Cronaca - 21/11/2011 - il caso
"Un luogo di preghiera all'Università"
La studentessa turca scrive al Rettore
La giovane, iscritta a Scienze, ha inviato la lettera.
Roda: "E' giusto porre la questione".
Ma la Lega insorge: «Assurdo»
Torino
Uno spazio per la preghiera islamica all’Università. A chiederlo, secondo quanto riporta oggi il quotidiano «la Repubblica», è una ragazza turca, in partenza per Torino per frequentare la facoltà di Scienze.
La studentessa ha scritto una lettera in segreteria per verificare se le sarà possibile anche in ateneo avere uno spazio dedicato alla preghiera, ma ancora nessuna decisione è stata presa dall’Università.
In particolare, il prorettore, Sergio Roda, interpellato dal quotidiano, ha sottolineato che non esistono pregiudizi di sorta e che sicuramente una soluzione sarà trovata. «È giusto porre la questione attribuendole l’adeguata importanza, senza ridurla a un mero problema di spazi», ha sottolineato.
La vicenda, però, ha subito sollevato polemiche tra le fila del Carroccio: «Quella dei musulmani per la religione e la creazione dei luoghi di preghiera ovunque si trovino è una vera e propria ossessione. Quando impareranno una laicità intellettuale diversa, separando le pratiche personali da quelle di comunità?», scrive un una nota il presidente del Gruppo regionale della Lega Nord Mario Carossa.
«Mi pare che ora si stia un pò esagerando - prosegue - se questa studentessa turca è tanto interessata alla nostra università la invito a pensare allo studio e non a come trasformare la casa della scienza, che per definizione è laica, nell’ennesimo luogo di preghiera. E ricordo che in nessuna delle Università di Torino c’è, a quanto mi risulta, una cappella per gli studenti cattolici», conclude sottolineando che il paragone con le strutture ospedaliere non regge perchè « negli ospedali le persone stanno male, sovente non si possono muovere, e qualche volta muoiono anche. Per cui è comprensibile che esista un luogo di preghiera».
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Cronaca - 22/11/2011 - il caso
"Non si può pregare così:
vogliamo un posto per noi"
Università di Torino, una studentessa turca chiede una sala.
La risposta: «Vedremo, ma l’Ateneo resta laico»
Torino
Sono le tre del pomeriggio, il termometro segna sei gradi, fuori dall’aula studio di via Verdi è un fermento di voci e studenti. Come ogni giorno, Khaled, 27 anni, iscritto al terzo di Economia, scende diciotto gradini, stende il suo tappetino rosso e prega. Cerca Allah in un sottoscala umido e freddo dell’Università. Un anfratto sporco, all’aria aperta, tra muffe alle pareti e mozziconi spenti. Lo spazio è di due metri per due. Si può pregare massimo in tre alla volta. Un rimedio di fortuna, per non venire meno ai precetti dell’islam.
Vuole essere un buon credente, Khaled Elsadat, studente e lavoratore in un’azienda di Milano con il sogno di diventare manager. Khaled è anche vice responsabile dei Giovani Musulmani d’Italia. Racconta che, lui e gli amici, hanno calcolato con la bussola dell’iPhone dov’è La Mecca. Si sono organizzati per lasciare sempre un certo numero di piccoli tappeti a disposizione di tutti, ragazzi e ragazze - una trentina - che vogliono chiudersi in raccoglimento. «Pregare cinque volte al giorno, per me, è irrinunciabile - spiega lo studente, originario del Cairo, da 4 anni in Italia -. Non riesco a vivere senza. Sono quei minuti di verifica della mia fede e di ristoro dal quotidiano».
Ma l’esperienza di dover andare in cerca di un pianerottolo inutilizzato, di un anfratto dietro alle macchinette del caffè, di un sottoscala è un fatto comune a molti. Dalia Elbrashy, portavoce dei GMI e matricola di Medicina: «Io vado alla biblioteca dell’Edisu e cerco un angolo dove non passi nessuno. Ma fare le abluzioni prescritte prima della preghiera, è un problema nei bagni comuni». Dalia riferisce un episodio che testimonia le condizioni in cui si trovano i giovani musulmani: «Un giorno ero al Politecnico con un’amica all’ora della preghiera e lei mi ha portata dietro a una scala. Dopo un po’ sono arrivati altri sette studenti. Ero stupita...».
L’auspicio di Khaled, di Dalia e di tanti altri giovani è che «ci possa essere presto una "stanza del silenzio", decente e pulita, a disposizione degli studenti di tutte le confessioni religiose. Al Poli, lo scorso anno, un gruppo di studenti musulmani ha scritto una lettera all’ateneo per chiedere uno spazio. Senza esito. Probabilmente, anche a causa dell’italiano incerto, deve essere sembrata la richiesta di una piccola moschea. Noi pensiamo che la “stanza del silenzio” sia la soluzione giusta».
Una speranza che finora non ha trovato sbocchi concreti. Seppure l’Università dichiari di essersi resa conto del problema. Dopo anni in cui si tramanda l’esperienza del sottoscala ora si sta cercando una soluzione. «Ci si potrebbe orientare verso un modello simile a quello trovato alle Molinette - dice il prorettore Sergio Roda -, in cui c’è uno spazio neutro, aperto a chiunque voglia pregare. È l’unica via praticabile, che potremmo estendere ai poli di nuova formazione, come l’ex Italgas o Grugliasco, e ai 4 o 5 principali centri dell’Ateneo». Poi precisa: «Non può venir meno, però, l’identità laica dell’Università, che non è un luogo in cui le religioni si esprimono».
A sollevare la questione della mancanza di un angolo di silenzio per i musulmani è stata, nei scorsi giorni, una ragazza turca. Prossima a iscriversi alla laurea magistrale in Matematica, ha chiesto all’ufficio studenti se ci fossero spazi dedicati alla preghiera. Ovviamente nessuno, se non in seminterrati di fortuna scovati da quelli come Khaled, che, commentando la vicenda, spiega: «Non ci sentiamo vittime. Torino è una città di tolleranza, cerco solo un luogo riservato per affermare la mia identità religiosa».
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repapelle:


