Benvenuti nella Right Nation
di Andrea Mancia
Ideazione, gennaio-febbraio 2005, p. 19-33.
Questa è la storia di una rimonta. La storia di una lunga, difficile ed esaltante impresa in cui un manipolo di uomini, guidati da una visione del mondo e dalla tenace insofferenza nei confronti di una visione del mondo "altra", è riuscito a bilanciare le sorti di un confronto politico epocale, conquistando la maggioranza delle menti e dei cuori nella più antica democrazia mondiale. Questa è la storia della Right Nation americana: dei suoi strateghi, generali e soldati.
«Viviamo, senza ombra di dubbio, negli anni dei liberal». Aveva ragione John Kenneth Galbraith quando, nel 1964, descriveva in questo modo lo stato dell'arte del dibattito culturale statunitense. Dopo la rivoluzione statalista di Franklin Delano Roosevelt e del suo New Deal, dopo la parentesi di governo dei moderati repubblicani di Dwight Eisenhower e gli anni del nuovo sogno americano di John Fitzgerald Kennedy, gli Stati Uniti si preparavano ad affrontare uno dei progetti di ingegneria sociale più mastodontici della loro storia, quel tentativo di costruzione della Great Society che - almeno nelle intenzioni dell'appena eletto presidente Lyndon Johnson - avrebbe dovuto debellare una volta per tutte le sacche di resistenza conservatrici che, nel cuore della Middle America, ancora si rifiutavano di essere sottomesse alla versione yankee della socialdemocrazia europea.
«Negli anni Sessanta - scrivono i due inviati dell'Economist, John Micklethwait e Adrian Woolridge, in The Right Nation: Conservative Power in America, che uscirà per Mondadori nella prossima primavera - i liberal americani sostennero la creazione di un welfare state in stile europeo [...] imposero restrizioni sulle armi da fuoco e cominciarono campagne per abolire le esecuzioni capitali, legalizzare l'aborto e introdurre, non solo l'eguaglianza razziale, ma una discriminazione positiva in favore delle minoranze (affirmative action); campagne che portarono i loro frutti nel corso degli anni Settanta. Le élite liberal di Boston e New York credevano di avere una buona chance per civilizzare quelli che qualcuno di loro chiamava yahoos». Ma gli yahoos (bruti, ignoranti), ci avvertono Micklethwait e Woolridge, si rifiutarono di essere domati. E il loro primo "ululato di rabbia", come lo definiscono i due giornalisti dell'Economist, rispose al nome di Barry Goldwater.
Gli anni prima di Goldwater
A parte qualche scatto d'orgoglio, qualche isolato intellettuale e una serie di vittorie (mai sfruttate fino in fondo) nella diffusione dell'anticomunismo, il pensiero conservatore dal dopoguerra al 1964 è costellato di fallimenti. Ma proprio durante questi anni, paradossalmente, si crearono le condizioni necessarie per una sua rinascita. Pur riconquistando, nel 1952 con Dwight Eisenhower, la Casa Bianca e il controllo del Congresso, i repubblicani degli anni Cinquanta erano una realtà assai distante dagli ideali di quello che sarebbe diventato il movimento conservatore. Eisenhower, per dirla con un linguaggio contemporaneo, era un "rino" (republican in name only), che aveva scelto il Grand Old Party soltanto per comodità personale e tattica: Ike era favorevole al contenimento della "minaccia rossa", non ad uno scontro frontale con essa; non cercò in alcun modo di scalfire il nocciolo duro del New Deal; era convinto che «la graduale espansione del governo federale» fosse il prezzo da pagare per la crescita del paese; non tentò mai di ridurre la pressione fiscale. Una differenza assai sfumata, insomma, rispetto agli anni dell'amministrazione Truman. Nell'arena del dibattito politico, i conservatori avevano dovuto accettare la sconfitta del senatore Robert Taft (Mr. Republican) ed assistere alla crescita d'influenza di Thomas Dewey, il "patrizio" governatore dello Stato di New York incarnazione di quel repubblicanesimo moderato che affondava le proprie radici nel New England e aveva perso ogni speranza di poter conquistare maggioranze stabili a ovest del Mississippi o a sud della linea Mason-Dixon. Dal 1940 al 1960 i "Dewey Republicans" conquistarono tutte le nomination del partito alle presidenziali, riuscirono spesso ad eleggere i governatori degli Stati più popolosi dell'unione, dalla Pennsylvania alla California, ed esercitavano un controllo quasi diretto su alcuni strategici centri di potere mediatico, come Time, Life e il New York Herald. Una supremazia che il destino rese completa con la morte di Mr. Republican durante il primo anno dell'amministrazione Eisenhower.
