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Discussione: Dove va il PDL?

  1. #1
    Conservatorismo e Libertà
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    Predefinito Dove va il PDL?

    "You Cut": dall'Occidentale un'iniziativa per far ripartire la politica (e dare qualche idea al Pdl)

    di Giancarlo Loquenzi


    Davanti alle misure di liberalizzazione proposte dal governo Monti, il Pdl (assumendo che esista qualcosa con questo nome per comodità di argomentazione) si trova in particolare difficoltà. E non è guardando in casa del Pd, dove pure i problemi non mancano, che se ne può trarre qualche consolazione.

    Quale che sia la portata reale del pacchetto liberalizzazioni (e su questo i dubbi da un punto di vista liberale sono molti) il partito di Angelino Alfano fa fatica a far sentire la sua voce: non è convincente quando dice – come pure sarebbe lecito – “si poteva fare di più”, perché è troppo facile rispondere: “perché non l’avete fatto voi?”. E anche l’ironia dei giornali di centro-destra sul “decreto fantasma” perché scomparso per 24 ore nel tragitto tra palazzo Chigi e il Quirinale, si infrange sul ricordo del “pacchetto sviluppo” rimasto fantasma per più di un anno e poi sepolto per sempre con le dimissioni del governo Berlusconi.

    Ma anche le posizioni più scettiche, quelle per intenderci di Fabrizio Cicchitto e altri, che parlano di liberalizzazioni punitive (ma è inevitabile che tutte lo siano almeno un po’), che sembrano inclini a dar ragione alle resistenze di farmacisti, tassisti, autotrasportatori, notai e quanto’altro, non arrivano fino e fondo e non prendono forma politica, strette come sono tra la tentazione di accontentare corporazioni ritenute un plausibile bacino elettorale per il centro destra e i sondaggi che testimoniano invece un generale gradimento dei cittadini verso le misure del governo. Senza contare che da un centro-destra, liberale e conservatore, degno di questo nome ci si aspetterebbe per default un sostegno alla riduzione del peso dello Stato nell’economia e un aumento della concorrenza.
    Così al Pdl restano poche cose da dire e tutte senza grande convinzione e senza alcun coordinamento, spesso affidate alla sensibilità dei singoli esponenti e alla loro capacità di accesso mediatico. L’ultima dichiarazione del segretario, Angelino Alfano che si ricordi è di qualche giorno fa e recitava sibillinamente: “la durata del governo Monti dipende dai suoi risultati”. Un po’ poco.

    Eppure il terreno di scontro di questa fase politica potrebbe essere ideale per il centro-destra se questo recuperasse un po’ di baldanza e non si facesse troppo intimidire dalle recriminazioni. E’ vero che il governo Berlusconi ha molte inadempienze e promesse non mantenute da farsi perdonare, ma questo non può inibire la sua azione futura e d’altronde quale governo democratico al mondo può vantare l’en plein nella realizzazione del proprio programma? Bastava sentire il discorso sullo Stato dell’Unione di Barack Obama per capire che anche sulle promesse mancate si può costruire un progetto di riscossa.

    In fondo il tema delle liberalizzazioni, della lotta alle rendite di posizione, ai privilegi, alla burocrazia; l’impresa di inoculare maggiore concorrenza nel sistema produttivo e di ridurre proporzionalmente il peso della mano pubblica in economia; la semplificazione fiscale, l’idea che le tasse possono essere una cosa necessaria (entro certi limiti) ma non certo “bellissima” come pensava Padoa Schioppa; la convinzione – che andrebbe oggi più che mai rivendicata contro il mantra della sobrietà – che la ricerca del profitto e dell’arricchimento personale sono motori essenziali per la crescita e per il benessere generale di un paese, sono tutti elementi del patrimonio ideale e programmatico del Pdl, molto più di quanto lo siano del Pd e dell’Udc.

