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Discussione: Horror Gore

  1. #1
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    Predefinito Horror Gore

    Allora,
    un paio di paroline introduttive, credo servano... Nella mia presentazione ho scritto di essere una mestierante della penna che si diletta di horror, noir e fantasy. Orbene, sono stata esortata 8non dirò da chi, così ve la prenderete solo con me), a postare qualcosa di mio in questa stanza del Forum, per far vedere di che pasta sono fatta.
    Dopo averci riflettuto lo spazio di un nanosecondo, ho deciso di postarvi un mio racconto. Beccatevelo...

    Buio


    Il muro di fronte al letto era attraversato da sottili ombre tremule.
    La luce fioca di un lampione filtrava attraverso la finestra semi aperta.
    Il silenzio era incrinato solo dal rumore del respiro pesante di suo padre che dormiva nella stanza affianco, e dallo scricchiolio soffocato delle molle del materasso, che accompagnava i movimenti leggeri della mamma.
    Seduto, con la coperta stretta attorno alla spalle piccole e rotonde, fissava la porta della sua cameretta in attesa.
    Sapeva che sarebbero arrivati.
    Li poteva sentire nel borbottio dei mobili, nel frusciare del vento, in quell’impercettibile squittio che sottendeva alla calma della casa.
    Un lampo.
    Il lampione smise di brillare, e l’intera stanza fu avvolta dal buio.
    Tremava.
    Una sagoma bluastra si stagliava al centro dell’oscurità.
    Alzava le braccia.
    Muta.
    Un guizzo animava il centro della parete di fianco alla porta. Il muro sembrava prendere corpo, la superficie liscia si contorceva assumendo la forma di un cratere dalla cui voragine spalancata scaturiva una fila ordinata di piccole creature saltellanti, storpie, buffe, goffe, con grandi occhi rossi roteanti e piccole corna nere adunche che si riversavano, viscide e verdastre, sul lindo pavimento di marmo e si catapultavano sul letto di Malcolm digrignando i denti ed emettendo urla senza suono.
    Le creature si arrampicavano sulle sue gambe fissandolo maligne. Lui tentava di gridare, di scalciare, di rifugiarsi sotto le lenzuola, ma il terrore banchettava con le sue forze e con la sua determinazione, rendendogli impossibile qualunque reazione.
    Quando il primo ominide raggiunse la sua guancia affondandovi i canini aguzzi, urlò con tutto il fiato che aveva in corpo e si gettò giù dal letto dimenandosi. Gli omuncoli verdi furono scagliati contro la parete di fronte, sulla piccola scrivania, sulla mensola dove era parcheggiata in bell’ordine la sua collezione completa di modellini di macchine.
    I passi concitati che provenivano dal corridoio lo fecero smettere all’istante di urlare.
    “Malcolm, che succede?”, la voce assonnata e preoccupata di sua madre, in ciabatte e camicia da notte, lo rassicurò.
    Si alzò a fatica dal pavimento e corse a rifugiarsi fra le sue braccia, tremante e madido di sudore.
    “Sono qui”, sbiascicò a fatica, fregandosi gli occhi bagnati di lacrime con il pugno destro.
    “Ma chi, amore, chi è qui?”.
    Malcom si voltò ed osservò perplesso la sua cameretta vuota, ordinata ed illuminata.
    “I mostri”, sussurrò, “erano qui fino ad un attimo fa, sono usciti da quella crepa nel muro”, disse indicando la parete di fianco alla porta.
    Laura scrutò perplessa prima il muro e poi il volto contrito del suo figlioletto di sette anni, quindi scosse la testa pensierosa.
    “Tesoro, non c’è nulla qui. Quante volte ancora dovremo parlarne: i mostri, i demoni, i folletti, non esistono, sono solo il frutto della tua fantasia”.
    Il bimbo si divincolò di scatto dalle braccia della madre, quindi si sedette imbronciato sulla sponda del letto sfatto e cominciò a piangere sommessamente.
    “Che c’è stasera che non va? Gnomi, morti sgozzati o streghe deformi?”, chiese Brandon spazientito.
    Laura gli strinse delicatamente il braccio facendogli cenno di ritornare a letto.
    “Papà mi odia”, singhiozzò Malcolm.
    “Ma non dire sciocchezze”, lo rimbrottò aspramente la madre, “è solo preoccupato per te. Sei un ometto ormai, possibile che tu non riesca a superare la paura del buio?”.
    Malcolm tacque.
    “Ne abbiamo parlato tante volte anche con il dottore della scuola…”.
    “Non mi importa di quello che pensate tutti”, gridò il bimbo d’improvviso, “io so che le creature che vedo nel buio sono vere, e sono qui per farmi del male, e se nessuno le fermerà finiranno per uccidermi”, il suo pianto si fece dirotto e disperato.
    Laura prese il figlio in braccio e lo cullò come faceva quando Malcolm era poco più che un frugolo di trenta centimetri, arrotolato nella copertina di lana.
    “Facciamo così”, disse infine, “ti lascio la luce accesa, quella grande, però tu ti rimetti subito nel letto e mi prometti che almeno stanotte proverai a dormire. D’accordo?”.
    “E il lampadario resterà acceso per tutta la notte?”.
    “Promesso”, disse lei alzando la mano destra e portandosi la sinistra sul petto, “croce sul cuore che possa morire”, terminò seria.
    Malcolm l’abbracciò forte, quindi afferrò il cuscino che era finito a terra durante la sua battaglia con i piccoli mostri del muro, e si infilò prontamente sotto le lenzuola.
    Laura lo baciò sulla fronte, gli accarezzò le guance vellutate e paffute e fece ritorno nella stanza attigua.
    “Sembra che tuo figlio non ne voglia sapere di farci dormire una sola notte in pace”, sentenziò Brandon.
    “Certo, quando Malcom crea qualche problema diventa automaticamente “mio figlio”, ma quando vince a rugby o prende un bel voto a scuola, allora è tutto suo padre!”, lo rimbrottò lei.
    “Prendertela con me non cambierà le cose”, continuò lui mettendosi a sedere nel mezzo del letto matrimoniale, “Malcom ha qualcosa che non va”.
    “E’ solo un bambino con troppa fantasia, lo ha detto anche lo psicologo, molti ragazzi della sua età soffrono di attacchi di pavor nocturnus…passeranno, con pazienza ed affetto”.
    “Non so… il terrore che vedo nei suoi occhi sembra così autentico. Mi atterrisce, mi disarma. E se fosse qualcosa di più grave di una semplice fobia del buio?”.
    Laura si alzò nervosa, torcendosi le mani con fare ripetitivo e metodico.
    “Non rimettere in mezzo la storia di mia madre”.
    “Non ne voglio parlare per ferirti, ma sai anche tu che certe forme di pazzia possono anche essere ereditarie”.
    “Tu ti diverti a tormentarmi, questa è la verità! Non c’è giorno che non mi rinfacci di essere la figlia di una povera pazza morta in manicomio, ed ora cominci anche a sospettare che tuo figlio sia folle. Sai che è convinto che tu lo odi? E comincio a pensare che in fondo in fondo sia vero, tu ci odi”.
    “Laura non cominciare con queste stupidaggini, domani devo alzarmi presto, vado a lavorare io, non posso trastullarmi con le tue paranoie. La verità è che mi preoccupo di quello che sta accadendo a nostro figlio, mentre tu chiudi semplicemente gli occhi per paura di essere responsabile dei suoi problemi”.
    “Ma come ti permetti! Io responsabile? Io che trascorro con lui l’intera giornata, mentre tu non ci sei mai! Lavorare, già, bella scusa! Tu lavori, torni a casa stanco, e non hai mai tempo per noi. Ma in fin dei conti io… Cosa sono io? Una stupida casalinga che ti affligge con i suoi guai giornalieri: i conti, la spesa, i vicini, le paure di Malcolm. Ma se mi avessi permesso di realizzarmi, se mi avessi lasciato diventare ciò che volevo, probabilmente ora non saremmo a questo punto!”.
    “E a quale punto saremmo? Se ti avessi lasciato continuare a fare l’attrice, a che punto saremmo ora? Saremmo in crisi per colpa dei tuoi insuccessi. Ecco dove saremmo”.
    “No”, replicò lei freddamente, “saremmo separati, perché mi sarei già liberata di una nullità come te”.
    Brandon la fissò con astio.
    Si infilò i pantaloni ed uscì di casa sbattendo fragorosamente la porta.
    Rintanato sotto la coperta di lana, Malcolm tremava, piangeva e si turava le orecchie con le manine pallide.
    Non li voleva più sentir gridare.
    Mai più.


    La sveglia suonò puntuale alle sette e mezzo di una mattinata fresca.
    Malcolm era riuscito a dormire sì e no un’ora, non aveva alcuna voglia di andare a scuola, ma restare in casa sarebbe equivalso a dover consolare la madre per l’ennesima sfuriata del marito e sopportare il suo sguardo misto di compassione e rimprovero.
    Si era lavato con cura i denti ed aveva indossato correttamente la cravatta azzurra della sua divisa scolastica. Lo zaino era colmo di libri, per lo più romanzi trafugati di nascosto dagli scaffali del salotto. Forse non sarebbe andato a scuola, forse sarebbe andato a trovare il suo amico.
    Sgattaiolò in cucina e si arrampicò su una sedia per raggiungere la credenza e prendere un pacco di biscotti.
    “Non si saluta?”, lo apostrofò benevola Laura.
    Scese goffamente e si issò fra le braccia della donna per stamparle un bacio sulla guancia.
    “Sei già pronto”, disse lei sorridendo, “ma che bravo il mio ragazzo. Mi vesto e ti accompagno al bus”.
    “No, non ti preoccupare, ci vado da solo. Hai ragione, sono quasi un uomo ormai, è meglio che cominci a comportarmi come tale”.
    Laura lo accarezzò con gli occhi che brillavano, pericolosamente colmi di lacrime.
    “Papà non è tornato, vero?”
    Sua madre scosse la testa con rammarico.
    “Tornerà. Non dovete litigare per colpa mia”.
    “Non litighiamo per colpa tua, tesoro, è solo che a volte gli adulti si comportano in maniera più infantile dei bambini, tutto qui. Va a scuola adesso o rischierai di fare tardi”.
    Lo accompagnò con lo sguardo finché non ebbe varcato la porta d’ingresso.




