culturale ed al giorno d’oggi persino biologica, informatica, ambientale ecc…
    Sulla natura ed il contenuto della libertà, come sui suoi limiti si sono misurati per millenni gli intelletti più acuti dei “filosofi”, nel senso etimologico del termine.

    LE TRE LIBERAZIONI
    La Dottrina delle Tre Liberazioni, che possiamo anche definire Dottrina della Liberazione Integrale, intende trattare gli aspetti COMUNITARI della libertà dell’uomo, inteso non come singolo individuo, bensì quale Persona; non Monade isolata e conclusa, ma parte organica di un tutto, membro attivo e cosciente, funzionale alla Comunità.
    Essa tratta quindi della LIBERAZIONE NAZIONALE, LIBERAZIONE SOCIALE E LIBERAZIONE CULTURALE.
    Partendo da una Visione Tradizionale anagogica, organicistica ed olistica dell’esistenza, si intende quindi analizzare la libertà (o la sua mancanza) ed i limiti della stessa concernenti i vari aspetti dell’Uomo come essere SOCIALE: indissolubilmente legato sia da vincoli di sangue, che di cultura e di relazioni sociali, cioè di Storia e di Geografia, ai propri simili in quella Unità Vivente che è la Comunità di Destino agente nella Storia e nello spazio vitale geografico.

    L'UOMO NELLA "NATURA" E NELLA STORIA
    E ’ infatti del tutto evidente che nessun uomo può dirsi assolutamente “libero” e svincolato da qualsivoglia rapporto sociale con altri uomini, per non dire con l’ambiente che lo circonda, quasi in un presunto , adamitico “stato di natura”. Esso rappresenta, come ben sappiamo dalle osservazioni sul mondo animale e vegetale, un falso del pensiero illuminista e modernista, che a sua volta affonda le radici in una prospettiva monistico-creazionista che considera essere l’intero mondo creato al servizio dell’uomo e a sua completa e libera disposizione. Tale concezione, materializzatasi dopo la perdita di ogni dimensione spirituale, ha prodotto i noti disastri ambientali oggi sotto gli occhi di tutti.
    Al contrario dobbiamo considerare il Sistema-Terra, come un organismo vivente e pulsante, un ecosistema unitario del quale l’uomo è una specie fra le altre nella sua “nicchia ecologica”. E’ insomma l’ipotesi GEA, oramai assurta a evidenza inconfutabile, specie se si considerano i danni devastanti arrecati dalla modernizzazione e il conseguente fenomeno di rigetto, che preannuncia l’ennesima (la sesta ?) estinzione di una specie incompatibile: la nostra!
    E d’altra parte, proprio per quanto affermato sopra, sulla natura sociale-comunitaria dell’uomo, è altrettanto evidente che, se non vi può essere uomo svincolato dal suo habitat in base alla sua natura, altrettanto non può esistere individuo isolato dalla Comunità, in base al suo essere sociale.
    Ogni uomo agisce nella Storia in quanto interagisce con la Comunità d’appartenenza, originaria od acquisita che sia.

    LA LIBERAZIONE NAZIONALE...
    Ma allora ne consegue, logicamente, che non può esistere vera libertà individuale e collettiva quando la stessa Comunità Nazionale e Sociale NON E’ LIBERA, ma è sottoposta ad un Potere esterno ed estraneo che ne conculca il libero arbitrio, ne manipola e determina le scelte, ne controlla i mezzi di sussistenza e le volontà di governanti e governati.
    La Liberazione nazionale è dunque l’assunto prioritario per ogni libertà politica e civile degli uomini che ne fanno parte e delle generazioni a venire.
    Del resto ogni uomo vive anche su una terra, si mantiene e prospera con il frutto del suo lavoro, alleva ed educa i figli. Ogni membro comunitario ha diritto, per la sua stessa appartenenza organica all’Entità superiore rappresentata dalla Comunità, ad una sostanziale LIBERTA’ DAL BISOGNO.

    ..LA LIBERAZIONE SOCIALE…
    La Liberazione sociale si concretizza nell’esaudimento da parte della Comunità delle necessità primarie, dei servizi essenziali per una vita civile degna di questo nome: cibo, salute, istruzione, casa, sicurezza, dignità, giusta collocazione di ciascuno nella funzione che più gli compete, una dignitosa vecchiaia assistita fino ad un sereno trapasso.
    “A ciascuno secondo i bisogni, da ciascuno secondo le capacità”, non è uno slogan di facile effetto, ma la base stessa di ogni convivenza civile in un società ben sviluppata.
    Ovviamente l’essere umano non ha solamente una dimensione prettamente materiale, non è “uomo ad una dimensione” soltanto, anche se oggi è proprio a questo che il sistema liberal-capitalista lo vorrebbe ridurre.
    Nel momento stesso in cui egli è concepito, diventa erede di un patrimonio che lo ricollega ad una catena ininterrotta di antenati: non è una tabula rasa ma porta in sé, nel suo DNA un patrimonio genetico che lo rende unico. E anche il suo carattere è un unicum a cui, con la nascita, l’educazione e l’esperienza, aggiunge un patrimonio culturale specifico: una lingua madre, un insieme di nozioni, l’esperienza diretta di un paesaggio circostante e di un habitat, clima compreso, un’alimentazione particolare adatta al suo standard di vita, delle convinzioni etico-morali e delle idee filosofiche e religiose proprie del suo tempo e del suo spazio.

