L'Europa si scopre unita: "Basta con gli immigrati"
La stragrande maggioranza dei cinque Paesi europei più popolosi è contro il diritto alla "libera circolazione". E gli italiani vogliono mantenere il reato di clandestinità
Gian Micalessin
Francois Hollande cerca di salvare capra e cavoli tendendo la mano alla «zingarella» Leonarda senza cancellare l'espulsione della sua famiglia decretata dal ministro degli interni Manuel Valls. Ma il salomonico compromesso di un presidente prigioniero del vecchio buonismo «gauchista» è un clamoroso passo falso politico.
Secondo un sondaggio del quotidiano Le Parisienne/Aujourd'hui il 65% dei francesi è assolutamente contrario al ritorno della 16enne rom. E solo il 46% si dichiara toccato dalla sua espulsione. L'aspetto più clamoroso è però la lacerazione socialista. Solo il 55% dell'elettorato che Hollande tenta di blandire sogna infatti il ritorno di Leonarda e dei suoi. Una parte consistente del tradizionale elettorato di sinistra è invece attestata sulle posizioni del ministro Valls, uno dei pochi leader della gauche considerati in grado di bloccare l'irresistibile ascesa della destra anti europea di Marina Le Pen. La popolarità di Valls, capace di rubare voti anche al centro destra gaullista grazie all'intransigenza verso zingari e «sans papiers», emerge anche dal sondaggio di Le Parisienne.
Nonostante gli appelli degli intellettuali, le mielose dichiarazioni della «gauche caviar» e i cortei studenteschi per Leonarda il ministro ha oggi il sostegno del 75% dei francesi. Ma non solo. Valls - oltre a conquistare il plauso dell'89% dell'elettorato di destra - può rivendicare la fedeltà del 57% dei socialisti. La «tolleranza zero» di un ministro che non a caso si definisce «neo-blairiano», sembra insomma l'unica ricetta in grado di evitare una disfatta della sinistra e contrastare la crescita del Fronte Nazionale di Marina Le Pen.
Lo scenario non è una prerogativa francese. Un sondaggio del Financial Times realizzato tra Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e Spagna, i cinque paesi dove si concentra oltre la metà dei cittadini Ue, segnala la prorompente avanzata dei partiti anti-europei pronti a cavalcare la lotta all'immigrazione.
Il 19% degli italiani pronti a votare Lega Nord o Cinque Stelle verrebbero affiancati, alle Europee del maggio 2014, dal 25% di inglesi e francesi decisi a scegliere «Independence Party» e «Fronte Nazionale». Più sorprendente è la propensione del 18 per cento dei tedeschi a scegliere «Alternatif für Deutschland» il movimento anti-unionista rimasto escluso dal Bundestag solo un mese fa.
E anche in Spagna, fanalino di coda della rabbia anti europea, il voto anti Bruxelles può contare sul 12% dei voti. Il nuovo Parlamento europeo rischia insomma di fare i conti con uno schieramento di euroscettici forte del 30 per cento dei seggi.
Ad alimentare questa tendenza contribuisce soprattutto il malessere per le politiche europee e quelle nei confronti dell'immigrazione. Il dato - evidenziato in Italia da un sondaggio di Euromedia Research per la trasmissione Virus di RaiDue secondo cui il 52,6 per cento è contrario all'abolizione della Bossi Fini - emerge con estrema virulenza dal sondaggio del Financial Times che segnala una crescente intolleranza anche nei confronti della «migrazione» europea. Il 62% degli italiani, il 61% degli spagnoli, l'83% degli inglesi, il 73% dei tedeschi e il 72% dei francesi auspica che il primo gennaio 2014, scaduti i sei anni di transizione dall'entrata nella Ue, non si aprano le frontiere a rumeni e bulgari. La stragrande maggioranza dei cinque paesi più popolati dell'Unione è dunque contraria a quel diritto alla «libera circolazione» dei lavoratori considerato uno dei capisaldi dell'Unione Europea. Mentre la vecchia politica continua a crogiolarsi nella sonnecchiosa adempienza ai diktat degli euroburocrati o nel buonismo di sinistra l'elettorato europeo sembra pronto, insomma, a cercare nuovi leader e nuove alternative.
