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Discussione: La Voce di Trieste

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    Predefinito La Voce di Trieste

    Osservatorio sul porto di Trieste.

    Ignorare le cose che non ti interessano non è certo una colpa. Ma lo diventa se le devi conoscere per il tuo lavoro. E questo vale anche per i politici che vogliono governarci: prima di trattare argomenti giuridici che non conoscono, devono avere almeno la decenza di studiarli. E da fonti adeguate, non da articoli e titoli di giornale.

    È il caso della gran parte dei politici triestini e regionali che appoggiano per calcolo o convinzione la colossale speculazione edilizia ed immobiliare illecita sul Porto Franco Nord (cosiddetto Punto Franco vecchio) della città, concretata in una concessione perciò illegittima, nulla ed impraticabile dell’area per 70 anni ad una società apposita, la Portocittà s.r.l.

    Capitanata dal potente costruttore Maltauro, che viene da Vicenza. Come Paolo Possamai, l'attuale direttore del quotidiano monopolista locale Il Piccolo, col quale pubblicizza l'operazione sulla debole Trieste con entusiasmi da televendita mentre su Repubblica celebra i fasti finanziari della forte imprenditorìa vicentina guidata da Gianni Zonin e dalla Banca Popolare di Vicenza.


    Tra interessi privati e dell’industria veneta


    L'interesse privato di Maltauro ed associati a realizzare l'operazione è evidente ed in sé legittimo, anche se non lo sono la concessione, gli atti preparatori e quelli che ne conseguono. Ma i politici ed amministratori pubblici dovrebbero stare dalla parte della legalità e del bene – appunto – pubblico, mica di quello privato. Ed invece quasi tutta la già abbastanza mediocre ed imbelle classe politica locale sta ad appoggiare inspiegatamente questa speculazione così palesemente illecita e dannosa.

    Che consiste, in sostanza, nel togliere per sempre a Trieste metà del Porto Franco, e proprio la sua area più attrezzata, proprio nel momento in cui i porti franchi prosperano in tutto il resto del mondo, ed i traffici adriatici da e per la Mitteleuropa sino al Baltico possono ricominciare a crescere attraverso i loro porti naturali Trieste e Koper-Capodistria. E mentre la potenza industriale veneta di Vicenza,Verona, Padova e Venezia, tenta notoriamente di dirottarli sui suoi porti col favore del Ministero degli esteri. La concessione 70ennale a Maltauro e soci è stata inoltre rilasciata dall’ex presidente dell’Autorità Portuale di Venezia, Claudio Boniciolli, divenuto presidente di quella di Trieste.

    Pappagallismo politico e pressioni indebite

    Ed a fronte di tutto questo la maggioranza dei politici locali, invece di difendere strenuamente il Porto Franco minacciato, stanno ripetondo come pappagalli ammaestrati, la scemenza colossale che il Porto Franco possa e debba venire sospeso sull’area dal Prefetto e Commissario del Governo, e poi spostato col placet del Ministero degli esteri. Questa seconda fantasìa è di fatto impossibile, perché occorrerebbe un'area equivalente o migliore per spazi ed attrezzature, che a Trieste non non esiste. E la prima sta per finire travolta, come molti avranno ormai compreso, da un’azione penale coi controfiocchi sull’intera operazione speculativa.

    Ma intanto costoro premono, indebitamente ed anche pubblicamente insistenti, sul Prefetto Alessandro Giacchetti perché accetti di rinnovare e prolungare subito, con nuovi pretesti forniti da loro, la sospensione illegittima del Porto Franco. Quella già scaduta il 30 novembre, che lo avevano già incredibilmente spinto a concedere per la nota, apposita pseudo-biennale fallimentare di Sgarbi. Ed ostentano pure virtuosa meraviglia per il fatto che il funzionario, dopo aver ceduto inopinatamente quella prima volta, ora – stando alle cronache – temporeggia e tenta di scaricare il problema su Roma.

