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    Predefinito DOCUMENTI - Barry Goldwater

    Il Mo(vi)mento della svolta

    di Marco Respinti

    il Domenicale. Settimanale di cultura, anno III, n. 43, Milano 23-10-2004





    40 anni fa Barry Morris Goldwater (1909-1998) conquistò il Partito Repubblicano nella corsa alla Casa Bianca. Non era stato facile. Vincere le primarie gli costò sforzi grandi, soprattutto per battere gli avversari. Soprattutto perché gli avversari peggiori li aveva in seno al suo partito.

    A quei tempi, i Repubblicani non erano certo una forza politica di destra. Preoccupati degl’interessi del big business, scordavano volentieri i middle american per i quali “Dio, patria e famiglia” non erano bubbole. L’unica eccezione seria era stata il senatore Robert A. Taft, rara avis. Per il resto, il partito era in mano al cosiddetto “Eastern Establishment”, la macchina da soldi e da voti trincerata a Manhattan e nei palazzi di Washington.

    Ma Goldwater inceppò quel brutto meccanismo e ruppe le uova nel paniere. Unì la tipica cultura del conservatorismo a un populismo non meno americano, condendoli con quella vena libertarian che sta fra “spirito del 1776” e piglio del pioniere. Fede e mercato, tradizione e futuro furono le sue coordinate politiche, sintetizzate nel discorso alla Convention di San Francisco, il 16 luglio 1964, quando disse: «l’estremismo in difesa della libertà non è un vizio» e «la moderazione nel perseguire
    la giustizia non è una virtù».

    La paternità dell’opzione Goldwater fu, all’inizio degli anni Sessanta, della National Review di William F. Buckley jr., la casa comune della Destra USA. A quel punto si trattava di trovare come offrirsi in modo tale da guadagnare il supporto di quel variegato mondo. La grande intuizione di Goldwater fu quella, da “dignitoso praticone” qual era, di non proporsi ex abrupto nelle vesti di un improbabile teorico della politica, ma di prestarsi a un movimento già di suo ricco di pensiero, e questo per servirlo.

    Insomma, di fare quello che un uomo politico – un “praticone” – deve fare e fare bene. Goldwater si circondò allora delle menti più fini delle varie anime della Destra, le sue autorità naturali, i suoi rappresentanti non eletti ma scelti: il tradizionalista Russell Kirk, il “fusionista” Frank S. Meyer, il “buckleyano” William Rusher, gli anarco-capitalisti Ayn Rand e Milton Friedman; l’anticomunista Gerhart Niemeyer, lo straussiano Harry V. Jaffa. E affidò al cattolico tradizionalista L. Brent Bozell, ghost-writer, la redazione del suo testo più semplice e profondo, diretto e impegnativo, sbarazzino e catalizzatore: The Conscience of a Conservative, del 1960, tradotto in italiano da Henry Furst e pubblicato a Milano nel 1962 dalle Edizioni del Borghese con il titolo Il vero conservatore.

    Il 3 novembre 1964, Goldwater perse contro il Democratico Lyndon B. Johnson un po’ per effetto dell’assassinio di JFK, un po’ per la demonizzazione dei media allarmati da una Destra in grado per la prima volta di vincere. Perse, ma il “giorno dopo”, scrivendo su National Review del 1° dicembre di quello stesso anno, un uomo si fece avanti per raccogliere il testimone: Ronald W. Reagan.

    Ci sono voluti 3 lustri, ma, nel 1980, e ancora nel 1984, Reagan ha vinto di fatto à la Goldwater.

    La politica al servizio di un movimento di idee che sente vibrare in sé lo spirito di un Paese.

    È da allora che i Repubblicani sono considerati di destra.


    Marco Respinti
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    Predefinito Riferimento: Documenti - Barry Goldwater

    Goldwater
    L’uomo che vinse perdendo


    il Domenicale. Settimanale di cultura, anno III, n. 43, Milano 23-10-2004


    Fu battuto, ma con molto piu che con onore. Cambiò gli Stati Uniti, ridisegnandone la politica. Come? Intercettando un malcontento popolare, sintomo di una cultura antica. Di cui si fece umile servitore. Lo vendicarono poi Richard Nixon e Ronald Reagan.

    Le memorie di un presidente mancato e di un leader che manca



    Agl’inizi del decennio scorso, mi sono trovato trasformato in uno dei fulcri politici di quella marea enorme e crescente che era il disincanto provato dagli Stati Uniti nei confronti delle politiche pubbliche del liberalismo progressista.

    Non vi era alcun dubbio, a quel proposito, su cosa venisse prima: se l’uovo oppure la gallina. La caparbietà del popolo americano – i primi sobbalzi di una coscienza nazionale in cerca di modi e di mezzi migliori per prendere di petto i problemi di ordine pubblico del Paese – non fu certamente opera del sottoscritto.

    È abbastanza veritiero dire che io la percepii subito e che con essa simpatizzai pubblicamente, ma non ne sono stato certo io l’origine. A fare il lavoro erano state le condizioni in cui si stava verificando quella presa di coscienza popolare circa i fallimenti del liberalismo progressista in ogni campo.

    In un certo senso, quel montare del disincanto mi catturò e poi mi sospinse avanti. Non mi lasciai sfuggire le occasioni per assecondarlo e contribuii a dare espressione a quel nuovo stile pubblico a cui i liberal impenitenti e pavloviani non diedero alcun credito allora, né riescono a comprenderlo ancora oggi. Il mio programma, se così lo si può definire, era una risposta conservatrice a domande che il Paese poneva in misura sempre crescente.
    Ero, cioè, fermamente convinto che vi fosse un mercato profondo e vasto per l’applicazione dei princìpi conservatori alla vita degli Stati Uniti.
    Sentivo che le persone avevano fame di una filosofia d’indubbia qualità, che per giunta era stata verificata dal tempo.

    Percepii che negli Stati Uniti, lungi dall’essere una realtà che si possa dare a lungo per scontata, la libertà personale non solo esigeva di essere difesa, ma pure abbisognava di essere definita, promossa e presentata in una luce nuova nonché contrastata su uno sfondo diverso, se si voleva che essa tornasse a rivivere e ad avere ancora una volta significato per il popolo americano.

    A quell’epoca, però, i liberal che controllavano il governo erano così abituati alle proprie prassi che i miei suggerimenti per una politica estera più salda, per il risanamento del fisco e per una società basata sul diritto e sull’ordine vennero guardati dall’alto in basso quasi fossero deviazioni radicali dalla linea di condotta comunemente condivisa e praticata.

    In verità, gli Stati Uniti si erano spinti tanto in là sulla strada che porta al progressismo collettivista, con tutti i suoi accessori keynesiani e fabiani, che ogni se-prestare attenzione alle lezioni della storia venne rapidamente accantonato e bollato come opera di folli e di eccentrici.

    Il liberal medio non riusciva a credere che in questo Paese potesse risorgere il rispetto per il capitalismo, per il sistema della libera intrapresa e per il patriottismo.

    Per troppo tempo gli uomini politici liberal avevano gettato il ridicolo e il discredito su queste realtà perché qualcuno di loro capisse che vi era una nuova generazione di americani non attenta solo al futuro, ma pure studiosa del passato e di ciò che all’epoca aveva funzionato.

    Ma, improvvisamente, in molti college e in molti campus universitari la strada della ribellione si mise a cercare risposte conservatrici a quei problemi pubblici che premevano e che persistevano.

    Nonostante i migliori sforzi profusi dall’ADA – l’organizzazione Americans for Democratic Action –, dal Democratic National Committee e dai vari portavoce liberal diffusi un po’ ovunque, nei primi anni Sessanta il termine “conservatorismo” tornò a essere nuovamente rispettabile e importante dopo che per lunghi anni era immeritatamente stato lo zimbello schernito dalla Sinistra. Piuttosto stranamente, nella prima parte del decennio, le più forti espressioni di rivolta contro l’establishment partirono da un gruppo conservatore, si unirono all'organizzazione Young Americans for Freedom oppure si identificarono nel periodico conservatore National Review o nel settimanale Human Events. I giovani americani erano ormai stufi di subire il “lavaggio del cervello” a cui li sottoponevano i professori, gli scrittori e gli opinionisti liberal. Era semplice, per loro, guardarsi attorno e vedere i frutti caotici prodotti da tre decenni e mezzo di politica progressista: per questo ebbero tutti i diritti e tutte le ragioni per cercare risposte migliori e spiegazioni più significative.

    Ho accennato allo sviluppo, nei primi tempi di questa ribellione contro il liberalismo progressista, di un mio programma di proposte. Se dovessi riassumerlo in un’unica voce sintetica, direi che quel programma esprimeva il timore che se il Paese non avesse modificato l’indirizzo seguito sin dalla metà degli anni Trenta, ci si sarebbe trovati in grandi difficoltà su tre fronti: 1. in generale la gestione delle nostre relazioni estere con i comunisti e in particolare quella delle situazioni che si erano venute a creare a Cuba e nell'Asia sudorientale; 2. l’area delle questioni fiscali, dove la tendenza al rialzo dei deficit federali avrebbe portato a un periodo d’inflazione davvero critica; 3. la gestione delle nostra libera società di giustizia ordinata, in cui anni di permissivismo praticato ai massimi livelli del governo e l’incoraggiamento a seguire questo indirizzo operato dai tribunali stava producendo un aumento incredibile del tasso di criminalità nelle strade delle nostre città.

    Solo qualche rimpianto Naturalmente, alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1960 non venne fatto alcunché per modificare il cammino semidisastroso che avevamo seguito in codesto settore della vita pubblica. Il senatore John F. Kennedy assunse la presidenza e i liberal iniziarono immediatamente a interpretare quella vittoria che egli ottenne sul filo del rasoio contro il vicepresidente Richard M. Nixon come un mandato affidatogli dal popolo per varare nuovi e ancora maggiori programmi di spesa pubblica, per continuare ad accarezzare semplici pii desideri in politica estera e per estendere il permissivismo a tutte i settori della vita interna del Paese. E fu certamente in questi tre ambiti che, negli anni successivi del decennio, la nazione si ritrovò in uno stato di autentica crisi. Così, quando giungemmo alle elezioni presidenziali del 1968, a guidare la hit parade delle questioni nazionali furono le crisi chiamate “Vietnam”, “inflazione” e “criminalità”, e fu sulla base delle azioni che promise d’intraprendere in questi tre settori che il presidente Nixon vinse allora le elezioni per la Casa Bianca.

    Ma mi sia concesso tornare ancora per un attimo a quegli eventi della metà se degli anni Sessanta che portarono alla mia sconfitta nella campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti.

    All’epoca in cui tutti i miei collaboratori iniziarono a pensare seriamente alla mia nomination come candidato alla presidenza del Partito Repubblicano per il 1964, io ero riuscito a identificare alcuni dei problemi più cogenti che alimentavano il maremoto del malcontento che attraversava l’intero Paese.

    Se ho un solo vero rimpianto, è che le mia prima impressione di come si sarebbe svolta quella campagna elettorale si rivelò esatta. Oggi rimpiango davvero il fatto che al popolo americano non sia stato permesso di assistere a un confronto fra due candidati che avevano soluzioni diverse da offrire ai più gravi problemi del nostro tempo. Rimpiango in particolare il fatto che il presidente Johnson non abbia mai accettato di discutere seriamente e onestamente con il sottoscritto la linea che questa nazione sarebbe stata poi costretta a seguire in Vietnam. Il presidente sapeva, e così sapevo io durante quella campagna elettorale, che in Vietnam il nostro Paese era impegnato in una guerra guerreggiata. Il presidente Kennedy aveva inviato truppe nel 1962. In verità, quegli uomini furono inviati in qualità di “consiglieri”, ma portavano con sé l’ordine di sparare se attaccati. In quel tipo di guerra nella giungla, questa eventualità era destinata certamente a verificarsi; e così, nel momento stesso in cui quegli ordini furono impartiti alle nostre truppe, tutte le parti in causa seppero che gli Stati Uniti erano in guerra.

    Il mio rimpianto è che il presidente Johnson non si unì a me nello spiegare né la situazione né le possibili azioni che avrebbe intrapreso qualsiasi presidente statunitense preoccupato di ottemperare alle responsabilità che competono a questa nazione e a onorarne gl’impegni. Il presidente Johnson si accontentò invece di dare agli elettori l’impressione che il senatore Goldwater volesse la guerra e la sua escalation, mentre invece egli prediligeva la pace e il raffreddamento delle ostilità.