    ..LA LIBERAZIONE CULTURALE
    La Liberazione culturale rappresenta quindi il terzo pilastro indispensabile per la formazione di un essere umano completo, sano ed integro nel corpo e nell’anima.
    Come tutto ciò si possa e si debba realizzare oggi, nel mondo moderno, nell’Europa all’alba del Terzo Millennio cristiano, ma anche alla fine di un ciclo di civiltà ben più antico e radicato nei popoli del continente Eurasia, è il contenuto delle pagine seguenti, tenendo tuttavia conto di alcuni presupposti.

    LIBERTA' E LIBERAZIONE
    Innanzi tutto si noterà che viene usato il termine LIBERAZIONE, dando quindi alla parola Libertà una connotazione dinamica, volontaristica; una prospettiva in fieri proprio perché, come sarà dimostrato, le fondamentali libertà elencate sono attualmente eluse, tradite, assolutamente inesistenti a livello nazionale e mondiale. Se la libertà è “la condizione di chi è libero” (e non solo si sente e crede di esserlo), la liberazione è “l’atto e l’effetto del liberare”.
    E tanto più si allarga e progredisce la libertà quanto più il processo di liberazione avanza nelle coscienze e nel paese reale in lotta con un “paese legale”, che non è altro che lo strumento legislativo, istituzionale e giuridico del Potere occupante gestito dai collaborazionisti interni.
    A questo riguardo, superate le vecchie, obsolete classificazioni “destra-centro-sinistra”, fascismo-antifascismo/comunismo-anticomunismo ecc…la vera contrapposizione del futuro sarà tra i Patrioti Combattenti per la Liberazione europea e i collaborazionisti dell’occupante americano, sfruttatori dei propri popoli e fautori del Progetto Mondialista di dominazione planetaria.

    UNITA' E TRINITA' DELLA LOTTA DI LIBERAZIONE
    Bisogna poi precisare che le tre Liberazioni sono assolutamente correlate ed interdipendenti.
    Non vi può essere reale liberazione di un popolo che non le contempli tutte; anche se certamente, in termini di sviluppo temporale, la Liberazione Nazionale è prioritaria e propedeutica delle altre due.
    Ma anche nel suo conseguimento non si può prescindere dalla realizzazione, almeno in nuce, delle strutture essenziali alla Liberazione sociale del popolo ed etno-culturale della Comunità nazionale nella sua totalità.
    Non può esistere LIBERTA’ POLITICA dello e nello Stato che non realizzi la LIBERTA’ SOCIALE ed ECONOMICA del suo popolo e la instaurazione della propria IDENTITA’ CULTURALE.
    Così non può esistere Libertà e prosperità socio-economica in un paese occupato e sottomesso agli interessi finanziari e strategici della potenza invasiva che, proprio per favorire lo stato d’asservimento dell’occupato da parte dell’occupante, ne stravolge volontariamente la base sociale e culturale, imponendo ogni forma di mescolamento e sradicamento dalle proprie tradizioni.
    Stravolgimento che concerne sia le vittime dirette di tale sradicamento, come oggi accade alle masse sottoproletarie del Sud del Mondo costrette ad emigrare, sia i lavoratori europei, minacciati nella loro identità culturale e storica, sia nella loro sopravvivenza sociale, di fronte ad una massa di sfruttati gettati come carne da lavoro sul mercato della produzione e del consumo.
    La Globalizzazione del mercato del lavoro è la forma moderna più subdola e disumanizzante di razzismo e sfruttamento schiavistico, dai tempi della deportazione anglo-americana di schiavi dall’Africa Nera. Essa presuppone e favorisce la guerra fra poveri del Sud e Nord del mondo a tutto vantaggio delle classi dominanti di entrambe.
    Ed alfine è impensabile conquistare e mantenere le libertà politiche, nazionali e sociali, fra un popolo senza più radici e Valori forti di riferimento, schiavizzato nelle menti e nelle anime prima ancora che nei corpi. E’ del tutto evidente che un simile popolo, oramai ridotto a massa informe sotto la dittatura dei più bassi istinti, della più materialistica ricerca del profitto, non si porrebbe neanche l’obiettivo della propria liberazione e della SOLIDARIETA’ tra i suoi membri, mancando oramai ogni legame comunitario, ogni riferimento ideologico, politico, religioso, in un termine ogni IDENTITA’ COMUNITARIA..
    Non c’è bisogno di specificare che l’individualismo, l’edonismo solipsistico e il libertarismo, com’è per il liberismo, rappresentano la più diretta negazione della vera, autentica Liberazione in tutti i settori della vita comunitaria.
    La qual cosa sempre avviene quando alla Libertà come aspirazione non si unisce la Responsabilità come principio interiorizzato di vita e di valutazione.