    Malcolm aveva osservato il bus della scuola elementare fermarsi davanti al marciapiede di fronte al portone di casa. Aveva atteso accovacciato dietro un cespuglio che lo sferragliante mastodonte di metallo grigio si allontanasse, ed era saltato fuori dalle foglie agile come una gazzella. Di buon passo si era diretto verso la cittadina immersa fra i monti, alla periferia della quale era nato ed alla quale ritornava spesso nelle ultime settimane.
    Camminava svelto al margine della carreggiata, lo zaino in spalla, gli occhiali sulla punta del nasino a patata ed una sola idea ben stampata nella mente: sconfiggere il buio.
    La casa del suo amico si trovava sul limitare dell’accesso cittadino, vicino all’edificio della posta comunale. Percorse lesto la rampa di scalini malandati e bussò energicamente alla porta di legno scuro.
    “Vieni Malcolm, ho appena fatto il the”, rispose una voce roca dall’altra parte.
    Il bambino entrò sorridendo, lasciò cadere la sacca con i libri accanto alla porta, e si diresse correndo alla volta dell’anziano signore che sedeva su un vetusto dondolo malconcio con una tazza fumante stretta nella mano. Il signor Billinger era una specie di istituzione cittadina. Cieco dal giorno della nascita era stato il primo “diversamente abile” della Contea a laurearsi a pieni voti in matematica e fisica sperimentale alla Columbia University, a ricoprire per ben tre anni la carica di sindaco, a sposare la più bella donna della città, che lo aveva lasciato dopo quasi cinquant’anni di matrimonio l’inverno precedente per le complicazioni di una brutta polmonite. Non aveva figli, aveva insegnato per lungo tempo nel Campus vicino e da quasi vent’anni si godeva una meritata e rilassante pensione fatta di libri, musica e buio.
    “Salve signor Billinger”.
    “Ciao giovanotto, niente scuola oggi?”.
    “No”, rispose Malcom titubante, “ non ne avevo voglia”.
    Billinger gli porse la tazza, gli sfiorò il volto con la mano grinzosa e si accigliò.
    “Che espressione seria figliolo”.
    “Ho un problema”.
    Il vecchio si voltò nella direzione del bambino e gli sorrise amabilmente. Malcolm provava un leggero senso di imbarazzo ogni qual volta l’anziano signore non indossava i suoi occhiali scuri da non vedente. Il bianco omogeneo delle sue pupille gli faceva sempre venire alla mente il disegno di un mago cattivo che aveva visto da piccolo su un libro di fiabe che gli aveva regalato suo padre.
    “E quale sarebbe questo problema?”.
    “Ho paura del buio”.
    Billinger rise.
    “Ma il buio non è cattivo, non ti deve mettere paura. Il buio è un amico, un compagno che insegna a pensare, a riflettere, a sentire le cose senza vederle”.
    “No, forse il tuo buio è così, ma il mio è pieno di creature orrende che vogliono solo farmi del male”.
    “E chi sono queste creature?”.
    “Mostri”, quasi gridò il bambino cominciando a gemere.
    “No, piccolo, non fare così, raccontami. Cosa vedi nel buio?”.
    Malcolm tirò su col nasino ed iniziò a descrivere al vecchio cieco scenari apocalittici animati da spiriti inquieti, da donne senza testa, da esseri che si trascinavano sul pavimento raschiando con lunghe unghie vermiglie e da spiritelli verdi che venivano vomitati dalla bocca di un cratere che si apriva, come per un incanto maligno, nel centro di un muro.
    Il vecchio ascoltava calmo, annuendo ogni tanto con aria seria e compassata.
    “Ora anche tu dirai che sono pazzo come mia nonna”, sospirò alla fine il bambino.
    “Non lo penso affatto. Anche il mio buio è stato popolato da figure inquiete quando avevo la tua età”, disse, “ma non devi temerle, devi ascoltarle”.
    “Cosa?”, chiese Malcolm sgranando gli occhi azzurri e terrorizzati.
    Billinger scosse la testa, cinse il ragazzo per la vita e lo avvicinò a sé.
    “Facciamo un esperimento, vuoi?”.
    “S-sì”.
    “Chiudi gli occhi”.
    Malcolm li chiuse serrando le palpebre con tutta la forza che aveva.
    “Ora immagina la tua stanza. E’ notte, la luce è spenta, sei nel tuo letto. Cosa vedi?”.
    “No, ti prego. Non voglio. Ho paura”.
    “Cosa vedi, dimmelo ora”.
    “E’ lì… si avvicina… sta per salire sul letto!”.
    Gridò e andò a rintanarsi nel lato opposto della stanza, rincantucciato fra una poltrona ed il camino spento.
    “Una donna, bruna, senza gambe, sorrideva e voleva prenderti le mani”, disse il vecchio con aria assorta.
    “E tu come fai a saperlo?”.
    “Il buio è mio amico, te l’ho detto”. Prese il bastone che teneva appoggiato alla spalliera del dondolo, quindi si diresse verso il bambino e si sedette pesantemente sulla poltrona.
    “Credevo che le tue fossero solo paure infantili, credevo che il tuo buio non fosse come il mio, ma mi sbagliavo”, trovò a tentoni la testolina del ragazzo e gli arruffò i capelli cercando di calmare il suo pianto, “mi dispiace, figliolo. Davvero. Credevo che solo gli handicappati come me potessero avere il dubbio privilegio di vedere il popolo delle tenebre, ma, a quanto pare, le cose non stanno così. Capisco la tua paura, il tuo orrore. Quella sensazione di opprimente impotenza. Le loro forme grottesche ed incomprensibili mi hanno fatto compagnia per tanto tempo…troppo. Non devi parlare mai con queste “cose”, mai. Hai capito?”.
    “Ma tu avevi detto…”.
    “Non importa cosa avevo detto. Ascoltami bene ora: crescerai e dimenticherai le creature che popolano l’oscurità. Ti è capitato di vederle, ma puoi cancellarle. Scacciarle. Se le ignori non ti potranno fare nulla, svaniranno semplicemente. Fa come ti ho detto e, mi raccomando, non parlarne con nessuno”.
    “Ma mamma e papà già lo sanno”.
    “Fa in modo che non lo sappia nessun altro”.
    “Ma se ne andranno?”.
    “Sì, ma solo se riuscirai a non averne più paura. Intesi?”.
    “Intesi”, replicò il ragazzo con piglio deciso e sicuro.
    Lasciò la casa del vecchio Billinger poco dopo e trotterellò in giro per i boschi fino all’ora di pranzo.
    Giunto a casa chiamò a gran voce i suoi genitori
    “Mamma, papà…sono tornato”.
    Nulla.
    Preso da un sottile, ma fastidioso, senso di panico si diresse in salotto.
    “Sorpresa!”, gridarono Brendon e Laura all’unisono.
    Malcolm restò dapprincipio disorientato, poi vide la bicicletta rossa che troneggiava nel centro della sala, lucida nella sua smagliante carrozzeria nuova di zecca.
    Il bambino si avvicinò alla due ruote con aria preoccupata, ne accarezzò il manubrio e disse con fare mesto:
    “Ma io non ci so andare…”.
    Brandon si sedette sul divano sconsolato.
    “Ma tesoro”, si affrettò a dire Laura, “te lo insegnerà papà. Pensa quanto sarà bello andare per i boschi in sella alla tua nuova bici, quante avventure potrai vivere, quanti giochi…”, l’entusiasmo nella sua voce andava lentamente scemando, e l’ilarità si stava per rompere in una sorta di rimbrotto.
    “O.k., se lo dici tu che sarà bello… ci proverò”.
    “Dio mio, Malcolm”, quasi imprecò suo padre, “ma non potresti essere per una sola volta un bambino normale? Mostrare un po’ di allegria, di entusiasmo, Cristo! Tuo figlio è impossibile”. Terminò la frase uscendo di fretta dalla stanza e assestando al piccolo un sonoro spintone sulla spalla.
    Malcolm rotolò a terra, si sedette massaggiandosi il braccio e trattenendo le lacrime che prepotenti gli avevano affogato gli occhi.
    Laura inseguì il marito a passo di carica.
    “Non ti permettere di trattare così mio figlio!”, gridò.
    “Difendilo certo…difendilo sempre. Io non ne posso più, quel ragazzino è strano…è assurdo, io non lo capisco. Ma cosa devo fare per vederlo sorridere…”.
    “Per esempio non picchiarlo, già sarebbe un ottimo modo per vederlo sorridere…”.
    “E lo chiami picchiare? Una piccola spinta tu hai il coraggio di chiamarlo picchiare? So io cosa gli farebbe passare le stramberie a quel moccioso. Se tu mi permettessi di fare davvero il padre e non lo coccolassi come una femminuccia, ti farei vedere come lo raddrizzerei…”.
    “E come lo faresti?”.
    “A suon di cinghiate! Ecco come lo farei…quattro scudisciate sul deretano e vedresti come sparirebbero gli incubi, i mostri, i pianti e tutto il resto”.
    Laura piangeva.
    “La verità è quel ragazzino ci sta rovinando la vita e tu lo sai meglio di me, solo che non hai il coraggio di ammetterlo”.
    Malcolm corse su per le scale.
    La voce di suo padre gli rimbombava nelle orecchie come colpi di mortaio.
    Si chiuse a chiave nella sua camera.
    Ritto nel centro della stanza, fissava serio e preoccupato le pareti chiare.
    (La verità è che quel ragazzino ci sta rovinando la vita)
    Serrò i pugni contro le gambe magre.
    (La verità…).
    Chiuse le serrande della finestra.
    (E’ che ci sta rovinando la vita).
    Spense la luce.
    Solo.
    Non si era mai sentito tanto solo, incompreso, abbandonato, infuriato.
    Si sedette sul letto ed attese.
    Il buio si animò.
    Una strana forma prese corpo nel centro della stanza, una specie di cane enorme con le zanne aguzze, la mascella asimmetrica, gli occhi neri e lontani, la bava liquida che gli colava fra le fauci aperte, la coda senza peli che saettava come un rettile sul pavimento.
    Lo fissava.
    Malcolm non si coprì gli occhi, non gridò.
    Una figura più esile si concretizzò di fianco alla precedente: un bambino.
    Era piccolo, molto piccolo, sembrava un neonato ma camminava eretto, nudo, con la pelle bluastra che pulsava come un liquido rovente. Il volto alieno, inespressivo da furetto lo scrutava con curiosità.
    Malcolm allungò una mano per toccarlo, ma la voce della madre che lo chiamava lo fece saettare giù dal letto ed accendere la luce.
    “Perché ti sei chiuso a chiave?”, gli chiese quando riuscì ad entrare nella stanza.
    Il bimbo non rispose.
    “Eri al buio?”, gli chiese ancora lei con voce seria.
    “Sì”.
    “E non hai gridato?”.
    “No, il buio non mi fa più paura”.
    Laura lo accarezzò teneramente, ma la luce sinistra che notò negli occhi del suo cucciolo la disorientò. Per un attimo ritrasse la mano dalla sua testolina, impaurita. Si guardò attorno con circospezione e poi uscì.
    Malcolm spense di nuovo la luce.
    Erano ancora lì, solo che vicino al neonato blu c’era anche un omuncolo verde con gli occhi rossi e le corna (uno di quelli che aveva preso a calci la notte precedente) che gli sorrideva beffardo.
    Ricambiò il sorriso, si avvicinò e li sfiorò.
    Erano eterei, privi di una vera consistenza fisica, sembravano fatti di fumo.
    Fece scivolare le sue dita attraverso le fauci bagnate del grosso cane, fra le costole dell’infante deforme e divise in due il corpo del folletto, che, dopo essersi dissolto al contatto, riprese immediatamente forma.
    Rise.
    “Chi siete?”, domandò.
    “L’anima del buio”, rispose il neonato.


