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Discussione: Sel con i Pensionati

  1. #1
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    Predefinito Sel con i Pensionati

    In piazza con i pensionati
    giovedì 27 ottobre 2011 | Redazione | Un commento



    Domani SEL sarà in piazza del Popolo con le pensionate e i pensionati della CGIL per manifestare contro la politica sociale ed economica del Governo Berlusconi che, anche con la lettera di intenti consegnata alla commissione Europea, continua a colpire i più esposti agli effetti negativi della crisi invece di chiedere sacrifici a chi in questi anni ha accumulato le maggiori ricchezze anche a costo della precarietà del lavoro e della riduzione dello Stato Sociale.

    Ci saremo non solo per solidarietà con lo SPI-CGIL che da sempre combatte per migliorare le condizioni di vita di giovani ed anziani, donne ed uomini, ma anche perché siamo convinti che il protagonismo degli anziani ed il loro impegno civile siano essenziali per dare un nuovo destino al nostro paese.

    Ci saremo anche per dire basta alla politica che, per far quadrare i conti pubblici, usa la leva dei tagli alla spesa previdenziale, perché è la più facile da attuare e quantificare, senza mai riflettere che le pensioni rappresentano le speranze, i progetti di vita, la dignità dell’esistenza di lavoratrici e lavoratori che con la loro fatica hanno costruito il benessere di tutti.

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    In piazza con i pensionati | Sinistra Ecologia Libert

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Sel con i Pensionati

    Le ricadute della crisi sulla terza età
    mercoledì 16 novembre 2011 | Elisa Migliaccio | Un commento



    I pensionati sono stati presentati dal centro-destra come dei privilegiati perché hanno un reddito garantito, la pensione, mentre tanti giovani sono precari, disoccupati. E’ una politica che vuole mettere i giovani contro i più anziani, i lavoratori precari contro quelli a tempo indeterminato, non per dare qualcosa a chi ha poco ma per togliere diritti a chi se li è conquistati con lotte e sacrifici.

    In realtà il reddito medio da pensione in Italia, come quello da lavoro dipendente, è basso, molto al di sotto di quello della Germania , della Francia ed anche della Spagna , paesi in cui fra l’altro le pensioni non sono tassate .

    Circa tre milioni di persone percepiscono in Italia una pensione mediamente inferiore ai 400 euro il mese, otto milioni non arrivano a 1.000 euro, le donne percepiscono una pensione che è in media la metà di quella degli uomin. Negli ultimi quindici anni il potere d’acquisto delle pensioni è diminuito di oltre il 30%.

    Inoltre molto spesso le pensioni hanno assunto una funzione fondamentale quale unico concreto aiuto alle famiglie di figli e nipoti in difficoltà.

    Con le sue manovre il Governo Berlusconi ha cercato di fare cassa con il sistema previdenziale. Non ci sarebbe stato bisogno di alzare ulteriormente l’età pensionabile perché la cassa dei lavoratori dipendenti dell’INPS è in attivo ed i contributi pagati dai lavoratori sono in grado di garantire loro le pensioni. Infatti ciò che grava sul fondo INPS sono le pensioni dei dirigenti (i cui importi sono molto alti) e degli autonomi i cui fondi sono in passivo. Inoltre i contributi dei lavoratori servono a sostenere le spese assistenziali che negli altri paesi sono a carico della fiscalità generale.

    Invece in Italia, per recuperare risorse, il governo Berlusconi è ancora una volta intervenuto sull’età pensionabile che, con il patto di anzianità arriverà a 68 anni (67 + 12 mesi di attesa per la prima finestra utile ) e potrà raggiungere i 70 anni con le disposizioni che prevedono il suo aumento in rapporto all’aspettativa di vita

    Va ricordato che nei paesi dell’UE l’età media pensionabile è attualmente di 63,5 anni per gli uomini e di 62,3 per le donne.

    Contemporaneamente il Governo ha bloccato la perequazione delle pensioni, cioè il loro aumento per adeguarle all’aumento del costo della vita. Nelle due manovre di quest’anno il blocco riguarda le pensioni superiori a 2341 euro ma già nel 2011 è stata ridotta la perequazione per le pensioni superiori a 1405 euro lordi, poco più di 1000 euro netti.

    Mentre si assiste ad un’ulteriore diminuzione del potere d’acquisto di salari e pensioni, le manovre del Governo Berlusconi hanno previsto la diminuzione delle spese sociali o, in alternativa , il taglio alle agevolazioni fiscali (spese mediche, assegni familiari ecc), il passaggio dell’aliquota ordinaria dell’Iva dal 20 al 21% che ha provocato l’aumento a catena di prezzi e tariffe senza dimenticare che il federalismo fiscale ha dato la possibilità ad EE.LL di aumentare tariffe e tasse, a partire dall’addizionale IRPEF.