    LIBERAZIONE "DA" E LIBERAZIONE "PER"
    Questa considerazione ci porta ad un’ulteriore precisazione della Dottrina delle Tre Liberazioni.
    La distinzione classica cioè tra LIBERAZIONE DA…qualcosa e/o qualcuno, e LIBERAZIONE PER…qualcosa e qualcuno.
    In sostanza, per quanto concerne il tema in oggetto, si tratta della stessa differenza tra una formulazione al negativo della libertà conculcata (es: lotta di liberazione dall’occupante straniero), ed una al positivo, una LIBERAZIONE CREATIVA, per realizzare nella Storia, cioè nel tempo e nello spazio geografico, quel Destino di Civiltà che è la ragione stessa d’esistere della Unità Comunitaria.
    E se solo la Libertà di un popolo, che si dà “forma” nello STATO, è propedeutica alla creazione di Cultura e Civiltà, nel senso più classico di questi termini, la Nuova Civiltà che ne scaturisce è apportatrice di Libertà non solo per l’Uomo Nuovo formatosi al suo interno, ma anche di Liberazione per gli altri popoli ancora asserviti alla schiavitù imposta dalle Oligarchie cosmopolite.

    PER UN NUOVO INTER-NAZIONALISMO
    Al contrario di quanto si è creduto in questo secolo, il vero INTER-NAZIONALISMO non si fonda sulla classe, ma sulla COMUNITA’ ORGANICA DEL POPOLO, di ogni popolo, nella sua propria specificità.
    L’internazionalismo marxista, per esempio, heghelianamente basato su una scienza sociale autorealizzantesi nella storia, nella sua applicazione pratica istituzionale ha oggettivamente favorito proprio il disegno del Grande Capitale internazionale, nella sua oramai plurisecolare opera di sradicamento delle culture e dei popoli (oggi anche in senso letterario e fisico).
    Nonostante le molte cose giuste realizzate ed alcune teorizzazioni valide per quei tempi, esso ha alfine determinato oggettivamente il trionfo del presunto avversario mondiale, che puntava alla distruzione delle differenze e specificità per meglio addivenire alla globalizzazione totale del Mercato/Mondo; nella prospettiva, ormai prossima, di realizzare il Progetto politico Mondialista di dominazione sui popoli, da parte di una ristrettissima cerchia d’oligarchi internazionalisti cosmopoliti.
    Il marxismo insomma non ha saputo superare il suo vero handicap iniziale di una critica tutta interna alla logica capitalistica. In questo senso alla fine il “padre” ha ucciso il figlio e non viceversa.
    La disintegrazione dei popoli in favore dell’individualismo edonista, fino alla più recente teorizzazione dei cosidetti “diritti umanitari” universali da difendere (a scapito e anche contro le singole comunità nazionali d’appartenenza) ,è funzionale unicamente alla distruzione di ogni forma organizzata che ancora faccia da scudo alla libertà vera dell’uomo, di ogni uomo, ponendolo solo e nudo alla mercé del Potere mondiale del Capitale; e chiamando poi questo rapporto “libero mercato”, “libertà di concorrenza” e similari.
    Una libertà economica globale ed un diritto d’ingerenza “umanitaria” disapplicati e respinti proprio dalla superpotenza americana che vorrebbe imporli al resto del mondo.
    E se questo processo disintegrativo si è realizzato più a fondo e celermente ad Ovest che non nell’Est “sovietico” e nei paesi del “Terzo Mondo” che adottarono almeno ufficialmente il marxismo, ciò è dovuto al fatto che, istintivamente, quei popoli e le loro élites realizzarono ben presto, nei fatti, una qual forma di NAZIONALCOMUNISMO, pratico se non teoretico, che (ribaltando i rispettivi ruoli assegnati all’origine dall’ideologia trionfante) seppe inquadrare la dottrina marxiana stessa ai singoli interessi nazionali, ricollegandosi, nonostante i presupposti teoretici materialistici, alle rispettive culture e civiltà talvolta plurimillenarie.
    E’ stato il caso di Cuba, della Cina, del Vietnam, della Corea del Nord, della Yugoslavia, oggi fra gli ultimi baluardi di difesa dei popoli dalla mondializzazione; come già fu per la Russia di ieri..

    IL COMUNITARISMO EUROPEO QUALE ATTUALIZZAZIONE E SUPERAMENTO DEL NAZIONAL-COMUNISMO
    Allo stato attuale delle cose, e con la recente esperienza di quelle nazioni e sistemi sociali, possiamo affermare che la prossima, futura Lotta di Liberazione non può che essere Mondiale, come Mondialista, nei mezzi e nei fini, è il Potere d’intervento e repressione del Sistema imperialista americanocentrico.
    Essa deve essere quindi “INTER – NAZIONALISTA”, PER QUANTO CONCERNE GLI AGENTI IN CAMPO, e basata sulle GRANDI UNITA’ CONTINENTALI GEOPOLITICHE, PER QUANTO RIGUARDA LO SPAZIO E LA POSIZIONE dei popoli che ne fanno parte.
    In tale prospettiva è auspicabile un’Alleanza Quadricontinentale Antimperialista.
    In particolare la Liberazione dell’Europa è ipotizzabile soltanto in una dimensione geopolitica unitaria che va dall’Atlantico al Pacifico, cioè la penisola europea + la Federazione russa, oggi più che mai “europea” a pieno titolo, con gli immensi spazi logistico-strategici siberiani: l’Eurasia unita da Reykjavik a Vladivostok, dall’Atlantico al Pacifico.
    In questo quadro d’insieme planetario, il futuro Comunitarismo Europeo rappresenterebbe un naturale sviluppo ma anche un superamento dello stesso Nazionalcomunismo, come si è storicamente realizzato. Infatti, pur ponendosi su quel filone di pensiero, anzi portandolo alle estreme conseguenze, lo ingloba in una Nuova Sintesi che rimette in discussione sia il Nazionalismo che il Comunismo, nella loro teoria come nella pratica realizzazione storica.
    Possiamo allora affermare, per il momento, che una realistica prospettiva di Liberazione Continentale è ipotizzabile sì partendo dalle specificità nazionali, regionali e locali, dei popoli, ma ridefinendo queste in forme e contenuti adeguati ai tempi, inserendole in più estese e vitali unità Politiche, istituzionalmente organizzate come UNITA’ IMPERIALI CONTINENTALI, geopoliticamente unitarie ed economicamente autarchiche.
    Il vétero nazionalismo borghese, nato ideologicamente dal secolo dei cosiddetti “Lumi” e politicamente dalla Rivoluzione Francese del 1789, non solo ha fatto il suo tempo, essendo completamente inadatto ad affrontare le sfide globali del nuovo millennio ma, passato per la fase del colonialismo moderno e dell’imperialismo, sfocia oggi ‘proprio in un internazionalismo funzionale al progetto del Governo Unico mondiale. Esso, ricompattato a forza sotto l’egida dell’Europa Unita del e dal Capitale, si è più volte dimostrato completamente succube di fronte al ricatto mondialista, americano-sionista. L’unico supernazionalismo oggi trionfante su tutti i rivali è quello della talassocrazia USA dominante i mari e i cieli della Terra, santuario strategico inviolabile di quei Poteri forti storicamente ed economicamente caratterizzati da un cosmopolitismo apolide.