    Eppure le sue ragioni sono evidenti: il Prefetto sa bene di non averne mai avuti i poteri, come neppure il suo predecessore, prefetto Giovanni Balsamo – ora a Cagliari – che ha inaugurato queste erosioni illegali del Porto Franco Nord escludendone il Molo IV e parte dello Scalo Legnami, senza poi reintegrarli (assieme alla bretella stradale di Largo Santos) benché diffidato. Ed anche Giacchetti è stato diffidato a reintegrare doverosamente le vecchie e nuove aree violate (leggi qui) ma non l’ha ancora fatto. Sicché a questo punto sembra evidente che ad impedirglielo non sia la legge, ma qualcosa e qualcun altro.

    È in gioco il futuro del lavoro portuale di Trieste

    Quanto ai politici cittadini e regionali che si rendono strumento anche di queste pressioni pubbliche indebite sul Prefetto, appare ovvio che se alcuni di essi, o dei loro partiti, possono avere interessi propri nell’affare, tutti gli altri non sanno semplicemente di che cosa stanno parlando, e probabilmente se ne informano soltanto dalle propagande del quotidiano, riciclandosele poi tra loro come dottrina. Tanto che se si trattasse di inezie varrebbe la pena di lasciar affondare anche loro nel gorgo penale di questa storiaccia speculativa abnorme.

    Ma si stanno giocando, qui e adesso, i destini di lavoro portuale della città, che altrimenti continuerà a precipitare nella miseria dei più governata dal benessere indifferente di pochi, e per giunta inetti. Dobbiamo quindi tentar di spiegare almeno ai politici ignoranti in materia, ma di presumibile buona fede, perché il Prefetto e Commissario del Governo non ha e sa di non avere alcun potere di modificare il regime del Porto Franco di Trieste, su nessuna delle aree di Punto franco, e se lo fa incorre perciò in ovvi reati conseguenti.



    Il Prefetto e Commissario non ha poteri sul Porto Franco

    La tesi che egli abbia quei poteri deriva da mera confusione ignorante o strumentale tra due funzioni prefettizie dal nome simile ma del tutto diverse, una speciale l’altra ordinaria: il cessato Commissario Generale del Governo per il Territorio Libero di Trieste (Zona A, con la città, il porto ed i cinque comuni minori finitimi), e l'attuale Commissario del Governo per la Regione.

    Il Commissario Generale del Governo venne istituito nel 1954, per decreto del Presidente Einaudi, quale organo dell'amministrazione civile provvisoria italiana di Trieste che in forza del Memorandum di Londra sostituì (sino al 1977) il precedente il precedente Governo Militare Alleato. Era perciò dotato di poteri legislativi, che tra altro gli consentivano, in attuazione degli strumenti internazionali istitutivi del Porto Franco internazionale di Trieste (Allegato VIII al Trattato di Parigi del 1947) di aumentarne se necessario quantità e superfici delle aree di punto franco, ma non di ridurle.

    Il Commissario del Governo gli è invece subentrato dal 1963 con la costituzione della Regione Friuli Venezia Giulia, ed ha solo poteri amministrativi ordinari, che come tali non gli consentono affatto di modificare i provvedimenti legislativi del suo predecessore, come quelli sul Porto Franco, né di assumerne di propri che lo modifichino, in qualsiasi modo e misura. Non può cioè ampliarli, né tantomeno ridurli.

    Lo stabilisce la legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1, che approvando lo Statuto speciale della Regione Friuli-Venezia Giulia, dispone all'art. 70, primo comma, che i poteri di amministrazione del Commissario generale di Governo per il Territorio di Trieste siano esercitati dal Commissario del Governo presso la Regione, con esclusione di quelli spettanti al Prefetto e di quelli trasferiti alla Regione, e ciò sino a quando non sarà diversamente disposto con legge della Repubblica (il che non è mai avvenuto).

