





Arricolo un po' risalente, ma che penso aggiunga qualcosina...
Piante 'Sono esseri sociali' ora ci sono le prove
"La Repubblica - 11 giugno 2008 — pagina 37 sezione: politica estera)
Pianta di cakile edentula - Immagine tratta dal sito Connecticut Botanical Society
Dai minuscoli fiori color lavanda agli steli scompigliati dal vento, nulla di quest' erba che cresce sulle spiagge, nota come rucola di mare (cakile edentula), lascerebbe pensare che ci troviamo di fronte a una meraviglia della botanica. Eppure gli scienziati hanno scoperto che queste erbaccia è in grado di fare cose che altre sue simili non hanno mai dimostrato di saper fare. È capace di distinguere tra piante imparentate e piante non imparentate. E una volta riconosciuta l' aria di famiglia, di garantire loro un trattamento preferenziale. Se le piante a lei vicine non sono imparentate, getta fuori radici in abbondanza per catturarne gli elementi nutritivi. Ma se riconosce dei familiari, educatamente si contiene. È una vera sorpresa, perfino un po' uno shock, anche perché la maggior parte degli animali non risulta abbia la capacità di riconoscere i parenti, nonostante disponga in questo campo di vantaggi colossali rispetto alle piante. Perché se un individuo è capace di riconoscere i propri "familiari", vuol dire che è capace anche di aiutarli, azione del tutto sensata dal punto di vista evolutivo perché i consanguinei hanno una serie di geni in comune. Lo stesso organismo può anche dar vita a un comportamento ostile nei confronti di individui non imparentati contro i quali è più sensato sfoderare gli artigli (o le spine). «Ecco perché sono sbalordita da quello che abbiamo scoperto», dice Susan A. Dudley, ecologa evolutiva delle piante all' Università McMaster di Hamilton, nell' Ontario. «Le piante», dice la Dudley, «hanno una vita sociale segreta». Dopo la pubblicazione lo scorso agosto della loro ricerca sulla rivista Biology Letters, Dudley e colleghe hanno trovato le prove che ci sono altre specie di piante capaci di riconoscere i "parenti". Ciò vorrebbe dire che questi organismi, per molto tempo considerati solo vegetazione immobile e passiva, non solo percepiscono ogni sorta di informazione riguardo alle piante che crescono loro attorno, ma che usino queste informazioni per interagire con esse. Il motivo per cui la vita sociale delle piante è rimasta misteriosa così a lungo forse è semplicemente perché il modo di percepire le cose da parte degli organismi vegetali può essere molto diverso da quello degli animali. È stato dimostrato, ad esempio, che alcune piante percepiscono piante vicine potenzialmente concorrenti sfruttando sottili cambiamenti della luce. Questo perché le piante assorbono e riflettono determinate lunghezze d' onda della luce solare, creando alterazioni tipiche che altre piante sono in grado di decifrare. Gli scienziati hanno scoperto anche piante dotate di sistemi per raccogliere informazioni su altre piante basandosi su elementi chimici rilasciati nel terreno e nell' aria. E' il caso della cuscuta. Non essendo in grado di sviluppare radici proprie o di produrre autonomamente gli zuccheri attraverso la fotosintesi, una volta spuntata dal seme ha bisogno in tempi piuttosto rapidi di cominciare a crescere sopra e dentro un' altra pianta, per estrarne gli elementi nutritivi di cui ha bisogno per sopravvivere. Ma perfino gli scienziati che studiano questo vegetale sono rimasti sorpresi dalla velocità e dall' accuratezza con cui una piantina di cuscuta riesce a individuare e cacciare la sua vittima. In filmati al rallentatore, hanno visto i germogli muoversi in senso circolare all' interno di quello che hanno scoperto essere un campione degli elementi chimici rilasciati nell' aria dalle piante vicine, un po' come un cane che annusa l' aria intorno a una tavola imbandita. Poi, basandosi solo sull' odore, la cuscuta cresce in direzione della vittima prescelta. In altre parole, riesce a individuare e attaccare le specie di piante, fra quelle disponibili nei dintorni, su cui riesce a crescere meglio. «Quando si guardano i filmati, si ha proprio l' impressione di assistere a un comportamento animale», dice Consuelo M. De Moraes, ecologa e chimica all' Università della Pennsylvania, «è come un vermiciattolo che si muove verso un' altra pianta». La visione delle piante come organismi sensibili comincia a emergere ora, ma sono vent' anni anni che gli scienziati scoprono indizi di interazioni di questo genere. E nonostante tutto, le scoperte continuano a lasciarli stupiti: il motivo, secondo alcuni, starebbe in una radicata incredulità riguardo alla possibilità che le piante, senza il beneficio di occhi, orecchie, nasi, bocche o cervelli, siano in grado di fare tutto quello che si vede fare. Così, ma solo recentemente, il dibattito tra i ricercatori è tornato a concentrarsi intorno a un interrogativo in realtà di vecchia data: quali, tra le capacità e gli attributi che gli scienziati per lungo tempo hanno considerato prerogativa esclusiva degli animali, come la percezione, l' apprendimento e la memoria, possono essere correttamente trasferiti alle piante? L' ala estrema della fazione «egualitarista», sempre comunque all' interno della comunità scientifica, sono i membri della Society of Plant Neurobiology. Il nome stesso del gruppo basta a far saltare i nervi a molti biologi. La neurobiologia è lo studio dei sistemi nervosi presenti, a quanto si sa, soltanto negli animali. Questo fatto, per la maggior parte degli scienziati, rende il concetto di neurobiologia delle piante qualcosa di impossibile, fuorviante e irritante al tempo stesso. Trentasei studiosi di diverse università, tra cui anche Yale e Oxford, si sono arrabbiati al punto di arrivare a pubblicare, lo scorso anno, un articolo sulla rivista Trends in Plant Science in cui contestano alla Society of Plant Neurobiology di ipotizzare sinapsi vegetali esortando i ricercatori ad abbandonare simili «superficiali analogie e discutibili estrapolazioni». Dall' altra parte si replica che cento anni fa molti scienziati erano convinti che non esistesse una fisiologia delle piante. Oggi, quell' idea è così palesemente antiquata che strapperebbe una bella risata ai tanti scienziati che operano nel settore. (c.2008 New York Times News Service. Traduzione di Fabio Galimberti)
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Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 29-02-12 alle 14:30
"Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)