    IL XX SECOLO
    Il nazionalismo che abbiamo conosciuto in questi ultimi due secoli è il frutto della ideologia dei Lumi e della Rivoluzione Francese, forgiato dalla rivoluzione industriale e tecnologica dall’800 in poi, e trasformatosi in imperialismo su tutto il globo, specie da parte delle potenti talassocrazie anglofone e dalla Francia.
    Il Ventesimo secolo dell’era cristiana che ci lasciamo alle spalle ha assistito allo scontro sanguinario dei nazionalismi europei in ben due Guerre Mondiali a distanza di una generazione. Una vera e propria “guerra civile europea” che li ha visti tutti soccombenti, tutti sconfitti, anche quelli che sedettero al tavolo dei vincitori a Yalta e a Postdam.
    Nel secondo dopoguerra infatti abbiamo assistito al sistematico smantellamento dei rispettivi imperi coloniali europei, favorito dal neo-imperialismo USA, che ad essi si è sostituito in ogni angolo del globo.
    La stessa Unione Sovietica, unico rivale credibile nella eterna contrapposizione tra Potenze terresti e marittime, è uscita alfine sconfitta, disintegrata e piegata al volere mondialista alla fine della Terza Guerra Mondiale: “guerra fredda” solo in quello spazio geo-strategico che era l’Europa divisa dei blocchi, ma guerra sanguinaria di conflitti locali, di golpe militari, di blocchi economico-commerciali, guerra ideologico-politica e tecnologico-strategica dappertutto.
    Siamo in presenza di un mondo unipolare americanocentrico, articolato e ramificato in un Sistema gerarchizzato e piramidale di rapporti politici subordinati.
    Alcune medie potenze sono sottoposte, nelle rispettive aree geopolitiche di appartenenza (Germania per l’Europa, Giappone in Asia, Australia in Oceania) ecc., ad un ruolo di esecutori e guardiani, valvassori e valvassini del nuovo ordine mondiale; anche nella prospettiva di u n passaggio i n atto tra il monocentrismo capitalista americanocentrico ed un policentrismo che favorirà il risorgere di governi di centro-destra, liberal-liberisti, fautori di un neonazionalismo più funzionale alla dominazione capitalista del Mondialismo, al trionfo del suo progetto finale che travalica lo stesso fattore economico materialistico.
    In simile prospettiva e ridefinizione di ruoli, il nazionalismo Sette-Ottocentesco non solo non ha più ragion d’essere come fattore di unità, sovranità, indipendenza e liberazione dei popoli, ma in Europa è oggi il più puntuale strumento di asservimento delle rispettive popolazioni al Dominio Planetario Mondialista.
    Compito che svolge uniformando, all’esterno come all’interno, legislazioni ed istituzioni agli interessi della superpotenza dominante e del Mercato Globale e conducendo nei rispettivi “domini delegati” una sempre più palese e massiccia opera di repressione e persecuzione di qualsivoglia, anche velata forma di contestazione e non omologazione al modello dominante del Pensiero Unico.
    Omologazione alla quale sette, massonerie varie e istituzioni ecclesiastiche offrono il loro apporto ideologico-dottrinario, la sottomissione dei propri seguaci e la benedizione sacramentale.

