Barry M. Goldwater
La vita. L'uomo di azione.
Barry Morris Goldwater è scomparso venerdì 29 maggio 1998 all’età di ottantanove anni.
Discendente da una famiglia di ebrei polacchi emigrati in America Settentrionale nel 1862, nacque a Phoenix capitale della “remota” e bruciata Arizona il 1° gennaio 1909, dunque tre anni prima che questa entrasse a far parte dell’Unione nordamericana il 14 febbraio 1912, e può essere considerato “il padre della Destra statunitense” solo a patto di procedere per slogan e di voler sacrificare ogni criterio di approfondimento sull’altare della gergalità giornalistico-massmediatica.
La Destra conservatrice statunitense costituisce infatti un fenomeno culturale in sé molto più ampio, profondo e antico della figura — con tutto il rispetto dovutole — del senatore Goldwater. In questo secolo “rinasce” tra fine anni Quaranta e inizio anni Cinquanta, dopo una lunga stagione di disorientamento ricostruibile per nodi salienti: remotamente la ferita della Guerra Civile (1861-1865); poi la nascita, in America Settentrionale, di una struttura partitica più simile (benché mai del tutto uguale) a quella a forte base ideologica tipica del Vecchio Continente di ascendenza illuministico-giacobina e radical-libertina (se il primo di questi due riferimenti guarda alla Francia moderna, il secondo punta all’Inghilterra e alla Gran Bretagna del Sei-Settecento); l’avvento di un sempre più marcato bipartitismo, a cui corre parallela la profonda trasformazione interna al Partito Democratico e a quello Repubblicano (grosso modo il primo iniziò come “Destra” finendo per diventare “Sinistra”, e viceversa); quindi i colpi decisivi portati a quanto rimaneva del Vecchio Sud e al Midwest, figli di una cultura non metropolitana, non “yankee” e meno filosoficamente modernizzante; infine i forti traumi causati alla nazione dalle presidenze dei Democratici Woodrow Wilson (1912-1920) e Franklin Delano Roosevelt (1932-1945), nonché dalla rivoluzione pedagogica d’inizio secolo condotta da John Dewey e dall’attivismo giudiziario di Earl Warren, presidente della Corte Suprema dal 1953 al 1969.
Nel “rinascimento” della Destra nordamericana — la riscoperta di un’identità nazionale in atto, non la formulazione di un costrutto ideologico aprioristico —, Goldwater s’impone pertanto come referente politico di un vasto fenomeno culturale pre-esistente, non come “inventore” di un movimento.
La destra conservatrice negli Stati Uniti
Fra leader, partito e popolo, la Destra conservatrice statunitense ha sempre vissuto un rapporto difficile con chi, in occasione delle diverse tornate elettorali, le si è proposto nei panni di suo alfiere o paladino, soprattutto quando e dove la struttura ideologica tipica del “partito moderno” ha iniziato a svolgere un ruolo preponderante in queste dinamiche.
Nel 1992, rispondendo a una domanda del sottoscritto, lo storico delle idee Russell Kirk individuava nel popolo che li ha appoggiati, indicati, a volte eletti, quasi sempre votati, il denominatore comune fra Robert A. Taft, Barry M. Goldwater, Ronald W. Reagan e Patrick J. Buchanan, nel bene e nel male referenti politici eminenti del mondo conservatore[1]. I Taft, i Goldwater, i Reagan e i Buchanan passano e vanno, lasciando impronte durevoli solo nella misura in cui sanno interpretare l’ethos della nazione che li precede logicamente e ontologicamente, e quando colmano (pur mantenendo tutte le opportune e fondamentali differenze) lo iato fra politica e cultura altrimenti riempito con i palliativi del riduzionismo pragmatistico (quando a dominare il rapporto organico fra quei due momenti è la distorsione del primo, la politica) o del surrogato ideologico (quando impera la distorsione del secondo momento, la cultura) che fungono solo da coibenti isolanti.
In America Settentrionale, nel rapporto fra cultura conservatrice ed esponenti politici di partito, la densità e la quantità del riempitivo pragmatistico o ideologico varia a seconda di quanto la “logica del potere” sopravanzi, snaturi, censuri, inibisca e rattrappisca i princìpi di fondazione e di riferimento di un ambiente umano che in determinati momenti — tenendo presente l’importanza dell’hic et nunc, ma senza mai scambiare una tornata elettorale con l’Armageddon — sceglie di puntare su un determinato auriga, oppure di quanto grande sia l’incidenza di dottrine di partito, ordini di scuderia ed elementi culturali alieni e spuri.