    Lo ha inoltre riconfermato al di là di ogni possibile dubbio la Corte Costituzionale già con sentenza n. 53 del 1964, rilevando che: «le norme contenute in quell'articolo [...] comportano il passaggio dei poteri amministrativi dal Commissario generale del Governo al Commissario del Governo per la Regione, al Prefetto e alla Regione nell'ambito della rispettiva competenza [...]. Ma comportano anche la cessazione dell'esercizio di ogni potere legislativo da parte del Commissario generale di Governo e del suo successore, il Commissario di Governo. [...] I residui poteri di amministrazione del Commissario generale [...] passano anch'essi a quest'ultimo [...]».


    Questo funzionario perciò meramente amministrativo non ha dunque i poteri legislativi necessari per modificare i Punti Franchi di Trieste ampliandoli, ed anche se per assurdo li avesse non potrebbe ridurli.

    Spiegata così, la cosa dovrebbe essere più che chiara anche ai nostri politici meno avvezzi alle questioni di diritto, ma rispettosi della legalità. Che a questo punto dovrebbero lasciare subito in pace il Prefetto, ed incominciare a dissociarsi dalla speculazione illecita, se vogliono almeno uscirne decentemente agli occhi sia degli elettori che della giustizia penale. E noi stiamo intanto a vedere chi e quanti saranno.

    Creata una situazione grave di pubblico pericolo

    I soli poteri di sospensone ed apertura temporanea del Porto Franco rimangono dunque quelli del Prefetto per situazioni d’emergenza e pericolo immediate, e soltanto per la loro durata. E dobbiamo naturalmente sperare che a Trieste nessuno si metta ad incendiare o minare edifici per fare spazio a speculazioni su aree vincolate, come accade altrove in Italia. Ma non si può dimenticare che in anni non lontani sono avvenuti anche qui in circostanze quantomeno dubbie un grande incendio dei silos ferroviari di servizio del Porto Franco Nord, poi ceduti per progetti speculativi privati, nonché incendi e crolli nell’ambito dei contestati progetti di recupero della Città Vecchia.

    E non si può soprattutto ignorare che adesso l’omissione inspiegata della chiusura doverosa dei varchi stradali illecitamente aperti su buona parte del Porto Franco Nord con l’ordinanza commissariale illegittima, scaduta dal 30 novembre, ha lasciato quella vasta area fuori vista completamente aperta, deserta, priva di vigilanza e separata dalle banchine e dai moli extradoganali solo con esili reti da cantiere, in alcuni punti addirittura aperte. Trasformandola così concretamente ed illecitamente in una “zona franca” accessibile giorno e di notte per ogni contrabbando e crimine possibile. E dove qualsiasi idiota può appiccare in qualunque momento incendi devastanti.

    Noi abbiamo perciò provveduto il 14 dicembre ad avvisarne il Questore, che ha immediatamente allertato la competente sezione di Polizia Marittima. Ed assieme alla Soprintendenza è sinora il solo organo dello Stato che abbia fatto il proprio dovere, e tempestivamente, in tutta questa vicenda.

    Ma la loro correttezza puntuale di servitori dello Stato e della legalità rende ancora più evidenti le scorrettezze ed inerzie degli altri organi pubblici locali, ponendo dunque interrogativi sempre più inquietanti. Che non è perciò doveroso solo pubblicare, ma anche inoltrare senza indugio alle Istituzioni dello Stato delegate alla ricerca di questo genere di risposte.

    E nessun politico o funzionario coinvolto venga poi a dire che non ne erano stati dati congrui preavvisi.



    Paolo G. Parovel

    Fonte: www.lavoceditrieste.info
    Ultima modifica di Radimiro; 30-12-11 alle 01:45

  2. #2
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    Gli scandali sul porto franco di Trieste.