    MONDIALISMO E GLOCALIZZAZIONE
    A dispetto di questo quadro sconfortante, non possiamo non notare che sempre più uomini d’élite e popoli, quasi per innato istinto di resistenza e conservazione, tendono a contrapporsi all’omologazione totalitaria del Capitale, al capitalismo nelle sue forme più selvagge ed aberranti, le cui conseguenze disastrose sotto il profilo sociale ed ecologico sono più evidenti di quelle culturali e spirituali, pur sempre presenti.
    In particolare, accanto ad un processo di globalizzazione imposto dall’alto tramite istituzioni politiche e religiose, media, lavaggio del cervello o strumenti repressivi tout court, assistiamo ad un istintivo ritorno popolare alla LOCALIZZAZIONE, al recupero delle proprie radici culturali e storiche, alla difesa, anche miope e scomposta, della propria specificità, nonché ad un recupero dell’equilibrio con la natura e il territorio.
    La coscienza ECOLOGICA è sempre più diffusa anche se resta soccombente di fronte all’offensiva inarrestabile della tecnologia più devastante e distruttiva (si pensi solo per fare un esempio ai disastri ecologici del petrolio).
    Questo processo di revisione e restaurazione dei Valori è stato definito come GLOCALIZZAZIONE, perché unisce rappresenta la sintesi tra un ritorno al particolare e una presa di coscienza della generalità ed interdipendenza dei problemi della Terra intera.
    All’inizio del Ventunesimo secolo è oramai evidente, sotto gli occhi di tutti l’equazione: “Progresso” tecnologico, sperimentazione bio-tecnologica, informatica e similari = REGRESSO dell’Uomo nella sua integrità fisica, biologica, mentale, sociale.
    La concezione lineare-progressista e progressiva di una Storia e Civiltà dell’Umanità, intesa come unitaria ed unidirezionale, ha fatto il suo tempo. Essa è in piena crisi avendo dimostrato la sua falsità e perversione che rende l’uomo non più libero, cosciente e felice, ma sempre più schiavo, ottuso ed infelice.
    La stessa “esplosione demografica” in una parte del pianeta e la denatalità delle società industrializzate non rappresentano che le due facce di una stessa medaglia, i due problemi creati dalla stessa causa: l’ideologia modernista che ha preparato il campo al dominio totale del Capitale sull’Uomo.
    Si realizza drammaticamente la previsione del disastro annunciata in TUTTE le Culture Tradizionali, (pre-Visione in quanto Ricordo del già avvenuto in ere passate), basate su una concezione “circolare” della Storia; per esse Rivoluzione è dunque un revolvere, tornando alle Origini, dopo aver attuato una sintesi dialettica delle antitesi.
    nell’Armonia generale del Cosmo.
    Lungi da catastrofismi apodittici essa è propedeutica alla dottrina delle Tre Liberazioni in quanto ne riconosce la Realtà, la Validità e l’Ineluttabilità, sia sul piano logico che ontologico.

    TERRA DEGLI AVI E TERRITORIO DI LOTTA
    Per quanto riguarda più specificatamente la Libertà Nazionale quindi, quest’ultima presuppone una ridefinizione della Nazione stessa, della sua natura, della sua origine come dei suoi fini.
    Se sul piano più ideale, la formulazione più perfetta è quella che definisce la “Patria il luogo dove si combatte per la propria Idea”, per la Visione del Mondo, sul piano storico essa rappresenta nell’Immaginario Collettivo di una Comunità “la Terra dei Padri”, degli Avi: quella che fu conquistata con la Lotta, fruttificata con il Lavoro, sacralizzata dalla presenza dei Lari, degli Antenati. Infine, sotto l’aspetto politico-programmatico quella nazionale è “Comunità di Destino” nella Storia e nello Spazio geografico, entrambe analizzati e studiati nelle direttive strategiche di lungo periodo dalla GEOPOLITICA.
    Il concetto di microcomunità è tornato in auge anche come difesa e contraltare alla dispersione ideale, ideazionale e fisica dell’uomo moderno nel cosidetto “villaggio globale”, informatico e politico, che assomiglia sempre più ad una “jungla planetaria” o, meglio, ad un “deserto” postatomico, esteriore quanto interiore; realizzando ancora una volta la profezia di chi disse che “all’inizio delle Civiltà c’è la foresta, alla sua fine il deserto”!
    La sua forma degenerativa è però rappresentata dalla difesa gretta ed egoistica del proprio microcosmo economico-sociale, dal rifiuto di ogni forma di solidarismo nazionale ed internazionale, in un’ottica miope e provincialistica talvolta peggiore dei nazionalismi di vecchio stampo e sempre alla fine autolesionistica.

    LE TRE PROPRIETA’
    La Dottrina delle Tre Liberazioni ha una risposta coerente in campo sociale al grande problema della Proprietà che ha lacerato il XX secolo.
    Essa riconosce tre tipi di Proprietà: la Proprietà Nazionale, la Proprietà Sociale e la Proprietà privata ad uso sociale.
    Di fronte allo strapotere della Globalizzazione mondiale, delle multinazionali, delle lobbies industrial-finanziarie, di tutti i potentati economici e politici estranei alla Nazione ed al suo destino, è assolutamente indispensabile che la Comunità sia liberata dai lacci economici che la strangolano, assicurando beni e servizi essenziali ai cittadini.
    Per questo motivo lo stato nazionale comunitario deve avere la proprietà delle risorse che hanno interesse generale per tutta la comunità, per il suo benessere e la sua indipendenza.

    LA PROPRIETA’ NAZIONALIZZATA
    E’ quindi prevista la nazionalizzazione senza indennizzo di Banche (a cominciare da quella Banca d’Italia” che è tale solo di nome; solo lo Stato può e deve batter moneta) Assicurazioni, industrie del comparto energetico (con trattative dirette verso i produttori, senza intermediazioni delle multinazionali), telecomunicazioni, concentrazioni industriali di interesse nazionale e strategico (alimentari, armamento, informatica ecc…). Ovviamente scuola, salute, trasporti e simili sono priorità di assoluto interesse nazionale che non possono essere lasciate a privati.
    Insomma tutto quello che è di interesse generale deve appartenere alla Comunità popolare.