    Malcolm dormiva bene, non aveva incubi da quasi due settimane.
    Brandon sembrava d’un tratto aver riscoperto la sua missione di padre, premuroso, gioioso, allegro.
    Laura era semplicemente in estasi: vedere suo figlio e suo marito scorazzare per i boschi, rotolare giù dalla bici, ridere, giocare a freesbee, era quanto di più soave le fosse accaduto negli ultimi tempi.
    Ma c’era qualcosa che non andava.
    Non sapeva proprio dire cosa, ma c’era.
    Aveva paura di dirlo a Brendon proprio ora che ogni incomprensione con il suo unico figlio si era dissipata.
    Eppure…
    La notte precedente si era alzata per andare in bagno, ed aveva sentito provenire dalla stanza di Malcolm delle voci, o meglio una voce, quella di suo figlio.
    Era come se il piccolo stesse chiacchierando con qualcuno.
    Si era avvicinata ed aveva appoggiato l’orecchio alla porta; non riusciva a capire le parole, ma il tono della conversazione le aveva fatto venire i brividi.
    Aveva spalancato di colpo l’uscio ed aveva visto, o forse le era solo sembrato di vedere, una figura alta e chiara scivolare lungo la parete.
    Malcolm era addormentato. Sdraiato su di un fianco con la coperta tirata fin sopra le orecchie.
    Era uscita sorridendo, ma come aveva chiuso la porta aveva udito un’altra volta quel sottile squittio e la voce di suo figlio dire: “Sì”.
    Aveva fatto ritorno a letto con il cuore in tumulto, incapace di riaddormentarsi per il resto della nottata.
    Ma suo figlio rideva.
    Non poteva accadere nulla di male.
    Non più.
    Non ora.




    “Signor Billinger…”.
    “Entra ragazzo”.
    Malcolm era giunto nella casa del vecchio con un enorme cesto di castagne arrosto stretto contro il petto.
    “Te le manda mia madre, dice che sono buone, e ti ringrazia per avermi dato ripetizioni di matematica”.
    Il vecchio si alzò, prese il cesto con le castagne e lo poggiò vicino al lavello.
    “Dì a tua madre che adoro le castagne e salutala da parte mia”, si rimise a sedere ed ammutolì.
    “Signor Billinger”, disse Malcolm facendosi più dappresso, “ non hai voglia di parlare oggi?”.
    “No, non con i bambini bugiardi”.
    “Io non ho mentito a nessuno”, si difese.
    “Gli hai parlato, ti avevo detto di non farlo”.
    “Chi te lo ha detto?”, la voce del bambino era d’un tratto divenuta seria.
    “Loro. Li conosco da molto prima di te. Non sai cosa hai scatenato”.
    “Se anche tu ci parli, perché non avrei dovuto farlo io?”.
    “Non sono io che parlo con Loro, sono Loro che parlano con me. Io li odio, ma devo conviverci perché il buio è la mia vita ed il loro regno. Adesso vattene, non venire più, o racconterò tutto ai tuoi genitori”.




    Notte.
    Buio.
    Malcolm era seduto sul pavimento e rideva insieme ad un uomo senza occhi che con le mani adunche fingeva di sfidarlo a braccio di ferro.
    “Non puoi battermi, sei fatto di fumo”.
    “Ma posso anche essere fatto di carne, se tu lo vuoi”.
    L’essere aveva dei folti capelli bianchi, un foro al posto del naso e parlava attraverso una membrana che sembrava esser fatta di gelatina, che si gonfiava e si contorceva ogni qual volta emetteva un suono.
    “E come faresti?”.
    “E’ un segreto, ma se vuoi posso confidartelo, però mi devi aiutare”.
    “Dimmi”.
    “C’è qualcuno che vorresti non vedere mai più?”.
    “Il vecchio Billinger”.
    “Conosciamo quel povero cieco”, disse l’essere sorridendo. La membrana che aveva al posto delle labbra si allargò a dismisura e Malcolm poté vedere che al di là di quelle strane fauci c’era solo il nulla.
    “Ci detesta. Lo vorresti vedere morto?”.
    “Potete farlo?”.
    “Solo se il tuo odio è abbastanza forte. Noi non possiamo interferire con il mondo della luce, a meno che un umano non ci fornisca il suo potere”.
    “E l’odio sarebbe il mio potere?”.
    “Sì”.
    “Allora fatelo. Non voglio che dica nulla ai miei genitori. Non voglio perdervi”, disse rivolto al cane infernale che giaceva mesto accasciato ai suoi piedi.




    Billinger era sdraiato sul vecchio dondolo, la radio trasmetteva il suo programma sinfonico preferito.
    Si lasciava cullare dolcemente dalle note armoniose e con una mano tracciava strani geroglifici nell’aria al ritmo del pianoforte.
    Sorrideva.
    Un rumore sordo attirò la sua attenzione.
    “Chi c’è?”.
    Nessuno rispose.
    Nel buio che lo accompagnava dal giorno della sua nascita si profilò la sagoma di un vecchio dalla carnagione chiara, con lunghi capelli bianchi, un foro al posto del naso ed una membrana gelatinosa in luogo delle lebbra.
    “So che non mi parlerai James, non lo hai mai fatto. Ci vedi dal tuo primo vagito e ci ignori dal momento stesso in cui hai compreso la nostra essenza”.
    Billinger si irrigidì sulla sedia serrando le mani attorno ai braccioli fino a farsi sbiancare le nocche.
    “Ma ora è venuto il momento di porre fine a questa convivenza, ma non saremo noi ad abbandonare te. Sei tu che abbandonerai noi”.
    Il vecchio Billinger si portò le mani alla gola dove squarci profondi si aprirono inferti da mandibole invisibili.
    Si alzò barcollando e colpì involontariamente con il bastone la scure della finestra chiudendola.
    Nel buio che si impadronì della stanza, un cane senza pelo, con le mascelle asimmetriche e gli occhi neri come la notte, lo azzannò ancora ed ancora, strappandogli brandelli di carne, dilaniando il suo petto scarno e banchettando con il suo volto urlante.
    Quando anche l’ultimo alito di vita ebbe abbandonato la sua vittima, la belva si dileguò, repentina come era apparsa.







    Malcolm sedeva compunto a tavola per il pranzo della domenica.
    Suo padre rideva di gusto alle battute di una sciocca sit-com che veniva trasmessa dal canale nazionale.
    Sua madre era indaffarata con l’arrosto.
    Dopo la preghiera di ringraziamento cominciarono a mangiare.
    “E’ terribile quello che è successo al vecchio Billinger”, disse d’un tratto Laura.
    “Già”, replicò pensieroso Brandon, “chissà che razza di animale era?”.
    “Dicono che potrebbe essere stato un orso”.
    “Mah…non lo so, è da molti anni che non ci sono orsi nei nostri boschi. Poveretto, che brutta fine. Credo che dovremo stare più attenti da oggi in poi, sarà meglio chiudere bene tutte le porte prima di andare a letto e serrare anche il cancello sul retro”.
    “Non è una gran perdita”, disse a sorpresa Malcolm.
    “Che significa?”, chiese suo padre interdetto.
    “Era un vecchio cieco, solo e un po’ rimbambito, non ne sentiremo la mancanza, ecco tutto”.
    “Malcolm, ma che dici? Come fai a parlare così di quel caro signore che ti ha dato ripetizioni per tanto tempo? Dio mio, ma chi ti insegna certe cose?”, aggiunse Laura contrariata.
    “Nessuno, non ce ne è bisogno, ho detto solo la verità. E poi quel caro signore mi ha dato ripetizioni solo perché papà non aveva voglia di perdere tempo dietro ai miei compiti. Lui non ha mai davvero voglia di stare con me, io gli ho rovinato la vita!”, gridò alla volta della faccia allibita di Brandon.
    “Piccolo bastardo!”, imprecò suo padre, “chi ti autorizza a rivolgerti a me in questo modo? Se avessi risposto così al mio vecchio mi avrebbe gonfiato il sedere di calci”.
    “E perché non lo fai anche tu?”, lo sfidò il bambino, “è quello che vuoi fare da sempre, non è vero? E’ solo per via di mamma che non lo fai. Tu mi detesti perché non sono il figlio che avresti voluto, perché sono strano come mia nonna. E tu”, disse rivolto alla madre, “fingi di volergli bene solo perché senza di lui non sapresti dove andare, ma in realtà lo odi perché ti ha impedito di realizzare tutti i tuoi sogni, perché è un fallito e ha fatto diventare una nullità anche te”.
    “Gliele hai dette tu queste cose a nostro figlio?”, chiese Brandon paonazzo dall’ira.
    “N-no, io non gli ho mai detto…”.
    Brandon inferse un possente mal rovescio sul volto del bimbo, facendogli sanguinare copiosamente il labbro.
    “Non mi fai paura”, quasi gli ringhiò il ragazzino.
    Il padre si sfilò la cinghia e lo raggiunse in salotto dove si era rifugiato, quindi lo scudisciò sulle gambe, sulle braccia, sulla schiena e si fermò solo quando vide il figlio a terra.
    Laura accorse per difendere il bambino facendogli scudo con il proprio corpo.
    “Lascialo stare… lascialo stare!”.
    Brandon lasciò cadere la cinta sul tappeto.
    “Lo hai rovinato quel ragazzo… lo hai rovinato…”.
    “Tu ci hai rovinato la vita, con la tua rabbia, con la tua incapacità di amare. Vattene, lasciaci in pace. Vattene…”. Laura singhiozzava riversa sul corpo di Malcolm.
    Brandon prese le chiavi della macchina e se ne andò.
    “Non piangere mamma”, la pregò il bambino.
    “Perché hai detto quelle cose a tavola?”.
    “Perché sono vere. Perché ho sentito papà che te le diceva. Perché non siamo felici”.



