l tecnico della nazionale irlandese icona della qualità italiana
Trapattoni: Il made in Italy che gira il mondo
di Michele De Feudis

Giovanni Trapattoni è un’icona senza tempo della qualità e del genio italiano. Il tecnico della nazionale irlandese è stato nei giorni scorsi acclamato all’unisono sia dai tifosi degli azzurri che dai sostenitori dei boys in green. Ha vinto trofei su trofei in Italia, ha incantato in Germania, Portogallo e Austria, impreziosendo le sue avventure da timoniere con una serie senza fine di scudetti. È il simbolo globale del valore dell'italianità. Ecco la cifra della tempra di un “Highlander” tricolore: «Il mio segreto? Dopo una vittoria, non mi siedo sugli allori e penso subito a costruire nuovi successi».

Allenatore concreto, tatticamente arguto, a settant’anni si è rimesso in discussione per tentare l’impresa di riportare ai mondiali sudafricani del 2010 una nazionale modesta e con pochi talenti come l’Irlanda. Non si è mai seduto su facili allori. «Come diceva un grande filosofo – afferma con una citazione a effetto – si nasce, si muore e si cambia. Io sono uno che cambia». E si mette in discussione, cerca sempre nuovi stimoli ed emozioni in imprese apparentemente impossibili. Nell’Isola Verde, dove lo venerano e gli hanno dedicato trasfigurazioni pop (Trap come San Patrizio con l’aureola), è considerato un vero timoniere: «Non parlerà un buon inglese – scrivono i tabloid – ma capisce più di tutti di calcio».

E se il calcio racconta l’epopea nazionale dei popoli, la cultura sportiva di “Giuàn” dimostra come la contaminazione possa arricchire sempre il proprio bagaglio di conoscenze: «Ho allenato in tanti paesi e da ognuno ho tratto degli insegnamenti, apprendendo le caratteristiche delle differenti culture sportive». Così l’agonismo del calcio inglese si è saldato con la disciplina tecnica dei giocatori teutonici, l’estro di estrazione sudamericana-portoghese con la generosità quasi da rugbisti degli irlandesi: Trapattoni ha fatto tesoro di tutte queste esperienze, impreziosite della sua professionalità, di marca italiana. Altro che “pizza e mandolino”, non c'è solo mafia o Gomorra.

Le squadre del tecnico milanese sono un modello di approccio decisionista alla partita. «Italia-Irlanda? Noi saremo come Davide contro Golia. Ma non partiamo battuti. Scendiamo in campo per vincere. Sarei un ipocrita se dicessi che non mi piacerebbe battere gli azzurri»: ecco un esempio di animus pugnandi, senza finta cavalleria o salamelecchi. Il San Nicola di Bari gli ha riservato applausi scroscianti. Non sono stati un tributo alla carriera o il saluto a un guerriero sulla via del declino. Tutt’altro. Il Trap è un indomito lottatore. Un intero stadio ha reso onore alla sua intelligenza, al suo buon umore, alle sue arguzie. A quell’italianità genuina che contagia i tifosi di tutte le squadre che allena. Anche alla domanda insidiosa sulle sue emozioni durante gli inni nazionali pre-partita, ha risposto con equilibrio e stile: «Quello di Mameli è l’inno della mia nazione... Ma mi emozionerò per le note irlandesi».

Una forma di rispetto per il popolo che gli ha affidato la speranza di tornare nell’Olimpo mondiale dei campionati sudafricani, e per questo – prendendo a modello il poster di Obama firmato da Shepard Fairey – i green boys («ho scelto questa nazionale per le affinità con il popolo italiano», ha rivelato) lo hanno immortalato su bandiere e magliette come il presidente degli Stati Uniti, con sotto la scritta Hope, speranza. Italia e Irlanda era una sfida dall’esito sin troppo scontato, vista la superiorità tecnica e tattica degli azzurri. L'arbitro tedesco Stark ci ha messo del suo cacciando ingiustamente Pazzini dopo tre giri di orologio. Il Trap, però, ha completato il capolavoro con la sua furbizia. E il pareggio finale è stato salutato da osservatori e tifosi come un successo un po’ italiano dell’intramontabile Giovanni nazionale.

2 aprile 2009

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