    LA PROPRIETA’ SOCIALIZZATA
    E’ la proprietà di aziende, industrie, beni e servizi che riguardano uno parte della comunità nazionale o locale, e soprattutto i diretti interessati, cioè coloro che vi lavorano e ne ricavano il sostentamento per sé e i propri familiari.
    Tutte queste saranno socializzate e diverranno quindi proprietà indivisa ed incedibile dei lavoratori organizzati; i quali ne saranno allo stesso tempo proprietari come acquirenti di quote azionarie e responsabili verso la Comunità nel suo insieme, che controllerà produzione e gestione attraverso appositi Commissari Politici e Sociali.
    Va da sé che nello stato nazionale non possano esistere concentrazioni industriali e/o finanziarie tali da poter minimamente influenzare, per estensione o ricchezza, le scelte politiche comunitarie. La Politica deve sempre e comunque guidare l’Economia, mai il contrario!

    LA PROPRIETA’ PRIVATA
    Lo stato deve riconoscere la piccola Proprietà privata, quella dei beni e d’uso: “la casa e le cose" per dirla sinteticamente.
    Ma la proprietà privata deve essere sempre e comunque anche al servizio della comunità.
    Una proprietà privata che non rispetti questo imperativo o addirittura lo contrasti non può esistere; essa viene immediatamente sequestrata senza contropartita e nazionalizzata.
    Alcuni esempi: la casa lasciata sfitta, il campo non coltivato, la piccola fabbrica a gestione familiare che inquini l’ambiente con i suoi fumi e scarichi, ecc…
    La proprietà privata può esistere SOLO se ha uno scopo sociale, un fine comunitario di sviluppo per tutti.
    E questo vale sia a livello locale che generale. Il chè ci introduce alla questione della LOCALIZZAZIONE e delle grandi UNITA’ CONTINENTALI.

    PICCOLE PATRIE E GRANDI IMPERI
    Se la “nazione-stato” degli ultimi due secoli è completamente inadeguata al confronto con la Globalizzazione ed il progetto Mondialista di dominio planetario, a maggior ragione le “piccole patrie”, a se stanti, sono completamente inermi di fronte al pericolo dell’omologazione planetaria; anche se favorite da un maggior radicamento ambientale e culturale (non sempre e non dappertutto).
    Il rischio più immediato è quello di scambiare tale ritorno alle radici per semplice recupero folklorico, tra canti, balli e cucina per un turismo di massa in cerca del “colore locale”.
    Aspetti che il Mondialismo ha dimostrato di saper ben recuperare ed inserire nel proprio Progetto, anche con accurati studi di mercato sulla differenziazione qualitativa delle merci in funzione delle differenze etno-culturali, del resto sempre più labili, superficiali e “imbastardite”.
    Il pericolo più subdolo è che, addirittura, la lotta di liberazione “localista” dal centralismo nazionalitario dei secoli passati, divenga a sua volta strumento del Mondialismo stesso per piegare alla propria volontà ed ai suoi sordidi progetti le nazioni che ancora resistono e non intendono piegarsi all’imperialismo americano ed all’interesse capitalistico.

    IL RUOLO DELLA GEOPOLITICA
    Questo spiega ampiamente la differenza di atteggiamento dell'imperialismo USA e dei suoi manutengoli europei ed asiatici nei vari scacchieri delle crisi tra stato centrale e sue minoranze etniche: Serbia-Kossovo, UE-Austria, Russia-Cecenia, Turchia-Kurdistan (ma anche Iran/Iraq-Kurdisthan), Indonesia-Timor Est in periodi differenti, ecc…ecc…
    Persino le posizioni verso singoli personaggi politici e movimenti rivoluzionari sono mutati sulla base del medesimo progetto. Un esempio per tutti: Arafat e l’OLP> Israele. Da “terrorista internazionale” a premio Nobel! E soprattutto strumento-ostaggio nelle mani del Sionismo, dentro e fuori Israele.
    Soltanto il ruolo di quest’ultimo resta immutato per l’ovvio motivo che rappresenta, a livello di struttura internazionale portante, il motore stesso del Mondialismo, in tutti i suoi aspetti: economico, mediatico, ideologico-religioso, politico e via elencando. Nonché un sito geostrategico di dominazione sul “Vecchio Mondo” unico.
    E’ allora evidente che l’unica via realistica e giusta per la Liberazione Nazionale d’Europa, quale esempio anche per tutti gli altri popoli, risieda nell’UNITA’ GEOPOLITICA CONTINENTALE, nell’Europa Unita dall’Atlantico al Pacifico, l’ Eurasia dei geopolitici, cioè tutta la penisola e le isole europee + la Federazione Russa.
    Ed in tale contesto storico futuro, nel XXI secolo, quest’ultima avrà certamente un ruolo guida per la Lotta di Liberazione Continentale. Anche nelle sue più piccole articolazioni.
    Prima di tutto il continente Eurasia deve liberare se stesso e scrollandosi di dosso il giogo imposto dalla Finanza Mondiale che ne depreda le risorse e ne affama il popolo, distruggendolo materialmente e spiritualmente con i veleni più scoperti dell’occidentalizzazione.
    Per le sue dimensioni, per la vastità delle sue terre vergini e ricchissime di materie prime, per la sostanziale tenuta del suo popolo nonostante l’aggressione mondiale da almeno due secoli, la Russia, potenza terrestre in naturale conflitto con le talassocrazie anglofone, è la più naturale candidata al ruolo di guida della Liberazione Continentale Europea.
    Mosca (la “Terza Roma” dei mistici russi) sarà la candidata ideale per la riscossa antimondialista dell’Europa dei cento popoli sotto una sola bandiera!
    Essa giocherà, mutatis mutandis, il ruolo che , per esempio Piemonte e Prussia ebbero nell’Ottocento nella creazione rispettivamente delle Nuove Nazioni, Italia e Germania, poi ritrovatesi unite dal Destino nella sconfitta di tutta l’Europa; sconfitta propiziata proprio dal loro scontro con la Russia a sua volta vittima postuma, dopo mezzo secolo, del comune Nemico del genere umano.
    Del resto la Russia stessa non potrebbe mantenere la propria sostanziale indipendenza, come si è dimostrato, isolandosi dall’Europa in un panslavismo nazionalistico anch’esso ottocentesco, pensando di affrontare su simili basi la sfida del MONDIALISMO nel secolo ineunte, che è sfida globale per il dominio di tutto il pianeta e delle sue risorse, quelle russe in primis.