    Solo nel buio della sua stanza sentiva la madre singhiozzare rumorosamente.
    “Lo voglio morto”, disse alla ragazza senza gambe dai lunghi capelli scuri che lo fissava dal pavimento.
    “E così sia”, sospirò lei sorridendo.


    Guidava da quasi tre ore.
    Aveva percorso in lungo ed in largo la piccola cittadina prima di inoltrarsi per le stradine non asfaltate del bosco.
    “Puttana”, bisbigliava alla macchina vuota, “l’attrice! Dovevo lasciarla a fare la barista in quel posto di merda dove l’ho trovata. Sposarmi con la figlia di una pazza. Che idiota! Cosa potevo aspettarmi da lei se non un figlio bastardo e mentecatto e la totale mancanza di gratitudine per tutto ciò che ho fatto. Io mi rompo la schiena per portare i soldi a casa. Io devo sopportare le lagne di quello stronzetto. Io devo sentirmi insultato da un’isterica che mi accusa di non aver concluso mai niente nella vita. Però con quel niente ci campano, maledetti. Ma li mollo, stavolta me ne vado. Poi voglio proprio vedere cosa faranno senza questo fallito. Ma che diavolo è quello?”.
    Un banco di nebbia fitto come zucchero filato calò d’improvviso.
    Brandon perse il controllo del veicolo e andò a sbattere contro qualcosa di imprecisato. Non riusciva a vedere più nulla, era come se la macchina ed un pezzo del bosco fossero stati inghiottiti dalla notte.
    Disorientato tentava di scorgere qualcosa in mezzo al buio che lo attanagliava.
    E poi la vide.
    A cavalcioni su di lui.
    Una donna dai lunghi capelli neri, con la bocca spalancata e le mani artigliate sui lati dell’abitacolo. Non aveva le gambe.
    Gridò.
    Lei si avventò sulla sua faccia e la divorò.

    Malcolm entrò nella stanza di Laura.
    “Che fai piccolo, non riesci a dormire?”.
    Silenzioso si intrufolò sotto le coperte del grande letto matrimoniale.
    “Spegni la luce”.
    “Perché?”.
    “Voglio farti vedere una cosa”.
    Laura spense la luce ed urlò.
    “Non avere paura, sono nostri amici”.
    Il cane, la donna, il vecchio, il neonato, il folletto e qualche altra piccola deliziosa oscenità si accalcarono attorno alla spalliera del letto.
    “Chi sono?”.
    “Siamo le anime del buio”.
    “Hanno ucciso papà stanotte”.
    Laura taceva.
    “Lo hanno ucciso per mio ordine. Il mio odio li tiene in vita. Sono al mio servizio, finché li sfamerò sarò il loro padrone”.
    Silenzio.
    “Ora se vuoi puoi accendere la luce, mamma”.
    Click.
    Spariti.
    “Era con loro che parlavi durante la notte?”.
    “Sì”.
    “E obbediscono a te?”.
    Malcolm fece cenno di sì con la testa.
    Laura lo abbracciò.




    Trasferirsi in un’altra città era stato salutare per entrambi.
    Dopo l’orrenda morte di Brandon l’assicurazione aveva versato una discreta somma che gli aveva consentito di trasferirsi.
    Malcolm era come rinato, sempre affaccendato in nuovi giochi con amici diversi. Gli altri bambini lo veneravano, lo rispettavano, lo temevano, e lui si beava di questa nuova condizione di leader incontrastato del quartiere.
    Laura aveva cominciato a lavorare come segretaria in un piccolo studio medico ed aveva ottenuto un particina in una soap opera di un’emittente locale. Non era Hollywood, ma era pur sempre un nuovo inizio.
    Trascorreva ogni sera accanto a suo figlio, lo accarezzava, lo coccolava e lo vezzeggiava come ogni madre fa con il proprio bambino.
    Poi, quando veniva l’ora di andare a letto, gli rimboccava le coperte e gli chiudeva la porta inviandogli un tenero bacio dal limitar dell’uscio.
    Fatto questo si precipitava nella sua camera, si assicurava più volte di aver chiuso correttamente la porta a chiave, e accendeva tutte le luci.
    Dormiva sempre con un coltello sotto il letto ed un enorme dubbio che le pesava sul cuore: quando il suo unico e adorato figlio avrebbe deciso che una sgridata di troppo, una cena mal cucinata o una sua semplice disattenzione, sarebbe stata sufficiente per liberarsi di una madre ormai inutile?


    Vampire
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  2. #2
    email non funzionante
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    Predefinito Rif: Horror Gore

    brrr

  3. #3
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    Predefinito Rif: Horror Gore

    Citazione Originariamente Scritto da Gavaliero Visualizza Messaggio
    brrr
    Partendo dal presupposto che adoro il tuo avatar (l'armata brancaleone è uno dei film preferiti, e Baudolino è uno dei miei libri preferiti), il tuo "brrr" era un "brr che paura" o una specie di "Prrrr" tipo pernacchia????
    You don't need luck when you don't care a fuck

  4. #4
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    Predefinito Rif: Horror Gore

    spero nè l'uno nè l'altro

    io voterei per un suono più suadente hefico:

  5. #5
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    Predefinito Re: Rif: Horror Gore

    Ravviviamo queste tetre e fredde giornate con un po' di sano Splatter.