Un piccolo episodio a proposito della sensibilità delle piante.
Una mia amica aveva, davanti la vetrata del salone, due bellissime dieffenbachia, una a destra e l’altra a sinistra.
Un giorno decise di spostare una delle due nella stanza adibita a studio.
Poco tempo dopo, notò che entrambe le piante non avevano più la stessa rigogliosità. Le foglie ingiallivano e si vedeva chiaramente che c’era una sofferenza. Si chiedeva come fosse possibile, considerando che il trattamento che riservava loro era sempre lo stesso. Poteva essere probabile che quella che era stata spostata non si fosse ambientata, ma come mai anche all’altra succedeva la stessa cosa?
Decise di ripristinare la situazione iniziale, mettendole nuovamente vicine, nel tentativo di salvarne almeno una.
Beh, non ci crederete, ma a poco a poco le due piante ricominciarono a mettere nuove foglie e a ritornare belle come prima!
Sorridendo, ma credendo a quello che diceva, mi disse che aveva capito che tra le due piante c’era un forte legame affettivo, per cui la separazione creava loro una profonda sofferenza.


Non mi meraviglio affatto, le piante percepiscono il mondo esterno e con questo interagiscono con atti che definirei "emozionali". E a ogni stato emozionale corrispondono determinati comportamenti, talvolta stupefacenti.
Pensa che nelle foreste dell'Ecuador un team di ricercatori tedeschi si è trovato faccia a faccia con una pianta "attrice", proprio mentre metteva in atto una delle sue migliori performance: fingere di essere malata. Non è un mistero che piante e animali adottino vari espedienti per sfuggire ai pericoli ma, a quanto pare, questo è il primo esempio di pianta che sa "recitare". Si tratta del Caladium Steudneriifolium di cui si conoscono due varietà: una ha foglie di un verde uniforme, l'altra, diversificando la capacità di fotosintesi delle cellule superficiali, variegate. C'è voluto lo spirito di osservazione degli studiosi tedeschi per capire che il disegno bianco sulle foglie è simile a quello lasciato da un parassita che infesta questo tipo di pianta. In realtà, pare che il Caladium finga di essere malato riproducendo la caratteristica traccia lasciata da un bruco che deposita le larve all'interno delle foglie. Una volta nate, le larve si scavano una via d'uscita, lasciando un percorso biancastro e rosicchiato sulla superficie della foglia. "Disegnandosi" da sola il danno, la pianta evita di venire attaccata dal parassita che, sempre secondo i ricercatori, lascerebbe in pace le foglie già segnate, potenzialmente poco nutrienti per le larve.


Silvia, quello che racconti mi affascina e mi dà la conferma di ciò che ho sempre pensato: l’uomo non è l’unico detentore di sentimenti o emozioni.
Si parla di esseri VIVENTI sia per quanto riguarda il mondo animale che quello vegetale, si tratta solo di imparare a conoscerli.


Strano... ho da poco fatto l'esame di farmacognosia e mi salta sotto agli occhi questo 3d.
Aggiungo che l'esame mi è piaciuto molto.
E mi sta piacendo tantissimo leggere l'intera discussione.![]()
Trollhunter delle 2 Sicilie.