    Non c’è molto tempo da perdere se si vuole che il ritorno in scena della politica veda il Pdl giocare una partita da protagonista piuttosto che da comprimario, e le opportunità per riuscirci non mancano. Qui l’Occidentale ne propone una: una battaglia seria, argomentata e a lunga gittata per la riduzione della spesa pubblica. E’ un’iniziativa che abbiamo chiamato “You Cut”, sulla falsa riga dell’iniziativa presa dal leader della maggioranza repubblicana al Congresso americano Eric Cantor. E’ indirizzata in primo luogo a chi ci legge, perché vorremmo che anche i cittadini si prendessero la responsabilità di dire dove è più giusto tagliare la spesa pubblica e quindi a indicare a quali servizi, sussidi, garanzie, ecc.. sono disposti a rinunciare. Ma si rivolge anche ai legislatori e in particolare al Pdl, perché prenda il meglio delle proposte che usciranno da questo laboratorio e ne faccia materia di iniziativa legislativa o comunque le inserisca nel circuito della propria riflessione politica.

    L’idea di fondo è che il perseguimento di per se sano e anche legittimo del pareggio di bilancio si trasforma in una follia suicida in presenza di una spesa pubblica in continua crescita e di un Pil in recessione; vuol dire in sostanza finanziare il pareggio con una pressione fiscale in progressione geometrica fino al totale strangolamento del paese. Pareggiare sprechi e mancata crescita a forza di tasse è esattamente quello che porterà l’Italia verso quel fallimento che si dice di voler evitare. Allora bisogna cominciare a tagliare; lo Stato deve spendere meno o almeno interrompere la crescita inerziale della sua spesa pubblica che procede ininterrotta da decenni. Non è una cosa facile. La prima e più diffusa reazione è quella che dice: tagliare gli sprechi? Sacrosanto, ma quali sono gli sprechi, dove si annidano? Questo è il primo problema. Nessun governo ha mai affrontato seriamente la questione di una “spending review” che mostri in dettaglio dove incidere col bisturi salvando le parti sane della spesa. Così per anni si è andati avanti con i “tagli lineari” tremontiani, gli unici possibili nelle condizioni date. Il secondo problema è che anche quando si individuano con una certa accuratezza i settori da tagliare nessuno ci sta a riconoscersi come tale: scattano quindi le controffensive lobbistiche, si muovono i sindacati, si raccolgono le firme dei cittadini, si occupano le strade, si fa la fila dal presidente della Repubblica che alla fine una parolina di incoraggiamento non la nega a nessuno. Così in genere si fa marcia in dietro si lascia tutto com’è.

    Provate a dire che un certo aeroporto è uno spreco di danaro pubblico, o che quel particolare ospedale non serve e butta soldi, o che quella determinata sede giudiziaria potrebbe essere chiusa senza danno e con grande risparmio, o quella sede locale della Banca d’Italia, o quell’Università, o quell’ente, o quel teatro lirico, o quel finanziamento al cinema. Avrete gli artisti sui tetti, i professori in piedi sui banchi, i magistrati in sciopero, i registi al Quirinale, i cantanti lirici al Tg3. Avrete la sinistra, i suoi giornali, i suoi massimi esponenti che vi diranno che la cultura non si tocca, che la ricerca è essenziale, che l’Università è sacra, che i diritti acquisiti, che, che…

    La verità è che era tutto vero (anche se non sempre) ma che oggi non lo è più: davanti al rischio di un default alla greca niente in teoria è più intoccabile e ogni cosa che si vuole salvare è un lusso che possiamo permetterci solo a spese di qualcos’altro. Per queste scelte però un governo tecnico è l’ultima cosa che serve, qui entra invece in gioco la politica e nella sua più alta e basilare espressione: la responsabilità di gestire risorse limitate salvaguardando l’interesse generale e rispondendo di quelli particolari che vengono sacrificati.

    Per questo ci sentiamo di proporre a quel po’ di politica che ancora si vede nel campo liberale e conservatore di avanzare idee e progetti in questa direzione, ma anche di chiamare in causa chi ci legge per indirizzare le proposte e le scelte che dovranno essere prese. Collegatevi a You Cut, cliccando il banner accanto alla testata e scrivete un vostro articolo (non un semplice commento), il più argomentato possibile, meglio se con dati e cifre alla mano e noi, oltre a pubblicarlo, lo faremo confluire in un dossier da consegnare ai gruppi parlamentari del Pdl in vista di una auspicabile iniziativa legislativa. Buon lavoro e buon taglio!