    The Game



    La testa gli doleva come se gli avessero conficcato degli aghi roventi nei punti nevralgici delle suture ossee.
    Si alzò a sedere e l’operazione, in sé semplice, parve costargli una fatica immensa.
    Non rammentava di essersi mai sentito tanto stanco in tutta la sua vita. Non rammentava, a dire il vero, di aver mai provato una sensazione di tale disagio. Non poter contare sulla sua solita efficienza fisica era un’esperienza che avrebbe gradito non sperimentare.
    Poggiò i piedi a terra, e fu costretto a reggersi al bordo del comodino per impedirsi di rovinare sul pavimento.
    Si voltò verso il lato opposto del grande letto matrimoniale sfatto.
    Martha giaceva immobile, a pancia sotto, con i capelli arruffati che ricoprivano per intero il cuscino sul quale era adagiata.
    Buffe creature le donne, pensò, si accontentano di credere a tante sciocchezze pur di aggrapparsi all’idea stessa dell’amore.
    Tra poco sarebbe sorto il sole, doveva svegliarla e mandarla via con una scusa. Alle dieci e mezzo cominciavano le riprese, ed aveva ancora molte cose da preparare, una sbornia da smaltire, ed un aspetto gradevole da riconquistare.
    Si trascinò in bagno e quando accese la luce la violenza del neon gli fece lacrimare gli occhi.
    “Cristo”, imprecò.
    Aprì il rubinetto della doccia e si infilò sotto il getto d’acqua fredda senza insaponarsi, rimase immobile finché i lunghi capelli neri non si appesantirono impedendogli di muoversi. Jason, il suo fac totum, insisteva che fosse proprio giunta l’ora di tagliarli, che fosse in fine arrivato il momento giusto per un cambio radicale d’immagine.
    Forse aveva ragione.
    Forse era davvero il caso di dare un taglio radicale a molte cose.
    Uscì gocciolante dalla doccia e prese un asciugamano dal bastone d’ottone vicino al lavandino, attorcigliandoselo in vita.
    “Buon giorno”, sussurrò alla sua immagine riflessa nello specchio illuminato.
    Gli scavi neri sotto le palpebre inferiori erano testimonianza della notte brava appena trascorsa, un po’ di correttore e qualche riflettore puntato nel verso giusto avrebbero posto riparo all’inconveniente.
    Tornò in camera da letto. Martha non aveva neppure cambiato posizione, anche lei portava sulla pelle i segni della notte appena trascorsa.
    Sorrise.
    S’incamminò verso la cucina e vide una pozza traslucida che lambiva appena lo stipite della porta. Doveva aver versato qualcosa la notte precedente, forse del JD. Avvicinandosi notò che la macchia era di dimensioni ragguardevoli e di consistenza appiccicosa.
    Si chinò, dolorante ed intorpidito, e sfiorò la superficie con la punta delle dita.
    Rosso.
    Gelatinoso.
    Animato da un pungente odore di ferro.
    Sangue.
    Accese la luce della cucina e si trovò dinanzi ad uno spettacolo che difficilmente avrebbe dimenticato: schizzi di plasma ricoprivano quasi interamente le pareti bianche, impronte di piedi scalzi avevano tracciato sul pavimento lunghi solchi. Qualcuno doveva essere stato trascinato, ferito, ucciso là dentro.
    Quando?
    Sul tavolo era abbandonato un grosso coltello per affettare il pane. Non poté fare a meno di avvicinarsi e prenderlo in mano. Sulla lama erano rimasti piccoli brandelli rosa, grumi rossi, ed alcuni capelli biondi.
    Restò immobile con l’arma stretta nella mano, gli occhi sbarrati ed un singolare senso d’euforia.
    Avanzò verso il lavabo, rammentava di aver usato il tritarifiuti poco prima di andare a letto...
    Guardò nel bacinetto di acciaio e quello che vi trovò non lo sorprese più di tanto: un dito ammiccava lascivo dal foro dello scarico. Un dito la cui falange terminava con un’unghia laccata di rosso e fresca di manicure.
    Il coltello gli cadde di mano.
    Cosa era successo?
    Possibile che...
    Era confuso, stanco. Forse era meglio lasciare tutto così com’era ed andare sul set. Quando fosse rincasato l’indomani avrebbe sicuramente trovato una spiegazione logica a ciò che stava vedendo. Certo una spiegazione, una spiegazione esiste sempre, si ripeteva. E se non gliene fosse venuta in mente nessuna, allora avrebbe chiamato Jason: lui avrebbe saputo senz’altro cosa fare.
    Martha.
    Dovette sedersi sul divano del soggiorno.
    Come avrebbe fatto ad occultare tutto in modo che lei non si accorgesse di nulla?
    Bel problema.
    Non era necessario che la facesse entrare in cucina, si sarebbe messa ad urlare ed era l’ultima cosa di cui aveva bisogno, attirare l’attenzione di quei bacchettoni dei vicini che non avevano mai accettato la sua presenza in quel rispettabile condominio .
    L’avrebbe elegantemente messa alla porta, senza troppe spiegazioni e senza ulteriori coinvolgimenti. Poi avrebbe ripulito sommariamente la cucina ed avrebbe lasciato le chiavi dell’appartamento a Miss Wingle, che, da brava colf professionista, avrebbe riassettato tutto senza fare domande, anche perché non avrebbe proprio saputo cosa risponderle.
    Entrò in camera da letto con passo pesante:
    “Martha”, chiamò con voce sostenuta, i capelli ancora bagnati stavano gocciolando sul lenzuolo sotto di lui.
    “Svegliati, devi andare, su...”.
    Con un rapido gesto scostò il copriletto ed urlò.
    Tutto ciò che restava della comparsa di nome Martha Right era una graziosa testolina riccia reclinata su un cuscino, ed una lunga gamba abbronzata con le dita dei piedi laccate di arancione.
    (Che pessimo gusto), pensò mentre l’urlo si spazzava in una fragorosa risata.
    Si lasciò cadere sulla sponda del letto, il volto sprofondato fra le mani, uno stordimento che si avvicinava quasi ad un’estasi mistica, e la profonda consapevolezza che il mondo aveva smesso di girare nella solita direzione.
    Lo squillo del telefono gli strappò un grido che trattenne a stento contro il dorso della mano. Si voltò istintivamente nella direzione della donna, o meglio di ciò che ne restava. Per un assurdo interminabile attimo credette che quel rumore l’avrebbe fatta sussultare, ma osservando i resti mortali della ragazza non poté fare a meno di sorridere di quel timore...Strano, non riusciva a far altro dall’inizio di quella psichedelica avventura.
    Rispose.
    “Pronto?”, la voce era calma, incrinata da un’appena percettibile vena di isteria.
    “David Johansen?”.
    “Sì”.
    “Come va bastardo?”.
    La voce dall’altro capo del filo era maschile e del tutto aliena ad ogni suo ricordo, ma non fu difficile intuire che il proprietario di quella voce anonima conoscesse, Dio solo sapeva come, quello che era appena accaduto. All’improvviso David si sentì sollevato: finalmente lo avrebbe saputo anche lui.
    “Ho visto giorni migliori, e suppongo che lo sappia anche tu”.
    Dall’altro capo del filo risuonò una risata sottile ed acuta, quasi femminea.
    “Giusto, bastardo. Lo so benissimo”.
    Silenzio.
    “Scommetto che nessuna aveva mai perso la testa così per te...”.
    Altre risa.
    David inarcò le sopracciglia ed imprecò fra i denti.
    “Come sei entrato in casa mia?”.
    “E chi ti dice che lo abbia fatto?”.
    “C’è un festino a base di sangue nella mia cucina, una testa mozzata nel mio letto...”.
    “E un dito nel tuo tritarifiuti”.
    “Già, l’ho notato”, calmo, si ripeteva mentalmente, stai calmo, non farlo innervosire, tenta di venire a capo di tutta questa faccenda, potrebbe non esserci un secondo ciak per questa scena.
    “Cosa vuoi da me?”.
    “Credevo che fosse palese, bastardo, voglio cancellarti dalla faccia della terra”.
    (Cristo).
    “Perché?”.
    “Perché sei un miserevole guitto, un attore da quattro soldi che interpreta eroi neri solo perché ha la stazza per farlo. Sei finto come un biglietto da tre dollari e prima o poi se ne accorgeranno anche quei cretini che vanno a vedere i tuoi film al cinema. Il mostro, il serial killer perfetto...fammi vedere come sei bravo a salvarti il culo adesso”.
    Era scioccato.
    Per diversi minuti non riuscì a far altro che guardarsi intorno alla disperata ricerca di un appiglio, di una risposta sagace ed intelligente che avrebbe messo lo psicotico dall’altro capo del filo in scacco, ma tutto ciò che fu capace di emettere fu un misero singulto che fortunatamente risultò silenzioso.
    “Sei ancora lì?...Dico a te, bamboccio, sei ancora lì?”.
    L’urlo perentorio dello sconosciuto lo fece ripiombare a terra con la violenza di un sacco di sabbia.
    “Sì, ci sono. Hai tutta la mia attenzione”.
    “Bravo”.
    “Perché l’hai uccisa?.”, pausa, “l’hai uccisa tu, vero?”.
    “Certo che l’ho fatto io, tu non saresti in grado neppure di firmare gli autografi se non avessi sempre qualcuno pronto a sorreggerti”.
    “Si può sapere cosa cazzo vuoi da me?”.
    La comunicazione venne interrotta improvvisamente e si ritrovò a fissare attonito il ricevitore, divenuto sinistramente silenzioso.
    Il panico finalmente fece il suo dovere e lo ridusse in schiavitù. Si immaginò piccolo e bianco come una di quelle cavie da laboratorio, che corrono all’infinito dentro un cerchio di plexiglas, mentre qualche scienziato occhialuto osserva la scena con un cronometro in mano, calcolando quanto tempo impiega il cuore di quell’esserino peloso ad esplodere se sottoposto ad eccessivo sforzo. Il suo quanto avrebbe impiegato a giungere al traguardo? Improvvisamente fu assalito da un’incontrollabile voglia di bere. Frugò fra le bottiglie che teneva sparse all’interno dell’elegante mobile bar che gli aveva regalato il suo agente quattro anni prima, ne estrasse una a caso e tirò giù una possente e bruciante sorsata di vodka.
    Non servì a far sparire il dito dal tritarifiuti, né, tanto meno, a cancellare le tracce di sangue che avevano ridipinto metà della casa.
    Il telefono trillò di nuovo.
    Corse.
    Inciampò sul bordo di legno del letto. Il dolore lo trafisse improvviso e crudele, strappandogli un paio di lacrime dagli occhi arrossati ed un brandello di pelle dallo stinco destro.
    “Pronto?”, trafelato.
    “Spero tu sia maggiormente propenso al dialogo ora”.
    “Sì, lo sono”.
    “Ci avrei scommesso. Ho tre cose da dirti bamboccio, apri bene le orecchie perché non ho alcuna intenzione di ripetermi”.
    “Ti ascolto”.
    “Primo: le domande le faccio solo io, e se mi va fornisco anche le relative risposte. Non voglio essere interrotto dalle tue insensate suppliche o da qualunque fetida esalazione effluvi dalle tue labbra”.
    Si astenne dal replicare.
    “Secondo: il resto della ragazza non è affatto andato distrutto. E’ in casa tua nascosto e, a dire il vero, neanche troppo bene. Sai, ieri sera avevo una certa premura di...abbandonare il luogo del delitto”, altre risate. David cominciò a temere che avrebbe udito l’eco di quei versi ogni attimo della sua vita, sempre ammesso che ne avesse ancora una da vivere.
    “Terzo: hai esattamente due ore di tempo per rimettere insieme il puzzle e disfarti del cadavere, se sarai riuscito a ricomporlo. Allo scadere del centoventesimo minuto ti avvertirò con uno squillo del telefono, sarà il segnale che ho chiamato la polizia per avvertirla di rumori sospetti che provengono dall’abitazione del famoso attore di cult horror movie David Johansen. Con tutti i precedenti per rissa ed ubriachezza molesta che hai sulle spalle, non tarderanno a precipitarsi da te, e se non sarai riuscito a sbarazzarti della salma....bhe...temo che la tua carriera di divo subirà un tragico arresto. Ti saluto buffone”.
    “Aspetta”, quasi gridò.
    Silenzio, solo il ronzio della linea. Temette che l’uomo avesse nuovamente interrotto la conversazione.
    “Ti ascolto ma fa in fretta”.
    “Dimmi solo cosa devo esattamente trovare…ti prego, questo me lo devi. Non potrei mai riuscirci altrimenti”.