L'Europa si scopre unita: "Basta con gli immigrati" - IlGiornale.it
MARINE LE PEN VOLA NEI SONDAGGI? ED ARRIVA IL LIBRO DEL FILOSOFO FINKIELKRAUT, “L’IDENTITÀ INFELICE”, CHE SDOGANA PARECCHIE TESI MAL-DESTRE
Il libro di Finkielkraut prima sostiene di voler sottrarre il tema dell’identità all’estrema destra, ma poi contribuisce a rafforzare il clima di intolleranza sottolineando che “la Francia non è un aeroporto” e picconando il multiculturalismo alle vongole - Nel dibattito francese sugli immigrati, Hollande fa da contorno…
Stefano Montefiori per il "Corriere della Sera"
C'è un filosofo che da anni parla della società francese in termini problematici, che denuncia la tirannia del «progresso» usato per giustificare qualsiasi evoluzione - per il meglio ma anche per il peggio - del presente, un pensatore che al di là delle sacrosante preoccupazioni umanitarie indaga sulle conseguenze profonde dell'immigrazione di massa - soprattutto musulmana - in Europa.
Alain Finkielkraut fa uscire in questi giorni«L'identité malheureuse», un saggio sull'identità francese, infelice a suo dire perché non ha il coraggio di interrogarsi su se stessa anche se ne avrebbe un gran bisogno: lo stesso giorno in cui il settimanale Le Point pubblicava l'anticipazione del libro di Finkielkraut, con una grande foto in copertina e il titolo «Si può essere ancora francesi?», un sondaggio dava il Front National di Marine Le Pen al 24% delle intenzioni di voto per le prossime europee, issandolo al rango di primo partito di Francia.
«Sì, si può essere ancora francesi!», sembra gridare Marine Le Pen, e questo contribuisce alla sua popolarità. Colei che rivendica il ruolo di paladina della «francesità» contro «il magma indistinto dell'Unione Europea» e l'«invasione islamica», è anche l'unica personalità politica francese in ascesa e può dire ormai «sono pronta per l'Eliseo» senza suscitare gli sguardi di compatimento riservati un tempo al padre.
Il successo di Marine Le Pen lascia sgomenti, e il saggio di Finkielkraut arriva con involontario tempismo e spiegarne - almeno in parte - i motivi. Prima di tutto, dice il 64enne filosofo, «se l'identità francese è infelice è perché l'abbiamo abbandonata nelle mani dell'estrema destra. Questo rende più difficile a tutti gli altri esprimersi sull'argomento».
Finkielkraut affronta da tempo questioni come assimilazione e multiculturalismo, decadenza della scuola e pericoli del relativismo. Per tutta risposta si è preso molti attacchi verbali e uno anche più concreto: venerdì mattina, durante il suo discorso d'addio alla prestigiosa «École polytechnique» di Parigi dove è stato professore di Scienze sociali dal lontano 1988, un gruppo di studenti lo ha preso a torte in faccia. Le parole di Finkielkraut non lasciano mai indifferenti.
«Nel 2009 sono stato alla scuola elementare di rue des Récollets, dove ero allievo - scrive Finkielkraut -. All'ingresso, attaccata al muro, una grande mappa del mondo con tante fotografie di bambini, spillate per la maggior parte sui Paesi del continente africano. Sotto, questa legenda: "Sono fiero di venire da...".
Ho potuto allora misurare il cambiamento. I miei genitori sono nati entrambi in Polonia, si sono incontrati dopo la guerra in Francia e abbiamo tutti beneficiato di una naturalizzazione collettiva quando avevo un anno. Mai la scuola mi ha fatto vergognare delle mie origini. Mai mi ha chiesto di dimenticare la mia genealogia. Ma neanche mi ha mai chiesto di vantarmene. La scuola mi chiedeva di stare attento, di fare i compiti, mi giudicava secondo il mio merito. L'origine era fuori tema».