    Il 31 dicembre il quotidiano monopolista locale Il Piccolo, sostenitore sfrenato della colossale speculazione edilizia ed immobiliare costiera illecita sul Porto Franco Nord (Punto Franco vecchio) di Trieste, ha affermato incidentalmente che era stata prorogata di un anno la sospensione del regime di porto franco sull'area, scaduta dal 30 novembre. Che nello stesso articolo il giornale ricordava notoriamente concessa (dal Prefetto e Commissario del Governo) con l'apposita mostra raffazzonata dal noto Vittorio Sgarbi «come cavallo di Troia» per consentire «di abbattere il muro del porto franco». Ovvero come strumento illegittimo di un'azione illecita.

    L'affermazione era dunque di straordinaria gravità, perché la sospensione era già stata contestata e denunciata illegittima, il Prefetto e Commissario non ha né può ottenere i poteri per decretarla (leggi qui) e ne era già stato perciò formalmente diffidato, e perché la frode speculativa così notoriamente favorita è condotta, a gravissimo danno del lavoro e del porto di Trieste, da una 'cupola' trasversale e tutta da indagare di privati, politici ed amministratori e funzionari pubblici coinvolti .

    La mattina stessa del 31 dicembre abbiamo perciò chiesto direttamente via mail al Prefetto e Commissario di sapere con urgenza se la notizia fosse infondata, oppure vera, cioè un'indiscrezione sfuggita su un decreto emesso malgrado le diffide e senza avvisarne la stampa pur essendo atto di primario interesse pubblico del quale chiedevamo copia immediata.

    Il Prefetto ha potuto esaminare la nostra richiesta il 2 settembre, ma il mattino dopo, 3 gennaio, la risposta è arrivata curiosamente, invece che da lui, dal quotidiano propagandista della speculazione, con una pagina intera a confermare che il decreto esisterebbe e sarebbe addirittura già stato notificato alla richiedente Portocittà s.r.l., la titolare della concessione sull'area per 70 anni contestata illegittima.

    Per le analisi ed azioni difensive conseguenti noi attendiamo ancora la doverosa risposta ufficiale del Prefetto e Commissario, e di poter esaminare la copia dell'atto. Ma se le cose stanno come afferma da parte interessata Il Piccolo, sembra evidente che la 'cupola' trasversale dei beneficiari e sostenitori della tentata speculazione illecita sia riuscita di nuovo a strumentalizzare persino il rappresentante istituzionale dello Stato e del Governo a Trieste.

    Esibendosi dunque in un'ennesima, ostentata sfida temeraria alla legalità per imporre una speculazione privata fraudolenta da 1,5 miliardi di euro a danno di risorse produttive primarie della città e dello Stato. E per di più con metodi e livelli di copertura politica, istituzionale e mediatica, e di impunità, che non ci risultano avere precedenti a Trieste e forse nemmeno nelle città e regioni italiane in ostaggio alle mafie.

    Fingendo inoltre di ignorare che le nostre indagini giornalistiche hanno già dimostrato pubblicamente la frode, con quasi due anni di campagne stampa prima in edicola e poi in rete, dove tutti possono leggerle e valutarle. E la proroga prefettizia indebita annunciata dal Piccolo è davvero la goccia che fa traboccare il vaso.

    Ora passeremo dunque alla rigorosa e documentata iniziativa penale già predisposta sui fatti, e le Autorità Giudiziarie competenti potranno stabilire se ed in quale misura nell'agire individuale ed associativo anomalo dei tanti soggetti coinvolti in questa ricca frode speculativa costiera vi sia dolo perseguibile, o sola colpa, o mera avventatezza ed insipienza.

    Al nostro livello giornalistico i fatti comunque rimangono, e fanno ritenere che costoro pensino di poter ancora forzare impuniti la legalità rimanendo nella sfera amministrativa senza implicazioni penali ed erariali, abusando delle posizioni di potere politiche ed economiche che detengono, e continuando a trattare noi cittadini come fossimo sudditi, e pure scemi.

    Riescono cioè a commettere, oltre ad una serie straordinaria di illeciti, anche tre errori madornali in un'unica azione. Complimenti.