    Pausa. Lui stava, evidentemente, riflettendo sul da farsi.
    “Va bene, questo posso accordartelo...dunque...in tutto ci sono cinque tronconi che devono essere ritrovati più, ovviamente, le interiora. La ragazza aveva un intestino quanto mai in disordine, era vittima di un’alimentazione estremamente sregolata. Sarebbe diventata obesa in pochi anni se avesse continuato a mangiare così, meglio aver evitato che ciò accadesse. Hai due ore, bamboccio, buona caccia, il gioco comincia ora”.
    Il sibilo metallico della linea interrotta si unì con il crepitio elettrico del corto circuito dei suoi neuroni.
    Riagganciò.
    Si voltò un’ultima volta in direzione della testa mozzata, e non trovò consolazione nell’espressione assonnata dipinta su quel volto. Per la prima voltò notò che anche i capelli biondi, sparsi in ricci scomposti sul cuscino, erano venati in più punti da screziati toni di arancio, che in fili sottili come seta di ragno, scendevano dal collo reciso. La pelle aveva subito diverse lacerazioni, ed i brandelli tumefatti, quasi anneriti dal sangue che si era rappreso nei capillari cutanei, protrudevano dall’attaccatura come sottili tentacoli.
    Si sorprese dell’innumerevole mole di particolari, per lo più inutili, che la mente umana è in grado di captare quando è sollecitata e fortemente sovraeccitata.
    Dubitava che alcuno dei pensieri che lo stavano distraendo in quel frangente gli sarebbe risultato di una qualunque utilità. Il tempo correva via inesorabile...tic...toc...tic...toc...
    Balzò in piedi e si precipitò in cucina. Certamente la mattanza doveva aver avuto luogo lì, rimaneva solo da accertare come l’estraneo si fosse introdotto in casa e sua e per quale burla del destino lui non si fosse accorto assolutamente di nulla. Probabilmente l’uomo lo aveva drogato, ma perché?
    Ora non aveva alcuna importanza, ci sarebbe stato modo e luogo di appurare la meccanica dell’accaduto, adesso doveva solo riuscire ad uscire integro ed innocente da quella paranoica versione de Ai confini della realtà.
    Sorrise, una parte di lui non aveva nessuna remora nell’ammettere che non si divertiva così da anni.
    Cinque parti anatomiche.
    Una gamba.
    Due braccia, di cui una priva della rispettiva mano.
    Il tronco....
    Ne mancava uno.
    Ma...
    Era meglio iniziare la caccia.
    Cominciò a canticchiare un vecchio pezzo dei Rolling Stones. Non li amava particolarmente, ma quel ritornello gli affiorò alle labbra arse in maniera autonoma, scevro da ogni controllo.
    “...if you start me up...”.
    Ispezionò la cucina millimetro per millimetro ripetendo a bassa voce sempre il medesimo ritornello.
    Nulla, a parte i cinque litri di sangue versati in ogni dove.
    Il frigo.
    Era immacolato.
    Lo spalancò e...bingo...prego passi a ritirare il premio alla cassa . Preferisce un orso di pezza o un papero di gomma?
    “Mi accontento anche di questo, grandissimo figlio di…”.
    Trasse il braccio mutilato della rispettiva mano senza batter ciglio. Era stato gettato in fretta sopra un paio di contenitori termici per gli avanzi che, a quanto rammentava, dovevano contenere delle lasagne precotte. Osservò la sottile traccia traslucida di brina che si era formata lungo la pelle abbronzata. L’intero avambraccio era costellato di piccole ecchimosi a forma di stella, sicuramente traumi inferti alla parte dopo che era stata amputata.
    Tornò in camera da letto e gettò il braccio accanto alla testa, che rotolò sinistramente in direzione della parte di sè che era stata così irrispettosamente lanciata.
    “Non temere,cara”, mormorò, “fra poco ti porterò anche il resto”.
    Entrò in salotto.
    Sembrava tutto perfettamente in ordine. La tv era in stand by, lo stereo spento, il tavolino ingombro delle solite cartacce ...Si avvicinò al piccolo tavolo a bacheca, si accucciò fino a sfiorare la superficie liscia e fredda del cristallo con la guancia ispida della barba di due giorni. C’era qualcosa che attirava la sua attenzione, o meglio i suoi sensi acuiti dalla tensione avevano captato un dettaglio che i suoi occhi faticavano a scorgere. Restò così per un tempo che parve infinito...tic...toc.
    “Andiamo....concentrati”.
    Riflesso sul poco spazio sgombro del tavolo d’appoggio, riusciva ad intravedere una forma arcana, quasi un archetipo che somigliava a...
    Si alzò e salì sulla spalliera del divano rischiando di rovinare precipitosamente sul pavimento di marmo nero.
    Adagiata sul lampadario, con lasciva voluttà, faceva bella mostra di sé l’altra gamba di Martha, con il medesimo smalto arancione ad imbrattarle le dita del piede.
    Non fu facile disincastrare l’arto irrigidito dal rigor mortis dal braccio d’ottone del lampadario, che oppose una ferrea resistenza costringendolo ad afferrarlo con entrambe le mani strattonandolo ripetutamente, fino a quando non ebbe la meglio piombando sul suo fondoschiena che produsse uno rumore spiacevolmente simile a quello di cocci infranti, quando urtò con violenza il tavolino mandandolo in frantumi.
    Si tirò su infarcendo lo sforzo fisico di una certa dose di inutili ed artificiosi improperi. Fece ritorno in camera da letto e buttò la gamba nelle immediate vicinanze degli altri resti.
    “Se tutto procede bene, tesoro, fra poco ti porto a fare un giro in macchina. Vedrai ci divertiremo”.
    Scoprì che parlare con Martha era rilassante.
    O.k., due pezzi anatomici erano stati ritrovati...ed ora?
    Il tronco.
    Era senza ombra di dubbio la parte più difficile da occultare. Le dimensioni non avrebbero consentito a lui ( il pazzo era diventato semplicemente lui nella sua testa. Credeva che spersonalizzandolo sarebbe stato più semplice non farsi prendere dal panico e continuare solamente a giocare) di lasciarlo in giro con altrettanta semplicità. Ripercorse interamente, passo dopo passo, l’intero appartamento: il bagno, la camera da letto, il salotto, la cucina, la sala del telefono (come amabilmente aveva ribattezzato il disimpegno che si trovava fra le prime due stanze del corridoio, per la banale ragione che generalmente era tramite quel telefono che interloquiva con il suo agente. Scaramanzie da divo). La stanza degli ospiti era ancora chiusa a chiave e, quando vi entrò, fu assalito dall’odore pungente del lucido per mobili che la sua domestica usava profusamente nella vana speranza che prima o poi quella stanza venisse occupata. David, negli ultimi tempi, era diventato l’equivalente di un eremita misogino e misantropo, sulla cui scala personale di valori da uno a dieci, il suo interesse per il genere umano si arrestava attorno alla valore uno. Di qualche amico aveva pur bisogno. Tornò al punto di partenza, seduto accanto al corpo in via di ricomposizione che giaceva, come una bambola di pezza scucita, sul letto matrimoniale con impresse le tracce di differenti liquidi corporei che risultava difficile distinguere. Non aveva giardino e questo, almeno, restringeva le ipotesi.
    Non aveva solario. L’appartamento si trovava al terzo piano di un’elegante palazzina abitata, per lo più, da anziani in pensione, che avevano visto l’arrivo della star degli horror di serie b nel loro delizioso e tranquillo condominio come una manciata di sabbia negli occhi. Ma aveva una cantina. O meglio un box di media grandezza dove aveva trasferito metà dei suoi effetti personali e scenici.
    Corse verso il corridoio, dove un enorme porta di legno scuro si spalancava su un lungo andito alle cui pareti erano saldamente infissi due bastoni d’ottone dai quali pendevano vestiti, soprabiti e cappotti. Un guardaroba degno di un gentleman inglese, attrezzato per ogni esigenza e ricorrenza. L’ultima custodia, in fondo a destra, celava un costosissimo completo di raso nero. Sotto alla giacca avvitata era ben riposta e perfettamente stirata una camicia di seta bianca con ampi polsini di pizzo. L’abito con il quale sarebbe stato sepolto. Cercò nella cassettiera che era posta a destra dell’entrata, e nell’ultimo cassetto trovò un mazzo di chiavi tenute insieme da un laccio di cuoio. Erano all’incirca una quindicina ed appartenevano alle serrature di tutte le porte d’ingresso delle case che aveva cambiato negli ultimi sedici anni. Bella media di fughe precipitose, rifletté divertito. Pescò quella più lucida e pulita che recava impresso il numero 6 in rosso scarlatto. Uscì dall’appartamento, stando ben attento a non suscitare l’interesse dei vicini, e sgattaiolò fino al semi interrato. Infilò la chiave nella toppa con il cuore che aveva preso all’improvviso a battergli con rinnovato vigore ed inaspettato tumulto. Sentiva il pulsare ritmico del sangue gonfiargli ad intermittenza la vena sulla tempia destra ed uno sciame di insetti ronzanti pareva danzare una macumba africana alla sommità del suo esofago. Era eccitato, come non gli capitava da tempo.
    L’odore di muffa vecchia e di nuova polvere lo fece starnutire. Trovò a tentoni l’interruttore della luce sulla sinistra della parete e qualcosa di leggero ed agile gli sfiorò le dita della mano facendogliele ritrarre alla svelta. Non era la prima volta che scendeva in quello scantinato, e non era la prima volta che la vista dei suoi costumi di scena e delle parrucche gli provocava un’impercettibile, ma persistente, senso d’irritazione alla base del collo. Passò accanto ad un paio di bauli accatastati, ingombri di vecchie sceneggiature accettate e rifiutate, urtò un manichino sul quale erano ammonticchiati almeno tre diversi mantelli da vampiro, ed in fine scorse ciò che cercava.
    Stavolta lui era stato non solo sadicamente macabro, ma drammaticamente divertente. Il tronco della povera Martha, con indosso un delicato completo intimo rosa, era comodamente assiso su una vecchia poltrona di pelle, cimelio del primo film che Johansen aveva girato all’incirca vent’anni prima, uno splatter che aveva per protagonista uno psicanalista cannibale. Una versione analoga, ma meglio interpretata, aveva valso ad uno scialbo inglese di nome Anthony Hopkins la statuetta d’oro. L’enorme foro irregolare che coincideva al tavolato degli addominali, faceva vedere con chiarezza i muscoli della fascia renale e gli ultimi corpi vertebrali del tratto dorsale. L’assassino doveva aver avuto veramente un mucchio di tempo per poter compiere un’eviscerazione degna di un cuoco cinese. L’assenza del capo e degli arti rendevano la visione sensualmente oscena.
    Bene.
    Ora era necessario portarla di sopra.
    Diede una fugace occhiata all’orologio: quasi le undici del mattino. Fra poco più di un’ora la sua caccia al tesoro si sarebbe forzatamente conclusa ed anche la sua vita, probabilmente.
    Prese una cesta di vimini vuota che giaceva abbandonata in un angolo. Vi spinse dentro il tronco della ragazza e coprì il tutto con uno dei mantelli che aveva urtato poco prima. Uscì dal box chiudendosi la porta alle spalle. Si voltò con la cesta stretta fra le braccia ed una voce lo fece sobbalzare:
    “Facciamo pulizie mr.Johansen?”.
    Era la megera del piano di sopra, consorte di un vecchio medico in pensione che per tutta la sua miserrima vita si era occupato di scaldare ed inserire clisteri, forse per questo aveva finito con lo sposare una donna il cui fondoschiena era difficilmente distinguibile dalla faccia.
    “Già”, replicò vago.
    “Senta, forse non dovrei metterla in guardia, ma credo che alla prossima riunione i condomini vogliano chiederle di abbandonare lo stabile, sa...questo è un complesso residenziale in maggioranza abitato da gente...comune...ecco… e quel continuo va e vieni di donne ...bhe...”.
    (Se sapessi come le donne perdono la testa per me, vecchia baldracca, esiteresti dal pronunciarti oltre).