Finkielkraut grande antimoderno, reazionario, (nella perenne accusa degli altri) irriducibile difensore della lingua francese contro le sue degenerazioni televisive e non solo («i nostri governanti parlano francese come dei bambini»).
Finkielkraut che non vuole «confondere tra chi accoglie e chi viene accolto, altrimenti la Francia non è altro che un aeroporto. A Roissy o a Heathrow siamo tutti differenti e tutti uguali. Per non ripetere gli orrori del XX secolo, si vorrebbe trasformare in aereoporti le collettività umane. Strana utopia».
La Danimarca è la terra dei danesi: se non vi piace andatevene
Max Ferrari
La Danimarca è la terra dei danesi e tutti sono benvenuti e possono diventare parte della comunità, ma a quei musulmani che costantemente lavorano contro di noi, che costantemente ci criticano, sono sempre insoddisfatti, commettono delitti d’onore, incitano a partire per la guerra santa in Siria, sminuiscono i nostri valori, la nostra bandiera e le nostre abitudini io dico: andatevene e trovate un altro posto dove vivere. Nessuno è obbligato a restare”.
Queste parole di rara chiarezza e coraggio sono state pronunciate dalla mite ma decisa Inge Stoiberg, portavoce di “Venstre” il partito liberale danese di ispirazione moderata il cui ex leader, Anders Fogh Rasmussen, già primo ministro a Copenhagen è oggi segretario generale della NATO.
Non stiamo quindi parlando di scalmanati o di estremisti, ma di un partito di grande moderazione tra i già calmi danesi. Eppure la pazienza ha un limite e dopo i ripetuti (e inascoltati) allarmi lanciati dalla polizia che non riesce più ad arginare la violenza di alcune gang di cosiddetti “giovani”, la Stoiberg ha deciso di dare la sveglia al governo di sinistra che dal 2011 governa il paese ed è andata dritta al punto senza nascondersi dietro alle parole o alle definizioni di comodo come “giovani problematici”.
La Stojberg pone chiaramente il problema: o dichiariamo che tutti i principi su cui si basa la Scandinavia sono sbagliati oppure, se li riteniamo validi, non possiamo permettere che qualcuno si ritenga in diritto di non rispettarli in nome di una diversità religiosa.
Partendo da un sondaggio che mostra come il 64% degli islamici in Danimarca pensi che la libertà di espressione debba essere limitata la rappresentante liberale dice:
“I musulmani che non vogliono adattarsi ai valori danesi dovrebbero chiedersi perchè sono venuti in Danimarca. Noi li abbiamo accettati e adesso è il loro turno di dimostrare il necessario rispetto perla nostra società e i valori fondamentali su cui è costruita”.
In un recente dibattito ad esempio Stojberg aveva condannato la pratica dei matrimoni arrangiati dalle famiglie dei minorenni, denunciato alcuni insegnanti musulmani che rifiutano di relazionarsi con le colleghe e le allieve, e criticato le richieste delle famiglie tese a segregare le ragazze nelle ore di educazione fisica..
“Non dovremmo mai arrivare al punto in cui per tentare di essere tolleranti- afferma- noi finiamo per accettare azioni e valori che non condividiamo semplicemente perchè i portatori di quei valori sono una minoranza”.
Naturalmente i rappresentanti islamici hanno detto che le critiche sono infondate e la sinistra, fortemente imbarazzata, ha replicato che non si può generalizzare e che comunque i valori del popolo danese sono difesi in maniera salda dal governo.
Evidentemente sempre più danesi non la pensano così visto che gli ultimi sondaggi danno il partito socialdemocratico al potere al 17,2% sorpassato dal Dansk Folkeparti (DFP) col 17,4%.
