Scrive oggi Annalisa Terranova, su Il Futurista:
"B. ha tanti difetti, ma su certe cose coglie l'essenziale. Ha capito che il partito adatto per lui e per i suoi seguaci dovrebbe avere questo nome: Forza Gnocca. La battuta l'ha fatta lui. E non gli è sfuggita casualmente. Vuole riconquistare l'italiano inferiore e usa l'ultima arma del berlusconismo."
Purtroppo queste taglienti considerazioni non sono solo segnate da mera contrapposizione politica ma corrispondono a quella che è una verità storica: la destra politica in Italia ha fatto sempre leva sugli istinti e le caratteristiche degli elementi peggiori del paese.
So bene che quest'affermazione forte mi procurerà le antipatie degli amici, ma se la realtà è sgradevole non è una buona ragione negarla.
E' un dato di fatto che la destra italiana abbia sempre rappresentato estremismi di varia natura, nostalgismi impolitici e persino schegge impazzite estranee ad ogni classificazione. Da noi il conservatorismo quando ha trovato voce ha purtroppo evocato sempre soluzioni teocratiche o autoritarie che hanno impedito alla nostra destra di muoversi al passo delle altre nazioni occidentali.
Incapace di comprendere il proprio tempo, la destra italiana ha preferito combatterlo o ritirarsi in un eremo. In ambedue i casi ha impedito agli italiani di trovare nei conservatori un valido argine alle velleità della sinistra repubblicana, socialista, comunista. Ciò è accaduto ai tempi del Risorgimento, quando la "vera Destra" fu papalina e contraria alla Costituzione e all'Unità; si è ripetuto agli inizi del Novecento con il Nazionalismo guerrafondaio; ha trovato infine il suo triste compimento nel movimento e nel regime fascista, che indignò i conservatori più accorti (da Mosca a Prezzolini) ma ebbe al contrario l'adesione incondizionata della destra popolare, quella "destra" che ha sempre rappresentato non la "testa" ma la "pancia" del nostro paese. Ancora nel dopoguerra ai veri conservatori si sono purtroppo sovrapposti, e con questi confusi, gli sconfitti di tutte le battaglie: tradizionalisti, monarchici, neofascisti. Questi vari segmenti, estranei tanto alla nostra democrazia parlamentare quanto nella maggior parte dei casi persino al pensiero liberale, hanno infine trovato casa e legittimità grazie a Silvio Berlusconi. Il quale, pur non appartenendo a questa "destra dei vinti", l'ha strumentalizzata per i suoi personali interessi, ne è diventato il nume, solleticandone gli umori e finendo persino per parlare con la sua stessa voce.
Oggi come allora, l'estremismo e la volgarità di questa destra "impresentabile" hanno reso necessaria un'operazione politica assai pericolosa: il moderatismo. Dopo Cavour e la Destra storica, primo ed unico esempio d'una destra inequivocabilmente liberale, l'Italia conosce infatti il fenomeno del Trasformismo e poi del cosiddetto Centrismo. Il tentativo da parte delle figure più lungimiranti e "moderate" della destra e della sinistra di trovare per la nazione quelle soluzioni politiche che le sarebbero state precluse con l'avvento di questa o di quella estrema.
Tale moderatismo era naturale che al di là dei suoi momenti migliore (Giolitti, De Gasperi) finisse vittima anche del consociativismo, della corruzione e anche e soprattutto di una mediazione inconcludente e finalizzata unicamente alla salvaguardia dello status quo. Per cui, se nel primo caso i migliori conservatori italiani hanno trovato giovamento dal moderatismo, nel secondo hanno dovuto combatterlo sapendo purtroppo di non poter contare su nè su un partito nè su una mentalità catalogabili a "destra".
