Interventista e grande invalido di guerra italiano, Medaglia d’Argento al Valor Militare, deputato fascista dal 1924 al 1943, e per il Partito Nazionale Monarchico dal 1953 al 1958. È stato presidente dell'Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra (1924-43).
Promosso tenente, nel febbraio 1917 ebbe l’incarico di istruire i neocostituiti reparti di arditi “Fiamme verdi” al lancio delle bombe a mano. E proprio qui avvenne il tragico incidente che mutilò Carlo Delcroix. L’ 11 marzo, mentre stava eseguendo con un gruppetto di arditi un’esercitazione presso la vallata che fungeva da poligono, iniziò una forte nevicata che lo costrinse a sospendere l’addestramento e a ritirarsi nel rifugio. Causa la neve che copriva abbondantemente il terreno, la squadra di artificieri deputata alla rimozione degli ordigni inesplosi restati sul terreno non uscì a bonificare la zona. Nevicò tutta la notte e il giorno 12, mentre il Delcroix era in mensa con gli altri ufficiali della 206a compagnia del “Val Cordevole”, da fuori si udì una forte esplosione: un bersagliere che scendeva dalle prime linee, passando attraverso il poligono per il lancio di bombe a mano, che comunque non era delimitato da alcun cartello di pericolo, aveva calpestato un ordigno inesploso sotto la neve che gli scoppiò tra le gambe; il ferito restò insanguinato ed agonizzante a terra per molti minuti perché i barrellieri avevano paura di attraversare la zona disseminata di bombe e morì subito dopo.
Delcroix si sentì direttamente responsabile dell’ accaduto, e per evitare altre disgrazie, visto che quella notte da là sarebbero passate alcune squadre di corvee provenienti dalle trincee, decise di agire immediatamente. Rintracciò il caporale Capezzali, comandante della squadra artificieri, e gli intimò di mettersi al lavoro. Le bombe a mano inesplose giacevano nascoste sotto alcuni centimetri di neve, e rastrellare un poligono in quelle condizioni era pericolosissimo. Il caporale Capezzali si irrigidì tremante e con gli occhi sbarrati dalla paura, allora Delcroix non se la sentì più di dargli un simile ordine, decise di far allontanare tutti e si mise a bonificare egli stesso il poligono, anche se i colleghi glielo sconsigliarono vivacemente.
Per tutto il pomeriggio, coi vestiti bagnati, intirizzito dal freddo e dalla neve che continuava a cadere, il tenente Delcroix setacciò con le mani il terreno innevato palmo a mano, facendo brillare gli ordigni inesplosi in condizioni di sicurezza. A sera trovò un petardo offensivo che era stato lanciato senza che la fettuccia di sicurezza venisse tolta. Lo prese per lanciarlo in mezzo al sottostante torrente Pettorina, ma in quell’ istante la bomba gli scoppiò in mano.
Il tenente Minghetti, accorso fuori tra i primi, descrisse così l’ orrenda scena del ferimento dell’ amico Carlo:
“Delcroix era sulla neve, in una pozza di sangue. Aveva perduto le mani e gli occhi ed appariva ferito in molte altre parti del corpo. […] Gli occhi afflosciati e senza vita erano imbevuti di sangue nero, il viso e le labbra gonfie erano come bruciati dalla vampa dell’ esplosione. Centinaia di schegge gli si erano conficcate in tutto il corpo, specialmente nell’ addome e nel torace, con ferite profonde[…] I moncherini delle braccia mostravano un impasto sanguinolento di muscoli, tendini, nervi e ossa violentemente spezzate.”
Il medico di Malga Ciapela, il tenente Ravazzoni, raccolse subito il corpo di Delcroix e si prodigò immediatamente per suturare il grave squarcio che aveva sul petto e sulle braccia e per liberare la gola del ferito dal mucchio di pezzi di denti, di gengive e di terra che non gli permettevano di respirare. Lo dettero per spacciato, ma in quel corpo martoriato c’era ancora l’ animo avido di vita di un ventunenne e riuscì a sopravvivere alle prime critiche ore passate a Malga Ciapela e al successivo trasporto in autoambulanza presso l’ ospedaletto n. 057 di Caprile.
Il ferito, benchè febbricitante e quasi dissanguato, restò sveglio per tutta la notte, e si rivolse al medico Ravazzoni dicendogli di non perdere tempo con lui, che si sentiva di dover morire ma non aveva paura."Mi spiace di non essere rimasto sotto i cavalli di frisia del Sasso di Mezzodì!" diceva.
delcroix
Ascoltate la registrazione del sublime discorso patriottico tenuto, di fronte a 2.000 persone, nel Teatro “Roma” di Vicenza, dal supermutilato di guerra On. Carlo Delcroix, deputato di “Stella e Corona”, poeta e scrittore, in occasione della manifestazione per ricordare il Principe Amedeo di Savoia, Vicerè d'Etiopia e Medaglia d'Oro al Valore Militare.
1. Introduzione del Conte Almerico da Schio, Presidente Prov.le U.M.I. di Vicenza
2. Commemorazione tenuta da Carlo Delcroix
http://www.monarchia.it/multimedia/C...croix_1960.zip





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