E’ una piccola rivoluzione visto che il DFP, a differenza dei liberali di cui fa parte la sopracitata Stojberg, è un partito decisamente schierato a destra, a fortissima connotazione identitaria e fortemente critico nei confronti dell’immigrazione islamica.
D’altra parte, pur nel silenzio della stampa che censura quasi tutte le informazioni scomode, le notizie sui continui crimini compiuti dalle bande di “giovani” nelle periferie sono di dominio pubblico e la recentissima decisione dei giudici di non espellere un pedofilo somalo che ha violentato tre bambine ha fatto talmente tanto scandalo da finire comunque sulle prime pagine della stampa. I rotocalchi hanno spiegato che i giudici non ritenevano giusto espellere il pedofilo perchè l’espulsione avrebbe interrotto il suo percorso di “integrazione” in Danimarca e i commenti dei lettori sono stati tanti e tali che le edizioni on-line dei massmedia sono state costrette a chiudere subito lo spazio riservato alla posta elettronica.
Il fatto che la destra identitaria sia passata dal 12% del 2011 al 17, 4% dopo due anni di governo della sinistra immigrazionista non è forse un caso dunque e, viste la parole chiare e decise della liberale Stojberg, il portavoce del DFP ha lanciato attraverso i giornali una proposta ai liberali:un’alleanza politica finalizzata all’approvazione di leggi per impedire ulteriore immigrazione dai paesi musulmani.
“Pensiamo- ha detto- che liberali e partito del popolo danese (DFP) debbano unirsi alle prossime elezioni con l’obiettivo di ridurre l’immigrazione musulmana ad una cifra vicino allo zero. E’ la soluzione più efficace per assicurare che la Danimarca rimanga quel che è dal punto di vista sociale e culturale”.
Esattamente le stesse parole sono state pronunciate anche dal leader della destra parlamentare olandese, Geert Wilders, molto votato ma descritto dalla stampa internazionale come un provocatore: tutti impazziti questi nord europei generalmente tolleranti oppure è stato sorpassato il limite?
La Danimarca è la terra dei danesi: se non vi piace andatevene | Max Ferrari
Il voto musulmano va a sinistra: le prove dalla Francia.
Max Ferrari
Chi dice che la sinistra favorisce l’immigrazione e la concessione del voto agli stranieri allo scopo di crearsi un nuovo gruppo di sicuri elettori in grado di rimpiazzare il voto operaio ormai in libera uscita viene sempre additato come un mistificatore e accusato di inventare cose non supportate da dati reali.
Adesso però i dati ci sono e arrivano dalla Francia, un paese geograficamente e culturalmente vicinissimo a noi.
Il sondaggio “Ifop” pubblicato recentissimamente da “Le Figaro” è il risultato di un lungo lavoro che incrocia i dati delle tante inchieste condotte l’anno scorso con quelli raccolti durante le elezioni presidenziali del 2012 che hanno visto la vittoria della sinistra capeggiata dal socialista Hollande.
Ebbene: l’86% degli elettori musulmani hanno scelto il candidato di sinistra lasciando all’odiato Sarkozy e al suo centrodestra soltanto le briciole.
I sondaggisti fanno notare che nessun altro gruppo sociale ha orientato i propri voti in maniera così uniforme e massiccia verso un candidato e questo dimostra che in una elezione dove il voto è testa a testa il voto degli islamici può davvero determinare il vincitore.
In effetti i dati mostrano che la popolazione francese nella sua totalità ha dato ad Hollande il 51,6% dei voti contro il 48,4% di Sarkozy che dunque ha perso per 3 punti percentuali e calcolando che il voto musulmano pesa il 5% del totale e ha girato la quasi totalità dei voti a Hollande i conti sono presto fatti.
Secondo la destra questo “rapporto speciale” con una parte dell’elettorato fa sì che il presidente sia molto attento a non scontentarla chiudendo gli occhi sugli eccessi dei “giovani” delle banlieu e usando il pugno di ferro e le leggi speciali contro i francesi che osano difendere la francesità in una nazione che gli identitari definiscono alla deriva e chiamano “Hollandistan”.