Spesso, del resto, l’opera di riduzione della distanza esistente fra cultura e politica — conservatorismo e candidati elettorali di questo o di quel partito — chiede tempi e modalità tali da costringere in alcuni casi gli elettori a scegliere realisticamente fra “quel che c’è”. In certi frangenti — sotto l’urgenza e la spinta del confronto diretto, soprattutto quando polarizzato e decisivo benché, come detto, solo in alcuni casi precisi una consultazione elettorale o referendaria possa assumere i caratteri dello “scontro finale” —, l’indicazione dell’elettore può ridursi solo a esprimere quanto più vistosamente e vigorosamente possibile la distanza diametrale massima fra due visioni del mondo, o due soluzioni a fronte di un determinato problema, scegliendone recisamente una e rifiutandone seccamente un’altra. Fatti salvi quei princìpi oserei dire di diritto naturale — la soglia invalicabile del quale deve restare intonsa pena il crollo dell’axis mundi della convivenza civile fra gli uomini —, spesso quanto scelto in questo modo non rappresenta affatto l’optimum, ma solo il possibile perché tertium non datur.
Detto tutto ciò, l’area entro cui tratteggiare e comprendere la figura pubblica del Goldwater politico è disegnata.
Goldwater è incomprensibile senza la grande cornice del variegato network conservatore che ne spinge e ne motiva, mutatis mutandis, l’azione: con lui il conservatorismo raggiunge il palco principale della scena politica statunitense e — ancor più che non con Taft in passato — la profonda elaborazione culturale della Destra si connette a un front-man efficace e combattivo, mentre al Partito Repubblicano viene impressa quella forte virata verso destra che sta ancora oggi alla base dell’idea (errata) del “Grand Old Party” — così viene altrimenti definito il Partito Repubblicano nordamericano — come casa comune tout court di tutti i conservatori.
Negli ambienti goldwateriani si sono del resto fatti le ossa un po’ tutti i leader dell’attivismo giovanile della Destra, comprese quelle figure che anni e decenni dopo sarebbero a loro volta salite alla ribalta nazionale e internazionale come candidati politici del Partito Repubblicano. La cosiddetta “Reagan Revolution” degli anni Ottanta e la discesa nell’arena politica di Patrick J. Buchanan — la prima volta in occasione delle presidenziali del 1992 —, ma anche le affermazioni Repubblicane nelle votazioni per il rinnovo del Congresso degli ultimi anni — in particolare quelle del 1994, quando Newt Gingrich lanciò il programma definito “Contract with America” —, affondano di fatto e di principio le radici nel “fenomeno Goldwater”.
Il sostegno a Goldwater divenne per esempio un punto distintivo degli Young Americans for Freedom, organizzazione chiave del “Draft Goldwater Movement” (la rete di attivisti che gestì la propaganda elettorale presidenziale del senatore dell’Arizona) e di quella che sarebbe divenuta la selva di fondazioni e d’istituti in cui si è sviluppata la Destra nordamericana negli anni successivi. Formata nel 1960 nell’abitazione newyorchese di William F. Buckley Jr., il fondatore di National Review, per favorire l’educazione politico-culturale dei giovani, ha visto passare fra le proprie fila un po’ tutti i futuri leader della Destra statunitense; per esempio Lee Edwards, l’autore di quella che forse è la biografia più completa di Goldwater.
Il senatore dell’Arizona fu un vero capo, un uomo cioè capace di scegliere adeguatamente i propri consiglieri e i propri collaboratori tenendo conto non tanto del ricatto dell’elettorato, ma intelligentemente dell’humus del proprio paese. Il suo successo — al di là della sconfitta di allora, un certo “goldwaterismo” ha infatti trionfato negli Stati Uniti d’America con e da Reagan in poi — è stato il successo di un vasta porzione di popolo nordamericano, quella che peraltro ha la pretesa di rivendicare la più diretta continuità con le tradizioni di fondazione della nazione.