    Paolo G. Parovel
    Fonte: www.lavoceditrieste.info
    Ultima modifica di Radimiro; 05-01-12 alle 20:21

  3. #3
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    Post Rif: La Voce di Trieste

    Sospensione illegittima di regime del porto franco di Trieste.

    Nello scandalo della tentata speculazione edilizia ed immobiliare privata illecita da 1,5 miliardi di euro per impadronirsi del Porto Franco Nord (Punto Franco vecchio) di Trieste, che è un bene produttivo primario e vincolato dello Stato e della collettività, abbiamo sbagliato sinora soltanto una cosa: pensare di aver visto ormai compiere alle autorità locali, nonostante diffide e denunce. tutte le illegittimità possibili in violazione associativa, tra loro e con privati, della legalità. Censure incluse.
    Siamo infatti di fronte ad un profilo di frode senza precedenti allo Stato ed alla collettività, che consiste in una catena annosa di atti amministrativi illegittimi accompagnati da pesanti pressioni politico-speculative e da campagne stampa ingannevoli (in particolare attraverso il quotidiano monopolista locale Il Piccolo). E ne sono perfettamente documentati sia i fatti che lo schema operativo.


    L'area è stata prima svuotata di parte delle attività portuali ed urbanizzata con atti amministrativi illegittimi in violazione del vincolo di destinazione esclusiva, e tuttora operativa, al Porto Franco internazionale; su questa base invalida è stata poi illegittimamente data in concessione per 70 anni ad una società apposita di costruttori; con tale titolo fittizio i concessionari e le autorità fiancheggiatrici hanno quindi forzato illecitamente la cinta doganale di Punto Franco col pretesto di un'apposita mostra del noto Vittorio Sgarbi; a lavori già iniziati hanno ottenuto un decreto illegittimo del Prefetto e Commissario del Governo che ha sospeso temporaneamente il regime di Porto Franco, benché egli non ne abbia i poteri (leggi qui) e non sia atto consentito; scaduta la sospensione costoro hanno concordemente omesso, malgrado diffide, di ripristinare doverosamente la cinta doganale; dopodiché, a nuova violazione compiuta, hanno chiesto con nuovi pretesti culturali ed ottenuto dal Prefetto un nuovo decreto illegittimo di sospensione temporanea.

    Il nuovo decreto è stato inoltre tenuto signifcativamente sotto silenzio stampa, finché il Piccolo si è lasciato scappare marginalmente la notizia e noi abbiamo chiesto immediate conferme ufficiali al Prefetto, ribadendogli che si tratta di atti illegittimi. E ci ha invece risposto indirettamente il quotidiano, dedicando una pagina intera a confermare la notizia ed intervistare trionfalmente il concessionario Portocittà s.r.l. Abbiamo quindi reinterpellato immediatamente il Prefetto e Commissario, ribadendo la richiesta di copia dell'atto per poterlo esaminare.

    Il Prefetto ci ha infine risposto, come Commissario del governo, appena il 5 gennaio con data del 4, (si veda qui il documento) confermando di avere disposto già con decreto del 21 dicembre «la sospensione del regime di punto franco nelle aree indicate nella planimetria allegata all'istanza della richiedente Società Portocittà S.r.1., fino al 31 dicembre 2012», e ciò dopo avere acquisito «i pareri previsti, da parte degli enti competenti», tutti favorevoli.

    Ma queste sue affermazioni accentuano semmai il problema fondamentale che in realtà né lui né quegli enti hanno poteri né competenza in materia di sospensione del regime di Punto Franco internazionale nel porto di Trieste. Ed un atto illegittimo assunto senza poteri non può essere legittimato da enti che non vi hanno competenza. Il nuovo decreto sembra dunque una ripetizione dello schema costruttivo dell'intera operazione contestata: un intreccio di atti amministrativi illegittimi e nulli che si sostengono apparentemente l'uno con l'altro per consentire la speculazione privata illecita.

