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Discussione: Un colpo di stato

  1. #131
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    Predefinito Rif: Un colpo di stato

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    certo: in itaglia gli attori veri sono tutti precettati per la politica ... agli incapaci lasciano solo le fiction terroniche di rai e merdaset
    Ma la regia dello spettacolo sta all'estero, se no questo teatrino sarebbe già andato a gambe all'aria da tempo, dai tempi dell'unità di idaglia, l'aiutino estero non è mai mancato iango: .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  2. #132
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    Predefinito Rif: Un colpo di stato

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    Ma la regia dello spettacolo sta all'estero, se no questo teatrino sarebbe già andato a gambe all'aria da tempo, dai tempi dell'unità di idaglia, l'aiutino estero non è mai mancato iango: .


    vero, resta però il fatto che gli attori li scelgono bene

  3. #133
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    Predefinito Rif: Un colpo di stato

    Citazione Originariamente Scritto da Eridano Visualizza Messaggio
    MONTI E LA FORNERO STANNO SPIANANDO LA STRADA A “LA MORTE MODERNA” ?
    Postato il Giovedì, 29 dicembre @ 07:25:00 CST di davide

    DI MAURIZIO GASPARELLO
    europadeipopoli.org

    Stoccolma, 1978. Il tema all’ordine del giorno del simposio a porte chiuse organizzato dal FATER (comitato Fase Terminale della vita umana)[1] verte su come eliminare, con metodi democratici, umanamente, moralmente e politicamente corretti, gli anziani ormai diventati, con le loro pensioni e la loro assistenza sanitaria, un peso insopportabile per le casse pubbliche di una Svezia con sempre meno giovani e più vecchi improduttivi, al punto da mettere in crisi l’economia e il rapporto tra le generazioni e lo Stato Sociale.
    Essendo un simposio a porte chiuse, i media non sono ammessi, così come non lo sono i diretti interessati, ossia i vecchi, massa con diritto di parola solo in occasione del rituale-feticcio del suffragio universale, ma esclusa dalle sedi dove si decide veramente il loro destino, nelle quali sono invece “altri” a parlare: dirigenti del dipartimento del Ministero degli Affari Sociali o di Istituti di Bioetica, intellettuali e teologi, che costituiscono una parte importante della tecnocrazia dominante e, in quanto tale, autolegittimata a decidere sui valori e sui fini ultimi della società.



    Una società nella quale “uno svedese su quattro è in pensione di anzianità, e uno su otto in età produttiva è in pensionamento anticipato. Il 75% dei costi assistenziali va alla cura di malati cronici e senza speranza (...). In quel 25% di soggetti produttivi su sui grava il peso di tutto il sistema serpeggia uno scontento più o meno accentuato”. La conclusione a cui giunge il FATER, per bocca del moderatore del simposio, è logica e razionale: “avremo presto bisogno di più morti. Ma come fare?”. E, soprattutto, come farlo senza ledere i principi della democrazia? Lo scontento dei ceti produttivi entra infatti in rotta di collisione con il diritto di voto: nessun partito può permettersi di perdere il sostegno dei milioni di elettori costituiti dagli anziani. A questa difficoltà si aggiunge quella del tabù del rispetto della vita umana. Il totalitarismo progressista esige il rispetto formale della libertà del cittadino, che deve agire secondo coscienza. Scopo del FATER è quindi cercare i modi per convincere gli anziani, costosi ed improduttivi, a morire anticipatamente per propria volontà. Per incentivare tale scelta di eutanasia volontaria in assenza di permanente compromissione della qualità della vita per malattia, menomazione o condizione psichica, occorre inculcare il principio che è la vecchiaia in quanto tale a dover essere considerata un’insostenibile condizione di vita, supportata della consapevolezza e dal senso di colpa che gli anziani distruggono, con la loro inutile vita da vecchi, le risorse della collettività che avevano contribuito a produrre: ma per questo estremo ed “ultimo atto di autonomia” è necessario “il condizionamento psicologico degli anziani, così che siano loro stessi a voler farla finita”.