    E potrei pure aggiungere che LBJ ebbe ben poche difficoltà, aiutato dal Democratic National Committee e dai suoi addetti alla pubbliche relazioni in fase elettorale, nel dare vita a una caricatura di Goldwater così grottesca che, se avessi creduto a tutte quelle illazioni, avrei votato anch’io contro la mia stessa candidatura.

    In questo, la linea perseguita dai Democratici era in sé semplicissima. Tutto quello che i miei avversari dovettero fare durante la campagna elettorale finale seguita alle nomination fu ritoccare, enfatizzare e sottolineare a ogni piè sospinto quelle accuse false e ridicole che mi erano state scagliate addosso dagli altri aspiranti Repubblicani nel corso delle primarie. Ebbero la possibilità di citare e quindi citarono abbondantemente le allegazioni dei governatori Nelson D. Rockfeller e William Scranton così come quelle dei loro sostenitori, affermando che Goldwater era un estremista e un radicale favorevole all’impiego di armi nucleari in Vietnam, il quale, se fosse divenuto presidente, avrebbe fatto di tutto per abolire il sistema di previdenza sociale.

    La campagna contro di me si basò su un unico elemento: la paura. Il risultato dello sbarramento prodotto in tutto il Paese da questa ondata di pubblicità basata solo sul timore fu che chi mi conosceva da anni, chi aveva quindi avuto modo di comprendere e di approvare quasi tutte le mie posizioni pubbliche, incominciò a chiedersi quali fossero davvero le mie intenzioni.

    La coscienza della maggioranza Fu piuttosto strano, quindi, che i sondaggi di opinione, i quali mi davano al secondo posto e in posizione molto arretrata nella corsa presidenziale, mostrassero costantemente che la maggioranza degli americani nutriva quelle stesse idee e quei medesimi princìpi conservatori che da sempre io difendevo. Risultava sempre che la maggioranza degli americani era favorevole alla limitazione del potere centrale federale, alla riduzione della spesa pubblica, al pareggio dei bilanci e, per quanto riguardava gli affari esteri, a una politica di fermezza e di forza nei confronti dei nostri avversari.

    Intendo cioè qui affermare che la mia clamorosa sconfitta alle elezioni del 1964 fu solo una battuta d’arresto momentanea in un trend conservatore ben radicato nel pubblico. Gli analisti che nel Paese sbagliarono più di tutti furono quanti allegramente decretarono che la sconfitta di Goldwater aveva segnato la fine della rivoluzione conservatrice negli Stati Uniti. Non accade alcunché di tutto ciò e questo si rivelò in tutta chiarezza agli strateghi di Nixon nei primi giorni della campagna presidenziale del 1968.
    Mentre gli opinionisti e i commentatori liberal erano ancora tutti presi a celebrare i funerali del “Grand Old Party”, il Partito Repubblicano, profetizzando pure la possibile fine del bipartitismo, gli analisti politici seri iniziarono a notare come la mia candidatura avesse prodotto nel Partito Repubblicano mutamenti di grande rilevanza e addirittura di portata storica.
    Si cominciò allora ad analizzare scrupolosamente il GOP, passato e presente, e si constatò che, dopo i decenni delle vittorie precedenti gli anni Trenta e quelli successivi delle sconfitte, il Partito Repubblicano aveva completamente perso la propria linfa vitale. Si scoprì,cioè, che lo zoccolo duro del partito negli Stati della Costa Orientale, del Midwest e delle Grandi Pianure si era in alcune aree del tutto dissolto e in molte altre vistosamente consunto.

    Ma si scoprì pure che la causa Goldwater aveva portato al nostro partito decine di migliaia di nuovi sostenitori diffusi su tutto il territorio nazionale, somministrando alle radici del GOP una più che necessaria trasfusione di sangue nuovo.

    Forse, il fattore più rilevante di questa trasfusione fu che essa proveniva da personale nuovo ed energico, così come da segmenti della popolazione il cui contributo all'organizzazione politica della nazione non era, fino a quel momento, stato preso in sufficiente considerazione.

    Benché queste nuove truppe non avessero a tutta prima successo, il loro vigore e il loro entusiasmo irrobustì il Partito Repubblicano e ne rivitalizzò completamente la struttura in tutto il Paese. Queste nuove reclute si legarono al GOP perché erano motivate da idee e da ideali. Lavorarono per farsi strada nelle sue strutture; diventarono leader e candidati repubblicani; e divennero capi di sezione, amministratori di contea e funzionari di Stato. E, nel 1966, diedero al nostro partito quelle grandi vittorie a livello nazionale che temprarono in modo decisivo la nostra capacità di conquistare la Casa Bianca nel 1968.

    Chi compianse il cosiddetto “disastro Goldwater” nel 1964 dimenticò insomma che la mia sconfitta aveva pure un altro volto. Per entrare nello specifico, la mia campagna elettorale ampliò, a livello nazionale, la base del Partito Repubblicano e questo in un modo che non aveva precedenti. Là dove i candidati presidenziali Repubblicani che mi avevano preceduto avevano contato i singoli finanziatori privati delle proprie campagne in decine di migliaia, la mia li contò in centinaia di migliaia. Quando Nixon corse per la rielezione nel 1960, l’elenco dei nomi di chi contribuì economicamente alla sua campagna elettorale comprese fra le 40 e le 50mila unità. Il conteggio più preciso dei contributi individuali affluiti nella campagna del sottoscritto quattro anni più tardi si aggirò su un totale di 661.500.

    In aggiunta, il nostro partito godeva di organizzazioni e di nuclei organizzativi in centinaia di zone dove prima non era mai esistito alcunché. Questo non avvenne solamente nel Sud, dove il fenomeno
    ebbe dimensioni spettacolari, ma si rivelò anche il caso di molte vaste aree metropolitane che erano per lungo tempo state territorio esclusivo di uomini politici di orientamento liberal.

    Anche a livello nazionale, la leadership del nostro partito conobbe un riequilibrio ideologico. I cinquant’anni e più trascorsi dall’inizio del secolo avevano visto le riserve elettorali dei Repubblicani spostarsi dalla costa atlantica e dagli Stati nordorientali del Paese a quelli del Midwest, dell’Ovest e del Sud. Malgrado questo riallocamento, però, la gran parte dei leader più influenti del partito risiedeva negli Stati atlantici e orientali, e questo nonostante il fatto che la nostra maggiore possibilità di ottenere voti nuovi fosse in altre regioni.

    Come se non bastasse, la mia nomination dissipò l’idea, a lungo coltivata, dell’onnipotenza di ciò che era sorto ai tempi di Thomas E. Dewey e a cui si è sempre fatto riferimento con l’espressione “Eastern Establishment”. Fu peraltro piuttosto interessante constatare che, quando incominciai a interessarmi seriamente alla nomination, molti dei miei consiglieri più intimi predissero che l’opposizione maggiore e più determinata alle nostre posizioni sarebbe venuta da quegli ambienti. Ma, se ci fu una cosa che l’orientamento assunto dai delegati Repubblicani nel 1964 testimoniò, questa fu che l’elemento liberal del partito non aveva alcuna coesione a livello nazionale e che quindi si sarebbe smagliato del tutto con l’approssimarsi del confronto politico con i conservatori.

    La rivolta dei middle american

    Mi piace credere, e sono giustificato a farlo, che uno degli esiti diretti della mia candidatura nel 1964 fu quello di chiamare a raccolta nuovi e giovani leader sotto la bandiera Repubblicana. Ho tutte le ragioni per credere che questo sia vero in modo particolare per quanto riguarda tutti gli Stati del Sud, dove il Partito Repubblicano faceva il proprio ingresso per la prima volta dai tempi della Ricostruzione seguita alla Guerra civile.

    Eppure è un errore confinare questa crescita a una sola area del Paese.
    Mi piace insomma credere che gli eventi dello scorso decennio abbiano fatto sì che, dal punto di vista organizzativo, il nostro sia tornato a essere, per la prima volta dopo molti anni, un partito nazionale. Se i miei sforzi, compresa la sconfitta nel 1964, hanno contribuito a questa causa e preparato quel risveglio che vediamo oggi presente nella rivolta dei middle american, la mia gratitudine non può che essere profonda. Credo infatti che ciò che traspare dalla coscienza della maggioranza in questo momento della storia sia fondamentalmente il tornare a dedicarsi ai princìpi e alle linee di condotta che hanno fatto questa nazione grande abbastanza da divenire la guida di tutto il mondo libero.



    Questo testo è tratto da 1964 in Retrospect, capitolo II di The Conscience of a Majority, pubblicato
    nel 1970 dal senatore Goldwater. Il capitolo comparirà integralmente in appendice alla nuova edizione del testo fondamentale di Goldwater, Il vero conservatore, nella traduzione italiana classica di Henry Furst e con nuove introduzioni, in preparazione a cura di Marco Respinti per i tipi della casa editrice Ideazione di Roma.
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    Predefinito Riferimento: Documenti - Barry Goldwater

    La rivoluzione di Barry Goldwater

    di Marco Respinti

    Ideazione, gennaio-febbraio 2005


    A pagina 261 di Come si manda in rovina un Paese. Cinquant’anni di malaeconomia (Rizzoli, Milano 1995), Sergio Ricossa scrive: «Film istruttivo: rivedo con sollazzo i Blues Brothers. Jake ed Elwood Blues non sono stinchi di santo, ma salvano il “loro” orfanotrofio che sta per chiudere. Sta per chiudere perché il fisco cosiddetto sociale lo ha caricato di imposte e tasse, che le monache non possono sopportare. Purtroppo il lieto fine c’è solo al cinema. Il film di John Landis uscì in America nel 1980, una America pronta a eleggere Reagan, che era un attore come John Belushi e Dan Aykroyd, gli interpreti dei due fratelli». Ora, Reagan fu possibile all’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso solo perché 16 anni prima, esattamente 40 anni fa, si gettò come un macigno sulla scena politica il senatore repubblicano dell’Arizona Barry M. Goldwater. Il quale divenne subito famoso per quei suoi occhiali dalla montatura larga, nera e similplasticona che se non fosse stato per le lenti, nel suo caso trasparentissime, sarebbe stato un sicuro antenato dei Blues Brothers. Per la capacità di unire morale tradizionale e anarchia in perfetto stile neo-cowboy. Tanto i nazisti non solo dell’Illinois li odiava pure lui, nonostante Martin Luther King jr. abbia risibilmente cercato di definirlo uno di loro. La storia della destra statunitense nella seconda metà del Novecento è infatti la storia di una lunga crescita che ha visto impegnati intellettuali e pensatori di rango. Prima pionieristicamente, poi sempre più coscientemente, la destra conservatrice e libertarian ha generato un vero e proprio movimento di opinione che negli anni si è configurato come un grande network d’iniziative editoriali, di fondazioni, di organizzazioni e di associazioni. Quella che oggi viene chiamata, con formula felicissima, Right Nation: la “nazione giusta”, la “nazione che ha ragione”, la “nazione di destra”.

    Con Goldwater, il 29 maggio 1998, ne è scomparso un pezzo significativo. Il senatore dell’Arizona ha infatti legato il proprio nome a quel vasto e variegato mondo della destra che, nel 1964, ne decretò il successo alla Convention del partito repubblicano, riunita dopo le primarie per scegliere il candidato ufficiale da opporre a Lyndon B. Johnson nelle elezioni presidenziali di quell’anno. Goldwater venne poi bocciato come presidente, ma niente affatto dal profondo movimento di popolo e di opinione che lo aveva scelto come proprio rappresentante. Aveva del resto ottenuto la nomination repubblicana sconfiggendo il liberal Nelson D. Rockefeller, dunque segnando una netta svolta a destra dell’intero partito (svolta che in parte dura ancor oggi), quindi ancora segnando una tappa importante del successo del movimento conservatore di quel paese rinato negli anni del dopoguerra.

