

"Tante aurore devono ancora splendere" (Ṛgveda)


LA CIVETTA E IL GUFO
* La civetta, uccello notturno in rapporto con la luna, non può sopportare la luce del sole e si oppone in questo all'aquila, che invece lo fissa a occhi spalancati. Guénon ha notato che in questo si può individuare il simbolo della conoscenza razionale, percezione della luce riflessa (lunare) opposta alla conoscenza intuitiva, percezione della luce diretta (solare). Forse per questo motivo la civetta è tradizionalmente un attributo degli indovini, simboleggiando quella chiaroveggenza che essi esplicano non direttamente, bensì attraverso l'interpretazione dei vari segni che si offrono alla loro attenzione. Nella mitologia greca la civetta è rappresentata da Ascalafo, figlio di Acheronte e della ninfa dell'oscurità: essa vede Persefone assaggiare un frutto infernale (un chicco di melagrana) e la denuncia, togliendole così ogni speranza di risalire definitivamente alla luce. La civetta, uccello di Atena, rappresenta la riflessione che domina le tenebre.
Presso gli Aztechi, essa è, con il ragno, il simbolo del dio degli inferi. In diversi codici è rappresentata come «la guardiana della casa oscura della terra» e, associata alle forze ctonie, è anche una metamorfosi della notte, della pioggia, delle tempeste. Questo simbolismo la fa talvolta associare alla morte e alle forze dell'inconscio lunare-terreno che comandano le acque, la vegetazione e la crescita in generale. Nel materiale funerario delle tombe pre-incaiche Chimu (Perù), si incontra spesso la rappresentazione di un coltello sacrificale a forma di mezzaluna, sormontato dall'immagine di una divinità in parte umana e in parte animale a forma di uccello notturno, civetta o gufo. Questo simbolo, manifestamente legato all'idea della morte o del sacrificio, è spesso ornato con collane di perle e di conchiglie marine, il petto è dipinto di rosso e la divinità così rappresentata è spesso affiancata da due cani, di cui ben si conosce il significato di psico-pompo. Questo gufo, o civetta, ha spesso un coltello sacrificale in una rnano, e nell'altra, il vaso destinato a raccogliere il sangue della vittima.
* Poiché sfugge la luce del giorno, il gufo è simbolo di tristezza, oscurità, ritiro solitario e malinconico; la mitologia greca lo considera il rappresentante di Atropo, la Parca che taglia il filo del destino; in Egitto esprime il freddo, la notte, la morte. Nell'antica Cina il gufo aveva un ruolo importante: era un animale terribile che si riteneva divorasse sua madre. Era il simbolo dello yang e anche dell'eccesso di yang per cui provocava la siccità. E i bambini nati il giorno del gufo (solstizio) erano di carattere violento. Il brodo di gufo, distribuito ai vassalli durante il solstizio era un rito di prova, di purificazione o di comunione? Forse tutte queste cose insieme. Comunque sia, il gufo era sempre considerato un animale feroce e nefasto.
Per gli Indiani della Prateria, il gufo ha invece il potere di aiutare e proteggere durante la notte, da qui l'impiego di piume di gufo in alcune cerimonie rituali. Durante i riti iniziatici della Società Midewiwin, presso gli Algonchini, nella loggia cerimoniale figura appollaiato un uomo-gufo che indica la via della Terra del Sole Calante, regno dei morti. Il gufo svolgerebbe qui il ruolo di psicopompo, di guida delle anime. Può anche essere considerato messaggero di morte e di conseguenza malefico: «Quando il gufo canta, l'Indiano muore. Lo stregone Chorti, quando incarna le forze maligne, ha il potere di trasformarsi in gufo» (G. Raphael, Lo popole Vuh, histoire culturelle des Maya Quiché, Parigi 1954).
Dal Dizionario dei simboli, Jean Chevalier e Alain Gheerbrant (BUR)