    La degenerazione totalitaria del sistema democratico consiste nell’opera delle èlites volta a persuadere i cittadini a volere quanto le stesse èlites vogliono, mediante la costruzione di un immaginario collettivo nel quale gli interessi dei dominanti coincidono con il bene comune. Opera per la quale occorre fare ricorso a massicce dosi di buoni sentimenti: l’atto di eutanasia volontaria viene programmato come una festa in onore dell’anziano e una sconfitta della solitudine della vecchiaia. Lo spirito sociale manipolato un po’ alla volta farà arrivare il giusto messaggio ai vecchi improduttivi: “Tu hai avuto la tua vita, hai fatto la tua parte, e noi speriamo che tu sia soddisfatto, in ogni caso ti ringraziamo. E se tu, da parte tua, volessi ringraziare la società per quello che ha fatto per te, sai senz’altro cosa puoi fare. No? Andiamo, su. Proprio quello. È solo come addormentarsi dopo una lunga giornata di lavoro. Chiama la direzione della Sanità e Affari Sociali e chiedi del Servizio Anziani. Ti aspettiamo, sei il benvenuto, non attendere troppo”. “Dà sicuramente un senso di sicurezza, tutto questo, uno si sente accolto nell’abbraccio della società e può dimenticare l’isolamento e l’amarezza della vecchiaia. La società assume o completa la funzione rassicurante della religione”.

    E nella fiera dei buoni sentimenti non può mancare la ragione di scambio tra un sacrificio individuale e un bene più grande: è meglio prolungare la vita penosa del nonno o con quei soldi aiutare i bambini del Terzo Mondo a vivere? Lo stesso tipo di scambio proposto dai Farisei a Giuda per il suo tradimento al prezzo di trenta denari, che potevano essere utilizzati per fare del bene a tanti poveri... Nella democrazia di mercato, che costituisce il brodo di coltura e cultura del FATER, Dio è morto: “nella società contemporanea è l’economia a consegnare all’umanità sul Sinai le tavole della Legge”[2].

    Fin qui un breve e non esaustivo riassunto de “La morte moderna” di Carl-Henning Wijkmark, romanzo breve, provocatorio e profetico, pubblicato per la prima volta in Svezia nel 1978. Profetismo che pare essere in dirittura di arrivo, se ne colgono ormai le evidenti avvisaglie, nell’attuale società globalizzata nel nome dell’economia di mercato.

    Un processo relativamente lento ma inesorabile, quello preconizzato da Wijkmark, che però non tiene conto delle improvvise accelerazioni della realtà, magari sotto le pressione di una crisi economico-finanziaria epocale.

    L’intervista sul Corriere di ieri del ministro del welfare Elsa Fornero (qui) è agghiacciante. Le sua lacrime si sono rivelate quel che erano e sono: lo sfogo di una tecnocrate intenta a distruggere la vita, le speranze e i sacrifici di milioni di italiani con la buona fede del boia.
    A parte i vari punti tecnici su particolari categorie e calcoli ragionieristici, questa Thatcher in sedicesimo sostiene cinque tesi fondamentali.

    1) «la pensione si commisura alla speranza di vita». Innalzare la soglia del pensionamento segue le statistiche e non l’esistenza concreta degli individui. Paradossalmente, se l’aspettativa di vita dovesse crescere ancora, in teoria si dovrebbe accedere alla pensione a 75, 80, 90 anni. Naturalmente – e fortunatamente – la scienza medica non è arrivata né arriverà a garantire tanto. La questione è un’altra: con gli acciacchi e le malattie della vecchiaia, i soldi di una pensione tendenzialmente sempre più posticipata serviranno praticamente a pagare le spese di dottori e ospedali. E’ giusto, questo?

    2) «Per funzionare ha bisogno di un sistema in crescita. Non ci possiamo permettere la stagnazione e tantomeno la recessione. Il punto è: il lavoro è ciò che ti dà la pensione. … vi stiamo chiedendo di lavorare di più, perché questo vi premia». Il modello contributivo, che era già stato introdotto e con questo governo diventa totalizzante, di fatto aggancia la pensione a quanto uno ha lavorato e percepito lungo l’intero arco della carriera. Con la flessibilità dei contratti, però, il lavoro diventa un campo minato privo di certezze e lunghe durate. Questo induce ad un affannosa ricerca di impieghi, anche sommati uno sull’altro, pur di accumulare crediti pensionistici. Non è davvero più vita, ma schiavitù legalizzata. Si vivrà per lavorare, e non viceversa.