    Negli ambienti goldwateriani si sono del resto fatti le ossa un po’ tutti i leader dell’attivismo giovanile della destra Usa, comprese quelle figure che anni e decenni dopo sarebbero a loro volta salite alla ribalta nazionale e internazionale come candidati politici del partito repubblicano. La cosiddetta “Reagan Revolution”, ma addirittura la discesa nell’arena politica dell’outsider Patrick J. Buchanan e pure le affermazioni repubblicane nelle votazioni per il rinnovo del Congresso degli ultimi anni, affondano le radici nel “fenomeno Goldwater”. Il senatore dell’Arizona fu un vero capo, un uomo cioè capace di scegliere adeguatamente i propri consiglieri e i propri collaboratori, tenendo conto non tanto del ricatto dell’elettorato, ma intelligentemente dell’humus del proprio paese. Il suo successo – al di là della sconfitta di allora, un certo “goldwaterismo” ha trionfato negli Stati Uniti con e da Reagan in poi – è stato infatti il successo di un vasta porzione di popolo nord-americano, quella che peraltro ha la pretesa di rivendicare la più diretta continuità con le tradizioni di fondazione della nazione.

    Il conservatorismo, che nel senatore scomparso ha avuto un esponente politico di punta negli anni Sessanta, si pone infatti essenzialmente come movimento culturale che rivendica lo spirito dei Padri Fondatori; l’ideale del costituzionalismo e del repubblicanesimo classico (in cui si fondono, al di là delle concrete scelte istituzionali dettate dalla storia, dalle situazioni e dai contesti, l’eredità dei Tory e degli Old Whig britannici); il retaggio della cultura del “precedente”, del “pregiudizio” e del valore normativo delle “usanze” espressa nella forma mentis che anima il Common Law consuetudinario e medievaleggiante; l’opposizione allo spirito filogiacobino dei cosiddetti New Whig progressisti, razionalisti (come ha affermato Friedrich A. von Hayek) e pianificatori; la Grande Tradizione della filosofia politica classica e del diritto naturale; nonché il retaggio di Londra, Roma, Atene e Gerusalemme.

    Goldwater – di cui pure la destra statunitense ha onestamente denunciato le cadute di tono in tema di liceità dell’omosessualità e dell’aborto – ha rappresentato per la prima volta nel dopoguerra la possibilità di unire le diverse “scuole” del conservatorismo in una concreta proposta politica: il successo non lo ha premiato direttamente, ma l’importanza del suo agire – e soprattutto del suo saper interpretare il sensus nationis – resta la grande lezione di realismo e di idealità politiche, condensata nel suo intramontabile libro-manifesto Il vero Conservatore, tradotto in italiano da Henry Furst e pubblicato nel 1962.
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    Predefinito Riferimento: Documenti - Barry Goldwater

    Barry M. Goldwater: il conservatorismo in azione

    di Marco Respinti



    La vita. L'uomo di azione

    Barry Morris Goldwater è scomparso venerdì 29 maggio 1998 all'età di ottantanove anni. Discendente da una famiglia di ebrei polacchi emigrati in America Settentrionale nel 1862, nacque a Phoenix capitale della "remota" e bruciata Arizona il 1° gennaio 1909, dunque tre anni prima che questa entrasse a far parte dell'Unione nordamericana il 14 febbraio 1912, e può essere considerato "il padre della Destra statunitense" solo a patto di procedere per slogan e di voler sacrificare ogni criterio di approfondimento sull'altare della gergalità giornalistico-massmediatica.

    La Destra conservatrice statunitense costituisce infatti un fenomeno culturale in sé molto più ampio, profondo e antico della figura — con tutto il rispetto dovutole — del senatore Goldwater. In questo secolo "rinasce" tra fine anni Quaranta e inizio anni Cinquanta, dopo una lunga stagione di disorientamento ricostruibile per nodi salienti: remotamente la ferita della Guerra Civile (1861-1865); poi la nascita, in America Settentrionale, di una struttura partitica più simile (benché mai del tutto uguale) a quella a forte base ideologica tipica del Vecchio Continente di ascendenza illuministico-giacobina e radical-libertina (se il primo di questi due riferimenti guarda alla Francia moderna, il secondo punta all'Inghilterra e alla Gran Bretagna del Sei-Settecento); l'avvento di un sempre più marcato bipartitismo, a cui corre parallela la profonda trasformazione interna al Partito Democratico e a quello Repubblicano (grosso modo il primo iniziò come "Destra" finendo per diventare "Sinistra", e viceversa); quindi i colpi decisivi portati a quanto rimaneva del Vecchio Sud e al Midwest, figli di una cultura non metropolitana, non "yankee" e meno filosoficamente modernizzante; infine i forti traumi causati alla nazione dalle presidenze dei Democratici Woodrow Wilson (1912-1920) e Franklin Delano Roosevelt (1932-1945), nonché dalla rivoluzione pedagogica d'inizio secolo condotta da John Dewey e dall'attivismo giudiziario di Earl Warren, presidente della Corte Suprema dal 1953 al 1969.

    Nel "rinascimento" della Destra nordamericana — la riscoperta di un'identità nazionale in atto, non la formulazione di un costrutto ideologico aprioristico —, Goldwater s'impone pertanto come referente politico di un vasto fenomeno culturale pre-esistente, non come "inventore" di un movimento.

    La destra conservatrice negli Stati Uniti

    Fra leader, partito e popolo, la Destra conservatrice statunitense ha sempre vissuto un rapporto difficile con chi, in occasione delle diverse tornate elettorali, le si è proposto nei panni di suo alfiere o paladino, soprattutto quando e dove la struttura ideologica tipica del "partito moderno" ha iniziato a svolgere un ruolo preponderante in queste dinamiche.

    Nel 1992, rispondendo a una domanda del sottoscritto, lo storico delle idee Russell Kirk individuava nel popolo che li ha appoggiati, indicati, a volte eletti, quasi sempre votati, il denominatore comune fra Robert A. Taft, Barry M. Goldwater, Ronald W. Reagan e Patrick J. Buchanan, nel bene e nel male referenti politici eminenti del mondo conservatore [1]. I Taft, i Goldwater, i Reagan e i Buchanan passano e vanno, lasciando impronte durevoli solo nella misura in cui sanno interpretare l'ethos della nazione che li precede logicamente e ontologicamente, e quando colmano (pur mantenendo tutte le opportune e fondamentali differenze) lo iato fra politica e cultura altrimenti riempito con i palliativi del riduzionismo pragmatistico (quando a dominare il rapporto organico fra quei due momenti è la distorsione del primo, la politica) o del surrogato ideologico (quando impera la distorsione del secondo momento, la cultura) che fungono solo da coibenti isolanti.

    In America Settentrionale, nel rapporto fra cultura conservatrice ed esponenti politici di partito, la densità e la quantità del riempitivo pragmatistico o ideologico varia a seconda di quanto la "logica del potere" sopravanzi, snaturi, censuri, inibisca e rattrappisca i princìpi di fondazione e di riferimento di un ambiente umano che in determinati momenti — tenendo presente l'importanza dell'hic et nunc, ma senza mai scambiare una tornata elettorale con l'Armageddon — sceglie di puntare su un determinato auriga, oppure di quanto grande sia l'incidenza di dottrine di partito, ordini di scuderia ed elementi culturali alieni e spuri.

    Spesso, del resto, l'opera di riduzione della distanza esistente fra cultura e politica — conservatorismo e candidati elettorali di questo o di quel partito — chiede tempi e modalità tali da costringere in alcuni casi gli elettori a scegliere realisticamente fra "quel che c'è". In certi frangenti — sotto l'urgenza e la spinta del confronto diretto, soprattutto quando polarizzato e decisivo benché, come detto, solo in alcuni casi precisi una consultazione elettorale o referendaria possa assumere i caratteri dello "scontro finale" —, l'indicazione dell'elettore può ridursi solo a esprimere quanto più vistosamente e vigorosamente possibile la distanza diametrale massima fra due visioni del mondo, o due soluzioni a fronte di un determinato problema, scegliendone recisamente una e rifiutandone seccamente un'altra. Fatti salvi quei princìpi oserei dire di diritto naturale — la soglia invalicabile del quale deve restare intonsa pena il crollo dell'axis mundi della convivenza civile fra gli uomini —, spesso quanto scelto in questo modo non rappresenta affatto l'optimum, ma solo il possibile perché tertium non datur.

    Detto tutto ciò, l'area entro cui tratteggiare e comprendere la figura pubblica del Goldwater politico è disegnata.

    Goldwater è incomprensibile senza la grande cornice del variegato network conservatore che ne spinge e ne motiva, mutatis mutandis, l'azione: con lui il conservatorismo raggiunge il palco principale della scena politica statunitense e — ancor più che non con Taft in passato — la profonda elaborazione culturale della Destra si connette a un front-man efficace e combattivo, mentre al Partito Repubblicano viene impressa quella forte virata verso destra che sta ancora oggi alla base dell'idea (errata) del "Grand Old Party" — così viene altrimenti definito il Partito Repubblicano nordamericano — come casa comune tout court di tutti i conservatori.

    Negli ambienti goldwateriani si sono del resto fatti le ossa un pò tutti i leader dell'attivismo giovanile della Destra, comprese quelle figure che anni e decenni dopo sarebbero a loro volta salite alla ribalta nazionale e internazionale come candidati politici del Partito Repubblicano. La cosiddetta "Reagan Revolution" degli anni Ottanta e la discesa nell'arena politica di Patrick J. Buchanan — la prima volta in occasione delle presidenziali del 1992 —, ma anche le affermazioni Repubblicane nelle votazioni per il rinnovo del Congresso degli ultimi anni — in particolare quelle del 1994, quando Newt Gingrich lanciò il programma definito "Contract with America" —, affondano di fatto e di principio le radici nel "fenomeno Goldwater".

    Il sostegno a Goldwater divenne per esempio un punto distintivo degli Young Americans for Freedom, organizzazione chiave del "Draft Goldwater Movement" (la rete di attivisti che gestì la propaganda elettorale presidenziale del senatore dell'Arizona) e di quella che sarebbe divenuta la selva di fondazioni e d'istituti in cui si è sviluppata la Destra nordamericana negli anni successivi. Formata nel 1960 nell'abitazione newyorchese di William F. Buckley Jr., il fondatore di National Review, per favorire l'educazione politico-culturale dei giovani, ha visto passare fra le proprie fila un pò tutti i futuri leader della Destra statunitense; per esempio Lee Edwards, l'autore di quella che forse è la biografia più completa di Goldwater.

    Il senatore dell'Arizona fu un vero capo, un uomo cioè capace di scegliere adeguatamente i propri consiglieri e i propri collaboratori tenendo conto non tanto del ricatto dell'elettorato, ma intelligentemente dell'humus del proprio paese. Il suo successo — al di là della sconfitta di allora, un certo "goldwaterismo" ha infatti trionfato negli Stati Uniti d'America con e da Reagan in poi — è stato il successo di un vasta porzione di popolo nordamericano, quella che peraltro ha la pretesa di rivendicare la più diretta continuità con le tradizioni di fondazione della nazione.

    Il conservatorismo, che nel senatore scomparso ha avuto un esponente politico di punta negli anni Sessanta, si pone infatti essenzialmente come movimento culturale che rivendica lo spirito dei Padri Fondatori; l'ideale del costituzionalismo e del repubblicanesimo classici (in cui nel mondo anglosassone si fondono, al di là delle concrete scelte istituzionali dettate dalla storia, dalle situazioni e dai contesti, l'eredità dei Tory e degli Old Whig britannici della seconda metà del Settecento); il retaggio della cultura del "precedente", del "pregiudizio" e del valore normativo delle "usanze" espressa nella forma mentis che anima il Common Law consuetudinario e medioevaleggiante; l'opposizione allo spirito filogiacobino dei cosiddetti New Whig progressisti, razionalisti (come ha affermato Friedrich A. von Hayek) e pianificatori; la Grande Tradizione della filosofia politica classica (l'espressione è stata "codificata" da Leo Strauss [2]) e del diritto naturale; nonché il retaggio di Londra, Roma, Atene e Gerusalemme.

    «The coscience of a conservative»

    Goldwater — di cui pure la Destra statunitense ha onestamente denunciato le gravi cadute di tono in tema di liceità dell'omosessualità e dell'aborto — ha rappresentato per la prima volta nel dopoguerra la possibilità di unire le diverse "scuole" del conservatorismo in una concreta proposta politica: il successo non lo ha premiato direttamente, ma l'importanza del suo agire — e soprattutto del suo saper interpretare il sensus nationis — resta una grande lezione di realismo e di idealità politiche.