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Dove va il PDL?

    I sondaggi condannano il Pdl al 20% perché al Pdl manca una missione

    di Gennaro Malgieri


    Rileggere ciò che si è scritto talvolta è confortante e deprimente allo stesso tempo. Gli articoli del Maldestro sull’Occidentale lo confermano. E confortano la giustezza delle analisi via via elaborate e proposte nell'ultimo anno sui destini del Pdl quando tutti, ma proprio tutti, immaginavano, senza nessuna convincente motivazione, che essi sarebbero stati maglifici e progressivi.

    Non si rendevano conto i giullari di un più ampio “cerchio magico”, quasi di fuoco, stretto intorno a Berlusconi, che proprio quando tutto sembrava andare a gonfie vele, l’assenza di una politica realistica rendeva plausibile le preoccupazioni di chi, come il Maldestro appunto, le pubblicava su questo sito e su altri organi di informazione. Ma l'ebbrezza del potere era un forte afrodisiaco per chi responsabilmente avrebbe dovuto misurarsi con la realtà.

    Ricorda il Maldestro di quel tempo le numerose pacche sulle spalle, di compatimento credo, da parte di quanti apparentemente davano ragione all’ipercritico ansioso, ma poi, affidandosi immancabilmente allo stellone berlusconiano, ritenevano ingiustificati gli allarmi.

    Non abbiamo certo dovuto aspettare i catastrofici sondaggi di questi giorni per convincerci che il Pdl è in caduta libera. Potremmo dire che da tempo era scritto che doveva andare così. Certo, l'altalenante umore del Cavaliere nei confronti del governo Monti non aiuta il suo elettorato a nutrire fiducia. È del tutto evidente che si può appoggiare criticamente ed intelligentemente un esecutivo “strano” (così definito da chi lo guida), ma non credo sia una buona politica tirare la corda al punto da far credere che da un momento all'altro si potrebbe verificare l'incidente che aprirebbe la via al voto anticipato.

    Come lo giustificherebbe il centrodestra, dopo aver permesso a Monti l'attuazione dei due terzi del suo programma? E, soprattutto, con quali prospettive si presenterebbe agli elettori? Forse con la speranza di non scendere sotto la soglia del 15 per cento?

    Siamo seri. Al Pdl mancano una politica, una strategia, una finalità, una missione. E questa roba non la si raccatta nei congressi o facendo dei tesseramenti-mostre. È merce che si trova negli anfratti dove sono state relegate molte delle menti migliori che potevano attivare una discussione sul “partito nuovo” invece di subire la suggestione del “nuovo partito” (la differenza c'è, eccome...). Oppure la si costruisce interpellando il territorio, mettendosi in connessione con le categorie più dinamiche della società, operando una vera e propria rivoluzione culturale.
    Ma vale ancora la pena compilare elenchi del genere?

    Il Maldestro - e non solo lui - è stanco. Tuttavia non smette - e si spera che nessuno lo faccia - di ritenere che la lunga traversata nel deserto che si profila porti, alla fine, ad un nuovo inizio. Francamente si era generata l’illusione che il periodo di decantazione nel quale siamo immersi potesse servire a mettere insieme le membra disperse di un movimento frastornato. Non è andata così. E lo constatiamo tutti i giorni. I pietosi i sondaggi danno il Pdl al 20 per cento. Ed il massimo che i suoi dirigenti riescono a fare è inseguire tassisti, farmacisti, notai, autisti di Tir inferociti.

    Dall’altra parte, se proprio ci si vuole rincuorare un po’, s’inseguono, con stessa determinazione, sindacalisti infoiati, precari demoralizzati, indignati in servizio permanente effettivo, metalmeccanici rimasti all'età della pietra delle relazioni industriali. Dov’è finita la politica? Da qualche parte si sarà pure nascosta. Temo che riapparirà quanto prima sotto sembianze inedite. Avrà il volto ed i colori di una tecnocrazia populista. Non piacerà a nessuno, tanto a destra quanto a sinistra. Ma se la dovranno tenere. E mica per poco tempo.

    Il Maldestro, naturalmente, si augura di sbagliare.