Socialisti e comunisti naturalmente respingono ogni sospetto ma un altro dato significativo è quello legato all’estrema sinistra sempre in prima linea nella battaglia per la libertà di immigrazione senza controlli e sempre impegnata nella campagna a favore delle richieste della comunità islamica. Un impegno che è stato premiato con il voto visto che i dati dicono che Jean Luc Melenchon, candidato della sinistra estrema ha raccolto al primo turno addirittura il 20% delle preferenze espresse dagli elettori islamici contro il ben più modesto 9% raccolto tra gli elettori francesi nella loro totalità: una differenza di 11 punti evidentemente non casuale.
E il voto operaio che da sempre andava a sinistra? Stavolta è finito a Marine Le Pen, dalla parte opposta dello schieramento e decisa avversaria dell’islamizzazione della Francia.
Evidentemente la piega immigrazionista e filoislamica della sinistra piace molto all’agiata alta borghesia e agli intellettuali parigini, ma dispiace e preoccupa la classe media e ancora più i lavoratori che sopravvivono sempre più a fatica nei quartieri dominati dai “nuovi francesi”.
I dati sono chiari: operai e impiegati francesi, al primo turno delle presidenziali, hanno dato a Marine Le Pen il 29% dei voti contro il 27% di Hollande, il 19% di Sarkozy e le briciole all’estrema sinistra.
Se fosse stato per il “proletariato” francese che una volta era colonna della sinistra, dunque, il presidente sarebbe stato Marine Le Pen e non il socialista Hollande.
Le cose cambiano e di molto se invece si legge il dato relativo al voto di operai e impiegati musulmani: Marine Le Pen crolla, Sarkozy raggiunge il 4%, l’estrema sinistra sale al 19% e Hollande balza dal 27% al 63%. I dati dimostrano dunque che il voto musulmano è e sarà sempre più determinante e che, guarda caso, si dirige quasi tutto verso quella sinistra che ha dimenticato le lotte per i diritti del “proletariato” europeo e ha abbracciato quelle degli imam che spesso e volentieri, dai diritti delle donne a quelli degli omosessuali, teorizzano cose ben diverse da quelle sempre enunciate dalla sinistra stessa. Evidentemente i voti contano più dei principi. D’altra parte non è una novità assoluta visto che pochi giorni fa l’ex ministro inglese Mandelson ha ammesso che l’immigrazione di massa in Gran Bretagna fu pianificata dalla sinistra di governo e che Andrew Neither, consigliere di Tony Blair aveva già confessato che questa rivoluzione demografica fu decisa per “infastidire la destra” ma doveva rimanere segreta per non perdere i voti della classi operaie inglesi che non avrebbero gradito. Il tutto dunque, in nome del popolo sovrano, alle spalle del popolo sovrano.
Il voto musulmano va a sinistra: le prove dalla Francia. | Max Ferrari
Questa è la graduatoria per l'assegnazione della case popolari a Milano! Immagine che si commenta da sola!
“CHI SIAMO NOI? LA MARA SALVATRUCHA! SIAMO LE BESTIE CHE AMMAZZANO QUEGLI ANIMALI. LA LOMBARDIA IN UN INFERNO STIAMO AVVOLGENDO. A MILANO COL MACHETE IN MANO”
Fabio Poletti per "La Stampa"
Nel filmato della polizia si vede bene. Dopo averlo buttato a terra in un pratone del Parco Nord lo riempiono di calci per quasi venti secondi. Quando si rialza, anche se dolorante sorride soddisfatto. Adesso anche lui è un «rey», un membro della pandilla dei «Mara Salvatrucha», gli «Ms13» che controllano la zona Nord di Milano a colpi di machete. Alle «reine», per essere arruolate nella gang sudamericana va pure peggio.