    Di lui si ricorda soprattutto il volumetto «The Conscience of a Conservative» [3], pubblicato nel 1960 e nell'agosto 1964, alla vigilia delle elezioni presidenziali che vedranno la sconfitta elettorale del senatore dell'Arizona a opera di Lyndon B. Johnson, già ristampato 22 volte per un totale di tre milioni e mezzo di copie vendute. The Conscience of a Conservative è divenuto un piccolo classico anche in Italia, dove è stato pubblicato, a Milano nel 1962 per volontà del giornalista Romano F. Cattaneo e nella traduzione realizzata da Henry Furst, da «Le Edizioni del Borghese» con il titolo «Il vero Conservatore» e come prima uscita di una biblioteca non conformista allora davvero d'avanguardia [4].

    A questo proposito vale la pena di ricordare che quel famoso libro-programma venne in realtà scritto da L. Brent Bozell, scomparso nel 1997. Cattolico tradizionalista, "carlista", una delle prime persone a dimostrare pubblicamente e rumorosamente contro l'aborto statunitense nel 1970, Bozell fondò nel 1966 il mensile «Triumph» come roccia inamovibile nel mezzo della tempesta del progressismo postconciliare. Al suo fianco vi era Frederick D. Wilhelmsen (morto nel 1996), altro "carlista" e docente di filosofia alla Dallas University di Irving nel Texas, nonché presidente della Society for Christian Commonwealth la quale svolgeva corsi estivi nel palazzo di El Escorial di Madrid in quanto emblema della Cristianidad iberica. Su «Triumph» firmarono nomi come Otto d'Asburgo, Lin Carter, Russell Kirk, Christopher Dawson, Erik Maria Ritter von Kuehnelt-Leddihn — scomparso il 27 maggio 1999, all'età di novant'anni —, Jeffrey Hart e tanti altri. Una delle filiazioni più significative dell'ambiente di Bozell e di Wilhelmsen è peraltro stato il Christendom College di Front Royal, Virginia, la cui casa editrice — Christendom Press — sta preparando un'antologia dei pezzi più significativi di quell'importante periodico.

    Goldwater fece proprio, firmò e indossò quel testo scritto per lui da Bozell, trasformandolo in un programma politico capace di raccogliere le diverse anime della Destra statunitense attorno a un sensus commune e d'imprimere al Partito Repubblicano una sterzata verso destra i cui effetti sono ancora forti.

    Ora, Goldwater è stato — nonostante tutte le aspre critiche che gli sono state rivolte e le caricature a cui è stato ridotto — un uomo politico tanto intelligente da sapersi circondare — consapevole di essere in politica anzitutto per dare gambe e corpo alle "visioni" elaborate dai "professionisti" della cultura — di consiglieri di prima piano e di un certo tipo. Per esempio, dietro alle pagine di «Why Not Victory?» [5], un volume che nel 1962 auspicava la sconfitta completa dell'Unione Sovietica rispondendo ai liberal che invece flirtavano con l'«Impero del Male», si erge la figura dell'analista e filosofo della politica voegeliniano Gerhart Niemeyer, anch'egli scomparso nel 1997.

    Nel 1964, quando la «National Review» lancia la candidatura alla nomination Repubblicana di Goldwater — nomina ottenuta dal senatore dell'Arizona ai danni del liberal Nelson D. Rockefeller, dunque imprimendo una netta svolta a destra dell'intero partito (svolta che in parte dura ancor oggi), quindi ancora segnando una tappa politica importante del successo dell'intero movimento conservatore —, questo primo tentativo profuso dalla Destra conservatrice del dopoguerra per conquistare la Casa Bianca conta sull'appoggio eminente del tradizionalista Russell Kirk (che per il senatore dell'Arizona scrive alcuni discorsi); del "fusionista" Frank S. Meyer, per il quale è solo l'anticomunismo militante a potere mettere d'accordo tradizionalisti e liberali classici; del "buckleyano" William Rusher; degli anarco-capitalisti Ayn Rand ("atea militante") e Milton Friedman; dei cattolici Buckley e Bozell; e del collaboratore del Dipartimento di Stato nordamericano Niemeyer; nonché addirittura del "semiprogressista" straussiano Harry V. Jaffa.

    Goldwater ha cioè rappresentato il candidato politico del polo costituito dalle varie anime del conservatorismo culturale statunitense, nonostante le differenze e a volte la vera e propria impossibilità di reductio ad unum di quel mondo: Kirk e la Rand, Friedman e Bozell rappresentano coppie come lo zenit e il nadir, ma in quel momento nessuno è stato tanto insensato e superficiale da farsi cogliere da raptus di snobismo, né i libertarian da una parte né i tradizionalisti (cattolici e "integralisti" come il fondatore di «Triumph») dall'altra. A differenza di Taft, sostiene lo storico George H. Nash, Goldwater era un politico che non disdegnava ammiccare anche alla filosofia.

    Secondo Nash, «The Conscience of a Conservative» reitera le idee base della filosofia di Russell Kirk con la quale il testo è congruente anche in merito all'interpretazione dell'esperienza storica della nazione nordamericana [6]. Il riferimento più diretto di Nash è un "manuale" scritto per i servicemen impegnati nella Guerra di Corea e per un pò adottato come libro di testo dall'Accademia dell'Aeronautica Militare statunitense. Kirk lo pubblicò nel 1957 con il titolo «The American Cause» [7].

    Chi storce il naso al suono di parole che ricordano i cow-boy, il Vietnam, il napalm, John Wayne, Rambo e Reagan, dovrebbe invece leggerne le pagine (ancor più significative, se si pone mente al fatto che vennero redatte prima della conclusione dell'itinerario di conversione al cattolicesimo che il suo autore concluse nel 1964). In esso Kirk afferma, e Bozell-Goldwater ripete poco più tardi, che gli americani (veri) hanno mostrato sin dall'inizio di possedere una forma mentis conservatrice — certa e tradizionale — basata su princìpi da sempre riveriti, osservati e difesi, la quale — sola — ha reso possibile la costruzione di una res publica ordinata e stabile. «In campo morale essi hanno osservato i precetti religiosi greco-giudeo-cristiani e innegabilmente formano una "nazione cristiana"» [8]: così sintetizza Nash, secondo il quale «l'etica cristiana è il cemento della vita americana» [9]. Politicamente sono invece la tradizione giuridica, la dottrina politica e la pratica britanniche; l'erudizione classica e il cauto realismo dei Padri fondatori; nonché la libertà disciplinata, tradizionale, moderata e rispettosa del diritto a costituire il proprium degli Stati Uniti, che non sono una democrazia pura basata sulla falsa idea dell'"uomo immacolato". Piuttosto, riassume sempre lo storico, «"i poteri limitati e decentrati", il sistema di pesi e contrappesi, la democrazia territoriale, i diritti dei singoli Stati e i partiti non ideologici hanno costituito l'essenza del nostro sistema politico» [10], mentre in economia si è sempre riverita quella libertà d'intrapresa immensamente più giusta e ordinata di qualsiasi schema collettivistico. Con questo programma, fondato in Kirk e in altri, Goldwater è sceso nell'arena politica per unire le diverse anime della Destra contro un nemico progressista — la tirannia delle masse di tocquevilleana memoria e la demagogia — in quel frangente ben più pericoloso delle pur importantissime distinzioni interne al conservatorismo.

    Eppure nel 1964 a Goldwater — che i Repubblicani preferiranno a Rockefeller, il quale più tardi otterrà da Gerald R. Ford la vicepresidenza e dagli ambienti reaganiani l'astio — un'America immatura preferì Johnson, faccendiere grigio e liberal del Partito Democratico, forse anche sull'onda lunga dell'emozione scatenata dall'assassinio del presidente John Fitzgerald Kennedy e dalla conseguente "caccia alle streghe" contro la Destra alimentata dai media e dalle Sinistre.

    Nella corsa alla Casa Bianca di quell'anno uscì sconfitto il Goldwater candidato presidenziale, ma niente affatto il profondo movimento di popolo e di opinione che lo aveva scelto come proprio rappresentante. Lungi dal venire travolto da un tale e pur cocente smacco, il vero Goldwater — il meglio di Goldwater, ovvero la cultura che il senatore dell'Arizona ha scelto di rappresentare nell'arena politica — ha finito alla lunga per trionfare. Goldwater ha infatti mostrato la possibilità di una vittoria (che pure egli non ha saputo cogliere di persona, ma che anni dopo il "goldwateriano" Reagan ha conquistato trionfalmente) e soprattutto ha mostrato come per un leader nazionale sia possibile indossare con successo sulla scena politica (e portare all'interno di un partito) un progetto culturale forte, deciso e niente affatto compromissorio.

    Come osserva Nash, «movimento intellettuale e politico, il conservatorismo non raggiunse l'apice con Goldwater, né morì dopo di lui» [11].

    Nel 1996, alla vigilia dello scontro presidenziale fra William Jefferson Clinton e Robert Dole, Lee Edwards — oggi uomo di punta di «The Heritage Foundation (il noto think tank di Washington) e del mensile «The World & I» —, illustrando il proprio voluminoso Goldwater: «The Man Who Made A Revolution», uscito nel 1995, mi ha detto: «Il Goldwater di oggi è Dole» [12].

    Con tutta la stima (assolutamente non manieristica) che provo per Edwards, il senatore dell'Arizona non merita un paragone simile; oppure è davvero questa la chiave per comprendere l'involuzione di un certo settore della Destra statunitense avvenuto negli ultimi decenni ed emblematicamente rappresentato dalla senescenza dello stesso Goldwater, anziano nel fisico e decrepito culturalmente.

    In occasione della scomparsa, la stampa anche italiana ne ha ricordato lo spostamento a sinistra degli ultimi anni soprattutto su questioni di principio come quelle dell'aborto e dello stile di vita omosessuale.

    È come se il senatore dell'Arizona si fosse dimenticato di quanto Bozell aveva scritto per lui agli inizi degli anni Sessanta. Forse, negli ultimi anni, spentesi le luci della ribalta che ne avevano rischiarato la figura nel tormentato decennio delle rivolte nei campus universitari — il '68 statunitense —, della contro-cultura promossa dalle Sinistre e delle mosse propagandistiche di Nikita Kruscev tese a dilatare l'influenza sovietico-comunista nel mondo in maniera nuova rispetto allo stalinismo puro, Goldwater, dei tanti consigli ricevuti dal fior fiore dell'intellettualità conservatrice e libertarian nordamericana, ha ricordato solo lo slogan «l'estremismo in difesa della libertà non è un vizio», scordandone il seguito: «la moderazione nella ricerca della giustizia non costituisce virtù» [13]. Di questo fu padre Harry V. Jaffa, appartenente a una delle scuole filosofiche straussiane, sempiprogressista d'impronta egalitarista e grande avversario delle migliori menti del conservatorismo tradizionalista nordamericano degli anni Ottanta.
    La concezione della libertà come fine e non come mezzo ha evidentemente portato il senatore dell'Arizona, un tempo bastione delle «realtà permanenti» [14] care ai nordamericani, a trasformarsi in un relativista.

    Patrick J. Buchanan, nato politicamente nel "Draft Goldwater Movement", ha introdotto una nuova edizione di «The Conscience of a Conservative», uscita nel 1990, rivendicando l'eredità migliore del senatore oggi scomparso. E questi ne ha prontamente criticato le campagne elettorali del 1992 e del 1996, che proprio l'essenza del conservatorismo goldwateriano degli anni Sessanta hanno di fatto incarnato e riproposto.

    Buchanan e Goldwater: i due esiti della Destra politica nordamericana contemporanea.