    David prese a risalire agilmente le scale senza neppure replicare, e la signora Moore, così si appellava la ciarliera vegliarda, continuò a sbraitare le sue proteste con il tono di voce che diveniva man a mano più stridulo e starnazzante.
    Solo nell’appartamento vuoto si rese conto del tanfo che aleggiava nell’ambiente. La donna era morta, probabilmente, lottando ed il quantitativo di adrenalina liberata, mista alle catecolamine endogene, aveva esacerbato l’odore della sua carne, che ora iniziava a virare verso quel caratteristico e pungente sentore acido e dolciastro che chiunque abbia soggiornato, anche per un breve periodo, in una sala settoria riesce difficilmente a rimuovere dalla memoria delle sue terminazioni olfattive.
    Vuotò il contenuto della cesta sul letto. L’immagine che si compose davanti ai suoi occhi era troppo irragionevole e distorta per sembrare solo vagamente reale, ma il tanfo, e lo strano colore verde arancio che impregnava gli slip della ragazza dove plasma e bile avevano creato uno cocktail inconsueto, conferivano alla visione un che di soprannaturale.
    I visceri.
    Se lui fosse stato di origine egizia, David avrebbe iniziato a fracassare tutti i vasi dell’appartamento, ma dubitava che la fortuna, Dio o chi per loro, lo avrebbe assistito in un tale frangente.
    Visceri.
    Frattaglie.
    Interiora.
    Tic...toc...
    Meno sessanta minuti all’ora x.
    Mancavano all’appello 12 metri di intestino ed un braccio, poi restava da rassettare la cucina e far sparire le tracce di sangue che praticamente si annidavano in ogni angolo.
    Interiora.
    Una volta, durante le riprese di un noir di dubbio gusto, ma di grosso ritorno economico, aveva dovuto soggiornare per circa una settimana in uno squallido alberghetto sperso e dimenticato nella campagna inglese. Non rammentava neppure il nome del punto nero sulla carta geografica che avrebbe in teoria dovuto essere una città, e che al loro arrivo aveva svelato tutto l’antico fascino di un cimitero abbandonato anche dagli spettri. Nella prima sera di permanenza in quel tugurio la proprietaria, nonché unica cuoca dello stabile, aveva preparato una sorta di spezzatino immerso in una salsa piccante e speziata, la cosa peggiore che avesse mai avuto la disgrazia di ingurgitare. Quando aveva chiesto cosa fosse, si era sentito replicare che si trattava di un’antica ricetta locale a base, essenzialmente, di frattaglie di pecora. Imparò una lezione fondamentale quella sera: non domandare mai troppo, si può sempre correre il rischio di trovare la soluzione ai propri quesiti. L’ignoranza, a volte, è un gran rifugio.
    Ma cosa diavolo aveva a che fare quello stupido albergo con...
    Si precipitò in cucina notando che la pozza di sangue che rivestiva più o meno uniformemente il linoleum un tempo verde, aveva perso la fluidità assumendo una consistenza gelatinosa ed appiccicaticcia. Aprì il forno ed esultando trasse da esso una pirofila trasparente, che non rammentava neppure di possedere, dove erano stati pazientemente arrotolati gli intestini di Martha. Per ovviare all’odore di fluidi e solidi organici, che senza ombra di dubbio si annidavano al suo interno, lui aveva innaffiato la pietanza con abbondante aceto, tanto che, da un esame approssimativo, non si sarebbe potuto discernere se si trattasse o meno di residui di natura umana.
    Accese il forno, tolse la griglia forata di protezione e rovesciò il contenuto della pentola sulle fiamme blu. Chiuse prima che un refolo d’aria potesse fiaccare lo sfavillio del fuoco.
    Il braccio.
    Meno quaranta minuti all’ora x.
    Improvvisamente si rese conto che non ce l’avrebbe mai fatta. Avvertiva una spiacevole sensazione di tensione al centro della testa ed un rumore sordo, come una vibrazione lontana, gli solleticava entrambi i timpani. Probabilmente stava per restare stroncato da un ictus. Pazienza. Sempre meglio della galera.
    Il completo per la sepoltura era pronto e ben riposto nel guardaroba, al resto avrebbe pensato Jason...
    Il guardaroba.
    Entrò. Gettò tutti gli abiti sul pavimento. Vuotò le scatole che contenevano scarpe e stivali e scaraventò giù dal soppalco i bauli e le valige, nulla. Possibile che...Prese il telo che copriva il suo ricercatissimo completo funebre, quello che migliaia di fotografi avrebbero immortalato quando sarebbe stato esposto, giovane e bellissimo suicida, in uno splendido sarcofago di cristallo. Il rumore della cerniera lampo lo assordò, ma eccolo lì far capolino, come un serpente, dal collo slacciato della camicia di candida seta ora macchiata di sangue rappreso.
    La mano ammiccava con un esplicito gesto di sfida che lui aveva ricavato incastrando il primo e le ultime due falangi contro il ferro della stampella, e poggiando il medio ritto contro il gancio della medesima.
    “Figlio di puttana”, imprecò David.
    Venti minuti.
    Tic…Toc…
    Il puzzle era stato ricomposto. Ogni tessera del mosaico aveva trovato al fine giusta collocazione, restava un unico piccolo, irrisorio problema: come sbarazzarsi del corpo e cancellare le tracce che lo avrebbero reso apertamente reo dinnanzi ai piccoli uomini in divisa blu che fra poco avrebbero fatto irruzione nell’appartamento?
    “Pensa, maledizione”, si obbligò.
    E come un rosa che sboccia fra la neve, così un’idea balzana germogliò fra i suoi pensieri sconnessi.
    Prese un sacco di tela da sotto il lavabo della cucina, ne aveva una scorta imbarazzante, la sua colf li usava per portar fuori l’immondizia e scherzando aveva fatto soventemente allusione al fatto che fossero talmente capienti da contenere un cadavere. La donna non aveva idea di quanto avesse avuto dannatamente ragione.
    Infilò i pezzi anatomici di Martha nel sacco, lo annodò saldamente con un pezzo di corda e si mise il tutto in spalla.
    Scese rapidamente le scale. Il tempo a sua disposizione era praticamente quasi scaduto, non poteva permettersi il lusso di guardarsi furtivamente alle spalle. Giunse trafelato, gli anni cominciavano a farsi sentire, al parcheggio interno dello stabile. Aprì, non senza difficoltà, il cofano della sua auto e vi scaraventò il pacco natalizio dentro. Chiuse, si guardò finalmente intorno per accertarsi di non essere stato visto da nessuno, e, quando ne fu quasi matematicamente certo, fece precipitosamente ritorno in casa. Entrò nel bagno e prese un flacone di alcool etilico che teneva nella cassetta del pronto soccorso, versandolo interamente sulla coperta intrisa del sangue di Martha. Si recò nel salotto vuoto e silenzioso, ora inondato di sole caldo e denso di odori estivi, prese dal mobile bar la bottiglia di vodka, ed alcuni altri liquori, e cominciò a versare in giro per le stanze il loro contenuto, riservando il quantitativo maggiore per la cucina. Pescò l’accendino dalla tasca posteriore dei pantaloni (quando se li era infilati? Non lo rammentava. Doveva averlo fatto in un momento imprecisato di quella folle corsa), lo accese ed avvicinò la fiammella alla scia di liquido alcolico che faceva capolino dalla soglia della cucina. Come nel trailer del Corvo il fuoco si propagò seguendo la scia che egli stesso aveva tracciato, solo che invece delle ali di un uccello, vide apparire il miraggio della fine di un incubo.
    Compì il giro completo dell’appartamento e quando fu certo che ogni stanza avesse preso a bruciare afferrò il cellulare e corse sul pianerottolo.
    Compose il numero della polizia.
    Una voce stanca e professionale, dalla sessualità indefinita, gli rispose:
    “Qui distretto di polizia, posso esserle d’aiuto?”.
    “Mi trovo al 110 di Prospect Place, la mia casa sta andando a fuoco”, disse gridando, “credo sia doloso…vi prego mandate qualcuno immediatamente”.
    “Esca subito ed attenda fuori, i pompieri giungeranno in breve”.
    “Vi prego sbrigatevi!”.
    “Non si preoccupi, faremo il prima possibile, ma lei mantenga la calma e non si avvicini alle fiamme”.
    Chiuse la comunicazione e, fischiettando, scese le tre rampe di scale che lo separavano dalla strada sottostante. Una volta giunto di fronte al portone d’entrata si appoggiò con le spalle ad un furgone addetto al trasporto di mobili, si accese una sigaretta, inalò profondamente, e ricominciò a canticchiare quella vecchia e noiosa canzone degli Stones.
    I pompieri giunsero in modo realmente tempestivo. L’incendio si dimostrò più ostico del previsto. L’appartamento era interamento arredato in legno, l’abbondante tappezzeria aveva alimentato generosamente le fiamme rendendo l’intervento più complicato di quanto si potesse in origine prevedere, gli comunicò il capo dei vigili del fuoco, quasi a giustificare il fatto che l’intera dimora fosse andata irrimediabilmente distrutta nel rogo. Il rossore che gli animava le guance quando gli chiese l’autografo lo fece rabbrividire.
    Due ore dopo era tutto finito.
    Gli uomini in tuta arancione se ne erano andati. I poliziotti, dopo aver fatto i rilevamenti del caso, non erano stati in grado di affermare con certezza che l’incendio fosse di origine dolosa, ma era un’ipotesi che non poteva essere scartata in prima istanza. Sarebbe stata una pista da battere.
    “Vede”, gli aveva sussurrato l’agente Scanner, “lei è una persona famosa”, aveva enfatizzato quella parola come se si fosse trattato di una formula magica, “è naturale che possa diventare il bersaglio di qualche esaltato a cui piacciono troppo i suoi film”.
    Rimasto solo montò in macchina ed appoggiò la testa contro le mani intrecciate sul volante, attento a non far suonare il clacson.
    Improvvisamente la portiera dal lato del passeggero si aprì e Jason Collins, manager, amico e fac totum del grande attore David Johansen, fece il suo ingresso sorridendo.
    “Non male David. Questa volta hai trovato veramente un’ottima soluzione”.
    David lo guardò perplesso, poi scoppiò in una fragorosa risata. Gli mollò una sonora pacca sulla spalla e disse:
    “Con cosa diavolo mi hai narcotizzato? Ho la testa sul punto di esplodere”.
    “Cloruro di etilene, una variante del comune cloroformio”.
    “E lei?”.
    “Ho reso innocua anche la ragazza, con una dose più massiccia. L’ho strangolata e poi ho proceduto con la dissezione”.
    “E’ meno divertente quando sono già morte”, lo apostrofò l’attore.
    “Lo so, cosa credi. Ma abitavi in un condominio, non potevo permetterle di fare troppo baccano o la polizia l’avrebbero chiamata sul serio i tuoi vicini. Quando abitavi in quella sperduta villa nei pressi della brughiera non avevamo problemi del genere, quelle galline potevano urlare fino a perdere la voce”.
    “E non solo quella”, aggiunse David. Risero entrambi. “Credo che la prossima casa sarà in un luogo più isolato”, continuò, “altrimenti dovremo smetterla di giocare”.
    “Non te ne devi preoccupare, domani stesso prenderò contatto con la solita agenzia immobiliare e vedrò di accontentarti”.
    “D’accordo”.
    “Cosa vuoi farne ora di lei?”, aggiunse Jason additando con il pollice il retro dell’auto.
    “Stanotte la porteremo a casa di Friedriksen”.
    “Il regista?”.
    “Proprio lui. Tu nasconderai i pezzi di ...”.
    “Martha”.
    “Sì, di Martha, nel suo giardino, ed io lo avvertirò che ha due ore di tempo per trovarli, ricomporli e disfarsene prima che la polizia sia avvertita degli strani rumori che provengono dalla sua villa”.
    “Vuoi portare anche lui nel gioco?”.
    “No, voglio solo che l’arrestino”.
    “Perché?”.
    “E’ un pessimo regista. Tutti i film che mi ha fatto interpretare erano dei colossali fiaschi, è ora che la smetta di nuocere al cinema”.
    You don't need luck when you don't care a fuck