Nello stesso periodo, i liberal controllavano almeno otto settimanali a larga diffusione, mentre i conservatori dovevano accontentarsi di una esile newsletter come Human Events, lanciata nel 1944 con una tiratura appena superiore alle cento copie. Il mondo accademico era così ampiamente dominato dall'intellighenzia liberal che, si legge sempre in The Right Nation, una delle rare fondazioni conservatrici, il William Volker Fund, era costretta ad una ricerca disperata - e spesso infruttuosa - di studenti a cui elargire le proprie donazioni in denaro. Ma un fuoco stava covando sotto la cenere.
Da Hayek e Weaver a Friedman e Kirk
Alla Old Right americana non erano mancati, nel dopoguerra, intellettuali di grande peso ed impatto. Basterebbe fare i nomi di Albert J. Nock, con il suo sensazionale «Our Enemy, the State» o dell'esule russa Ayn Rand che, con i suoi romanzi e le sue intuizioni filosofiche, rappresentò una salutare boccata di aria fresca nello stantìo panorama culturale statunitense. Micklethwait e Woolridge, pur iscrivendolo ingiustamente nel filone della "destra paranoica", ricordano anche Whittaker Chambers, ex-giornalista del Time ed ex-spia sovietica che con il suo «The Witness» (1952) fornì alla "maggioranza silenziosa" la testimonianza più importante della necessità di combattere, senza esitazioni o mezze misure, il pericolo comunista e l'espansionismo genocida dell'Unione Sovietica. Si trattava, però, di casi isolati. Come isolati, almeno all'inizio, furono due pensatori che in quegli anni lavoravano alla costruzione delle fondamenta culturali di quello che sarebbe diventato il moderno movimento conservatore.
Il primo, Friedrich August von Hayek - forse l'esponente di maggior livello della scuola austriaca di Carl Menger, Eugen von Boehm-Bawerk, Friedrich Wieser e Ludwig von Mises - sconvolse il mondo accademico ed editoriale statunitense nel 1944 con il suo «Road to Serfdom» (La via verso la schiavitù), che divenne un best-seller soprattutto dopo la pubblicazione di una versione "ridotta" a cura del Reader's Digest. Hayek, che rappresentava l'anima incorruttibile di una destra liberale e quasi libertarian che non voleva piegarsi ai cedimenti della cultura liberal nei confronti del collettivismo marxista e socialista, influenzò profondamente intere generazioni di conservatori alla ricerca di un'identità: contribuì alla nascita, nel 1947, della Mount Pelerin Society; fu il "motore immobile" dietro alla crescita della Chicago School, formando una serie di brillanti economisti anti-keynesiani (un nome su tutti, Milton Friedman) che avrebbero costituito il nucleo fondante della rivoluzione liberista degli anni Ottanta; fu l'ispiratore economico e filosofico di Ronald Reagan in persona, come scoprì Lee Edwards nel 1967 quando notò nella biblioteca dell'ex-attore hollywoodiano alcune edizioni, pesantemente sottolineate, delle opere di Hayek e Mises.
Se von Hayek rappresentò l'anima del movimento più vicina al pensiero liberale classico, addirittura restìa a definirsi conservatrice (almeno in quegli anni), Richard Weaver fu un campione indiscusso del tradizionalismo capace, come ha scritto Alberto Mingardi su Ideazione nel maggio del 2003, «di parlare sia ai conservatori d'impianto tradizionalista sia ai libertari: due culture fra le quali egli cercò di gettare un ponte, in prima persona». «Weaver - ha detto Lee Edwards in una conferenza che si è tenuta lo scorso anno al Russell Kirk Center for Cultural Renewal di Mecosta, in Michigan - sosteneva che idee come il nominalismo, il razionalismo e il materialismo avevano inesorabilmente condotto a quella che lui chiamava la dissoluzione morale dell'Occidente. Weaver [...] offrì tre riforme che avrebbero potuto aiutare l'umanità a guarire dal flagello del modernismo: una difesa della proprietà privata, una purificazione del linguaggio e un'attitudine alla pietà verso la natura, gli altri individui e il passato».