    IMPERIUM CONTRO IMPERIALISMO
    In tale contesto allora la Lotta di Liberazione Nazionale delle Patrie Locali d’Europa troverà la sua possibilità di realizzazione ed il suo sbocco naturale nel nuovo concetto di

    IMPERIUM CONTINENTALE EUROPEO
    La stessa esistenza di un simile progetto lo porrebbe naturaliter in conflitto totale con il Potere Mondialista. Esso determinerebbe infatti, inevitabilmente, la sconfitta definitiva del dominio totalitario americano-capitalista, non solo in Europa, ma in tutto il mondo.
    Del resto la tendenza all’unificazione delle Grandi Aree Etno-Culturali e Geopolitiche è già oggi in atto, studiata dagli stessi politologi anglofoni più avveduti e dai geopolitici più spregiudicati.
    Una tendenza generale, ineluttabile e necessaria, che attende solo una PRESA DI AUTOCOSCIENZA della realtà storica e geografica delle Unità Geopolitiche in questione, unita ad una speculare IDENTIFICAZIONE DEL NEMICO OGGETTIVO GLOBALE di tutti i popoli su tutti i continenti ed oltre…
    La concezione circolare della Storia per sua stessa natura non può essere conservativa o reazionaria; essa è etimologicamente RIVOLUZIONARIA.
    Questo spiega perché una concezione “imperiale” e comunistica (quindi antimperialista) dello Stato, fondata sì sulla specificità dei popoli nelle loro ricche e molteplici differenze, ma realizzata nell’UNITA’ GEOPOLITICA CONTINENTALE, sia quanto mai attuale e “futuribile”.
    Essa risponde alle esigenze di una lotta credibile e fattibile alla globalizzazione capitalista, difende la libertà e specificità dei popoli che la compongono proprio con l’Unità e guida la lotta di liberazione dei popoli di tutto il mondo ponendosi all’avanguardia di un’ALLEANZA QUADRICONTINENTALE ANTICAPITALISTA ED ANTIMPERIALISTA.
    Tutto il contrario del Nazionalismo centralista post-Rivoluzione Francese, che impose, in Europa e ovunque nel mondo un modello unico, il quale dette la peggior prova di se durante la fase coloniale e le “Guerre Civili” europee di questo secolo XX. Finendo per ridursi a sua volta a colonia dell’imperialismo talassocratico d’oltre Atlantico.
    E che oggi, ridotto ad un unico comune d(en)ominatore, arriva alla sua naturale degenerazione centralista e totalitaria ruotante attorno al baricentro atlantico, avvolgendo nelle sue spire tutto l’orbe terracqueo.
    Quindi per sintetizzare al massimo: Impero Europeo di popoli liberi contro Imperialismo Mondialista Americanocentrico + Vetero-Nazionalismi.
    I quali ultimi, pur nella fase policentrista del Capitalismo, sono cementati da un’unica ideologia e da un solo progetto (nel quale ricoprono compiti particolari ma convergenti) in una sorta di “regionalizzazione” dei ruoli e delle funzioni su base geopolitica.
    Sempre e comunque incentrata, politicamente e militarmente, sul ruolo egemone della superpotenza USA, liberista nella teoria quanto monopolista nella pratica, fautrice della globalizzazione dei mercati e dell’omologazione dei popoli, al fine di favorire il dominio di una ristretta casta privilegiata di cosmopoliti “biblici”, nel senso sombartiano e weberiano del termine.