Il conservatorismo, che nel senatore scomparso ha avuto un esponente politico di punta negli anni Sessanta, si pone infatti essenzialmente come movimento culturale che rivendica lo spirito dei Padri Fondatori; l’ideale del costituzionalismo e del repubblicanesimo classici (in cui nel mondo anglosassone si fondono, al di là delle concrete scelte istituzionali dettate dalla storia, dalle situazioni e dai contesti, l’eredità dei Tory e degli Old Whig britannici della seconda metà del Settecento); il retaggio della cultura del “precedente”, del “pregiudizio” e del valore normativo delle “usanze” espressa nella forma mentis che anima il Common Law consuetudinario e medioevaleggiante; l’opposizione allo spirito filogiacobino dei cosiddetti New Whig progressisti, razionalisti (come ha affermato Friedrich A. von Hayek) e pianificatori; la Grande Tradizione della filosofia politica classica (l’espressione è stata “codificata” da Leo Strauss[2]) e del diritto naturale; nonché il retaggio di Londra, Roma, Atene e Gerusalemme.
The coscience of a conservative
Goldwater — di cui pure la Destra statunitense ha onestamente denunciato le gravi cadute di tono in tema di liceità dell’omosessualità e dell’aborto — ha rappresentato per la prima volta nel dopoguerra la possibilità di unire le diverse “scuole” del conservatorismo in una concreta proposta politica: il successo non lo ha premiato direttamente, ma l’importanza del suo agire — e soprattutto del suo saper interpretare il sensus nationis — resta una grande lezione di realismo e di idealità politiche.
Di lui si ricorda soprattutto il volumetto The Conscience of a Conservative[3], pubblicato nel 1960 e nell’agosto 1964, alla vigilia delle elezioni presidenziali che vedranno la sconfitta elettorale del senatore dell’Arizona a opera di Lyndon B. Johnson, già ristampato 22 volte per un totale di tre milioni e mezzo di copie vendute. The Conscience of a Conservative è divenuto un piccolo classico anche in Italia, dove è stato pubblicato, a Milano nel 1962 per volontà del giornalista Romano F. Cattaneo e nella traduzione realizzata da Henry Furst, da «Le Edizioni del Borghese» con il titolo Il vero Conservatore e come prima uscita di una biblioteca non conformista allora davvero d’avanguardia[4].
A questo proposito vale la pena di ricordare che quel famoso libro-programma venne in realtà scritto da L. Brent Bozell, scomparso nel 1997. Cattolico tradizionalista, “carlista”, una delle prime persone a dimostrare pubblicamente e rumorosamente contro l’aborto statunitense nel 1970, Bozell fondò nel 1966 il mensile Triumph come roccia inamovibile nel mezzo della tempesta del progressismo postconciliare. Al suo fianco vi era Frederick D. Wilhelmsen (morto nel 1996), altro “carlista” e docente di filosofia alla Dallas University di Irving nel Texas, nonché presidente della Society for Christian Commonwealth la quale svolgeva corsi estivi nel palazzo di El Escorial di Madrid in quanto emblema della Cristianidad iberica. Su Triumph firmarono nomi come Otto d’Asburgo, Lin Carter, Russell Kirk, Christopher Dawson, Erik Maria Ritter von Kuehnelt-Leddihn — scomparso il 27 maggio 1999, all’età di novant’anni —, Jeffrey Hart e tanti altri. Una delle filiazioni più significative dell’ambiente di Bozell e di Wilhelmsen è peraltro stato il Christendom College di Front Royal, Virginia, la cui casa editrice — Christendom Press — sta preparando un’antologia dei pezzi più significativi di quell’importante periodico.
Goldwater fece proprio, firmò e indossò quel testo scritto per lui da Bozell, trasformandolo in un programma politico capace di raccogliere le diverse anime della Destra statunitense attorno a un sensus commune e d’imprimere al Partito Repubblicano una sterzata verso destra i cui effetti sono ancora forti.
Ora, Goldwater è stato — nonostante tutte le aspre critiche che gli sono state rivolte e le caricature a cui è stato ridotto — un uomo politico tanto intelligente da sapersi circondare — consapevole di essere in politica anzitutto per dare gambe e corpo alle “visioni” elaborate dai “professionisti” della cultura — di consiglieri di prima piano e di un certo tipo. Per esempio, dietro alle pagine di Why Not Victory?[5], un volume che nel 1962 auspicava la sconfitta completa dell’Unione Sovietica rispondendo ai liberal che invece flirtavano con l’«Impero del Male», si erge la figura dell’analista e filosofo della politica voegeliniano Gerhart Niemeyer, anch’egli scomparso nel 1997.