    A questo punto non resta dunque che esaminare il decreto per azionare le opportune difese della legalità informandone come giornale, giornalisti e cittadini sia l'opinione pubblica che le Autorità centrali competenti ad intervenire su comportamenti fuorilegge di quelle locali. E la prima cosa da verificare è se il Prefetto e Commissario abbia precisato o meno nell'atto a quale titolo di legge ritiene di poter decretare la sospensione del regime di Punto Franco.

    Mentre tra le prime difese rientrerà il formalizzare allo stesso Prefetto e Commissario la contestazione di palese nullità, ed immediata revocabilità ed annullabilità d'ufficio del decreto ai sensi della legge n. 241/1990 recente i principi generali dell'attività amministrativa (v. artt. 21 septies, n. 1; 21 octies n. 1; 21 novies, n.1; art. 21 quinquies, n. 1).

    Ma il Prefetto sembra voler anche ostacolare queste difese, perché nella stessa risposta ci nega copia del decreto, che è atto pubblico, sostenendo che la legge 241/90 sull'attività amministrativa, agli art. 22 e seguenti, condiziona l'accesso ai documenti amministrativi alla «sussistenza, in capo al richiedente, di un interesse diretto, concreto ed attuale all'acquisizione dell'atto, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è chiesto l'accesso», e che dalla nostra richiesta «non emerge la sussistenza di un tale interesse». Ed è un diniego che assume evidente valore di un tentativo di censura stampa indiretta.

    Il nostro interesse legittimo è infatti palese e provato. Lo stesso art. 22 definisce infatti con assoluta chiarezza quali legittimi interessati «tutti i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi pubblici o diffusi, che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale é chiesto l’accesso».

    E la richiesta della Voce è stata presentata da me espressamente quale giornalista investigativo e direttore del giornale: ruolo ed organo d'informazione che come tali sono portatori per definizione di interessi pubblici e diffusi. Mentre la sospensione contestata del regime di Punto Franco e l'intera, connessa frode su un bene produttivo pubblico internazionalmente vincolato sono, anch'essi per definizione, d'evidente interesse diretto, concreto, attuale e corrispondente a situazione giuridicamente tutelata e pertinente, non solo della stampa, ma di ogni cittadino (oltre che di ogni utente nazionale ed estero del Porto Franco di Trieste).

    A questo punto sarà dunque necessario integrare le difese dell'interesse pubblico e dell'informazione anche chiedendo al Ministero dell'interno accertamenti specifici su due quesiti principali: come e perché un Prefetto e Commissario del governo possa avere emanato i due decreti di sospensione del regime di Punto Franco internazionale senza averne i poteri ed in accoglimento delle richieste di soggetti pubblici e privati che non vi hanno titolo, e come possa pretendere di rifiutarne copia alla stampa.

    Certo è che tutta questa vicenda di illegalità clamorosa va rivelando, con altre, un quadro di gestione delle amministrazioni locali e dell'informazione 'di sistema' che è sempre più inquietante. E conferma quanto siano indispensabili per Trieste le attività indipendenti d'inchiesta e denuncia stampa della Voce.

    Che proprio per questo motivo sarà tra breve, oltre che ogni giorno in rete, anche in edicola con un'edizione quindicinale a stampa.

    Paolo G. Parovel

    Fonte: La Voce di Trieste, la nuova informazione indipendente

  4. #4
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    Predefinito Re: Rif: La Voce di Trieste

    Ogni quindici giorni la Voce di Trieste è in edicola nella succitata provincia. Ai primi di settembre esce un nuovo numero, dopo le vacanze. Offre un'informazione alternativa !

  5. #5
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    Predefinito Re: Rif: La Voce di Trieste

    ho sempre denunciato un tentativo di fagocitare la giulia da parte del centrismo veneto.
    Se c'è una città portuale che va privilegiata nel triveneto con i leghisti al governo, quella è venezia.
    se c'è una città industriale che va privilegiata nel triveneto con i leghisti al governo, quella è padova
    tutte le altre si schiacciano.