D'altro canto, se per la sinistra il conservatore ha rappresentato il nemico, per la destra costui è stato considerato nel migliore dei casi come un lontano parente dal quale era meglio tener ferme le distanze. Cosicchè ancora nel 1994, ai tempi del primo governo di centro-destra che ha conosciuto l'Italia (Polo delle Libertà/del Buon governo), un conservatore come Sergio Romano, testimone dell'eredità lasciata vacante dal Prezzolini, poteva constatare che
"le elezioni del marzo 1994 (hanno visto il successo di) forze liberiste, con cui il conservatore potrebbe trovarsi a suo agio, e forze socialnazionali, con cui il conservatore non ha nulla a che spartire."
Romano si riferiva nel primo caso ai liberalmoderati di Forza Italia e nel secondo alla "destra" di Alleanza Nazionale. Tuttavia, l'aspirazione di quei conservatori che si caratterizzavano come "coloro che vogliono procedere chirurgicamente" nella riduzione della spesa pubblica e del welfare, si infranse sulla constatazione che persino le stesse forze sedicenti liberiste non erano in grado di esimersi dalla solita concertazione con le sinistre, i solidaristi di destra e i sindacati nonchè le stesse forze liberali e confindustriali. E questo perchè colui che doveva rappresentare l'uomo "nuovo", l'imprenditore liberalizzatore e il rivoluzionario, ovvero Silvio Berlusconi, è subito finito vittima dei suoi conflitti d'interesse e delle triangolazioni interne ad una coalizione in fondo disinteressata a modernizzare l'Italia. Contrariamente a quanto doveva accadere, il riformismo si è tramutato in populismo, la retorica ha sostituito l'azione politica, e col tempo persino il progetto della costruzione di un partito moderato, liberalpopolare, ha dovuto cedere il passo all'avidità di leghe e "responsabili". Dulcis in fundo, gli scandali privati e gli atteggiamenti triviali di Berlusconi hanno finito col far perdere a questa destra ogni credibilità a livello nazionale ed internazionale, causando una frattura sociale ed istituzionale di inaudite proporzioni.
A diciassette anni da quella famosa "discesa in campo" che doveva realizzare un compiuto bipolarismo politico in Italia, lo sfacelo che ci circonda rende così assai plausibile il ricorso a vecchie soluzioni e ad antiche concertazioni. Come dovrebbe comportarsi il conservatore dinanzi a questi manifesti tentativi di restaurazione?
Sergio Romano, che sul Corriere della Sera ha ereditato il ruolo di un altro grande giornalista conservatore Indro Montanelli, auspica che un non più procrastinabile "passo indietro" del Cavaliere preservi il Pdl e il bipolarismo da una fine ingloriosa. Altri "terzisti" sembrano meno preoccupati da un ritorno a logiche consociative.
Resta per tutti in ogni caso la grande delusione per una destra politica incapace di scrollarsi di dosso tutti quei difetti che da sempre l'hanno caratterizzata e perciò emarginata. E' questa una destra che nelle sue espressioni largamente maggioritarie non intende avere nè consistenza intellettuale nè autentico spirito liberale e riformatore. E' una destra che è rimasta prigioniera dei suoi tic mentali, ormai obsoleti, come l'uomo forte a cui demandare ogni decisione e fortuna, il clericalismo insincero, la propensione al qualunquismo e al carrierismo. Una destra che ha sostituito l'almirantismo col berlusconismo rimanendo fondamentalmente schiava delle pulsioni autoritarie (e anche piuttosto becere) di sempre.
Nella perdurante attesa di una destra "normale", l'attualità alla quale dobbiamo far fronte sembra imporci di considerare l'opzione moderata come l'unica oggi possibile affinchè l'Italia non si conceda in tempi brevi ad una sinistra incapace di rompere il suo cordone ombelicale con il sindacato più agguerrito. Il moderatismo ha storture e limiti che ben conosciamo, ma questa destra ha dimostrato tutta la sua inadeguatezza perchè le si possa concedere ancora il nostro credito.




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