Dalla "geremiade" lancinante di Weaver, il tradizionalismo americano riuscì a compiere un salto di qualità, potente ed inaspettato, nel 1953 con la pubblicazione del libro «The Conservative Mind» di Russel Kirk. «Kirk - ha scritto Marco Respinti nell'aprile di quest'anno su Il Domenicale, nel decennale della sua scomparsa - è stato il padre, l'anima e il cuore della rinascita del conservatorismo negli Stati Uniti d'America a metà degli anni Cinquanta, ovvero l'uomo che ha ridato dignità politica e cittadinanza a un termine allora desueto e sgradito all'orecchio dei più [...] colui che, ripercorrendo una storia lunga e complessa, ha battezzato "conservatorismo" quella forma mentis che [...] descrive la volontà caparbia e ostinata di chi prima di disfarsi del retaggio e del fardello della civiltà occidentale ci pensa bene e poi comunque rinuncia». Kirk si erge a difensore della tradizione americana, riserva "coloniale" dell'ethos europeo e della civiltà classica e giudeo-cristiana e diventa, sempre adoperando le parole di Respinti, «uno degli interpreti più coscienti, seri e fecondi del filone tradizionalista del conservatorismo statunitense».
Anche il filone liberale (con la "e"), liberista e libertario era pronto al salto di qualità. E proprio mentre Lyndon Johnson si trastullava con i suoi esperimenti di pianificazione economica, nel 1962 Milton Friedman pubblicava il suo capolavoro, «Capitalism and Freedom», rompendo il decennale tabù accademico che dava per scontata la supremazia teorica degli economisti keynesiani. Per la prima volta, da tempi immemorabili, la destra americana aveva una base culturale abbastanza solida per presentarsi come un potenziale avversario del monopolio intellettuale liberal. Tutto quello che le serviva, ora, era un leader politico.
La vittoriosa sconfitta di Barry Goldwater
In «The Right Nation», Micklethwait e Woolridge spiegano la rivoluzione conservatrice con tre fattori primari che si agitavano sotto le acque dell'America degli anni Cinquanta: "Il primo fu l'arrivo di un gruppo di «imprenditori intellettuali». Il secondo era l'insofferenza crescente del Sud nei confronti del partito democratico. Il terzo era lo slittamento del centro di gravità americano verso l'Ovest. Queste tre forze trovarono una sintesi in Barry Goldwater". Pur non rinunciando del tutto a qualche venatura di snobismo europeo nel descriverne l'ascesa, i due giornalisti dell'«Economist» colgono il senso profondo della vicenda politica e culturale che portò alla nomination repubblicana del senatore dell'Arizona per la corsa alla Casa Bianca del 1964.
Dall'inizio degli anni Cinquanta alla fine degli anni Sessanta, si affacciarono prepotentemente sulla scena del dibattito politico statunitense una serie di think-tank conservatori (nel senso più ampio del termine) capaci di mettere a dura prova lo strapotere liberal nel campo della produzione e diffusione del pensiero.
Fondato nel 1943, l'American Enterprise Institute fu salvato dal fallimento, nel 1954, dalle brillanti intuizioni imprenditoriali di William Baroody, che trasformò l'AEI in un «brain trust» conservatore in grado di rivaleggiare con il mitico Brooking Institution. Insieme all'economista di Harvard, Glenn Campbell, Baroody arruolò anche Milton Friedman e Paul McCracken nel comitato scientifico della fondazione. E diede il via ad una rincorsa scientifica che, con il passare dei decenni, si sarebbe trasformata in un clamoroso sorpasso ai danni della sinistra.