Devono sottostare a una violenza sessuale di gruppo, uno dei tanti riti di iniziazione di questa gang ora decimata dalla Squadra Mobile che ha effettuato venticinque arresti su ordine della magistratura di Milano. Sette di loro sono minorenni. Tutti sono di origine salvadoregna. A casa degli affiliati, da Milano a Brescia, dall'hinterland a Cremona, da Pavia a Novara, sono spuntati coltelli e machete ma pure libretti con il decalogo di comportamento e i codici segreti per rimanere sempre in contatto via Skype con la casa madre della pandilla in America Latina.
«Si tratta di un'organizzazione criminale che aveva come unica finalità quella di imporsi all'interno della comunità latino-americana», tira le fila dell'inchiesta durata tre anni il capo della Squadra Mobile Alessandro Giuliano. Il capo di imputazione è lungo così. Rapine e scippi a passanti sudamericani e non, aggressioni con machete, spedizioni punitive a coltellate.
E poi due tentati omicidi. Ai danni di un ragazzo ecuadoregno accoltellato nel gennaio di due anni fa mentre si trovava alla fermata Duomo della metropolitana insieme alla fidanzata. Analoga sorte per un giovane peruviano aggredito il mese dopo in via Pompeo Castelli, colpevole di avere insultato alcuni membri della banda. Partendo dai due episodi - grazie anche alla collaborazione attiva di alcuni giovani sudamericani contigui alla gang - gli investigatori sono riusciti a ricostruire le molteplici attività dell'organizzazione.
A casa del leader del gruppo, Gerardo Flores Soto, 26 anni, detto «Kamikaze» o «Ranflero», gli agenti hanno trovato anche un quaderno con i versamenti obbligatori che dovevano essere effettuati dagli adepti - anche 100 euro - per il sostentamento della banda che aveva una struttura rigidamente verticale. Con il «Kamikaze» al vertice, sostenuto dal «Toro» e da «Player» altri due membri finiti in carcere. Per comunicare tra di loro gli affiliati parlavano al telefonino adottando un codice che è stato intercettato e decriptato.
Il «Kamikaze» quando voleva dare il via libera all'azione segnalava che la «luce è verde». Per i collegamenti internazionali c'era invece Skype o la rete. Dove si trova pure l'inno della pandilla che esalta le attività della gang: «La Mara Salvatruche sta stupendo... Soldati di Perù ed Ecuador sta arruolando... La Lombardia in un inferno la stiamo avvolgendo... Siamo le bestie che ammazziamo tutti quegli animali... Machete in mano che stiamo andando a caccia...».
A completare il quadro con i loro confratelli sudamericani - come se non bastassero le iniziazioni, gli inni e i riti - anche le scritte e i tatuaggi. Le scritte a marcare il territorio nella Milano da conquistare dove sono decine le gang sudamericane. E poi i segni sulla pelle a identificare l'appartenenza al gruppo. Come la corona e la croce a marchiare per sempre i «rey» e le «reine» di questo angolo di Sudamerica trapiantato nella nebbia.
Le colpe della Bossi-Fini e quelle degli “accoglienti”.
Max Ferrari
Sono d’accordo con la Kyenge quando dice che la Bossi-Fini è responsabile delle tragedie del mare che coinvolgono i migranti. Sì sono d’accordo, ma per ragioni opposte alle sue.
La Bossi-Fini è responsabile non perché troppo dura, ma perché del tutto inapplicata e, anche se applicata, concepita male e subito trasformata in un colabrodo.
E’ la consapevolezza che non esiste una legge seria contro l’entrata clandestina a spingere migliaia di persone a tentare la traversata e non a caso tutti si riversano solo ed unicamente sull’Italia e non più su Spagna, Grecia e Francia. Sanno che là saranno respinti e non tentano neppure. Sarebbe così anche con l’Italia se al di là del mare si mandassero segnali chiari di chiusura.