    L'associazione d'idee riporta a Bozell e a un'osservazione forse utile per abbozzare una qualche prima conclusone. Il periodico «Triumph» fu fondato sulla scorta dello scontro fra cattolici progressisti e cattolici conservatori, avviato — secondo Nash [15] — dalla denuncia serrata nei confronti del progressismo e del secolarismo divoranti la cultura e l'istruzione del paese che nel 1951 Buckley aveva articolato nel volume «God and Man at Yale» [16]. Anche se il mondo di Buckley non è perfettamente sovrapponibile al "tradizionalismo" cattolico nordamericano, e anche se questi e altre firme importanti della Destra statunitense finiranno per rompere con Bozell e con il suo entourage, le pagine del quindicinale, poi settimanale, «National Review» — fondato nel 1955 da Buckley come "roccaforte" dei conservatori — hanno spesso significativamente fiancheggiato quella realtà. L'impresa editoriale-culturale di Buckley (in anni recenti molto meno rappresentativa che non in passato) è peraltro l'emblema di quel folto e variegato mondo del conservatorismo nordamericano che con il cattolicesimo ha, in molti casi, mantenuto rapporti qualificanti al punto da alimentare la convinzione (nutrita anche da conservatori protestanti, benché inesatta in questa formulazione) che le guide intellettuali di quel movimento di pensiero siano state tutte cattoliche. «Triumph» e a «National Review» non erano (non sono mai state) omogenee, ma comunque sono state "da questa parte del fiume".

    Il grande dibattito fra il "tradizionalismo" cattolico (quanti abusi sotto questo nome...) e il conservatorismo che si richiama alla Grande Tradizione occidentale classico-cristiana e alla filosofia politica classica del diritto naturale, racchiuso emblematicamente nel triangolo descritto da figure archetipiche del cattolicesimo nordamericano quali Bozell, il filosofo della politica Willmoore Kendall e il sacerdote gesuita John Courtney Murray [17], ha portato a scontri e a incomprensioni forse per certi versi insanabili, ma anche a importanti tratti di strada percorsi in comune.

    Ma i fuochi delle sezioni coniche descritte dalle orbite di questi due mondi possono sperare di coincidere solo comprendendo adeguatamente il posto occupato dall'esperienza nordamericana nella storia della Cristianità occidentale. È la sfida attuale dei conservatori.

    Ovvero — e trattando di figure come quella di Goldwater è certamente vero —, il "movimento conservatore" considerato nel suo insieme è decisamente più importante dei suoi singoli protagonisti, fatti salvi comunque i vertici culturali raggiunti da alcuni maestri. Così, nonostante tutto, mentre stanno scomparendo gli "ultimi vecchi" — i protagonisti di una vera e propria epopea durata mezzo secolo —, rimane sempre vero quanto usava dire Reagan, citato da Buchanan nella ricordata introduzione a Goldwater: «Il meglio deve ancora venire» [18].

    L'intero movimento conservatore nordamericano deve insomma ancora esprimere il meglio di sé, rispondendo a quelle domande che hanno sempre interessato, a volte angustiato, poi alienato dal "movimento" una figura (anche emblematica) come quella di L. Brent Bozell, "anima" di Goldwater: la natura davvero conservatrice degli Stati Uniti d'America, il posto della sua esperienza storica nello sviluppo della Cristianità occidentale e il rifiuto della Modernità filosofico-politica iniziata con il 1789 illuministico-giacobino.

    Se lo vuole, il conservatorismo autentico è in grado di rispondere a tali interrogativi giacché, in essenza, è diverso dagli ossimori filosofico-politici che, nei due secoli che ci distanziano dalla Rivoluzione di Francia, hanno caratterizzato certe destre ("false destre" le definirebbe il pensatore brasiliano Plinio Corrêa De Oliveira) note come "liberal-conservatorismo", "rivoluzione conservatrice", e così via. Non essendo il conservatorismo un'ideologia figlia dell'epoca del relativismo e della secolarizzazione, ma una visione del mondo che si oppone al 1789 e che si richiama, venendone vitalizzata, alle «realtà permanenti», esso si pone come fenomeno "antimoderno" per eccellenza. Al contempo, essendo una tradizione — un cammino —, è un progredire verso una meta. Il meglio di Barry M. Goldwater, le cui nudità scabrose vanno coperte imitando il gesto pietoso dei figli di Noè, deve ancora venire.

    A decenni di distanza, «The Conscience of a Conservative» conserva ancora tutta la propria validità. Qualche pagina può certo apparire datata, ma non l'impianto generale del testo.

    La stagione calda dei diritti civili è finita; le questione del welfare (l'assistenzialismo) o del labor (il sindacalismo) hanno assunto aspetti per molti versi nuovi; e da dieci anni il "blocco comunista", che allora minacciava d'appresso l'Occidente, non c'è più. Eppure, oltre che come documento storico di un'America Settentrionale completamente diversa da quella che continua a raccontarci per esempio una Fernanda Pivano, il volume di Goldwater-Bozell resta sempre verde perché propone valori e princìpi intramontabili. E perché continua ancora oggi a suggerire una dinamica vincente.

    Goldwater ammiccava alla filosofia, ha scritto lo storico George H. Nash, ma non era un filosofo. Era un uomo politico. Il primo a mostrare — ben oltre il 1964 e gli Stati Uniti d'America — che la Destra vince in politica e governa bene un paese quando le sue diverse anime culturali si alleano e si coordinano, quando la sua rappresentanza politica investe — anche a lungo termine — sulla costruzione e sulla formazione culturali, quando essa si fa tribuno delle istanze avanzate dall'anima autentica di una nazione.

    Goldwater testimonia, e il suo libro esemplifica, le fortune di un movimento che non si è adattato per riverire questo o quell'uomo politico, ma che sapendo farsi strada e acquistare consensi ha attirato su di sé l'attenzione (magari anche strumentale) della politica. Un movimento, cioè, che ha "costretto" i politici ad assumerne valori e princìpi per rappresentarli in politica: perché se a configurare la cultura di questo movimento è un comune, ma non maggioritario, sentire che si basa sulla verità delle cose, presto o tardi, per forza e per natura, quel "comune" finisce per significare anche "maggioritario", a configurare l'identità di un'intera nazione e — prosaicamente — a "fare gola".

    Niccolò Machiavelli afferma che «nissuno maggiore indizio si puote avere della rovina d'una provincia che vedere disprezzato il culto divino», raccomandando dunque ai principi di «mantenere incorrotte le cerimonie della religione» [19].

    Va bene anche così, perché il reale a cui per forza o per amore fanno ritorno gli uomini politici "vinti" da una scelta culturale di questo tipo (del tipo che ha "conquistato" un Goldwater) è attraversato da una "mano invisibile" capace di correggere anche il farisaismo. Il suo nome è verità delle cose.


    1 - continua
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    Indicazioni bibliografiche

    L'esergo utilizzato all'inizio del presente saggio è tratto da Barry M. Goldwater, Il vero Conservatore, trad. it., Le Edizioni del Borghese, Milano 1962, p. 17.

    Notizie biografiche sintetiche sul senatore dell'Arizona sono alla voce Goldwater, Barry Morris compilata da Russell Kirk per l'Encylopædia Britannica, 1965.

    La biografia più recente e — benché pubblicata prima della sua morte — probabilmente più completa del senatore dell'Arizona è quella stilata da Lee Edwards, Goldwater: The Man Who Made A Revolution, Regnery, con una premessa di Trent Lott, Washington (D.C.) 1995.

    Offrono notevoli materiali biografici e politici:

    Anthony E. Arcese, Conscience and Conservatism, Dorrance, Filadelfia 1968;

    Jack Bell, Mr. Conservative: Barry Goldwater, Doubleday, Garden City (New York) 1962;

    Milton Cummings (a cura di), The National Election of 1964, The Brookings Institution, Washington (D.C.) 1966;

    Robert Alan Goldberg, Barry Goldwater, Yale University Press, New Haven (Connecticut) 1995;

    Karl Hess, In a Cause That Will Triumph: The Goldwater Campaign and the Future of Conservatism, Doubleday, Garden City 1967;

    John H. Kessel (alias John Howard), The Goldwater Coalition: Republican Strategies in 1964, Bobbs-Merrill, Indianapolis 1968;

    Peter Iverson, Barry Goldwater: Native Arizonan, University of Oklahoma Press, Norman 1997;

    Edwin McDowell, Barry Goldwater: Portrait of an Arizonan, Regnery, Chicago 1984;

    Stephen C. Shadegg, Barry Goldwater: Freedom Is His Flight Plan, Fleet, New York 1962;

    Idem, What Happened to Goldwater? The Inside Story of the 1964 Republican Campaign, Holt, Rinehart and Winston, New York 1965;

    Dean Smith, The Goldwaters of Arizona, con una premessa di Barry M. Goldwater, Northland Press, Flagstaff (Arizona) 1986;

    Theodore White, The Making of the President 1964, Signet Books, New York 1965;

    Rob Wood e D. Smith, Barry Goldwater, Avon Books, New York 1961.

    Di carattere autobiografico è invece Barry M. Goldwater con Jack Casserly, Goldwater, Doubleday, New York 1988. Utili sono anche B. M. Goldwater, The Conscience of a Majority, Prentice-Hall, Englewood Cliffs (New Jersey) 1970; Idem, With No Apologies: The Personal and Political Memoirs of United States Senator Barry M. Goldwater, William Morrow and Company, New York 1979; e Idem, Conscience of the Right (registrazione sonora), Encyclopedia Americana/CBS News Audio Resource Library, Newy York 1980.

    Per una contestualizzazione della figura di Goldwater nell'ambito della storia intellettuale del conservatorismo nordamericano contemporaneo, è indispensabile riferirsi a George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement in America Since 1945, 2a ed. accresciuta, Intercollegiate Studies Institute, Wilmington (Delaware) 1996. Per un suo inquadramento nelle vicende del movimento conservatore statunitense del dopoguerra — anche in riferimento alle attività della Destra politica e partitica —, si vedano L. Edwards, The Conservative Revolution: The Movement that Remade America, The Free Press, New York 1999; M. Stanton Evans, The Future of Conservatism: From Taft to Reagan and Beyond, Holt, Rinehart and Winston, New York-Chiacago-San Francisco 1968; e Kevin P. Phillips, The Emerging Republican Majority, Arlington House, Mew Rochelle (New York) 1969.

    Una fonte diretta sul "Movimento Goldwater" è F. Clifton White con William J. Gill, Suite 3505: The Story of the Draft Goldwater Movement, Arlington House, New Rochelle (New York) 1967.

    Degno di nota l'opuscolo che raccoglie articoli del conservatore Chicago Tribune, initolato Why We Are for Goldwater: A Series of Editorials From The Chicago Tribune Run During the 1964 Republican Convention, Tribune Company, Chicago 1964 (per il carattere decisamente conservatore di questo quotidiano di Chicago e per il ruolo da esso svolto nel movimento conservatore statunitense, cfr. Justin Raimondo, Reclaiming the American Right: The Lost Legacy of the Conservative Movement, Center for Libertarian Studies, Burlingame [California] 1993, Cap. VI, Colonel McCormick and the Chicago Tribune, pp. 130-148; e L. Edwards, The Conservative Revolution: The Movement that Remade America, cit., passim).



    Note:

    [1] Russell Kirk, comunicazione all'autore, Mecosta (Michigan), agosto 1992. Su questo punto ho svolto, più in esteso, considerazioni analoghe — che pure cercano di situare la figura di Barry M. Goldwater fra storia intellettuale e storia politica del conservatorismo statunitense — nel mio L'inventore del Polo delle Libertà: Barry Goldwater. Un excursus sul conservatorismo nordamericano, in Giampiero Cannella, Aldo di Lello, Marco Respinti e Fabio Torriero, Rivoluzione blu. La sfida di destra alla terza via, con una prefazione di Vittorio Feltri, Koinè, Roma 1999, pp. 99-135.

    [2] «"La tradizione e la continuità più ampie". Questa frase kirkiana ne suggeriva un'altra, che negli anni Cinquanta e Sessanta i conservatori venivano sempre più spesso pronunciando: la "Grande Tradizione". Questa espressione veniva usata in modo particolare da Leo Strauss e dai suoi discepoli nell'intento d'indicare la filosofia politica premoderna di uomini come Platone, Aristotele e Cicerone, in contrasto al filone moderno giudicato inferiore e articolato da Machiavelli, Hobbes e Locke. Questa concezione di una tradizione di verità che non conoscono limiti né di tempo né di luogo esercitava forte attrazione su quei conservatori che, come Kirk, miravano a rendere ragione della sapidità e della continuità dell'esperienza occidentale» (George H. Nash, The Conservative Intellectual Movement in America Since 1945, 2a ed. accresciuta, Intercollegiate Studies Institute, Wilmington [Delaware] 1996, p. 180). Il più noto storico del conservatorismo nordamericano contemporaneo riformula sinteticamente il medesimo concetto parlando anche de «[...] la fondamentale distinzione straussiana fra la Grande Tradizione e la ribellione contro di essa inaugurata da Machiavelli, Hobbes e Locke» (ibid., p. 217).