  6. #6
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    Predefinito Re: Rif: La Voce di Trieste

    La Voce indaga da tempo sulla pretesa della multinazionale Gas Natural di imporre alla città ed al porto di Trieste un rigassificatore inammissibilmente pericoloso e dannoso, e sulla sua insistenza nel tentar di forzare la contrarietà della popolazione e degli enti locali con inganni tecnici e pubblicitari associati a complicità politico-amministrative ed istituzionali.
    E quest’insistere della multinazionale spagnola aveva già fatto emergere un’evidenza investigativa ed una direzione di accertamento che spostano il caso dall’indagine giornalistica a quella giudiziaria.
    L’evidenza investigativa è che quell’insistenza ha costi elevati giustificabili soltanto nell’ipotesi che il progetto conti su appoggi riservati di ‘padrini’ abbastanza potenti da organizzare la prevaricazione delle resistenze locali legittime con operazioni politico-amministrative fraudolente a livello superiore. E gli accertamenti sono quelli di verifica dell’ipotesi a partire da una loro prima azione illecita.
    L’azione illecita si è concretata dal 22 novembre, in abuso d’ufficio e falso in atto pubblico pluriaggravati, nella riunione della Conferenza di Servizi, cioè di amministrazioni pubbliche locali, che doveva decidere sul rilascio o no dell’Autorizzazione Integrata Ambientale – A.I.A. alla costruzione del rigassificatore.
    Ma per comprendere l’accaduto e reagire con tempestività ed efficacia occorre farne chiarezza immediata rispetto alle informazioni ancora confuse ed incomplete di altri media e della politica locale.
    Un illecito abnorme e senza precedenti
    L’A.I.A. è l’atto amministrativo che sbloccherebbe senza necessità di altri accertamenti tecnici la realizzazione dell’impianto preteso da Gas Natural. E le amministrazioni locali che devono decidere nell’apposita Conferenza di Servizi sono tre: la Regione Friuli Venezia Giulia, notoriamente favorevole ed il Comune e la Provincia di Trieste, notoriamente contrari, con la partecipazione consultiva dell’Azienda Sanitaria.
    Nella riunione decisoria l’Amministrazione Regionale si era fatta rappresentare da due funzionari e si è confermata favorevole. Mentre il Comune e la Provincia di Trieste, rappresentati da un assessore comunale ed un funzionario provinciale, si sono confermati contrari, e l’Azienda Sanitaria ha espresso riserve appunto sanitarie ed ambientali. La deliberazione era dunque negativa, con due voti contrari, uno solo favorevole e quelle riserve da approfondire.
    Ma a questo punto i rappresentanti della Regione hanno dichiarato che i motivi delle opposizioni di Comune e Provincia erano “inconferenti” alla materia in deliberazione, ed hanno verbalizzato che per questo motivo la decisione si considerava favorevole ed assunta all’unanimità. Hanno cioè trasformato arbitrariamente, in abuso d’ufficio e con falso in atto pubblico, i voti contrari del Comune e della Provincia in voti favorevoli.
    Ed i rappresentanti del Comune e della Provincia non hanno reagito all’istante per impedire doverosamente che si compisse l’illecito palese e gravissimo, a costo di chiamare i Carabinieri, ma sono rimasti a subirlo. Lanciando poi l’allarme a riunione conclusa e fatto compiuto.
    Col risultato che ora ufficialmente il progetto del rigassificatore di Gas Natural risulta autorizzato da tutti e tre gli enti locali, e l’Amministrazione regionale potrebbe rilasciare subito l’A.I.A. sbloccando l’approvazione governativa finale dell’impianto.
    E questo sulla base di un atto deliberativo falsificato a questo a scopo dalla Regione stessa. Che dovrebbe invece revocarlo immediatamente, rimanendo perseguibili sia i funzionari responsabili, sia la catena di comando che abbia dato loro disposizioni di compiere un falso così palese ed abnorme da non poter essere loro iniziativa personale.
    Coinvolgimenti ad alto livello