    3) «Se guardiamo alla curva delle retribuzioni, lo stipendio sale con l'anzianità mentre in altri Paesi cresce con la produttività e quindi fino all'età della maturità professionale ma poi scende nella fase finale, perché il lavoratore anziano è di regola meno produttivo». La Fornero pensa a bloccare prepensionamenti e assicurarsi che le aziende tengano alle proprie dipendenze ultrassessantenni fino al 70mo anno di età prefigurando una paga calante con l’anzianità. Sei vecchio ma la tua esperienza e i tuo meriti non contano: devi sgobbare fino all’ultimo e per di più con una retribuzione minore, perché così conviene alle imprese e allo Stato.

    4) «Io vedrei bene un contratto unico, che includa le persone oggi escluse e che però forse non tuteli più al 100% il solito segmento iperprotetto». La ministro, che almeno ha il pregio della chiarezza, dice apertamente che l’operazione di maquillage che prevede la riduzione della giungla di contratti atipici in una sola forma contrattuale avverrà in cambio dell’abbattimento dell’ostacolo noto come articolo 18. In poche parole, via libera al licenziamento libero. Il lavoratore diventa definitivamente una variabile economica, una merce da usare e buttare via quando non serve più ai profitti.

    5) «Non ce lo possiamo più permettere». Può essere presa come la frase-manifesto, che racchiude la filosofia di questo esecutivo etero diretto dalla Bce e dalle banche internazionali. Il bilancio dello Stato, gli indicatori economici, il sistema pensionistico, il diritto e la politica: non devono essere al nostro servizio, delle persone in carne e ossa e della comunità concreta. Dobbiamo essere noi, dev’essere la nostra vita a piegarsi alle esigenze contabili e finanziarie. I numeri diventano i padroni assoluti dei bisogni, dei sogni, delle fatiche della gente. I sentimenti, la storia, i progetti, il sangue e il sudore non contano nulla, di fronte alla volontà sacra e incontestabile del denaro. Viviamo in un incubo partorito dalla mente di un economista. [3]

    Il FATER non è più fantasia: è realtà. Con alcune differenze fondamentali tra quanto preconizzato da Wijkmark e quanto annunciato dalla Prof.sa Fornero:

    ne “La morte moderna” gli anziani erano considerati un problema solamente oltre un certo limite di tempo dopo il raggiungimento dell’età pensionabile o quando bisognosi di cure sanitarie; nella dura realtà della società del profitto, della quale la Sig.ra Fornero è una valente servitrice, gli anziani sono un problema anche prima di andare in pensione: siccome l’asticella per maturarne il diritto si alza sempre di più, nella fase terminale dell’attività lavorativa il vecchio ha il difetto di non essere abbastanza produttivo. L’anziano (ma quando si inizia ad esserlo, a questo punto? E chi lo decide?) è un problema sociale a prescindere: se va in pensione troppo presto grava sui conti pubblici, se va troppo tardi produce troppo poco e ruba il lavoro ai giovani, meno costosi e più redditizi. La logica economico-razionale della Fornero è quella dei lager nazisti, dove per i deportati abili al lavoro vigeva la regola dell’ Arbeit macht frei, mentre per tutti gli altri era preferibile una gita alle docce. Nell’ottica del «Non ce lo possiamo più permettere» è implicito un limite alla legittimità della durata dell’esistenza in vita in quanto non ci sono limiti alla logica del profitto. Bisogna onestamente riconoscere che i tecnocrati del FATER immaginati da Wijkmark, almeno, avevano più stile; con l’abbattimento dell’articolo 18 e la libertà di licenziamento, il ruolo su chi decide quando si diventa anziani (e quindi un peso per la società), di fatto spetta ai datori di lavoro, i quali avranno l’onore di decidere la morte civile per chi porterà la colpa di non essere abbastanza produttivo prima del raggiungimento dell’età della pensione, espellendolo dal mondo del lavoro anzitempo. Il FATER descritto da Wijkmark aveva la premura e la delicatezza di utilizzare, per dirla alla Pierre Bourdieu, il metodo della “violenza dolce” quale incentivo al suicidio eutanasico per le persone inutili; nel sistema auspicato dalla Fornero l’istigazione al suicidio per gli inutili passa per la violenza tout court dell’esclusione sociale, della povertà, della disperazione esistenziale: nulla di quanto non strettamente funzionale alla triade della produzione-profitto-consumo merita di essere salvato. Ci penseranno spontaneamente i diretti interessati a capire l’aria che tira e prendere la decisione giusta, senza nemmeno recare il disturbo di una telefonata al Servizio Anziani del Ministero della Sanità e Affari Sociali per richiedere assistenza: le statistiche sull’aumento del numero dei suicidi stanno già raccogliendo i primi dati positivi su questa auspicabile tendenza la quale, oltretutto, permette di risparmiare il denaro pubblico che, diversamente, si sarebbe dovuto impiegare per gestire il farraginoso processo produttivo del suicidio assistito così come immaginato dal FATER.

