Al G-8 dello scorso fine settimana a Lecce, il ministro delle Finanze tedesco, Peer Steinbrück, ha lanciato un avvertimento che aveva il tono di una minaccia. «Ci sono paesi europei - ha detto - a rischio downgrading». È più di un rischio: il debito dell'Irlanda, per esempio, è già stato "declassato" due volte. E il deterioramento delle finanze pubbliche a causa della crisi espone diversi paesi a questa eventualità. I mercati obbligazionari si spingono più in là: gli spread dei rendimenti del debito pubblico e quelli sui Cds, indicatori i primi del rischio paese, i secondi delle probabilità di default, si sono enormemente ampliati, anche se sono un po' rientrati dalla fase più acuta della crisi. Insomma, non è esclusa nemmeno un'insolvenza. Tanto da costringere sia la Commissione, sia lo stesso Steinbrück a far sapere che comunque l'Europa è in grado d'intervenire a soccorso, "se necessario".
Il peggioramento dei conti pubblici dipende da diversi fattori che la crisi ha fatto scattare: il crollo delle entrate fiscali, l'entrata in azione degli stabilizzatori automatici, i piani di stimolo di diversi governi. Ma c'è soprattutto un problema di sostenibilità fiscale di lungo periodo dopo l'esplosione del rapporto debito/Pil. Non a caso a Lecce si è detto (e lo ha ripetuto ieri il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi) che è già il momento di mettere a punto strategie d'uscita, anche se non ancora di metterle in atto.
I rischi per la sostenibilità del debito pubblico, rileva uno studio di Citigroup, vengono dalla bassa inflazione, ma soprattutto dal costo delle misure di salvataggio delle banche. Il costo di queste ultime è ancora incerto. Secondo le stime della Bce, gli istituti europei hanno finora riconosciuto solo poco più della metà delle perdite potenziali complessive e il problema della loro ricapitalizzazione resta aperto. Il riflettore acceso dai mercati sull'Irlanda non è causale, essendo questo il paese dove il costo di un salvataggio del sistema bancario può arrivare al 200% del Pil. Oggetto dei timori dei mercati anche l'Austria, anch'essa con un sistema bancario fragile e ipertrofico rispetto alle dimensioni del Pil, e la Spagna, di cui lunedì Moody's ha declassato tutte le banche. In seconda linea i paesi ad alto debito, come Grecia, Italia, Belgio, Portogallo.
Ma quanto è realistica l'ipotesi che uno di essi faccia default? Capital Economics ha fatto uno stress test, per usare un termine di moda, sul loro debito pubblico e ha concluso che un default richiederebbe un crollo della crescita al di là delle già fosche previsioni su 2009 e 2010, tassi d'interesse più alti, un collasso del sistema bancario. Nessuna di queste tre ipotesi è in vista. Anche se la crisi ci ha insegnato a caro prezzo a non trascurare i tail risks, le possibilità estreme.
Il rischio default che preoccupa l'Europa - Il Sole 24 ORE




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