La BCE deve comperare i titoli di debito degli Stati europei in difficoltà, così da “raffreddare” il mercato ed impedire che i tassi di interesse schizzino verso l’alto, seguendo l’esempio della FED statunitense e trasformandosi definitivamente in un vero e proprio “prestatore di ultima istanza”: è questa la tesi che sta prendendo sempre più corpo negli ultimi giorni, perorata anche da alcuni degli ambienti apparentemente più liberali del nostro paese. I titoli di debito altro non sono che il mezzo con il quale uno Stato (ma anche una azienda qualsiasi) si presenta sul mercato per raccogliere fondi e finanziarsi: coloro i quali investono i propri soldi in questi titoli, si vedranno per questo riconoscere un tasso di interesse come remunerazione del proprio prestito. Il debito pubblico italiano (un vero e proprio mostro a quattro teste) è detenuto in maggioranza da soggetti italiani (ad esempio banche o privati cittadini che abbiano nel proprio portafoglio BOT o CCT), mentre la quota attualmente in mani estere fa capo in prevalenza a Francia, Germani e Regno Unito. Quando la fiducia degli investitori nelle capacità di rimborsare questo debito diminuisce, ecco che lo Stato è costretto ad innalzare i tassi di interesse, sì da rendere più appetibili i titoli che emette. Tassi e rischi sono quindi diabolicamente correlati: più elevati sono i rendimenti promessi, più elevato il rischio che non siano corrisposti. I titoli argentini con i loro rendimenti a doppia cifra, vi ricordano qualcosa? Eccolo spiegato qua l’ormai famigerato “spread”: trattasi molto banalmente di un differenziale fra tassi di interesse. Per convenzione si è soliti commisurare il tasso pagato dai titoli nazionali con quello pagato dai bund, i titoli di stato tedeschi, da anni ritenuti i titoli "sicuri" per eccellenza.

Un aumento dello spread sta semplicemente ad indicare che gli investitori non si fidano più dell’Italia, il che rende appunto elevato il differenziale fra quanto pagato dallo Stato tedesco e quanto pagato invece dallo Stato italiano sui propri titoli di debito: un bel guaio, perché ripagare interessi così elevati richiederà grandi sacrifici per le tasche di tutti noi contribuenti. Un intervento della BCE, che in base alle normative attualmente vigenti può acquistare titoli di Stato solo sui mercati secondari (in cui la negoziazione riguarda titoli già collocati), potrebbe effettivamente frenare questa corsa al rialzo dei tassi, perché se interviene la Banca Centrale - emettendo nuova moneta con cui acquistare il debito dei paesi membri - questi ultimi avranno minore urgenza di trovare qualcuno disposto ad investire nei propri titoli. Ma un simile intervento non sarebbe indolore: la nuova moneta creata dal nulla, infatti, si riverserebbe nelle casse delle banche che oggi detengono i titoli di stato, e da lì – prima o poi - nell’economia reale, scatenando una inflazione (ossia un aumento della massa monetaria, di cui l’innalzamento dei prezzi è solo conseguenza) potenzialmente devastante. Lo statuto della BCE è abbastanza rigido in tal senso, in quanto figlio della grande crisi valutaria che colpì la Germania negli anni '20; un’occhiata alle foto che seguono spiega meglio di ogni parola quanto si fosse svalutato in quegli anni il marco tedesco, a seguito della inflazione micidiale che colpì il paese:

Inverno 1926-278 la sig.ra Muecke scalda l’appartamento di Potzdamer platz con banconote. La legna per la Kachelhofen costava di più che non scaldare bruciando banconote.

Il sig. Alois, padre della sig.ra Muecke, aveva a Neukoelln un negozio di borse e pellami: eccolo con l’incasso della giornata.

E’ proprio per evitare un tonfo di simili proporzioni che i tedeschi spingono per il rispetto delle regole a suo tempo pattuite: chi rema in direzione contraria punta ad un sollievo immediato, cui seguiranno probabilmente scene simili a quelle della Repubblica di Weimar. Non basta: se la BCE divenisse davvero prestatore di ultima istanza, in un primo momento cercherebbe di impedire che la moneta creata dal nulla per acquistare i titoli di Stato si riversasse sul mercato, obbligando le banche a mantenere presso di sé come riserva le somme così accumulate proprio per evitare un rigurgito inflazionistico. Gli attivi delle banche finirebbero così con l’ingessarsi, col risultato che gli istituti di credito cercherebbero strade sempre più rischiose e “fantasiose” per mantenere intatta quella redditività che vedrebbero altrimenti compromessa. Come al solito insomma un eccesso di regolamentazione e di interventi implicherebbe un aumento dei comportamenti spregiudicati, in barba a chi blatera di “deregulation” come se fosse la causa di ogni male. Davanti a noi, in conclusione, abbiamo un bivio: cercare di vivacchiare per qualche anno ancora rimandando il crollo, in modo che le macerie ricadano sulle spalle delle generazioni future, o vivere questa crisi fino in fondo, tornando ad uno standard aureo che metta un freno allo statalismo selvaggio che ha devastato il continente e “ripulisca” così l’intero sistema, rifondandolo su basi solide ed oneste. Dalla strada che imboccheremo, dipendono le vite di milioni di persone.

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