    Il FATER è tra noi, ma non è quello con il sorriso suadente immaginato da Wijkmark. E sul fatto che le crisi siano in grado di piallare a dovere le coscienze ed introdurre cambiamenti in precedenza considerati inaccettabili, ci illumina un compagno di accademiche merende della Sig.ra Fornero, nientedimeno che l’attuale Presidente del Consiglio italiano che, di queste cose, è uno che se ne intende. In una video intervista il Prof. Mario Monti dichiara infatti:

    “Non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi, e di gravi crisi, per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parte delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini ad una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo di farle perché c’è una crisi in atto visibile e conclamata. Abbiamo bisogno delle crisi come il G20, come gli altri consessi internazionali, per fare passi avanti. Ma quando una crisi sparisce, rimane un sedimento, perché si sono messe in opera istituzioni, leggi, eccetera, per cui non è pienamente reversibile”.

    Questo discorso è importantissimo, al di là dello specifico argomento trattato, perché da un punto di vista sistemico pone in evidenza il fatto di quanto una crisi sia utile per imporre cambiamenti che, in tempi normali, sarebbe impossibile conseguire. La logica “crisi – costo politico e psicologico – cessioni da parte del potere politico e della collettività nazionale - cambiamento irreversibile” può essere applicata a qualsiasi aspetto della convivenza civile e delle sue regole acquisite. Una crisi può tornare tanto più utile quanto gonfiata (o al limite, del tutto inventata) e pilotata ad arte. È del tutto evidente che, in tempi normali, non ci sarebbe mai piombata una Fornero dal nulla a sdoganarci il FATER, ma tant’è che questo sta proprio accadendo, qui ed ora. Del resto, per capire che c’è qualcosa di taroccato in tutta questa vicenda, basterebbe chiedersi: “ma dove sono finiti i vantaggi di quel progresso tecnologico che avrebbe dovuto permettere a tutti di lavorare meno e godersi di più l’esistenza?”. Evidentemente qualcuno se li è rubati nel nome del profitto, della globalizzazione e del libero mercato, trasformandoli in denaro nella misura in cui vengono sottratti alle nostre vite. E personaggi come Monti e la Fornero sono la prova vivente che la realtà supera ogni fantasia: ovviamente in peggio.

    P.S.: il più accanito sostenitore, senza riserva alcuna, del governo Monti è un partito, l’UDC , che si dichiara apertamente sostenitore dei valori cristiani nella politica e nella società. Dio non è solo morto ma è anche sepolto, e non gli basteranno tre giorni per risorgere.

    Maurizio Gasparello

    Fonte: Arianna Editrice

    Link: Monti e la Fornero stanno spianando la strada a “La morte moderna”?, Maurizio Gasparello

    27.12.2011

    [1] costituito all’interno del Ministero degli Affari Sociali.
    [2] Claudio Magris: “Democrazia della morte, morte della democrazia”, postfazione a “La morte moderna” di Carl-Henning Wijkmark, pubblicata da Iperborea, 1978.
    [3] Siamo uomini o numeri?, di Alessio Mannino; fonte: Siamo uomini o numeri?, Alessio Mannino

    ComeDonChisciotte - MONTI E LA FORNERO STANNO SPIANANDO LA STRADA A “LA MORTE MODERNA” ?


    Le ricerche sugli interruttori dell'invecchiamento, sul ringiovanimento e ricrescita dei tessuti e la generazione di organi trapiantabili attraverso le staminali, promettono (tra decenni) di estendere la vita umana per secoli.