Nel 1960, Campbell diventò il direttore dell'antico Hoover Institution (fondato nel 1919 a Stanford) a cui l'ex-presidente Herbert Hoover, dopo aver perso le elezioni nel 1932, aveva dato un'impronta più nettamente conservatrice. Nel 1955, William F. Buckley aveva fondato la rivista storica della destra Usa, quella «National Review» che ancora oggi rappresenta un importante punto di riferimento. L'obiettivo di Buckley era quello di trasformare il conservatorismo statunitense da un coacervo di dottrine locali (del Sud, del Midwest, dell'Ovest) a un vero movimento culturale nazionale. Nella rivista passarono firme come Joan Didion e Gary Wills, ma anche outsider come Whittaker Chambers. Buckley, in estrema sintesi, unificò le tre schegge principali del conservatorismo americano - il tradizionalismo, il libertarianism e l'anticomunismo - sotto la bandiera della «National Review». Come ha scritto Antonio Donno, professore di Storia dell'America del Nord all'Università di Lecce, nello splendido libro «In nome della libertà. Conservatorismo e guerra fredda», "Kirk, Weaver e altri esponenti della tradizione conservatrice dettero il loro contributo fin dall'inizio; accanto a loro, John Chamberlain, Frank Chodorov, Wilhelm Röpke, Max Eastman e Frank Meyer. Un nutrito gruppo di ex comunisti ed ex trotskisti partecipò molto attivamente alla battaglia della rivista: lo stesso Meyer, James Burnham, Willmoore Kendall, William Schlamm, ed altri. In sostanza, la rivista rappresentò un momento di incontro e di confronto tra le varie anime del conservatorismo americano".
Partendo da un ridottissimo budget di 100mila dollari, generosamente donati da suo padre, Buckley riuscì a portare la diffusione della rivista dalle 34mila copie del 1960 alle 90mila del 1964, trovando anche il tempo di fondare gli «Young Americans for Freedom», un movimento giovanile che "si diffuse come un incendio attraverso il paese", surclassando per numero di iscritti gli «Students for a Democratic Society».
A nulla sarebbe servito tutto questo fervore intellettuale, però, se la destra americana non avesse iniziato a lavorare anche sul terreno, impervio ed insidioso, della militanza politica. Fino agli anni di Goldwater, i «foot-soldiers» conservatori erano male organizzati e soprattutto divisi: repubblicani al nord-est e nel Midwest, democratici negli Stati del Sud. Con la candidatura alle presidenziali del senatore dell'Arizona partì la cosiddetta «southern strategy»: il tentativo di conquistare una maggioranza strutturale in Stati che tradizionalmente, dopo la guerra civile, avevano sempre votato per i democratici. Nel 1950, il Gop non aveva neppure un senatore eletto in uno stato del Sud e soltanto due congressmen su un totale di 105. E nel mezzo secolo precedente, i repubblicani avevano vinto un'ottantina scarsa di sfide per il Congresso su un totale di 2.565 (di cui la metà in un paio di distretti del Tennessee). Oggi, gli Stati a sud della linea Mason-Dixon sono il cuore della Bush Country: nel 2004 il presidente ha vinto l'85 per cento delle contee nella regione e i repubblicani hanno eletto 22 senatori su 26.
Micklethwait e Woolridge insistono molto sull'impatto della battaglia per i diritti civili nello sviluppo della «southern strategy» repubblicana. Ma se questo può parzialmente spiegare il successo del Grand Old Party al Sud, non dice granché sul secondo pilastro geografico dei Goldwater Republicans: il West, la terra di alcuni tra i più chiassosi ed originali supporter del senatore. "Qui nel West - disse una volta Goldwater - non siamo costantemente afflitti dalla paura di quello che potrebbe accadere nel futuro. Il rischio fa parte della vita umana". E nelle città in rapida espansione del Texas, del Nevada e dell'Arizona, o negli sterminati sobborghi californiani, trovò fiato e voce l'anima più libertaria ed individualista della destra americana. Il cuore di quella «leave-us-alone coalition» che, unita al Sud tradizionalista da un'alleanza sempre sul punto di esplodere (ma che i «nemici» comuni riescono sempre a ricompattare), garantisce alla Right Nation quell'inconfondibile aroma anti-establishment che ne esalta la forza rivoluzionaria e le permette, ad ogni generazione, di trovare ampi consensi nelle fasce più giovani della popolazione.