    LA LOTTA di LIBERAZIONE : La nostra risposta
    Essa inizia dalla lotta di resistenza e riscossa politica e culturale del continente Eurasia.
    Prosegue come Lotta di Liberazione dal dominio imperialista d’oltre Atlantico, veicolo armato del Progetto di Dominazione Mondialista da parte di un’Oligarchia economica, politica, ideologica ed etnica profondamente razzista (specie nel senso di “razza dell’anima”) ed anti-europea. Oligarchia che assogetta le menti appiattendole sotto il totalitarismo del Pensiero Unico e ricattando i popoli europei con le menzogne sul proprio passato, al fine di dividerli e contrapporli in guerre politiche ed etniche fratricide.
    La nostra Lotta di Liberazione approda infine ad una COMUNITA’ DI DESTINO a respiro continentale, cementata, nella sua ricca e creativa molteplicità, da una comune d’origine e, quel che più conta, da una Missione di Liberazione planetaria.
    E’ evidente che siamo in presenza di due Concezioni della Vita, del Mondo, dello Spirito, della Comunità politica e sociale, dell’Esistenza, della Storia completamente, totalmente ed irrecuperabilmente ANTITETICHE, ANTAGONISTE ed AUTOESCLUDENTISI.
    Sia a livello fisico che metafisico. Come tali destinate a scontrarsi in eterno.
    Quella delle Tre Liberazioni è la nostra risposta dottrinaria che prepara, attraverso le sue élites culturali e politiche, la presa di coscienza di un popolo intero; presupposto indispensabile per tradurre il pensiero in atto, la conoscenza della situazione reale in azione di popolo.
    Per realizzarsi nei fatti questa azione dovrà darsi una struttura militante, uno strumento politico che sappia coniugare teoria e prassi rivoluzionarie: la realizzazione della Dottrina delle tre Liberazioni sul piano storico, passando per tutte le fasi della quotidiana lotta di liberazione nazionale, sociale e culturale fra e per i rispettivi popoli.

    IL RUOLO GUIDA RIVOLUZIONARIO PER LA LIBERAZIONE
    A tal fine riteniamo indispensabile la creazione di un COORDINAMENTO NAZIONALE EUROPEO (sotto forma di Movimento d’Avanguardia, tanto articolato nelle sue diramazioni territoriali, quanto unitario nella sua Dottrina Politica e nelle sue élites dirigenti).
    Un Movimento quindi trans-nazionale europeo, del quale le articolazioni a livello di singole nazioni non siano che le “sezioni territoriali locali”.
    Tale Movimento, (inizialmente di “quadri” militanti, per poi divenire Forza Unita di Popolo), dovrà essere quanto mai articolato ed elastico, a seconda delle condizioni locali in cui si troverà ad operare nelle varie realtà d’Europa; sarà esso stesso il riflesso della molteplicità arricchente dei nostri popoli.
    Tuttavia, proprio per questo, dovrà preventivamente porre e porsi dei confini ben netti, degli obiettivi strategici ben definiti, una politica tendenzialmente unitaria. Dovrà insomma avere una stessa visione del mondo, della lotta, degli obiettivi primari da raggiungere.
    iamo assolutamente certi che la presente DOTTRINA DELLE TRE LIBERAZIONI rappresenti una buona piattaforma di partenza sulla quale costruire il futuro per la Liberazione Nazionale, Sociale ed Culturale dei popoli dell’Europa Unita.



    LA QUARTA LIBERAZIONE

    Abbiamo accennato all’inizio della Dottrina delle Tre Liberazioni ad una QUARTA LIBERAZIONE: la Liberazione Spirituale.
    Essendo il presente un documento propriamente politico a carattere comunitario, faremo solo un breve accenno ad una questione che riguarda la sfera più intima e riposta di ogni uomo, e solo per quanto concerne la sua proiezione politica e sociale, che invece coinvolge tutta la comunità.
    Lo Stato comunitario tutela, difende e propone i Valori spirituali del singolo come di tutto il popolo. Riconosce libertà di culto e anzi favorisce ogni manifestazione di “pietas” pubblica e di devozione popolare. Basandosi sulla convinzione dell’Unicità originaria della Tradizione primordiale, articolatasi nella varie forme ed espressioni “cultuali”, l’Europa Unita di domani non solo garantirà le varie religioni presenti sul suo territorio, ma si farà essa stessa portatrice di una FUNZIONE ANAGOGICA E SACRALE.
    Ognuno sarà libero di adorare il Principio Superiore in cui si identifica, con il solo limite delle leggi dello Stato e dell’interesse vitale della Comunità nel suo insieme, la cui libertà non deve essere sottoposta ad attacchi, pressioni o ingerenze di sorta in tutti i campi del politico e del sociale che ad essa competono: difesa, istruzione, salute, campo sociale, cultura, ecc.
    Rifiutando una visione “laica”, o peggio materialista, lo Stato Comunitario non solo si pone a difesa di tutte le fedi compatibili con i suoi Valori fondanti, ma si fa Egli stesso PORTATORE DI VALORI SPIRITUALI, “ponte” verso un superiore Piano dell’Essere, anche con cerimonie e Riti di Stato, come fu nella prisca romanità e in tutte le società Tradizionali.
    Massimo valore sarà dato al Culto degli Avi, così ricollegandosi alla propria Storia, alla catena ininterrotta della stirpe della Comunità di Destino radicata nella Terra propria ai popoli europei.
    La quale considerazione ci riporta circolarmente all’inizio del nostro excursus: alla LOTTA DI LIBERAZIONE DELL’EURASIA, la nostra TERRA DEGLI AVI.

    Carlo Terracciano





    La dottrina delle tre liberazioni, Carlo Terracciano - Fronte Patriottico
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    Predefinito Re: Rif: OMAGGIO A CARLO TERRACCIANO

    Massimo rispetto. Rip.

 

 
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