    Tuttavia saranno cure costose e nella nuova societa' liberal-darwiniana (ma tassatoria) che si preannuncia, dove la sanita' pubblica verra' progressivamente abolita, solo i ricchi dell'elite potranno permettersele.

    La plebe invecchiera' in poverta' e miseria, con vecchiaie sempre piu' brevi.
    Ultima modifica di Italiano; 26-01-12 alle 11:44
    Bisogna adattarsi al presente, anche se ci pare meglio il passato.

  4. #134
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    Predefinito Rif: Un colpo di stato

    Citazione Originariamente Scritto da sciadurel Visualizza Messaggio
    vero, resta però il fatto che gli attori li scelgono bene
    Sono menti raffinatissime, vedesi chi animava il Tavistock institute :giagia: , qui da noi abbiamo chi si fa ospitare dai talk show come psicologi, là lavorano nell'ombra e sanno scegliere benissimo le pedine da muovere.
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  5. #135
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    Predefinito Rif: Un colpo di stato

    Citazione Originariamente Scritto da Italiano Visualizza Messaggio
    Le ricerche sugli interruttori dell'invecchiamento, sul ringiovanimento e ricrescita dei tessuti e la generazione di organi trapiantabili attraverso le staminali, promettono (tra decenni) di estendere la vita umana per secoli.

    Tuttavia saranno cure costose e nella nuova societa' liberal-darwiniana (ma tassatoria) che si preannuncia, dove la sanita' pubblica verra' progressivamente abolita, solo i ricchi dell'elite potranno permettersele.

    La plebe invecchiera' in poverta' e miseria, con vecchiaie sempre piu' brevi.
    Di tutto questo , la gente avrà da pentirsi, in questa e nell'altra vita, per non essersi ribellata ORA .
    Il Silenzio per sua natura è perfetto , ogni discorso, per sua natura , è perfettibile .

  6. #136
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    Predefinito Rif: Un colpo di stato

    Citazione Originariamente Scritto da Freezer Visualizza Messaggio
    Di tutto questo , la gente avrà da pentirsi, in questa e nell'altra vita, per non essersi ribellata ORA .
    Stessa cosa per il micro-chip.
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  7. #137
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    Predefinito Rif: Un colpo di stato

    INAFFONDABILE
    Scritto da Gianluca Freda
    Giovedì 26 Gennaio 2012 15:13

    L’Italia è l’immagine sputata del Costa Concordia. Il Costa Concordia è l’ideale allegoria dell’Italia. Quante volte avete letto, riletto e risentito questi parallelismi negli ultimi quindici giorni? Spiace ripetere cose già dette da altri, ma non esiste verità più cristallina. L’Italia è come la carretta del mare di Costa Crociere: inaffondabile. Sventuratamente, lo è soprattutto dopo che è stata affondata. Non c’è catastrofe marittima, speronamento, siluramento, cozzo improvviso con le secche scogliose che riesca a toglierci di torno la sua gocciolante e pesta carcassa. Sderenata dalle perenni cornate contro faraglioni e roccioni affioranti, la petula bagnarola non s’inabissa, non scompare tra i flutti, non s’acquatta sul fondo a far da ostello ai dentici lagunari, non s’offre alla biocenosi coralligena delle gorgonie festanti. Essa invece si corica, si capotta, si ribalta, s’aggroviglia, si piega a novanta gradi scatavoltando sedie, lampadari, cadaveri e tavoli da biliardo contro le pareti di tribordo. Si riduce ad ammasso di modernità frantumata, a discarica di articoli di lusso biancheggianti tra il guizzare dei pesci, a camposanto galleggiante delle velleità economiche, turistiche e imprenditoriali dei maldestri. Ma non affonda. Resta lì immobile, il corpaccione marcescente adagiato sulla linea dell’orizzonte, a pochi metri dalla battigia, quale monito sempiterno della nostra condanna al limbo: troppo indecente per vivere, troppo stupida per morire.

    L’Italia è colata a picco, ma il suo ingombrante relitto non se ne dà pensiero e continua imperterrito a inquinare, a intralciare la navigazione, a occupare le prime serate, a ostruire la visuale di chi cerca di scrutare lontano. Come in certi racconti dell’orrore di Ambrose Bierce, è un morto che non sa di essere morto e non cessa di scimmiottare la vita, suscitando raccapriccio e sconcerto tra i tremuli viandanti notturni.

    Prendiamo i passeggeri del Concordia. Tra essi si sono contati circa 4200 morti, tranne una ventina di persone, per loro fortuna ritrovate cadavere. Quattromiladuecento zombi il cui ideale di vacanza è rinchiudersi per nove giorni in una colossale cassa da morto in ferraglia smaltata a tracannare Anisette e Cuba Libre, a strafarsi di Bingo, ad abbrutirsi di stretching e laboratori di manualità, a scimunirsi con le performance prestidigitatorie del Mago Martin, “Il testimone dell’impossibile”, a sbracarsi sulle sdraio del Grill di poppa. Dopo il naufragio, i tg della sera si sono riempiti dei loro recriminanti mugugni dialettali, biascicati nella carente alfabetizzazione ricevuta dalla stessa scatola catodica che gli fornisce l’informazione sul mondo e i consigli per le vacanze. Vengono in mente gli stessi suoni gutturali dei nostri emigranti verso l’America, anneriti dal fumo e dal sole, affastellati come sardine in sottostiva maleolenti d’escrementi e sudore, morti nell’aspetto, ma con la vita e il futuro accesi nelle pupille. Al confronto, i forzati della crociera paiono orridi spettri, pervasi della medesima atavica ignoranza, ma con soltanto il proprio insulso passato nello sguardo. Nessun futuro.

    Prendiamo la scuola pubblica italiana. E’ morta e s’imbelletta di chiacchiere le piaghe brulicanti di vermi per adescare e ghermire i vivi. Farfuglia con voce spettrale, nei suoi programmi dell’offerta formativa, obiettivi ed attività senza senso, cucendo insieme brandelli putrefatti di parole morte come “competenze”, “esperienze”, “crescita umana”, “pienezza della persona”. Si balocca con lezioni di tamburello e di danza etnica, commemora olocausti improbabili, avvizzisce nell’incapacità di imporre una disciplina, mentre neppure le tabelline e la sintassi elementare fanno ormai più parte del curriculum cognitivo del maturando medio. Mi ricorda un incubo che ebbi una notte. Ero morto e mi aggiravo, incorporeo e leggero, per un vicolo buio, con gli occhi orribilmente sbarrati nell’oscurità. Ripetevo a caso sequele di lemmi inconcludenti pescati in chissà quale recesso della psiche e con essi concottavo discorsi astrusi, che nella mia mente avevano un significato preciso e sublime. Ma i passanti che incontravo non mi capivano e fuggivano terrorizzati dal mio aspetto e da quei suoni incomprensibili, fuoriusciti dall’oltretomba. E io urlavo e li maledicevo, e dalla mia gola non usciva alcun grido. E’ lo stesso grido che sento echeggiare oggi in ogni aula scolastica, l’urlo terribile e silenzioso dei defunti di ogni età che ancora non hanno compreso la propria condizione.

    Prendiamo i giovani. Tra le schiere dei morti viventi, essi sono i più pericolosi. E’ in nome dei “giovani” che da decenni vengono giustificati gli attacchi più sanguinosi ai diritti acquisiti dei cittadini europei e alla coesione sociale delle nazioni. I giovani hanno macellato i diritti dei lavoratori (che “impedivano loro l’ingresso nel mondo del lavoro”), hanno ridotto a malpartito il sistema pensionistico (il quale “gravava sulle loro spalle”), hanno trasformato in barzelletta il sistema dell’istruzione (che era “troppo antiquato per le loro moderne esigenze” di futuri calciatori e veline da talent show), si sono precipitati a nutrire del proprio sangue, come una masnada di vampiri a rovescio, le tipologie occupazionali più infami, inutili e schiavistiche che mai abbiano fatto capolino nel nostro continente. I giovani sono l’espressione più tipica della maledizione zombica romeriana: morsicano tutto ciò che di vivo è rimasto nel loro habitat da dopobomba per omologarlo alla loro peculiare condizione di carogna ambulante. Se incontrate un giovane all’ora del tramonto, atterritelo con il vostro crocefisso di platino e mentre è intento a squittire e vomitare bile verde, uccidetelo piantandogli un paletto di frassino nel cuore con martellate
    decise e sapienti. Non esitate, per l’amor di Dio!