    Ma l’ azione appare preordinata ad ancor più alto livello, poiché ci risulta essere stata utilizzata già il giorno dopo, 24 novembre, da rappresentanti italiani presso la Commissione europea che hanno chiesto di inserire subito il rigassificatore tra gli obiettivi prioritari del Piano energetico comunitario. Cioè tra le opere che i Paesi membri sono obbligati a realizzare nonostante le opposizioni locali.
    E ne abbiamo potuta avere informazione tempestiva soltanto perché se ne sono accorti ed allarmati i rappresentanti della Slovenia, quale Paese confinante contrario all’impianto. Che sembra venga contemporaneamente sottoposta anch’essa a pressioni anomale per indurla a desistere.
    La denuncia della Voce
    A questo punto dunque la Voce chiede formalmente all’Autorità Giudiziaria locale e nazionale italiana di avviare sul tutto indagini penali immediate, a partire dalla falsa delibera di approvazione unanime dell’A.I.A., e di approfondire sin d’ora due filoni d’indagine particolari tenendo conto di due gravi motivi d’allarme sociale convergenti.
    Il primo filone d’indagine è l’accertamento della veridicità e coerenza dei pareri asseritamente tecnici con cui l’Amministrazione regionale giustifica il proprio appoggio al progetto di Gas Natural nonostante il parere contrario tecnicamente motivato dell’Autorità Portuale, oltre che dell’apposito Tavolo Tecnico Rigassificatori Trieste.
    Il secondo è l’accertamento dei motivi per cui sia tutti i politici locali e nazionali coinvolti, sia i comandi militari e di intelligence italiani continuano ad eludere il fatto decisivo – pubblicizzato dalla Voce – che quest’impianto di rigassificazione ed il traffico di navi gasiere trasformerebbero Trieste ed il suo porto in obiettivo terroristico primario facile e militarmente indifendibile. Ed è pertanto inaccettabile a livello di sicurezza europea e NATO.
    I gravi motivi d’allarme sociale convergenti sono invece le debolezze ed inaffidabilità notorie della classe politico-amministrativa italiana, e le prassi operative già contestate a Gas Natural in altri Paesi, regioni e località che hanno classi politico-amministrative deboli ed inaffidabili.
    La condanna internazionale del TTP
    Le informazioni su quest’ultimo punto sono contenute nella sentenza di condanna etica – di cui la Voce ha già scritto – irrogata a Gas Natural dal TPP-Tribunale Permanente dei Popoli, organo internazionale formato da giuristi ed intellettuali, nella sessione di Madrid del maggio 2010 a conclusione di una lunga ed accurata indagine su violazioni dei diritti umani commesse nell’America Latina per interessi delle multinazionali e corruzioni politico-finanziarie interne ed estere.
    La sentenza del TPP denuncia infatti pesantissime conseguenze anche di attività di Union Fenosa-Gas Natural in Guatemala, Colombia, Nicaragua e Messico, nell’esercizio di posizioni dominanti nella privatizzazione di servizi pubblici essenziali ottenute attraverso relazioni privilegiate con i governi di quei Paesi e complicità sia del Governo spagnolo che del sistema bancario multilaterale.
    In Colombia il TPP le attribuisce in particolare legami con formazioni paramilitari e corresponsabilità in morti per folgorazione da degrado delle infrastrutture elettriche; in Messico l’attuazione rovinosa di interventi industriali non sostenibili; in Nicaragua gravi disservizi che generano disordini economici e sociali; in Guatemala, infine, l’erogazione monopolistica di servizi scadenti a prezzi insostenibili, che avrebbero causato sollevazioni ed assassinii di leader della protesta popolare.
    Mentre in Italia cresce il rischio che tendenze analoghe di multinazionali discusse si possano imporre sul Paese approfittando della sua drammatica crisi etica, politica ed economica.

    Fonte: La Voce di Trieste | Settimanale indipendente per Trieste ed il suo spazio europeo

 

 

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