    [3] Cfr. Barry M. Goldwater, The Conscience of a Conservative, Victor Publishing Company, Shepherdsville (Kentucky) 1960. Nel 1990, in occasione del trentesimo anniversario della pubblicazione del testo, la Regnery Gateway di Washington ne ha pubblicata una nuova edizione, arricchita di una introduzione di Patrick J. Buchanan, promossa e sponsorizzata dalla Young America's Foundation, un organismo diretto a Herndon, in Virginia, da Ron Robinson.

    [4] Cfr. Idem, Il vero Conservatore, trad. it., Le Edizioni del Borghese, Milano 1962.

    [5] Cfr. Idem, Why Not Victory? A Fresh Look at American Foreign Policy, McGraw-Hill, New York 1962, reprint Greenwood Press, Westport (Connecticut) 1980.

    [6] Cfr. G. H. Nash, op. cit., pp. 191-192.

    [7] R. Kirk, The American Cause, Henry Regnery Company, Chicago 1957, reprint Greenwood Press, Westport 1975; 2a ed. riveduta, con una premessa di John Dos Passos, Henry Regnery Company (per iniziativa della Constructive Action di Whittier, California), Chicago 1966.

    [8] G. H. Nash, op. cit., p. 191.

    [9] Ibidem (la citazione utilizzata dallo storico è tratta direttamente dalla prima edizione di R. Kirk, The America Cause, cit. p. 36).

    [10] Ibidem.

    [11] Ibid., p. 274.

    [12] Lee Edwards, comunicazione all'autore, Washington (D.C.), settembre 1996.

    [13] Goldwater pronunciò queste famose parole in occasione del discorso di accettazione della nomination del Partito Repubblicano al termine della Convention svoltasi a San Francisco nell'estate del 1964: cfr. Official Proceedings of the Twenty-Eighth Republican Convention, Republican National Committee, Washington 1964.

    [14] Thomas Stearns Eliot, L'idea di una società cristiana, trad. it. a cura di M. Respinti, Gribaudi, Milano 1998, p. 120.

    [15] G. H. Nash, op. cit., p. 292.

    [16] Cfr. William F. Buckley, Jr., God and Man at Yale, Henry Regnery Company, Chicago 1951.

    [17] Il riferimento è almeno a Willmoore Kendall, The Conservative Affirmation in America, Henry Regnery Company, Chicago 1963; a Idem e George W. Carey, The Basic Symbols of the American Political Tradition, Louisiana State University Press, Baton Rouge 1970, 2a ed., The Catholic University of America Press, Washington 1995; nonché a John Courtney Murray s.j., We Hold These Truths: Catholic Reflections on the American Proposition, Sheed and Ward, New York 1960.

    [18] Patrick J. Buchanan, The Voice in the Desert, introduzione a B. M. Goldwater, The Conscience of a Conservative, Regnery Gateway, Washington 1990, p. 21.

    [19] Niccolò Machiavelli, Discorsi, I, 12.


    http://www.conserv-azione.org/schede.../Goldwater.htm


    2 - fine
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    Barry Goldwater
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    Predefinito Riferimento: Documenti - Barry Goldwater

    Ritratto di Barry Goldwater

    di Gennaro Malgieri

    bimestrale Con


    A quasi dieci anni di distanza dalla scomparsa (29 maggio 1998), all’età di ottantanove anni, sembra quasi incredibile che Barry Goldwater venga riconosciuto, soprattutto in Europa, come il riferimento di un conservatorismo possibile nel tempo in cui la politica sta cercando strade nuove per riconquistare la fiducia della gente e mettersi in connessione con i suoi interessi ed i suoi bisogni. Il senatore americano, protagonista per decenni della vita pubblica del suo Paese, in realtà è stato il rifondatore politico del conservatorismo statunitense, dandogli una coesione che mai prima aveva conosciuto. Rifacendosi alle idee di Russell Kirk, uno dei più straordinari ideologi del secolo scorso, poco e mal conosciuto in Italia dove la preziosa esegesi di Marco Respinti l’ha fatto uscire dalle catacombe del pensiero, Goldwater ha “rimesso a posto” la destra americana offrendole l’intelligenza di un appassionato politico che vedeva il conservatorismo isterilirsi e l’operosità di un organizzatore che ha saputo far convivere nel progetto di riconquista dell’America profonda un movimento politico che sembrava destinato a vivere una vita marginale, votato alla pesca delle occasioni. Goldwater ha preso per mano i conservatori americani e li ha portati a credere in se stessi, nella vittoria della loro visione del mondo fatta di spinte religiose, ideali patriottici, interessi civili e morali. Usava un’espressione il senatore dell’Arizona, per far capire come il conservatorismo, mutuato da una grande tradizione politico-culturale, non era sinonimo di “musealismo”. «E’ antiquato – diceva – ma l’accusa è assurda, e dovremo dirlo con audacia: le leggi di Dio e della natura non portano data». E aggiungeva: «I principii sui quali si fonda la posizione politica conservatrice sono stati stabiliti da un processo che non ha nulla a che fare con il paesaggio sociale, economico e politico, il quale muta di decennio in decennio e da un secolo all’altro…I principii del conservatorismo sono derivati dalla natura dell’uomo e dalle verità che Iddio ha rivelato intorno alla Sua creazione». Verità che vivono da sempre nel cuore degli uomini e che in America, sono riuscite a farsi politica grazie ad una schiera di intellettuali che sono riusciti a calare le idee-guida di un popolo nell’azione per dare al Paese un’anima. E l’esperimento ha avuto successo al punto che il dominio, dalla seconda metà degli anni Sessanta ad oggi, del conservatorismo è indiscutibile, a parte le “parentesi” delle presidenze Carter e Clinton: dodici anni su oltre quaranta, hanno portato il segno del progressismo democratico alla Casa Bianca in una società che è radicalmente cambiata nelle strutture socio-economiche, ma che nell’essenza è rimasta sostanzialmente uguale a se stessa. Il capolavoro politico, come accennato, di Goldwater è stato quello di riuscire a mettere insieme tutte le componenti della destra americana, con un processo che è passato alla storia come “fusionismo”. Nel 1964, il senatore di Phoenix, era un politico sconfitto. In quell’anno, infatti, perse malamente la corsa alla presidenza contro Lyndon Johnson, ma la caduta gli ridiede nuova energia al punto di prendere nelle mani lo sconnesso e frastornato Partito repubblicano e chiamando liberali, conservatori, nazionalisti, movimenti religiosi di varia natura a ritrovarsi in una autentica “crociata” contro la decadenza dell’America. Fu così che il Grand Old Party riprese la corsa sull’onda della passione che gli trasmise quell’ambizioso intellettuale imprestato alla politica. Nel 1962 Barry Goldwater, con la collaborazione di L. Brenti Bozell, pubblicò il suo libro più importante, Conscience of Conservative. Ebbe ventidue edizioni e fu pubblicato in Italia nel 1964 dalle Edizioni del Borghese con il titolo Il vero Conservatore, passando quasi inosservato a testimonianza del provincialismo e della faziosità della classe intellettuale del tempo. In questo saggio, che costituisce ancora oggi un riferimento imprescindibile per comprendere il conservatorismo, l’autore non si limita a rivendicare valori ed idee, ma li getta nella mischia della contesa politica facendoli interagire con i movimenti della sua epoca, al punto che la nuova “Bibbia” della destra americana venne letta come il manifesto politico del candidato alla Casa Bianca che aveva l’appoggio di Russell Kirk, del fusionista Frank Mayer, della scrittrice Ayn Rand (tardivamente scoperta in Italia grazie anche ad un film particolarmente intrigante). Milton Friedman, William Buckley ed altri. Probabilmente la rivoluzione reaganiana non ci sarebbe stata senza Goldwater il quale, nel Vero Conservatore, non manca di delineare una vera e propria filosofia conservatrice praticabile e non astratta anche in riferimento alle ideologie affini. E ne dà, fin dalle prime pagine, una splendida definizione che a distanza di decenni rimane ancora valida, anzi più valida. «La differenza fondamentale – scrive – tra i Conservatori e i Liberali d’oggi, è che i Conservatori contemplano l’uomo intero, mentre i Liberali tendono a guardare soltanto il lato materiale della natura umana. Il Conservatore ritiene che l’uomo sia, in parte, una creatura economica, una creatura animale; ma che egli sia anche una creatura spirituale, sospinta da bisogni e desideri spirituali. Inoltre, questi bisogni e questi desideri riflettono l’aspetto superiore dell’indole umana, e perciò debbono avere la precedenza sulle necessità materiali. Ecco perché il Conservatorismo contempla lo sviluppo spirituale dell’uomo quale primaria preoccupazione della filosofia politica. I Liberali, dall’altra parte, in nome di un’altruistica preoccupazione per gli ‘esseri umani’, ritengono che la soddisfazione dei bisogni economici sia la missione dominante della società. Inoltre hanno fretta. E così il loro atteggiamento caratteristico consiste nel sommare le forze politiche ed economiche della società in uno sforzo collettivo per imporre ‘il progresso’. Così facendo, essi in realtà combattono contro la Natura; e nessuno potrà mai spiegare ‘perché’ sia ‘bene’ farlo. Certamente il primo dovere di un uomo politico è comprendere la natura dei suoi simili. Il Conservatore non pretende di avere poteri di percezione speciali a questo riguardo, però è convinto, questo sì, di avere una particolare familiarità con la saggezza e l’esperienza accumulate dalla storia, e non è tanto orgoglioso da rifiutarsi di imparare dai grandi cervelli del passato». Insomma, per il Conservatore le priorità sono la salvaguardia della integrità spirituale della persona e la sua “unicità”: «Il lato morale stabilisce la sua assoluta differenza rispetto ad ogni altro essere umano», scriveva Goldwater. Ciò vuol dire che soltanto una filosofia delle differenze può colmare le diseguaglianze, permettendo lo sviluppo di ciascuno secondo le proprie possibilità. La lezione di Goldwater è tutt’altro che “passatista”. Se la facessero propria i conservatori contemporanei, in ogni angolo dell’Occidente, probabilmente la lotta ai nuovi nemici, innumerevoli e poliformi, che si manifestano, avrebbe maggiori possibilità di essere vinta.


    http://www.bimestralecon.com/index.p...d=22&Itemid=36
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    Predefinito Riferimento: Documenti - Barry Goldwater

    Rinascimento conservatore

    di Marco Respinti

    il Secolo d'Italia, anno XLVII, n. 134, del 10-6-1998


    Barry Goldwater è morto venerdì 29 maggio 1998 all’età di ottantanove anni.

    I giornali hanno bruciato la notizia in una manciata di righe e sono passati ad altro. Nei quotidiani è così: oggi ci sei, domani no e dopodomani anche la notizia della tua dipartita è un pezzo da museo che non interessa davvero più a nessuno. A Goldwater hanno però dedicato qualche considerazione maggiore due noti "americanologi: Vittorio Zucconi e Alberto Pasolini Zanelli, che scrivono da versanti culturali piuttosto distanti, se non altro per gli orientamenti delle testate che ne ospitano corsivi e contributi. Entrambi corrispondono da Washington, capitale di ciò che molti di quanti si sono riconosciuti nel leader politico nordamericano scomparso chiamano "Leviatano federale".

    Barry Morris Goldwater, figlio di ebrei russi emigrati, nacque invece a Phoenix capitale della "remota" e bruciata Arizona nel 1909, dunque tre anni prima che questa entrasse a far parte dell’Unione nordamericana, e fu "il padre della Destra statunitense" solo se si procede per slogan e se si sacrifica anche il più piccolo criterio di approfondimento — quello per esempio consentito dagli spazi di un quotidiano — sull’altare della gergalità.