    Prendiamo gli “antifascisti”, questa inossidabile categoria di cialtroni che ha dato linfa alla Repubblica di traditori, di sconfitti, di annichiliti, di vigliacchi, di voltacasacca costruita sulle macerie dei bombardamenti dei “liberatori”. Ennio Flaiano diceva che i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti. Ora, i fascisti sono passati a miglior vita una settantina d’anni or sono. Se posso dirlo, il loro trapasso avvenne con una qualche parvenza di dignità: essi compresero che il loro percorso storico era giunto al termine e si staccarono doverosamente la spina da soli in un giorno di luglio del lontano 1943, mentre i liberatori (che ancora oggi continuano imperterriti a “liberarci”) iniziavano a far piovere sull’Italia le prime deflagrazioni della nostra nuova e desiderabile condizione. L’antifascismo è dunque l’unica forma di fascismo oggi rimasta in vita. Certo, “in vita” è una parola grossa. I moderni “antifassisti” sono un branco di zombi decerebrati che sopravvivono da settant’anni cibandosi dei resti mortali, ossificati e putrescenti, del fascismo propriamente detto. Come tutti gli zombi, essi non ragionano, ma conservano quel tanto d’istinto di sopravvivenza necessario a deambulare goffamente per la via, a grugnire rochi ruggiti contro chi li attacca o li deride, a masticare gli ultimi brandelli di carnazza marcia dalle spoglie del ventennio, ormai spolpate fino al midollo. Non trovando in giro alcun fascismo fresco con cui nutrirsi, aggrediscono qualunque vivente gli capiti a tiro. Rappresentano una terribile piaga epidemica, che andrebbe debellata a colpi di Winchester nella cervice – l’unico sistema efficace per trattare con gli zombi - o meglio ancora con una nuova Piazzale Loreto, che ponga fine una volta per tutte ai residui strascichi di un problema storico sotto ogni altro aspetto già risolto da tre quarti di secolo.

    Prendete una qualunque categoria dell’Italia sociale, politica, industriale, culturale, economica, quello che volete; ed io vi mostrerò la carcassa arrugginita d’un catorcio marino spiaggiato come un vecchio cetaceo, ma non affondato, sui cui ponti e nelle cui sale da liscio orde di fantasmi urlanti continuano a vagolare in fila indiana, come in un lugubre trenino dell’amore.

    Non c’è in effetti da stupirsi che ci siano in giro tanti fantasmi, vampiri, morti viventi e mangiatori di cadaveri, quando lo scenario su cui si muove quest’orda di residuati di un B-movie di Corman è quello della “democrazia”. “Democrazia” è il nome dell’orrida nave fantasma affondata da decenni tra i marosi, ma che, come il sinistro Olandese Volante, ancora compare paurosamente tra le nebbie ai naviganti attoniti, ricolma di pirati ghignanti e scheletriti. I princìpi teorici di questo vascello dell’inferno, ammesso e non concesso che abbiano mai avuto per fondamento un qualche valore condivisibile, sono stati da tempo capovolti nella loro esatta antitesi, così come la morte capovolge i viventi nel loro agghiacciante opposto obitoriale. Il principio su cui si fonda oggi la democrazia è che il potere spetta solo ed unicamente ai governanti, i quali sono anche gli unici a godere dell’applicazione dei famosi “diritti umani”. Tutto il resto del reame è popolato di carne da macello, del cui destino gli stregoni al vertice possono disporre a piacimento.