Barry Goldwater, grazie al lavoro dei propri «foot-soldiers» e alle idee innovative dei think-tank che lo sostenevano, riuscì a strappare la nomination per le presidenziali del 1964 a Nelson Rockfeller e alle élite aristocratiche che fino ad allora avevano dominato le dinamiche interne del partito repubblicano. Il suo progetto politico, spinto anche da un vento demografico che spingeva sempre più cittadini statunitensi verso il Sud e verso l'Ovest, era certamente troppo in anticipo sui ritmi della storia. Tanto che il candidato democratico Lyndon Johnson vinse comodamente la sfida per la Casa Bianca con oltre 15 milioni di voti di vantaggio, conquistando 44 Stati su 50. Ma la rivoluzione era appena iniziata.
La morte annunciata del liberalism
Se Richard Nixon, nella sconfitta di misura contro John Fitzgerald Kennedy del 1960, aveva potuto contare su 50mila supporter individuali, quattro anni più tardi Goldwater - sconfitto molto più nettamente da Johnson - era riuscito a radunare intorno a sé un esercito di quasi 4 milioni di volontari. Si trattava (ancora) di una minoranza, ma di una minoranza estremamente motivata e disciplinata, pronta a tralasciare ogni possibile diversità di vedute per lavorare verso un obiettivo comune. Quando Johnson, nel 1968, lasciò la Casa Bianca, i repubblicani avrebbero governato per 20 anni su 24.
Dal 1964 al 1980 la destra guadagnò terreno in ogni settore della vita pubblica, grazie anche alla singolare vocazione al suicidio di un mondo liberal che si spingeva sempre più a sinistra, distaccandosi velocemente dall'America mainstream, dalle sue idee e dalle sue aspirazioni. Della «Great Society» di Johnson abbiamo già detto, e non c'è molto da aggiungere per chi - come noi europei - ha assistito all'ascesa e poi al tracollo del mito del welfare state. Ma negli Stati Uniti ebbe un ruolo devastante anche la progressiva politicizzazione della Corte Suprema che, sentenza dopo sentenza, demolì le fondamenta stesse della società tradizionale americana. Fino al caso Roe vs Wade con cui, nel 1973, l'aborto venne considerato alla stregua di un metodo anti-concezionale per coppie particolarmente distratte.
Con la guerra in Vietnam, e l'esplosione incontrollata dei movimenti di contestazione, la sinistra radicale conquistò progressivamente il controllo del partito democratico. Il partito dei politicanti di origine irlandese e dei dixiecrats del Sud si trasformò, anno dopo anno, nel partito del «no alla guerra ad ogni costo», delle femministe, delle black panthers e degli ambientalisti. In un partito che la maggioranza degli americani iniziò a percepire come fondamentalmente anti-americano.
Insieme all'anima moderata del movimento liberal, cominciò a morire anche il grande sogno post-marxista dei keynesiani, con la sua pretesa di controllare l'economia di mercato agendo astutamente su un paio di leve pubbliche. Gli Stati Uniti, come del resto tutto il mondo, conobbero l'incubo della stagflazione. E alla distruzione della famiglia tradizionale iniziarono ad accompagnarsi un disordine ed una criminalità sempre crescenti.
Richard Nixon, la falsa speranza
Se nel 1964 i cittadini americani convinti del ruolo positivo del governo della gestione dell'economia sfioravano il 62 per cento della popolazione, nel 1972 questo numero precipitò al 19. Ma proprio in questi anni la rivoluzione conservatrice venne frenata da un personaggio come Richard Nixon.
Nixon si presentò davanti all'elettorato americano nel 1968 come un conservatore. E sfruttando la voglia di rivincita della «Right Nation», oltre alla scissione dixiecrat del governatore dell'Alabama, George Wallace, venne eletto alla Casa Bianca. Ma la sua amministrazione navigò con il timone spostato molto più a sinistra di quella di Eisenhower. Giocando sulla reazione della «maggioranza silenziosa» agli anni della contestazione, Nixon riuscì comunque ad ottenere una travolgente rielezione nel 1972, prima di essere travolto a sua volta dallo scandalo Watergate. Nel 1974, dopo le inutili dimissioni del vicepresidente Spiro Agnew, Nixon fu costretto ad arrendersi, lasciando ancora una volta il movimento conservatore sull'orlo del tracollo. Appena il 20 per cento degli americani si riconosceva ormai nel partito repubblicano. E per Richard Vignerie, il re conservatore del direct-mailing, entro una decina d'anni non ci sarebbe stata più di «una dozzina di repubblicani in tutto il paese». Vignerie, come gran parte dell'establishment liberal, sbagliò grossolanamente i propri calcoli. Perché ancora una volta, proprio durante i suoi anni più oscuri, il movimento conservatore trovò nelle proprie idee e nella propria compattezza organizzativa la forza per uscire dal tunnel in cui Nixon l'aveva cacciato.