    La Destra conservatrice statunitense è un fenomeno culturale in sé molto più ampio, profondo e antico della figura — con tutto il rispetto dovutole — del senatore Goldwater. In questo secolo "rinasce" tra fine anni Quaranta e inizio anni Cinquanta, dopo una lunga stagione di disorientamento ricostruibile per nodi salienti: remotamente la ferita della Guerra Civile (1861-1865); poi la nascita, in America Settentrionale, di una struttura partitica più simile (benché mai del tutto uguale) a quella a forte base ideologica tipica del Vecchio Continente di ascendenza illuministico-giacobina e radical-libertina (se il primo di questi due riferimenti guarda alla Francia moderna, il secondo punta all’Inghilterra e alla Gran Bretagna del Sei-Settecento); l’avvento di un sempre più marcato bipartitismo, a cui corre parallela la profonda trasformazione interna al Partito Democratico e a quello Repubblicano (grosso modo il primo iniziò come "destra" finendo per diventare "sinistra", e viceversa); quindi i colpi decisivi portati a quanto rimaneva del Vecchio Sud e al Mid-West, figli di una cultura non metropolitana, non "yankee" e meno filosoficamente modernizzante; infine i forti traumi causati alla nazione dalle presidenze dei Democratici Woodrow Wilson (1912-1920) e Franklin Delano Roosevelt (1932-1945), nonché dalla rivoluzione pedagogica d’inizio secolo condotta da John Dewey e dall’attivismo giudiziario di Earl Warren, presidente della Corte Suprema dal 1953 al 1969.

    Nel "rinascimento" della Destra nordamericana — la riscoperta di un’identità nazionale in atto, non la formulazione di un costrutto ideologico aprioristico —, Goldwater s’impone come referente politico di un vasto fenomeno culturale.

    Fra leader, partito e popolo, la Destra conservatrice statunitense ha sempre vissuto un rapporto difficile con chi, in occasione delle diverse tornate elettorali, le si è proposto nei panni di suo alfiere o paladino, soprattutto quando e dove la struttura ideologica tipica del "partito moderno" ha iniziato a svolgere un ruolo preponderante in queste dinamiche.

    Nel 1992, rispondendo a una domanda del sottoscritto, lo storico delle idee Russell Kirk individuava nel popolo che li ha appoggiati, indicati, a volte eletti, quasi sempre votati, il denominatore comune fra Robert A. Taft, Barry M. Goldwater, Ronald W. Reagan e Patrick J. Buchanan, nel bene e nel male referenti politici eminenti del mondo conservatore. I Taft, i Goldwater, i Reagan e i Buchanan passano e vanno, lasciando impronte durevoli solo se sanno interpretare l’ethos della nazione che li precede logicamente e ontologicamente, e quando colmano (pur mantenendo tutte le opportune e fondamentali differenze) lo iato fra politica e cultura altrimenti riempito con i palliativi del riduzionismo pragmatistico.
    Goldwater è incomprensibile senza la grande cornice del variegato network conservatore che ne spinge e ne motiva, mutatis mutandis, l’azione: con lui il conservatorismo raggiunge il palco principale della scena politica statunitense e — ancor più che non con Taft in passato — la profonda elaborazione culturale della Destra si connette a un front-man efficace e combattivo, mentre al Partito Repubblicano viene impressa quella forte virata verso destra che sta ancora oggi alla base dell’idea (errata) del Grand Old Party come casa comune tout court di tutti i conservatori.

    Del senatore scomparso si ricorda soprattutto il volumetto The Conscience of a Conservative, pubblicato nel 1960 e nell’agosto 1964, alla vigilia delle elezioni presidenziali che vedranno la sua sconfitta a opera di Lyndon B. Johnson, già ristampato 22 volte per un totale di tre milioni e mezzo di copie (trad. it. Il vero Conservatore, Le Edizioni del Borghese, Milano 1962).
    A questo proposito vale la pena di ricordare che quel famoso libro-programma venne in realtà scritto da L. Brent Bozell (scomparso nel 1997), a cui è opportuno dedicare qualche riga in memoriam. Cattolico tradizionalista, "carlista", una delle prime persone a dimostrare pubblicamente e rumorosamente contro l’aborto statunitense nel 1970, Bozell fondò nel 1966 il mensile Triumph come roccia inamovibile nel mezzo della tempesta del progressismo postconciliare.

    Goldwater verrà affiancato anche da altri collaboratori altamente significativi. L’analista e filosofo della politica voegeliniano Gerhart Niemeyer, anch’egli scomparso nel 1997, si staglia per esempio dietro alle pagine di Why Non Victory?, un volume che nel 1962 auspicava la sconfitta completa dell’Unione Sovietica rispondendo ai liberal che invece flirtavano con l’ "Impero del Male". Nel 1964, quando la candidatura alla nomination Repubblicana di Goldwater venne lanciata dalla National Review di William F. Buckley Jr., il primo tentativo della Destra conservatrice del dopoguerra per conquistare la Casa Bianca poté contare sull’appoggio eminente di Kirk (che per il senatore dell’Arizona scrisse alcuni discorsi) Frank S. Meyer, William Rusher, Ayn Rand, Milton Friedman, gli stessi Buckley, Bozell e Niemeyer, nonché Harry Jaffa. Goldwater rappresentò cioè il candidato politico del polo costituito dalle varie anime del conservatorismo culturale statunitense, nonostante le differenze e a volte la vera e propria impossibilità di reductio ad unum di quel mondo: Kirk e la Rand, Friedman e Bozell rappresentano coppie come lo zenit e il nadir, ma in quel momento nessuno fu tanto sciocco da farsi cogliere da raptus di snobismo, né i libertarian da una parte né i tradizionalisti (cattolici e "integralisti" come il fondatore di Triumph) dall’altra. A differenza di Taft, sostiene lo storico George H. Nash, Goldwater era un politico che non disdegnava ammiccare anche alla filosofia.

    Il sostegno a Goldwater divenne un punto distintivo della YAF, Young Americans for Freedom, una delle prime organizzazioni di quella che sarebbe divenuta la selva di fondazioni e d’istituti in cui si è sviluppata la Destra nordamericana negli anni successivi. Fu formata nel 1960 nell’abitazione newyorchese di Buckley per favorire l’educazione politico-culturale dei giovani e dalle sue fila, così come dal Draft Goldwater (il movimento che appoggiò l’impegno politico del senatore dell’Arizona), sono passati un po’ tutti i futuri leader della Destra statunitense. Eppure nel 1964 a Goldwater — scelto allora come candidato presidenziale Repubblicano invece del progressista Nelson A. Rockefeller, il quale più tardi otterrà da Gerald R. Ford la vicepresidenza e dagli ambienti reaganiani l’astio — un’America immatura preferì Johnson, faccendiere grigio e liberal del Partito Democratico. Ma, osserva sempre Nash, "movimento intellettuale e politico, il conservatorismo non raggiunse l’apice con Goldwater, né morì dopo di lui". Nel 1996, alla vigilia dello scontro presidenziale fra Bill Clinton e Robert Dole, Lee Edwards uno dei più significativi leader della YAF, oggi uomo di punta di The Heritage Foundation (il noto think tank di Washington) e del mensile The World & I, illustrando il suo voluminoso Goldwater: The Man Who Made A Revolution, uscito nel 1995, mi ha detto: "Il Goldwater di oggi è Dole". Con tutta la stima (assolutamente non manieristica) che provo per Edwards, il senatore dell’Arizona non merita un paragone simile; oppure è davvero questa la chiave per comprendere l’involuzione di un certo settore della Destra statunitense avvenuto negli ultimi decenni ed emblematicamente rappresentato dalla senescenza dello stesso Goldwater, anziano nel fisico e decrepito culturalmente. La stampa ne ha ricordato lo spostamento a sinistra degli ultimi anni, soprattutto su questioni di principio come quelle dell’aborto e dello stile di vita omosessuale. Buchanan, nato politicamente nel Draft Goldwater Movement, ha introdotto una nuova edizione di The Conscience of a Conservative, uscita nel 1990, rivendicando l’eredità migliore del senatore oggi scomparso. E questi ne ha prontamente criticato le campagne elettorali del 1992 e del 1996, che proprio l’essenza del conservatorismo goldwateriano degli anni Sessanta hanno incarnato e riproposto.

    L’intero movimento conservatore nordamericano deve insomma ancora esprimere il meglio di sé, rispondendo a quelle domande che hanno sempre interessato, a volte angustiato, poi alienato dal "movimento" una figura (anche emblematica) come quella di L. Brent Bozell, "anima" di Goldwater: la natura davvero conservatrice degli Stati Uniti d’America, il posto della sua esperienza storica nello sviluppo della Cristianità occidentale e il rifiuto della Modernità filosofico-politica iniziata con il 1789 illuministico-giacobino. Non essendo il conservatorismo un’ideologia figlia dell’epoca del relativismo e della secolarizzazione, ma una visione del mondo che si oppone al 1789 e che si richiama, venendone vitalizzata, alle "realtà permanenti", esso si pone come fenomeno "antimoderno" per eccellenza. Al contempo, essendo una tradizione — un cammino —, è un progredire verso una meta. Il meglio di Barry M. Goldwater, le cui nudità scabrose vanno coperte imitando il gesto pietoso dei figli di Noè, deve ancora venire.


    Marco Respinti


    [Articolo pubblicato con il medesimo titolo, in il Secolo d’Italia, anno XLVII, n. 134, del 10-6-1998, p. 15. Sono state apportate alcune variazioni]
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    Appuntamento con la Destra nel mondo

    Il Vero Conservatore

    di Marco Respinti

    Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, anno XLVIII, n. 266, del 17-11-1999


    Quando, nel 1962, le "Le Edizioni del Borghese" pubblicarono a Milano, per volontà del giornalista Romano F. Cattaneo e nella traduzione realizzata da Henry Furst, il volumetto The Conscience of a Conservative del senatore Repubblicano dell’Arizona Barry Morris Goldwater (1909-1998) - originariamente uscito nel 1960 per i tipi della Victor Publishing Company di Shepherdsville nel Kentucky (nel 1990, in occasione del trentesimo anniversario della pubblicazione del testo, la Regnery Gateway di Washington ne ha pubblicata una nuova edizione, arricchita di una introduzione di Patrick J. Buchanan, promossa e sponsorizzata dalla Young America’s Foundation, un organismo diretto a Herndon, in Virginia, da Ron Robinson) - il titolo scelto per l’opera, in realtà scritta L. Brent Bozell (1926-1997) - cattolico tradizionalista, "carlista", uno dei primi a dimostrare pubblicamente e rumorosamente contro l’aborto statunitense nel 1970, nonché fondatore nel 1966 del mensile Triumph come roccia inamovibile nel mezzo della tempesta del progressismo postconciliare -, fu Il vero Conservatore. L’intento programmatico di entrambi quei titoli - pressoché l’uno precisazione dell’altro - è più che evidente e alla volontà degli editori statunitense e italiano è corrisposta la realtà nella misura in cui, per opera del ghostwriter Bozell, il volume pubblicamente firmato da Goldwater ha sintetizzato e svolto, quasi a mo’ di manifesto, la filosofia - la "filosofia pubblica" - di una comunità umana, di un movimento di opinione, di un mondo pre-esistente a quello della politica politicante e degli schieramenti di partito, ma anche allo stesso senatore dell’Arizona e alla sua sfida da destra all’Establishment progressista fuori e dentro il Partito Repubblicano degli Stati Uniti d’America. Una filosofia che esprime - che pretende di esprimere - lo spirito più autentico del Paese, che mira a rappresentare al meglio l’identità vera della nazione e che per questo si fa alfiere della storia nazionale. Dietro di essa, si staglia quella che nel pensiero dell’angloirlandese Edmund Burke (1729-1797) viene definita "saggezza del popolo", ovvero una "democrazia" autentica esattamente agli antipodi della tirannia delle maggioranze e alla balìa dei numeri - la "democrazia dei defunti", di cui parla Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), fondata su quel "contratto sociale" burkeano che lega le generazioni fra di loro e con l’Onnipotente in un patto vincolante gli avi, i vivi e i nascituri - rivelante anzitutto e soprattutto l’insorgenza di esigenze metapolitiche - "prepolitiche", direbbe il poeta e saggista angloamericano Thomas Stearns Eliot (1888-1965) e con lui ripeterebbe il sociologo nordamericano Robert Alexander Nisbet (1913-1996) - e anche metafisiche; un ethos vero perché fondato su un senso comune profondo. Con queste premesse, Il Vero Conservatore diventa dunque un appuntamento settimanale che, su queste pagine - come già (e idealmente in continuità con esso) il volume programmatico e "riassuntivo" di Goldwater, riproposto a puntate sul Secolo d’Italia dal 3 al 27 agosto 1999 -, cerca d’informare, di raccontare, di descrivere, anche di commentare, semmai di criticare, a volte pure di approfondire quella filosofia - quella "filosofia pubblica" - che illustra l’universo della Destra nella storia e nel mondo, con l’obiettivo - a lungo termine - di mettere in evidenza quel senso comune, fatto di certezze metafisiche e di princìpi prepolitici, di cui constano le culture dei popoli e delle nazioni, dunque le civiltà. Il curiosare e l’affacciarsi sulla storia e sull’attualità della Destra nel mondo - della Destra plurale, conservatrice, nazionale e popolare; della Destra dei movimenti, degli intellettuali, degli strumenti, nonché delle analisi e delle sintesi culturali; della Destra dei padri nobili, delle figure carismatiche, dei discepoli promettenti, e degli uomini e delle donne impegnati in prima linea nella battaglia politica quotidiana - ha del resto un’unica grande presunzione. Affermare che la Destra è possibile da noi come altrove nel mondo, e che la Destra è possibile perché espressione chiara, pura e orgogliosa di un’identità nazionale e di una storia di cui ci si riconosce figli. Anche da noi questo può e deve accadere anzitutto riscoprendo e poi correttamente riappropriandosi di un’eredità culturale che coincide con lo stesso essere italiani, cioè figli di quella natio - comunità di nascita, di origine, di destino, di vocazione storica, di tradizione e di distinzione nell’unità - che dai tempi degli Enotri e dei Tirreni si chiama Italia. Se non servisse a comprendere meglio quella del proprio, sarebbe infatti perfettamente inutile studiare minuziosamente la cultura di un qualsiasi Paese straniero.