    Recentemente, la crestomazia di annunci mortuari che per abitudine continuiamo a denominare “stampa italiana” ha dato risalto ad una straziante notizia: un giornale ebraico americano, l’Atlanta Jewish Times, in un articolo del suo stesso editore, ha auspicato l’assassinio di Barack Obama da parte del Mossad, affinché il suo successore possa intraprendere una politica favorevole ad Israele e ad un eventuale attacco militare all’Iran. Sussulti d’orrore tra tutte le puttane dell’editoria nazionale, colte da un moto d’irrefrenabile sdegno alla sola idea che il loro adorabile paraninfo possa finire, come Kennedy, a raccogliere il cervellaccio bacato sui sedili di una Limousine. Una prospettiva così turpe da spingere, per una volta, le suddette passeggiatrici a mettere da parte perfino il consueto servilismo filoebraico pur di esprimere chiassosamente tutto il proprio rancore. L’inchino ai guardiani della prigione passa, com’è comprensibile, in secondo piano dinanzi alla terribile visione dello sforacchiamento irrimediabile dello stesso direttore carcerario. Il fatto è che l’Atlanta Jewish Times non aveva ipotizzato soltanto la soppressione dell’Amato Presidente, una prospettiva che chi scrive non troverebbe, diciamo così, umanamente intollerabile; esso vagheggiava anche un’aggressione militare (con relativo sterminio) contro Hamas e Hezbollah, nonché un attacco alle installazioni nucleari iraniane, con relativo spicinìo di tecnici, scienziati, collaboratori e occasionali passanti. Dei “diritti umani” di tutti costoro, alla stampa italiana (e internazionale) non frega assolutamente un tubo. E’ solo quando ad essere minacciati nella buccia sono i vermescenti comandanti della bagnarola stregata che dalle pagine mortuarie dei quotidiani si levano pianti e stridor d’elzeviri, fino a raggiungere il firmamento.

    Leggo di tanto in tanto su internet preoccupati interventi di noti blogger ed esperti finanziari, i quali paventano, in tempi che si prospettano piacevolmente brevi, catastrofici default nazionali, cacciate dal paradiso terrestre dell’Euro, carestie industriali, guerre commerciali, dipartite della nazione per assideramento dovuto a carenza di risorse energetiche. Ogni volta mi dico: speriamo che sia la volta buona. Speriamo che, finalmente, quest’ammasso peninsulare di rottami fluttuante nel Mediterraneo sprofondi tra alghe e coralli, liberandoci una volta per tutte dal pericolo e dall’obbrobrio estetico della sua deriva. Speriamo che, una volta seppellita dalle onde la decrepita e indecente carriola affiorante, un armatore volonteroso si rimbocchi le maniche e inizi a costruire un natante nuovo di zecca. Ma ogni volta, col passare dei mesi, vengo abbandonato dalle speranze. Come si fa a colare a picco una nave fantasma? Come può un evento qualsiasi, per quanto apocalittico, condurre a termine l’improbo ufficio di uccidere un morto?

    INAFFONDABILE
    Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto dicono che è la pace.
    Tacito, Agricola, 30/32.

  8. #138
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    Predefinito Rif: Un colpo di stato

    Nel decreto milleproroghe approvato ieri rientra la possibilità, molto evidenziata, per i panettieri di aprire pure la domenica.
    I panettieri tutti i giorni lavorativi si alzano alle 2 di notte e fanno una vita non invidiabile. Hanno la domenica come unico giorno per riposare come tutti i cristiani.
    Ora dovrebbero perdere anche questa possibilità ed in più dovrebbero far lavorare, e pagare come straordinario festivo, il personale al banco.
    A fronte di che?
    Il pane che i clienti devono consumare è sempre quello, come quantità, mi pare.
    Non riesco proprio ad immaginare come possa cambiarci la vita un simile provvedimento, e soprattutto quale vantaggio economico per la crescita ne possa derivare.
    Evidentemente non sono proprio portato per gli studi di macro-economia.
    Dovrei fare dei ... bocconi in più, la domenica s'intende.
    Anche perchè di argomenti simili da questi decreti se ne potrebbero ricavare molti altri.
    Mi sa che che dal governo del bunga bunga siamo passati al governo del fumo.
    Ultima modifica di ventunsettembre; 27-01-12 alle 13:13
    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  9. #139
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    Predefinito Rif: Un colpo di stato

    sono pochi i panettiri veri (quelli che fanno davvero il pane e si alzano alle due).
    la gente (i padagni) compra il panaccio dei supermercati e lo sbatte nel frizer.
    nel sudde la storia è diversa ...
    nella mia cittadina in friuli (50 mila abitanti) i panettieri veri sono tre.

  10. #140
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    Predefinito Rif: Un colpo di stato

    non c'è niente da fare : i padagni sono rovinati.

 

 
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