    I sondaggi condannano il Pdl al 20% perché al Pdl manca una missione | l'Occidentale
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  3. #3
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    Predefinito Rif: Dove va il PDL?

    “Se il Pdl non torna protagonista della politica rischia di cadere nell’oblio”


    Intervista a Osvaldo Napoli di Lucia Bigozzi


    La sfida a Monti è su due dossier: riforma del mercato del lavoro e riduzione del debito pubblico. Il Pdl vuole un confronto aperto e costruttivo ma senza diktat. Firmato: Osvaldo Napoli vicepresidente dei deputati Pdl. Berlusconiano doc, legge nelle righe di un partito che deve “tornare protagonista della politica per non correre il rischio di cadere nell’oblio”. Il che significa due cose: condizionare le scelte dei professori a Palazzo Chigi e dare agli elettori una proposta forte. Adesso e nel 2013.
    Liberalizzazioni cosa sta facendo il Pdl in Parlamento?
    Noi siamo a favore delle liberalizzazioni. Il piano presentato dal governo è solo una parte di ciò che a nostro avviso serve. Non sono certo i taxi o le farmacie ad essere determinanti per abbattere i costi e venire incontro alle esigenze dei cittadini e delle famiglie. Occorre fare ben altro.
    Cosa?
    Le vere liberalizzazioni sono quelle che riguardano banche, autostrade, treni, gas. È qui che bisogna prendere il toro per le corna perché è in questi settori che si ottiene una concreta incidenza sui costi per le famiglie.
    Sì, ma come intendete procedere in Aula?
    Il Pdl sta sollecitando il governo Monti. Il nostro sostegno c’è come segno di responsabilità nei confronti del paese in una fase così delicata e complessa ma ci stiamo battendo affinchè il piano delle liberalizzazioni venga migliorato in Parlamento e sollecitiamo un intervento più efficace sull’economia forte.
    Le tredici proposte presentate dal Pdl avranno traduzione in atti parlamentari?
    Su questo prima dobbiamo aprire un confronto costruttivo con Palazzo Chigi. Prendo atto positivamente del fatto che lo stesso Monti ha confermato la continuità con quanto fatto da Berlusconi e lo stesso riconoscimento, seppure tardivo, arriva anche a livello europeo. E’ la testimonianza che il governo Monti non arriva dalla luna né da distanze siderali, ma è la continuità, con alcune differenze non sempre apprezzabili, con la politica economica e sociale del centrodestra. Rimane il peccato originale di un governo privo di investitura popolare, ma questo non può essere mondato soltanto da un lavacro di democrazia.
    Lei ha detto che non voterà a scatola chiusa il piano liberalizzazioni e come lei molti altri esponenti del suo partito. Significa che il Pdl si sta preparando a staccare la spina?
    A Monti dico questo: attenzione non si può tenere costantemente sul filo le forze politiche dicendo che è meglio non intervenire sul testo. Noi intendiamo presentare le nostre modifiche non per andare contro bensì per migliorare il provvedimento. Non accettiamo diktat, vogliamo essere ascoltati ponendo le nostre istanze in modo collaborativo.
    Berlusconi conferma il sostegno a Monti, poi avverte che l’azione di governo non sta dando frutti e si attende di essere richiamato dagli elettori. Cicchitto dice che non è scontato che il governo arrivi a fine legislatura. Pura tattica o c’è di più?
    Dipende da quanto il governo ci ascolterà. Attendiamo le proposte dell’esecutivo su questioni strategiche come ad esempio, la riforma del lavoro che per noi è un punto strategico.
    Ma il ministro Fornero ha già fatto dietrofront sugli ammortizzatori sociali.
    Reputo la Fornero un ottimo ministro, capace, preparata che ha la necessità di confrontarsi con le parti sociali e al tempo stesso di essere concreta. Sta cercando di portare avanti una vera riforma ma è necessario che anche le controparti usino il buon senso e non portino avanti giudizi o atteggiamenti radicali. Ha un’attività di protagonismo molto forte, non c’è dubbio e noi auspichiamo che tutto ciò porti a risultati altrettanto concreti. Quanto agli ammortizzatori sociali ritengo che in questa fase sarebbe opportuno lasciarli come sono e come il nostro governo li ha impostati pur aprendo su questo un confronto.
    Non correte il rischio che alla fine l’impegno assunto col governo Monti e la disponibilità anche a legittimi compromessi non venga compresa dall’elettorato di centrodestra?