    [Pubblicato con il medesimo titolo in Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, anno XLVIII, n. 266, del 17-11-1999, p. 13 (Commenti e Opinioni)]
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    Barry Morris Goldwater
    Imposte e Tasse


    Il Domenicale


    (tratto da Barry Goldwater, «Il vero Conservatore», Edizioni Il Borghese, Roma 1962, dal capitolo "Imposte e Tasse. Perché è immorale pagare più di un tot al fisco")


    La sana ricetta del principe dei conservatori contro il mito liberal del progressisticamente corretto che sogna e auspica la forte spesa pubblica, tassazioni lesive della dignità umana e uno Stato invadente oltre logica e buon gusto. Un sorso di buon vino d'annata per disintossicarsi dalle fumosità dell'Unione

    Da quando siamo al mondo, tutti abbiamo sentito molto promettere, ma poco abbiamo visto in realtà, in materia di forti tasse. Dov'è l'uomo politico che non abbia promesso ai suoi elettori una lotta sino alla morte per la riduzione delle tasse e che poi non si sia messo a votare proprio per quei progetti costosi che la rendono impossibile? Ci sono alcune eccezioni da fare, ma temo che non siano molte. Così le chiacchiere sulle riduzioni di tasse hanno preso un suono sordo. La gente ascolta, ma non ci crede. Peggio ancora: mentre il pubblico si fa sempre più cinico, l'uomo politico si sente sempre meno obbligato a prendere sul serio le proprie promesse.

    Sospetto che questo circolo vizioso di cinismo e di promesse mancate sia anzitutto il risultato del successo dei Liberali nell'eliminare dalla discussione i principi morali coi quali il tema della tassazione è così intimamente collegato. Siamo stati indotti a considerare le tasse come semplice problema di finanze pubbliche: di quanto danaro ha bisogno il Governo? Siamo stati indotti a trascurare, e spesso a dimenticare del tutto, il rapporto fra le tasse e la libertà individuale. Siamo stati persuasi che il Governo ha un diritto illimitato sulle ricchezze dei cittadini e che l'unica questione sia di vedere quanta parte di questo suo diritto il Governo debba pretendere. Mi sembra che il contribuente americano abbia perduto la fiducia nel proprio diritto al suo danaro. Nella sua resistenza alle forti tasse, egli è stato frenato dalla sensazione di essere obbligato, come cosa logica e normale, ad acconsentire a qualsiasi pretesa il Governo decida di avanzare sul suo danaro.

    Mi sembra che la verità sia assai diversa. Il Governo non ha affatto un diritto illimitato ai guadagni degli individui. Uno dei principali precetti della legge naturale è il diritto dell'uomo al godimento e all'uso della sua proprietà. E i guadagni dell'uomo sono sua proprietà non meno della sua terra e della casa in cui vive. In verità, nell'èra industriale, i guadagni sono probabilmente la forma prevalente della proprietà. È stato di moda durante gli anni recenti sminuire i "diritti di proprietà" associandoli all'avidità e al materialismo. Questo assalto ai diritti di proprietà è infatti un assalto alla libertà. È un altro esempio della incapacità moderna di concepire l'uomo integrale. Come può essere veramente libero, un uomo, se gli si negano mezzi per esercitare la libertà? Come può essere libero, se i frutti del suo lavoro non sono a sua disposizione perché ne faccia quel che più vuole, ma vengono trattati, invece, come parte d'un fondo comune di ricchezza pubblica? La proprietà e la libertà sono inseparabili: quando il Governo, sotto forma di imposte, porta via la prima, esso invade anche l'altra.

    Ecco una indicazione di come la tassazione corrente invada la nostra libertà. Un padre di famiglia che guadagna quattromilacinquecento dollari l'anno lavora, in media, ventidue giorni il mese. Imposte visibili e invisibili portano via circa il trentadue per cento dei suoi guadagni. Ciò vuol dire che un terzo del suo lavoro mensile, ossia sette giornate intere, va per le tasse. L'americano medio, dunque, lavora un terzo del suo tempo per il Governo: un terzo di ciò che produce non è disponibile per il suo uso, ma viene confiscato e adoperato da altri che non l'hanno guadagnato. Notiamo che in questo modo gli Stati Uniti sono già "socializzati" per un terzo. Il compianto senatore Taft sottolineava spesso questo punto. «Aumentare ancora il peso delle tasse oltre il trenta per cento che abbiamo già raggiunto», egli diceva, «significa socializzare ancor meglio di quanto non si farebbe con una confisca governativa. La stessa imposizione di tasse onerose è già una limitazione della libertà umana».

    Dopo aver detto che ciascun uomo ha un diritto inalienabile alla sua proprietà, bisogna anche dire che ogni cittadino ha l'obbligo di contribuire per la sua giusta parte alle legittime funzioni del Governo. In altre parole, è innegabile che il Governo ha un certo diritto alla nostra ricchezza; il problema è di definire quel diritto in un modo che si tengano in debito conto i diritti di proprietà dell'individuo.

    La quantità del giusto diritto del Governo, ossia la somma totale che potrà portare via in forma di tasse, sarà determinata dal modo in cui definiamo "le funzioni legittime del Governo". Circa il Governo federale, la Costituzione è il giusto criterio della legittimità: i suoi poteri “legittimi”, come abbiamo veduto, sono quelli che la Costituzione gli ha assegnato. Perciò, se vogliamo aderire alla Costituzione, l’ammontare complessivo di tasse del Governo federale sarà dato dal costo dell’esercizio di quei suoi poteri delegati che i nostri rappresentanti ritengono necessari nell’interesse nazionale. Ma viceversa, quando il Governo federale approva programmi che non sono autorizzati dai suoi poteri delegati, e tasse necessarie per pagare tali programmi eccedono il giusto diritto del Governo alla nostra ricchezza.

    La precisazione del diritto del Governo è la successiva parte della definizione. Che cosa è un’“equa parte”? Mi pare che le esigenze della giustizia siano qui perfettamente chiare: il Governo ha il diritto a pretendere una uguale percentuale della ricchezza di ciascuno, e non di più. Le tasse sulla proprietà sono imposte precisamente su questa base. Anche le tasse indirette e sulle vendite si fondano sul medesimo principio, sebbene la tassa gravi sopra una transazione più che sulla proprietà. Il principio vale ugualmente per le rendite, le eredità e i doni. L’idea che un uomo che guadagna centomila dollari l’anno debba essere obbligato a sopportare il costo del Governo col novanta per cento delle sue entrate, mentre l’uomo che guadagna diecimila dollari debba pagare il venti per cento, ripugna ai miei concetti della giustizia. Non credo che si debba punire il successo. In termini generali, ritengo sia contrario al diritto naturale alla proprietà, al quale abbiamo ora accennato (e per ciò stesso immorale), negare all’uomo, la cui fatica ha prodotto un frutto più abbondante di quello del suo vicino, l’occasione di godere dell’abbondanza da lui creata. Quanto alla pretesa che il Governo abbia bisogno della tassa graduale sui redditi, i fatti rivelano il contrario. Il totale dei redditi percepito con tasse sulle entrate oltre il venti per cento ammonta a meno di cinque miliardi di dollari: meno di quello che il Governo federale spende attualmente nel solo settore dell’agricoltura.

    La tassa graduale è una tassa confiscatoria. Il suo effetto, e in grande parte il suo scopo, è di abbassare tutti gli uomini a un livello comune. Molti di quanti sostengono la tassa graduale riconoscono francamente che il loro scopo è di ridistribuire la ricchezza della nazione. La loro mira è una società ugualitaria, obiettivo contrario sia alla Carta della Repubblica, sia alle leggi di Natura. Siamo tutti uguali davanti a Dio, ma non siamo uguali sotto nessun altro punto di vista. Mezzi artificiali per imporre l’uguaglianza tra uomini disuguali devono essere respinti se vogliamo rispettare quella Carta e onorare quelle leggi.

    Per quanto riguarda le imposte, dunque, un compito nostro è di imporre la giustizia, abolire le caratteristiche graduali delle nostre leggi fiscali; e più presto ci metteremo al lavoro, meglio sarà.

    L'altro problema, quello che ha il massimo influsso sulla nostra vita quotidiana, è di ridurre la mole delle imposte. E ciò ci porta alla questione delle spese governative. Si può sostenere che, finché ci sarà del denaro nel Tesoro federale, le spese non verranno mai ridotte: ma in linea pratica io sostengo che la riduzione delle spese debba precedere la riduzione delle imposte. Se noi riduciamo le imposte prima di prendere decisioni ferme e intelligenti intorno alle spese, finiremo sulla strada delle spese deficitarie e degli effetti che invariabilmente le seguono.

    [...] Il vero male è che il Governo è impegnato in attività nelle quali non ha nessuna ragione di immischiarsi. Finché il Governo federale ammette di avere responsabilità in un dato campo sociale o economico, le sue spese in quel campo non possono essere notevolmente ridotte. Finché il Governo federale riconosce la responsabilità dell'educazione, per esempio, la somma di sussidi federali deve aumentare per forza, in diretta proporzione almeno col costo del mantenimento delle scuole della nazione. L'unico modo di ridurre sostanzialmente le spese, è di eliminare le attività in cui si producono spese superflue.

    Bisogna che il Governo cominci a ritirarsi da una intera serie di attività che si trovano al di fuori del suo mandato costituzionale: dagli impegni di benessere sociale, dell'educazione, dell'agricoltura, delle case popolari, del rinnovamento urbano e di tutte le altre attività che possono essere molto meglio esercitate a un livello inferiore al Governo, o da istituzioni private o da individui. Non dico che il Governo federale debba abbandonare tutti questi impegni da un giorno all'altro. Invece suggerisco che noi stabiliamo, per legge, rigidi termini per un ritiro a scaglioni. Potremmo provvedere, per esempio, per una riduzione delle spese ogni anno in tutti i campi nei quali la partecipazione federale non è desiderabile. È soltanto attraverso questa specie di risoluti assalti al principio di Governo illimitato che il popolo americano potrà ottenere un sollievo dalle tasse opprimenti, cominciando a progredire verso la ripresa della sua libertà. E decidiamoci, a ogni costo, a ricordare l'interesse della nazione nel ridurre tasse e spese. L'esigenza dello «sviluppo economico» di cui sentiamo parlare tanto sarà soddisfatta dal Governo non già spremendo le energie economiche della nazione, ma emancipandole. Riducendo le tasse e le spese noi non soltanto restituiremo all'individuo i mezzi con i quali può affermare la propria libertà e dignità, ma garantiremo anche alla nazione la forza economica che sarà sempre il suo ultimo baluardo contro nemici stranieri.


    http://www.storialibera.it/attualita...te%20e%20Tasse
    SADNESS IS REBELLION

 

 
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