Perché gli sbarchi sono ricominciati e si sono gonfiati come mai prima? Proprio perché da Roma sono partiti segnali di apertura, con ministri che vanno in TV a dire che l’entrata clandestina non è reato, che i clandestini debbono godere degli stessi diritti dei cittadini e via declamando. Messaggi opposti a quelli lanciati, per esempio, dall’Inghilterra che invece fa addirittura gli spot per spiegare che a Londra fa freddo e non c’è lavoro, quindi meglio starsene a casa propria. L’Italia no: la “ricca” Italia manda messaggi di apertura. Messaggi che via satellite e via internet rimbalzano immediatamente nel resto del mondo e accendono le speranze non solo di chi ha già deciso di lasciare il proprio paese, ma anche di chi magari non ci aveva mai pensato ma di fronte ad una prospettiva così allettante comincia a fantasticare , abbandonando i propri progetti locali e azzerando i risparmi di amici e parenti per permettere un viaggio assurdo che arricchirà le bande beduine e probabilmente finirà male.
Come resistere alle sirene d’oltremare e ai racconti sull’Europa e sull’Italia paese dei balocchi? Difficile. E infatti sulle barche non ci sono solo perseguitati profughi di guerra, ma spessissimo anche giovani nordafricani che partono all’avventura, non spinti dalla fame o dalla paura, ma attratti dalla calamita del Luna Park Italia, come certifica addirittura il Consiglio d’Europa che scrive che “a causa di sistemi di intercettazione e dissuasione inadeguati” il Belpaese si è trasformato in un magnete per l’immigrazione.
Onestamente dunque non si capisce come pensino la Kyenge e la sinistra di risolvere il problema eliminando anche il ricordo della già non applicata Bossi-Fini. A quel punto l’entrata libera moltiplicherà le partenze e arricchirà ancor di più i trafficanti di uomini, oppure, come suggerisce qualche illuminato a sinistra, si dovranno organizzare i traghetti ufficiali dall’Africa all’Italia. Bene: questo vorrà dire che mezza Africa si metterà in viaggio e a quel punto cosa si fa? Accogliamo tutti? Parliamo di decine di milioni di persone. Dove li mettiamo? Come li manteniamo? Domande stupide, lo so, ma fondamentali per la sopravvivenza di un paese già disastrato. La verità è che a un certo punto si cercherà di mettere un freno comunque, e probabilmente saranno gli stessi immigrati già arrivati a chiederlo, ma sarà troppo tardi. Si dice che l’Europa ci darà una mano. Più probabile invece che l’Europa li rispedisca tutti in Italia (come han già fatto tedeschi, francesi e austriaci) e, di fatto, chiuda le frontiere tra noi e il nord.
Aggiungerei un’altra considerazione: l’accoglienza di chi fugge da una guerra è sacrosanta, ma fa specie constatare che la sinistra “accogliente” è anche quella che ha spinto alla guerra contro Gheddafi e spinge all’appoggio dei ribelli siriani pericolosamente collusi con i terroristi islamisti. Un paese serio si sarebbe astenuto dal dare credito ai fanatici dell’opposizione siriana e avrebbe mandato truppe a presidiare la anarchiche coste libiche. Invece si fa tutto l’opposto. Risultato? Come ampiamente pronosticato la Libia si è trasformata in uno stato pirata gestita da bande criminali e trafficanti di uomini da scaricare in Italia e la Siria laica e pacifica è diventata un inferno da cui, i cristiani in primis, sono costretti a fuggire. Senza parlare del Corno d’Africa, Somalia ed Eritrea in primis, dove una politica di cooperazione seria ed onesta avrebbe contribuito a mantenere la gente a casa propria e sarebbe costata infinitamente meno che una fallimentare “gestione” di migliaia di profughi in Italia. Queste però sono considerazioni troppo razionali per un paese allo sbando.
Le colpe della Bossi-Fini e quelle degli ?accoglienti?. | Max Ferrari





Rispondi Citando