    L’azzeramento del Fondo per la non autosufficienza, i superticket sanitari, la riduzione di 12 miliardi del Fondo sanitario, la riduzione del fondo per le politiche sociali stanno distruggendo il welfare e le politiche socio-sanitarie di cui gli anziani hanno più bisogno rispetto a cittadini più giovani.

    I non autosufficienti , e ce ne sono moltissimi fra gli anziani, che hanno la necessità di un’ assistenza continuativa, sono quasi a totale carico delle famiglie. Il governo centrale ha azzerato, infatti, il fondo della non autosufficienza.

    Al welfare universale come diritto di cittadinanza si sostituisce l’ideologia dello stato minimo che affida le politiche sociali al privato sociale, la tutela della salute alla sanità privata.

    I tagli ai trasferimenti alle amministrazioni locali hanno poi ridotto di fatto il quadro delle tutele sociali e delle protezioni offerte dalla rete dei servizi locali . Con i tagli agli EE.LL rischiano infatti di chiudere i centri di assistenza diurna , le residenze assistite per le patologie più gravi, i servizi domiciliari alle persone non autosufficienti.

    Elisa Migliaccio

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  3. #3
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    Predefinito Rif: Sel con i Pensionati

    Il futuro delle pensioni
    giovedì 17 novembre 2011 | Betty Leone | Un commento



    Come sempre quando si parla di riduzione della spesa pubblica e di risanamento del bilancio pubblico tornano in ballo le pensioni, considerate il capitolo di spesa più sovradimensionato e più suscettibile di risparmi rapidi e facilmente misurabili. E’ per questo motivo, e non certo per un disegno di equità sociale, che l’Europa e la BCE continuano a chiederci un intervento sulle pensioni.
    In attesa che domani il nuovo Presidente del Consiglio Monti esponga le linee programmatiche del suo Governo vale la pena di ribadire alcuni concetti.

    L’Italia ha già varato nel 1995 una riforma pensionistica che la metteva al riparo da una crescita esponenziale della spesa previdenziale, dal momento che nel sistema contributivo la prestazione pensionistica è strettamente dipendente dai contributi versati durante la vita lavorativa e i coefficienti di trasformazione, in base ai quali si calcola l’ammontare della pensione, tengono conto dell’attesa di vita media rendendo indifferente per le casse dello stato l’età di pensionamento. Il problema perciò non è la sostenibilità economica di quel sistema ma la sua sostenibilità sociale poiché esso si basava sull’idea di carriere lavorative stabili e continuative e su una crescita del Pil di almeno 1,5 punti annui.

    Nessuna di queste condizioni esiste oggi e questo significa che i futuri pensionati avranno una forte penalizzazione della loro pensione che sarà ben lontana da quel 60% della retribuzione media previsto dal protocollo del Welfare del Governo Prodi. Si tratta non solo di un problema di rischio individuale, insito nel sistema contributivo, ma di un problema economico riguardante la domanda interna di un Paese la cui popolazione invecchia e che presto avrà un 25% di
    ultrasessantacinquatenni. E’ evidente che la riduzione del reddito di questa popolazione avrà un impatto negativo sulla crescita e sulla dinamica del Pil.

    Pensare di affrontare questo problema con l’allungamento dell’età pensionabile per tutti, donne e uomini, a 67 anni è irragionevole perché non considera il fatto che non tutti i lavori sono uguali, per fatica e impegno, e che il mercato del lavoro oggi tende ad espellere i lavoratori anziani; l’aumento dell’età pensionabile e la contemporanea abolizione delle pensioni di anzianità, mentre la disoccupazione continuerà a crescere anche in ragione della ristrutturazione in atto nel sistema industriale, non può che aumentare il numero di chi sarà privo di reddito non essendo né lavoratore né pensionato.

    Il vero problema dunque è correggere il sistema contributivo, senza rimetterlo in discussione, per adattarlo alle attuali condizioni di mercato del lavoro, e dare una prospettiva pensionistica ai giovani. Piuttosto che chiedersi come ridurre la spesa previdenziale bisognerebbe chiedersi come
    renderla equa e funzionale alla fuoriuscita dalla crisi e alla riduzione delle diseguaglianze attraverso la redistribuzione del reddito. Sarebbe perciò utile ragionare su alcune proposte quali:

     Ripristinare la flessibilità dell’età di pensionamento dentro un range stabilito come era previsto prima degli interventi dei Governi Berlusconi in modo che ciascuno, sia uomo che donna, possa scegliere quando andare in pensione a seconda delle proprie condizioni di vita e di reddito.
     Modificare i coefficienti di trasformazione diversificandoli a seconda della qualità del lavoro e delle aspettative di vita differenti a seconda del gruppo sociale di appartenenza.
     Istituire forme di integrazione delle pensioni troppo basse, finanziate dalla fiscalità generale,
    che potrebbero essere proporzionali agli anni di contribuzione versati, in modo da valorizzare i periodi lavorativi.
     Riprendere la discussione sull’invecchiamento attivo per valorizzare la produttività sociale degli anziani e costruire un nuovo patto tra le generazioni.