Quei magnifici anni Settanta
Gli eccessi della sinistra, infatti, rappresentarono un'occasione d'oro che la destra non si lasciò sfuggire. Dal 1970 in poi, gli economisti della Chicago School vinsero più premi Nobel di chiunque altro (e trasformarono per sempre il sistema delle pensioni in Cile). La sensazione diffusa era che il vento intellettuale della nazione stesse cambiando. Una serie di pensatori liberal di New York e Boston, soprattutto di origine ebrea, si decisero finalmente ad abbandonare una sinistra sterile sia sotto il profilo ideale che sotto quello scientifico, per abbracciare - a modo proprio - la grande famiglia conservatrice. Irving Kristol, Daniel Bell, Seymour Martin Lipset e Nathan Glazer furono, fra gli altri, i «fondatori» di quello che più tardi venne etichettato come movimento dei neo-conservatori. Provenendo dal mondo accademico, i neocon ebbero un ruolo importante, come scrivono Micklethwait e Woolridge, nel "decorare le tradizionali intuizioni conservatrici con il linguaggio delle scienze sociali". Bastò la presenza di questi discepoli di Leo Strauss, nelle università americane, per portare il virus della competizione nelle scienze politiche, come la scuola austriaca e i Chicago Boys avevano fatto nel mondo dell'economia.
Quello che i neocon riuscirono a fare meglio, in ogni caso, fu costruire un network di istituzioni capace di far sopravvivere il messaggio conservatore in un mondo dominato dagli accademici liberal. La rivista quadrimestrale «Public Interest» fu fondata nel 1965, mentre il mensile «Commentary», diretto da Norman Podhoretz, denunciò a più riprese i limiti e gli eccessi del pensiero-unico instaurato dalla sinistra. Irving Kristol, che aveva abbandonato il trotskismo per la destra nel 1942 (potenza della seconda guerra mondiale), dopo aver contribuito alla nascita di «Public Interest» diede vita anche al magazine di geopolitica «National Interest» e riuscì a smuovere la compassione - e soprattutto il portafoglio - del ministro del Tesoro di Nixon, William Simon, che investì somme cospicue nelle fondazioni e nelle riviste del movimento.
Kristol, insieme a Jeane Kirkpatrick, approdò infine all'americano «Enterprise Institute», che conobbe uno straordinario periodo di espansione, decuplicando nel ventennio '60-'80 le proprie entrate, superando la soglia dei 10 milioni di dollari all'anno e facendo mangiare la polvere al Brookings. Alla fine degli anni Settanta, l'AEI poteva contare su una cinquantina di ricercatori a tempo pieno, molti altri ricercatori aggiunti, quattro pubblicazioni periodiche e uno show televisivo. Quando William Baroody morì, nel 1981, questo straordinario patrimonio (non solo intellettuale) venne ereditato da suo figlio Bill, che lo gestì fino al 1986.
Chi non aveva invece la pretesa di essere una «università senza studenti» era la Heritage Foundation, fondata nel 1973 con lo scopo di "elaborare e promuovere strategie politiche basate sui principi del libero mercato, della limitazione dell'interventismo statale, delle libertà individuali, dei valori tradizionali americani e della difesa nazionale". La Heritage, molto poco «neo» e più solidamente conservative, divenne ben presto un formidabile gruppo di pressione politica: un mastino capace di generare riforme e di farle camminare speditamente al Congresso.
Più tardi, nel 1977, anche l'anima più schiettamente libertarian della destra americana si organizzò intorno ad una fondazione, il «Cato Institute», che è stato in grado (solo per fare un esempio) di studiare come nessun altro i temi legati alla riforma del sistema di sicurezza sociale.
1 - continua




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