    Certamente il nostro elettorato sta subendo una fase di sbandamento ed è naturale che sia così. Sta a noi riuscire a far comprendere le ragioni di una scelta fatta nell’esclusivo interesse del paese, non di una parte. Aggiungo che questo governo non potrà durare in eterno ma se oggi noi lo facessimo cadere verremmo accusati di aver mandato il paese allo sfascio. Si tratta di valutare due opzioni: è meglio pregiudicare le sorti nazionali o spiegare ai nostri elettori perché facciamo parte della maggioranza? Secondo me è meglio la seconda opzione per il senso di responsabilità che abbiamo dimostrato, anche se non può bastare…
    In che senso?
    O il Pdl torna protagonista in tempi brevi o corriamo il rischio che la gente non si ricordi più del partito.
    Cosa manca?
    In questo momento dovendo affrontare l’impegno di scelte quanto più condivise nell’interesse generale, è come se il partito si trovasse in una situazione anomala, non naturale. E mentre il centrosinistra da sempre ha il proprio elettorato consolidato, noi dobbiamo trasmettere concretezza al nostro. Ma se il Pdl torna protagonista della politica e fa della politica un punto di riferimento per i cittadini in grado di offrire loro risposte ai problemi, noi saremo determinanti anche in questa fase, incidendo nelle scelte dell’esecutivo tecnico.
    In che modo?
    Monti deve ancora fare molte cose. Ad esempio sull’abbattimento del debito pubblico non abbiamo visto nulla. Per noi adesso l’obiettivo è questo dopo una politica di rigore che comunque è servita a tenere i conti in ordine. E sono altrettanto strategici obiettivi quali la riforma del lavoro e un piano di liberalizzazioni vere.
    In tema di riforme, quali sono le priorità? Ieri il Pd ha sollecitato i presidenti di Camera e Senato sulla legge elettorale.
    La lettera dei capigruppo del Pd affronta un tema ben presente all'attenzione dei gruppi parlamentari. Osservo, purtroppo, che lascia sullo sfondo la questione più rilevante delle riforme istituzionali. Per noi la legge elettorale, sicuramente importante, è tuttavia solo la tessera conclusiva di un mosaico riformatore che deve comprendere la ridefinizione del potere esecutivo, la revisione del bicameralismo perfetto e la riduzione del numero dei parlamentari. Ignorare che cosa deve fare e come deve operare il Parlamento rende quasi ininfluente stabilire come eleggerlo. La fretta messa dai capigruppo del Pd non si spiega se non con il timore, o la speranza, che le urne siano più vicine di quanto ai possa immaginare.
    In Parlamento c’è una maggioranza politica come dice Casini o niente affatto come sostengono Alfano e Bersani.
    Fino a che c’è un governo non eletto, non espressione della sovranità popolare, non può esserci alcuna maggioranza politica.
    Torniamo al Pdl. I sondaggi lo danno al 22 per cento. Cosa succede?
    Succede dobbiamo recuperare terreno. I sondaggi dicono anche che il 45 per cento degli elettori è indeciso o non vota e in quella forbice sta una parte del nostro elettorato. E’ su questo che dobbiamo lavorare. Alfano è una risorsa e con lui dobbiamo rilanciare l’azione del partito. Da subito.
    Alle amministrative senza la Lega?
    Noi crediamo nell’alleanza con la Lega ma la Lega non può dettare le condizioni. Se andiamo alle amministrative divisi corriamo il rischio di perdere entrambi. Bisogna usare buon senso e razionalità e chiedersi: è meglio andare al voto ciascuno per conto proprio e perdere o confrontarsi per arrivare a una sintesi. Io non ho dubbi.
    Cosa racconterete agli elettori nel 2013?
    La politica ormai la si vive giorno per giorno e in una fase attraversata dalla crisi globale è difficile fare previsioni. Nel 2013 andremo a dire cosa abbiamo fatto in tema di economia, prima garantendo la stabilità dei conti pubblici, poi impegnandoci sul tema della crescita e anche nei provvedimenti del governo Monti ci sono nostre proposte migliorative che sono state accolte. Certamente adesso la vera sfida si chiama riduzione del debito pubblico. Su questo ci sono le mozioni del Pdl e a questo abbiamo dedicato due giornate di riflessione in altrettanti convegni al Senato e alla Camera. Su questo attendiamo Monti alla prova dei fatti e per quanto ci riguarda, anche in questo caso, cercheremo di condizionarne le scelte nell’interesse del Paese. E’ chiaro che quanto fatto finora non è sufficiente…
    Faccia un esempio.
    E’ positivo lo sblocco di sei miliardi per il pagamento alle aziende creditrici da parte delle amministrazioni pubbliche e su questo ci siamo battuti, tuttavia ne servono 70 in totale e bisogna lavorare su questo. Altra questione: è positivo che il ministro Passera si sia dichiarato disponibile a rivedere il patto di stabilità. Noi diciamo che va fatto rapidamente perché lo status quo impedisce l’utilizzo di circa dieci miliardi che Comuni e Province hanno nelle loro casse e non possono spendere per fare investimenti e pagare i fornitori. Su tutto questo stiamo facendo e faremo fino in fondo la nostra parte.