Nel 1964, quando la National Review lancia la candidatura alla nomination Repubblicana di Goldwater — nomina ottenuta dal senatore dell’Arizona ai danni del liberal Nelson D. Rockefeller, dunque imprimendo una netta svolta a destra dell’intero partito (svolta che in parte dura ancor oggi), quindi ancora segnando una tappa politica importante del successo dell’intero movimento conservatore —, questo primo tentativo profuso dalla Destra conservatrice del dopoguerra per conquistare la Casa Bianca conta sull’appoggio eminente del tradizionalista Russell Kirk (che per il senatore dell’Arizona scrive alcuni discorsi); del “fusionista” Frank S. Meyer, per il quale è solo l’anticomunismo militante a potere mettere d’accordo tradizionalisti e liberali classici; del “buckleyano” William Rusher; degli anarco-capitalisti Ayn Rand (“atea militante”) e Milton Friedman; dei cattolici Buckley e Bozell; e del collaboratore del Dipartimento di Stato nordamericano Niemeyer; nonché addirittura del “semiprogressista” straussiano Harry V. Jaffa.
Goldwater ha cioè rappresentato il candidato politico del polo costituito dalle varie anime del conservatorismo culturale statunitense, nonostante le differenze e a volte la vera e propria impossibilità di reductio ad unum di quel mondo: Kirk e la Rand, Friedman e Bozell rappresentano coppie come lo zenit e il nadir, ma in quel momento nessuno è stato tanto insensato e superficiale da farsi cogliere da raptus di snobismo, né i libertarian da una parte né i tradizionalisti (cattolici e “integralisti” come il fondatore di Triumph) dall’altra. A differenza di Taft, sostiene lo storico George H. Nash, Goldwater era un politico che non disdegnava ammiccare anche alla filosofia.
Secondo Nash, The Conscience of a Conservative reitera le idee base della filosofia di Russell Kirk con la quale il testo è congruente anche in merito all’interpretazione dell’esperienza storica della nazione nordamericana[6]. Il riferimento più diretto di Nash è un “manuale” scritto per i servicemen impegnati nella Guerra di Corea e per un po’ adottato come libro di testo dall’Accademia dell’Aeronautica Militare statunitense. Kirk lo pubblicò nel 1957 con il titolo The American Cause[7].
Chi storce il naso al suono di parole che ricordano i cow-boy, il Vietnam, il napalm, John Wayne, Rambo e Reagan, dovrebbe invece leggerne le pagine (ancor più significative, se si pone mente al fatto che vennero redatte prima della conclusione dell’itinerario di conversione al cattolicesimo che il suo autore concluse nel 1964). In esso Kirk afferma, e Bozell-Goldwater ripete poco più tardi, che gli americani (veri) hanno mostrato sin dall’inizio di possedere una forma mentis conservatrice — certa e tradizionale — basata su princìpi da sempre riveriti, osservati e difesi, la quale — sola — ha reso possibile la costruzione di una res publica ordinata e stabile. «In campo morale essi hanno osservato i precetti religiosi greco-giudeo-cristiani e innegabilmente formano una “nazione cristiana”»[8]: così sintetizza Nash, secondo il quale «l’etica cristiana è il cemento della vita americana»[9]. Politicamente sono invece la tradizione giuridica, la dottrina politica e la pratica britanniche; l’erudizione classica e il cauto realismo dei Padri fondatori; nonché la libertà disciplinata, tradizionale, moderata e rispettosa del diritto a costituire il proprium degli Stati Uniti, che non sono una democrazia pura basata sulla falsa idea dell’“uomo immacolato”. Piuttosto, riassume sempre lo storico, «“i poteri limitati e decentrati”, il sistema di pesi e contrappesi, la democrazia territoriale, i diritti dei singoli Stati e i partiti non ideologici hanno costituito l’essenza del nostro sistema politico»[10], mentre in economia si è sempre riverita quella libertà d’intrapresa immensamente più giusta e ordinata di qualsiasi schema collettivistico. Con questo programma, fondato in Kirk e in altri, Goldwater è sceso nell’arena politica per unire le diverse anime della Destra contro un nemico progressista — la tirannia delle masse di tocquevilleana memoria e la demagogia — in quel frangente ben più pericoloso delle pur importantissime distinzioni interne al conservatorismo.