    Si tratta solo di alcune delle modifiche necessarie, non per risparmiare, ma per riportare il sistema previdenziale al proprio compito costitutivo: garantire un reddito dignitoso a tutti i cittadini anziani. Naturalmente rimane il problema del reperimento delle risorse. Tuttavia esistono ancora degli spazi
    di finanziamento che possono derivare da processi di equità interni allo stesso sistema. Per esempio se ai lavoratori autonomi si chiedesse di equiparare la propria aliquota contributiva( oggi al 20% contro il 33% dei lavoratori dipendenti) a quella dei lavoratori parasubordinati( circa il 27%) si recupererebbero circa 5 miliardi di euro.

    Sarebbe un buon inizio per il Governo Monti se, pur nella gravità della crisi finanziaria, riuscisse ad affermare il valore della spesa sociale per rilanciare lo sviluppo e dare senso all’economia reale che incrocia i bisogni e i desideri delle persone.

    Betty Leone

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    Pensionati, donne e uomini in carne ed ossa
    giovedì 01 dicembre 2011 | Francesco Ferrara | Nessun commento



    A quella porta sono andati a bussare tutti da anni e lustri e decenni. E’ la più indifesa e la più fragile. Poco male se è anche la più povera, quella dove i colpi risultano più distruttivi.

    Parliamo delle pensioni, anzi dei pensionati, che sono donne e uomini in carne e ossa, non cifre in colonna sui taccuini di Bruxelles. Se le indiscrezioni non mentono, come è pur possibile e soprattutto assai auspicabile, è a quelle capanne, non alle ben protette roccaforti del privilegio, che guarderebbe il nuovo governo per far cassa.

    Un paio d’annetti in più di contributi: da 40, che si vede gli sembran pochi, a 43. Però solo per chi se la spassa in fabbrica o al cantiere o con la ramazza in mano, non per chi gode di uno scranno in Parlamento e meno che mai per la fulgida élite manageriale.

    Ma non era proprio questo il progettino del governo Berlusconi, bell’e pronto per essere varato quando la bizzosa Lega decise di mettersi di mezzo? E’ vero che sembrano trascorsi anni, ma da quando tutto il centrosinistra giustamente insorse contro quella controriforma minacciata sono passati si e no tre mesi, e gli argomenti estivi non hanno perso un briciole di valore o di attualità col cadere delle foglie.

    C’è una differenza sostanziale: un nuovo governo, un altro presidente del consiglio, una diversa composizione della maggioranza. Non è che il particolare ci sfugga. Al contrario: proprio perché ne comprendiamo in pieno la portata ci aspettiamo sia provvedimenti che comportamenti adeguati alla discontinuità che questo esecutivo segna col passato.

    Ci aspettiamo interventi che non ricalchino quelli vagheggiati da chi governava in quel cupo passato. Ci aspettiamo un di più di dialogo con le forze sociali, non la cancellazione dirigista persino delle consultazioni con il sindacato. Ci aspettiamo passi concreti che, nel merito e nel metodo, rispettino l’impegno assunto dal professor Monti e servano pertanto a recuperare la coesione sociale, non a lacerarla definitivamente.

    Nei progetti speriamo sortiti dalla fantasia farneticante dei cronisti, il solo elemento di qualche novità sarebbe il congelamento dell’adeguamento delle pensioni all’inflazione. Una trovata furba: farebbe il mazzo ai più indigenti, chissà se in nome della coesione sociale, e ai più anziani, forse in nome dell’equità. Lo sanno tutti che in questo paese il punto dolente non sono i privilegi degli abbienti ma la sperequazione tra i goduriosi anziani e i giovanotti in stracci.

    Ci si può riconsolare, in fondo, constatando che tutta Europa è paese. ieri il Regno unito si è fermato nel più imponente sciopero generale da oltre trent’anni perché anche da quelle parti, quando c’è da calare la scure, il collo dei pensionati risulta il più facilmente raggiungibile. In quell’isola nebbiosa le prebende annuali dei manager sono aumentate negli ultimi trent’anni del 4000%100 e non si tratta di un errore di stampa.

    Cose che capitano solo nella culla del thatcherismo? Mica vero. Le cose non stanno diversamente qui da noi e basterebbe sbirciare le buste paga dei nostri strateghi d’industria, pubblica e privata, per confermarlo.

    Francesco Ferrara

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