In data 12 giugno 2011 inviavo una recensione del libro di Fabrizio Rinaldini “In morte di un collega”. Terminavo il breve scritto con questa frase: “Se questo fosse un paese normale Fabrizio sarebbe uno scrittore famoso e “In morte di un collega” un clamoroso successo editoriale. Ne consiglio a tutti acquisto ed attenta lettura. Per una volta, in mezzo a tanta spazzatura editoriale, denaro ben speso.”
Sul settimanale Panorama del 7 dicembre 2011 a pagina 131 Pietrangelo Buttafuoco segnala lo stesso libro (vedi allegato) e conferma il mio giudizio sull’alta qualità del romanzo di Fabrizio Rinaldini
(vedi Imageshack - panorama7122011pag131.jpg )
Nel frattempo l’autore riceveva dalle mani del sindaco di Firenze, nello storico Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, il Fiorino d’Oro della XXIX edizione del Premio Firenze per la sezione narrativa edita per il libro “In morte di un collega” con la seguente motivazione: “Strade, piazze, librerie ed altri luoghi fiorentini costituiscono lo sfondo, disegnato con magistrale abilità, alla trama complessa, sviluppata con brillante sicurezza e raccontata con proprietà e vivacità di linguaggio. Insieme emergono, molto ben evidenziati, i caratteri dei due protagonisti, la cui storia riesce ad appassionare il lettore avvalendosi di uno stile narrativo personale, asciutto, coinvolgente. La Giuria del Premio Firenze.” Vedi Fabrizio Rinaldini
Se non l’avete ancora fatto procuratevi “In morte di un collega” ed il nuovo romanzo di Fabrizio Rinaldini “La poltrona del re”. Non ve ne pentirete.
Harm Wulf
Fabrizio Rinaldini In morte di un collega Sassoscritto editore, 2011
collana Topazio, Firenze, 2011, 304 pagine, costo 13,50 euro. Richiedere a: Sassoscritto S.r.l.Via Masaccio n. 176 - 50132 Firenze. Tel. 055 5535179
SassoScritto Editore
Fabrizio Rinaldini La poltrona del re Edizioni Agemina, 2011, Collana I Gialli Agemina, Firenze, 2011, pagine 288, costo 18,00 euro. Richiedere:
edizioniagemina@alice.it
Tel. 055 412715
EDIZIONI AGEMINA
Fabrizio Rinaldini, toscano, al suo secondo romanzo giallo, con “La poltrona del re” dà una prova magistrale di giallista e narratore abile nel creare atmosfere realistiche e nel tenere il lettore col fiato sospeso, in un crescendo di tensione, di curiosità, di concretezza, fino all’ultima pagina. Il giallo trae origine dalla guerra civile del 1944, combattuta in questo caso nel contado fiorentino con piena vittoria di pochi ‘eroici’ partigiani tra i quali trova posto anche qualche evaso dal carcere di Santa Teresa a Firenze. Un antefatto, dunque, che ha i colori della storia e che trova il suo sviluppo e il suo tragico epilogo negli anni ’90. L’imprevisto e l’imprevedibile tessono tutto il plot con una successione di colpi di scena, di piccole realtà, il cui risvolto finale si evolve in modo del tutto inatteso. I delitti appaiono così ben mascherati da far pensare a una serie di suicidi e il lettore, dopo le prime pagine, viene coinvolto in una specie di intrico dove lui stesso diventa il protagonista che indaga ed esplora per conoscere il lato oscuro della vicenda e arrivare alla soluzione finale. Così le pagine si dilatano, si ingrossano, in una prodigiosa affabulazione, in un dispiegarsi di turbamenti e suggestioni e il percorso, tra sussulti e delusioni, si fa sempre più incalzante, enigmatico, tormentato, travolgente. E, a distanza di 50 anni, quando tutti hanno già dimenticato quella triste pagina di storia del ’44 e qualcuno, dal passato oscuro, sta tentando la scalata politica, Gianna, nipote della prima vittima - vittima lei stessa di una lacerante violenza giovanile - e il suo compagno, Simone, con testardaggine e pochissimi labili indizi in loro possesso, lottano per risalire alla fonte dei misfatti e incastrare gli autori del diabolico piano. Gianna e Simone, protagonisti del romanzo, sono descritti con eccezionale forza pragmatica, ma anche gli altri personaggi de “La poltrona del re” sono delineati in modo così chiaro e incisivo da lasciare un’impronta indelebile, come Ezio o Lisetta Marchini, quasi scolpiti con pochi energici tratti. Perché una delle caratteristiche letterarie di Fabrizio Rinaldini è quella della scrittura asciutta, scarna, ma vigorosa ed eloquente.
L’amore tra i due protagonisti gioca la parte dominante del romanzo mentre un gatto sornione riempie la scena con la sua presenza davvero ineffabile.
Fabrizio Rinaldini è nato 55 anni or sono nel comune di Scandicci e lì attualmente risiede dopo vari trasferimenti. Una militanza politica decennale e una lunga disavventura giudiziaria gli hanno permesso di assaporare l’equanimità dell’italica legge. Dopo un matrimonio durato poco e finito male, qualche anno trascorso in Africa e in America del Sud per lavoro, molte amicizie sbagliate e poche “fratellanze” vere e proprie, più di un legame sentimentale finito peggio del matrimonio, ha deciso che la cosa più divertente di tutte è scrivere. Così scrive per gioco e legge per passione. Ama la letteratura e la storia. Frequenta archivi e biblioteche per ricerche improbabili, traduce articoli dall’inglese, fra lunghe camminate a passo veloce (quelle che i salutisti maniaci chiamano fitwalking), molti libri letti e tantissimi da leggere, qualche concerto, un po’ di teatro e il lavoro di sistemista informatico. Non cambierebbe il luogo in cui vive neppure con un attico a Manhattan con vista sull’Hudson, mantiene vivi i legami con la propria comunità ideale, ama i gatti, la birra Weisse, i Pink Floyd, Shakespeare, l’irraggiungibile Céline e ‘Non, je ne regrette rien’ di Edith Piaf che (potenza dei numeri) è stata scritta nello stesso anno in cui è nato. Ha pubblicato il suo primo giallo di successo: “In morte di un collega” con Sassoscritto Editore.




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