Eppure nel 1964 a Goldwater — che i Repubblicani preferiranno a Rockefeller, il quale più tardi otterrà da Gerald R. Ford la vicepresidenza e dagli ambienti reaganiani l’astio — un’America immatura preferì Johnson, faccendiere grigio e liberal del Partito Democratico, forse anche sull’onda lunga dell’emozione scatenata dall’assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy e dalla conseguente “caccia alle streghe” contro la Destra alimentata dai media e dalle Sinistre.
Nella corsa alla Casa Bianca di quell’anno uscì sconfitto il Goldwater candidato presidenziale, ma niente affatto il profondo movimento di popolo e di opinione che lo aveva scelto come proprio rappresentante. Lungi dal venire travolto da un tale e pur cocente smacco, il vero Goldwater — il meglio di Goldwater, ovvero la cultura che il senatore dell’Arizona ha scelto di rappresentare nell’arena politica — ha finito alla lunga per trionfare. Goldwater ha infatti mostrato la possibilità di una vittoria (che pure egli non ha saputo cogliere di persona, ma che anni dopo il “goldwateriano” Reagan ha conquistato trionfalmente) e soprattutto ha mostrato come per un leader nazionale sia possibile indossare con successo sulla scena politica (e portare all’interno di un partito) un progetto culturale forte, deciso e niente affatto compromissorio.
Come osserva Nash, «movimento intellettuale e politico, il conservatorismo non raggiunse l’apice con Goldwater, né morì dopo di lui»[11].
Nel 1996, alla vigilia dello scontro presidenziale fra William Jefferson Clinton e Robert Dole, Lee Edwards — oggi uomo di punta di The Heritage Foundation (il noto think tank di Washington) e del mensile The World & I —, illustrando il proprio voluminoso Goldwater: The Man Who Made A Revolution, uscito nel 1995, mi ha detto: «Il Goldwater di oggi è Dole»[12].
Con tutta la stima (assolutamente non manieristica) che provo per Edwards, il senatore dell’Arizona non merita un paragone simile; oppure è davvero questa la chiave per comprendere l’involuzione di un certo settore della Destra statunitense avvenuto negli ultimi decenni ed emblematicamente rappresentato dalla senescenza dello stesso Goldwater, anziano nel fisico e decrepito culturalmente.
In occasione della scomparsa, la stampa anche italiana ne ha ricordato lo spostamento a sinistra degli ultimi anni soprattutto su questioni di principio come quelle dell’aborto e dello stile di vita omosessuale.
È come se il senatore dell’Arizona si fosse dimenticato di quanto Bozell aveva scritto per lui agli inizi degli anni Sessanta. Forse, negli ultimi anni, spentesi le luci della ribalta che ne avevano rischiarato la figura nel tormentato decennio delle rivolte nei campus universitari — il ’68 statunitense —, della contro-cultura promossa dalle Sinistre e delle mosse propagandistiche di Nikita Kruscev tese a dilatare l’influenza sovietico-comunista nel mondo in maniera nuova rispetto allo stalinismo puro, Goldwater, dei tanti consigli ricevuti dal fior fiore dell’intellettualità conservatrice e libertarian nordamericana, ha ricordato solo lo slogan «l’estremismo in difesa della libertà non è un vizio», scordandone il seguito: «la moderazione nella ricerca della giustizia non costituisce virtù»[13]. Di questo fu padre Harry V. Jaffa, appartenente a una delle scuole filosofiche straussiane, sempiprogressista d’impronta egalitarista e grande avversario delle migliori menti del conservatorismo tradizionalista nordamericano degli anni Ottanta. La concezione della libertà come fine e non come mezzo ha evidentemente portato il senatore dell’Arizona, un tempo bastione delle «realtà permanenti»[14] care ai nordamericani, a trasformarsi in un relativista.
Patrick J. Buchanan, nato politicamente nel “Draft Goldwater Movement”, ha introdotto una nuova edizione di The Conscience of a Conservative, uscita nel 1990, rivendicando l’eredità migliore del senatore oggi scomparso. E questi ne ha prontamente criticato le campagne elettorali del 1992 e del 1996, che proprio l’essenza del conservatorismo goldwateriano degli anni Sessanta hanno di fatto incarnato e riproposto.
(CONTINUA)
carlomartello





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