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    Citazione Originariamente Scritto da Vampire Visualizza Messaggio

    The Game
    [...]

    The Game End


    «Non si può spiegare, cos’è la Voglia» sospirò David, scuotendo le manette in faccia al Gip.
    «Ci provi…»
    «È un senso di vuoto che prende al fondo dello stomaco. E scava, scava. Come se ti avessero amputato gambe e braccia. Le vuoi, devi riaverle. Ti hanno tolto qualcosa che è sempre stato tuo»
    «Continui…»
    «L'antichissima nostra natura non era come questa, ma diversa. La forma degli umani era doppia: quattro braccia e quattro gambe, una testa con due volti e quattro orecchie, due sessi e tutto il resto analogamente. Perciò, le cerco»
    «Cerca… cosa?»
    «Quelle che mi mancano… braccia, gambe, orecchie: finché non ritroverò le mie, la Voglia mi spingerà a cercarle»
    Il Giudice Van Pire sfogliò, tra le carte, le foto del SUV dell’indagato: arti sanguinolenti e putrefatti, eppure ben ordinati per tipologia, accuratamente impacchettati.
    Un fortuito controllo della Stradale davanti alla villa di Friedriksen e David era finito in manette.
    Era tardi, quasi notte. Il Giudice sollevò la testa dalle carte.
    «Meglio chiudere qui, che ne dice, avvocato? Dispongo una perizia psichiatrica e…»
    «Pazzo? No… mi lasci dire…» lo interruppe David, alterato, «un dio atroce ci tagliò in due per indebolirci, moltiplicandoci; per questo abbiamo la Voglia, tutti. Tutti! ha capito? Anche lei! anche lei, prima o poi…»
    Il Giudice scosse la testa, confortato dall’espressione imbarazzata dell’avvocato.
    «Basta così, portatelo via»
    Raccolte le carte, scese in fretta le ampie scale del Palazzo di Giustizia.
    Salì in macchina pregustando la quieta intimità di casa e ciò che lo attendeva, sezionato e fradicio d’alcol, nella cucina semibuia.
    Avvertì un profondo senso di vuoto al fondo dello stomaco; la Voglia (sorrise amaro, pensando all’interrogatorio appena concluso) crebbe impetuosa, ogni minuto più forte.
    Guidò veloce e impaziente nel traffico serale, sempre più irrequieto, prefigurando nei minimi dettagli l’agognato piacere.
    Armeggiò in fretta alla porta di casa e fu subito nella cucina, buia e silente.
    Accesa la luce, si sedette con vorace sollievo davanti all’umida, dorata fetta di babà, portata nel pomeriggio da sua madre, santa donna.
    Ultima modifica di trash; 07-02-12 alle 15:07

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    Predefinito Re: Rif: Horror Gore

    Citazione Originariamente Scritto da trash Visualizza Messaggio
    The Game End


    «Non si può spiegare, cos’è la Voglia» sospirò David, scuotendo le manette in faccia al Gip.
    «Ci provi…»
    «È un senso di vuoto che prende al fondo dello stomaco. E scava, scava. Come se ti avessero amputato gambe e braccia. Le vuoi, devi riaverle. Ti hanno tolto qualcosa che è sempre stato tuo»
    «Continui…»
    «L'antichissima nostra natura non era come questa, ma diversa. La forma degli umani era doppia: quattro braccia e quattro gambe, una testa con due volti e quattro orecchie, due sessi e tutto il resto analogamente. Perciò, le cerco»
    «Cerca… cosa?»
    «Quelle che mi mancano… braccia, gambe, orecchie: finché non ritroverò le mie, la Voglia mi spingerà a cercarle»
    Il Giudice Van Pire sfogliò, tra le carte, le foto del SUV dell’indagato: arti sanguinolenti e putrefatti, eppure ben ordinati per tipologia, accuratamente impacchettati.
    Un fortuito controllo della Stradale davanti alla villa di Friedriksen e David era finito in manette.
    Era tardi, quasi notte. Il Giudice sollevò la testa dalle carte.
    «Meglio chiudere qui, che ne dice, avvocato? Dispongo una perizia psichiatrica e…»
    «Pazzo? No… mi lasci dire…» lo interruppe David, alterato, «un dio atroce ci tagliò in due per indebolirci, moltiplicandoci; per questo abbiamo la Voglia, tutti. Tutti! ha capito? Anche lei! anche lei, prima o poi…»
    Il Giudice scosse la testa, confortato dall’espressione imbarazzata dell’avvocato.
    «Basta così, portatelo via»
    Raccolte le carte, scese in fretta le ampie scale del Palazzo di Giustizia.
    Salì in macchina pregustando la quieta intimità di casa e ciò che lo attendeva, sezionato e fradicio d’alcol, nella cucina semibuia.
    Avvertì un profondo senso di vuoto al fondo dello stomaco; la Voglia (sorrise amaro, pensando all’interrogatorio appena concluso) crebbe impetuosa, ogni minuto più forte.
    Guidò veloce e impaziente nel traffico serale, sempre più irrequieto, prefigurando nei minimi dettagli l’agognato piacere.
    Armeggiò in fretta alla porta di casa e fu subito nella cucina, buia e silente.
    Accesa la luce, si sedette con vorace sollievo davanti all’umida, dorata fetta di babà, portata nel pomeriggio da sua madre, santa donna.
    Gran bell'abstract. Perdona l'ignoranza: tuo? Se sì, complimenti. Se è di un autore a me sconosciuto, complimenti lo stesso.
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    Predefinito Re: Rif: Horror Gore

    Citazione Originariamente Scritto da Vampire Visualizza Messaggio
    tuo?
    Sì, a parte "L'antichissima nostra natura non era come questa, ma diversa. La forma degli umani era doppia: quattro braccia e quattro gambe, una testa con due volti e quattro orecchie, due sessi e tutto il resto analogamente." che è Platone, dal Simposio.
    Ultima modifica di trash; 07-02-12 alle 16:31

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    Predefinito Re: Rif: Horror Gore

    Citazione Originariamente Scritto da trash Visualizza Messaggio
    Sì, a parte "L'antichissima nostra natura non era come questa, ma diversa. La forma degli umani era doppia: quattro braccia e quattro gambe, una testa con due volti e quattro orecchie, due sessi e tutto il resto analogamente." che è Platone, dal Simposio.
    La citazione di Platone l'avevo colta (reminiscenze della mia formazione liceale... lo ammetto) e poi i "miti" greci mi hanno sempre affascinata, anche se preferisco quelli Egizi (ci ho scritto un romanzo!!!). Comunque, ribadisco, bravo.
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