    “Se il Pdl non torna protagonista della politica rischia di cadere nell’oblio†| l'Occidentale
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  4. #4
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    (S)PDL, Sono pazzi da legare!

    Ashoka's Corner: (S)PDL, Sono pazzi da legare!

    Quando pensavate di averle sentite tutte...

    Il Pdl si converte al taglia-debito

    Il debito pubblico va abbattuto, e in fretta. Ieri in un convegno al Senato è stata la volta del Pdl. Il più grande partito presente in Parlamento e azionista di maggioranza del governo guidato da Mario Monti, ha presentato una sua proposta taglia-debito. A firmarla è stato il senatore Mauro Cutrufo, ma a sostenerla c`erano tutti i maggiorenti del partito, dal capogruppo Maurizio Gasparri a Gaetano Quagliariello fino all`ex ministro della Difesa Ignazio La Russa.


    Abbattere il debito pubblico! Finalmente! Che si siano resi conto che la spesa pubblica di 800 miliardi di euro è insostenibile e che quindi è necessario tagliarla, in modo da ridurre contemporaneamente la pressione fiscale e lo stock di debito, rilanciando la crescita?

    Ovviamente NO!

    Che cosa prevede la proposta del Pdl? L`idea riguarda l`introduzione di una tassa di scopo, battezzata «contributo per il riequilibrio», che dovrebbe essere pagata da tutti i contribuenti, ma che colpirebbe anche le rendite finanziarie. L`imposta verrebbe applicata in funzione del reddito complessivo reale percepito e in forma progressiva.

    Questa proposta fa il paio con quella di Alessandro Profumo, di qualche mese fa, e sono ancora valide tutte le obiezioni di allora. Dal momento però che quelli del Pdl non vogliono essere da meno nello sparare idiozie, hanno pensato di riformularla in maniera ancora più incredibile! Infatti queste “teste pensanti” del Pdl vogliono tassare ulteriormente i redditi!

    Dalla tassa sarebbero esentati solo i redditi inferiori a 20 mila euro e le aziende con un volume d`affari inferiore a 30 mila euro.

    Avete pensato “evasori fiscali” ? Avete fatto bene. Se la patrimoniale sparava nel mucchio della ricchezza accumulata, qui si preferisce andare sul sicuro e mirare sui redditi sulle categorie inermi di fronte alla mannaia statale.

    Per le persone fisiche il contributo andrebbe dal 10% per i redditi da 20 mila a 40 mila euro (dunque con un impatto rispettivamente di 2 mila e 4 mila euro), al 22,5% per i redditi oltre i 120 mila euro (dunque un prelievo di 27 mila euro).

    Sono completamente pazzi! Dall'articolo sembrerebbe che il contributo del 10% scatti interamente già per chi guadagna 20 mila euro lordi l'anno. Dopo contributi pensionistici e tasse ordinarie a chi guadagna quella cifra rimangono in tasca 14 mila euro, meno di 1200 euro al mese, e ora questi geni si propongono il contributo del 10%?