IL RAGNO
Il ragno, come manifestazione lunare, dedito alla tessitura e alla filatura, artigiano del tessuto del mondo, è signore del destino. Esso lo tesse e lo conosce, il che ne spiega la funzione divinatrice universalmente riconosciuta: il ragno detiene i segreti del passato e del futuro. Il ragno migale in Africa è il simbolo del potere divinatorio. Per le popolazioni del Camerun per esempio, ha ricevuto dal cielo il privilegio di decifrare l'avvenire. Nel bestiario dell'arte Bamum, il Ngaame (un altro dei suoi nomi) contende il primo posto al serpente reale. Il suo significato è universale e complesso. Legato al destino dell'uomo, al dramma della sua vita terrestre, la divinazione tramite il Ngaame ha creato una tecnica di decifrazione dei segni che consiste nel porre sull'orifizio del foro dove abita il ragno delle spie che l'animale fa oscillare, la notte, trasformandoli in messaggi. Attraverso di essi, l'indovino cerca la guarigione, la protezione contro il nemico, la gioia di vivere. [1]
La mantica attraverso il ragno è abitualmente praticata nell'antico impero degli Incas del Perù. L'indovino scopre un vaso nel quale è conservato il ragno divinatorio e se nessuna delle zampe è piegata se ne trae un cattivo auspicio. [2]
Qualche volta il ragno è un simbolo dell'anima o un animale psicopompo. Presso i popoli altaici dell'Asia centrale o della Siberia, soprattutto, rappresenta l'anima liberata dal corpo. Presso i Muisca della Colombia, non è l'anima ma il nocchiero che, su una imbarcazione fatta di ragnatele, trasporta attraverso il fiume l'anima dei morti che scendono agli Inferi. Presso gli Aztechi, diventa il simbolo stesso del dio degli Inferi. Presso le popolazioni montanare del Vietnam il ragno è una forma dell'anima sfuggita dal corpo durante il sonno: uccidere il ragno significa rischiare di provocare la morte del corpo addormentato.
Il ragno rappresenta anche un livello superiore di iniziazione. Presso i Bambara, per esempio, designa una classe di iniziati che hanno conseguito l'interiorità, la potenza realizzatrice dell'uomo intuitivo e meditativo. Altre analisi vedono nel ragno il simbolo di realizzazioni o tendenze psichiche: il ragno minaccioso al centro della tela è del resto un simbolo eccellente dell'introversione e del narcisismo, dell'assorbimento dell'essere da parte del suo stesso centro (Baudoin).
Nella tradizione dell'Islam, il ragno è un simbolo qualche volta favorevole e talaltra nefasto. Un ragno salvò la vita del Profeta tessendo la tela attraverso l'apertura della caverna nella quale si era rifugiato per sfuggire ai suoi nemici, il che fece credere loro che nessuno avesse potuto penetrarvi da lungo tempo. Si trattava di un ragno bianco, e non bisogna uccidere ragni di quel colore. I ragni neri, invece, devono essere distrutti perché sono nocivi. Un ragno velenoso più piccolo della tarantola, chiamato buseha in arabo, produce una puntura che viene paragonata al malocchio. Di certe persone si dice che il loro sguardo nefasto colpisce come un buseha.
Il Corano nella Sura del ragno dice che coloro che si sottopongono a padroni diversi da Dio hanno per simbolo il ragno perché la casa del ragno è la più fragile delle case. Il ragno rappresenta la tessitura e rievoca la fragilità di ogni opera terrestre e la sua dipendenza dal Tessitore.
NOTE
[1] Mveng E., L'art de l'Afrique noire, Parigi 1964 (pag. 59)
[2] Rowe, Inca Culture, in Handbook of South American Indians, vol. II, Washington 1946
Dal Dizionario dei simboli, Jean Chevalier e Alain Gheerbrant (BUR)


Nelle tradizioni di magia e stregoneria il rospo ha un ruolo preciso. Quando sta sulla spalla sinistra di una strega, è una delle forme del demonio, come del resto fanno sospettare le due minuscole corna che ha sulla fronte. «Le streghe ne avevano una grande cura, battezzavano i rospi, li vestivano di velluto nero, mettevano loro dei campanellini alle zampe e li facevano ballare. La pietra che si diceva esistere nella testa dei rospi era un talismano prezioso per ottenere la felicità sulla terra» (Grillot de Givry, Le musèe des sorciers, mages et alchimistes).