    Sono quasi due stipendi per gente che fa fatica ad arrivare a fine mese!
    E la cosa non migliora se si applica l'aliquota soltanto alla parte eccedente i 20 mila euro.

    Le imprese pagherebbero tutte un importo pari a un trentesimo del giro d`affari. Una società con un volume d`affari di 500 milioni di euro dovrebbe tirar fuori 16 milioni, una con 200 mila euro di fatturato pagherebbe 6.600 euro.

    Del giro d’affari! Non degli utili. La vostra impresa ha un fatturato di 500 mila euro ma quest’anno avete chiuso in perdita di 20 mila euro? Bene, pagate un contributo di altri 16 mila euro di tasse, grazie! Ah, dimenticavo, siete in credito con la pubblica amministrazione e aspettate i soldi da due anni? Ve li paghiamo in btp!

    Anche il prelievo sulle attività finanziarie sarebbe progressivo. Su un patrimonio di 150 mila euro si pagherebbe il 6 per mille (9 mila euro), su un patrimonio di 1,1 milioni I`ll per mille (121 mila euro).

    Tre misure una più folle, irresponsabile e draconiana dell’altra e tutte a veicolare lo stesso, identico, messaggio: FUGGITE SCIOCCHI! ANDATEVENE DA QUESTO PAESE!

    Qual è l`obiettivo di raccolta di questa tassa? Circa 400 miliardi, una somma che permetterebbe di tagliare il debito fino al 97% liberando risorse per 25-30 miliardi l`anno. Secondo la proposta Cutrufo, inoltre, non sarebbe necessario pagare il contributo di riequilibrio in un`unica soluzione, ma si potrebbe scegliere una rateizzazione della tassa su un periodo trentennale.

    Attenzione che qui la tragedia si trasforma in farsa. Infatti, se non avete i soldi per pagare la tassa, potete tranquillamente indebitarvi con lo Stato per 30 anni. E allora come fa lo Stato ad incamerare i soldi subito ed abbattere lo stock del debito?

    Grazie all`intervento di una società pubblica, un veicolo ribattezzato «Riequilibrio spa», che dovrebbe emettere bond a tasso fisso pari al valore complessivo del gettito dell`imposta di scopo (400 miliardi), che verrebbero collocati sul mercato grazie al basso rischio e all`alto rendimento atteso (5-6%). La garanzia sul pagamento dei bond, infatti, sarebbe data dai crediti tributari verso contribuenti solvibili.

    Attingendo al mercato del credito! Perchè in un momento in cui le imprese non riescono ad ottenere credito, lo Stato fa fatica a rifinanziare il proprio debito e le banche vanno ad elemosinare quattrini alla Bce perchè, diciamocelo francamente, sono fallite...
    .... questi geni assoluti del Pdl pensano che sia possibile collocare sul mercato qualche centinaio di miliardi di titoli di debito con scadenza trentennale? Via da questo paese, si salvi chi può!

    Inoltre, se lo Stato paga il 5/6% di tasso di interesse su questi bond a quanto ammonterà il tasso di interesse praticato sui contribuenti solvibili (in acido?) per spalmare il pagamento della tassa su 30 anni?

    Non solo. Alla spa sarebbero trasferiti anche immobili pubblici da vendere in un arco di 15-20 anni in modo da valorizzarli nel miglior modo possibile. I proventi della dismissione dovrebbero servire a restituire il contributo di riequilibrio.

    Non “saranno” ma “dovrebbero”. Ovvero adesso diciamo così ma poi, quanto il contributo è pagato, chi se ne frega di restituirlo? Dopotutto siamo il paesi in cui si paga ancora l’accisa sulla benzina per finanziare la guerra in Abissinia. Ma allora perchè non mettere sul mercato gli immobili dello Stato e li venderli un poco per volta senza mettere nuovamente le mani nel nostro portafoglio?

    Secondo Giuseppe Maria Pignataro, autore del libro alla base della proposta Cutrufo, gli effetti quantitativi sarebbero rilevanti.

    Traduzione: secondo Giuseppa Maria Pignataro, autore del libro con cui consiglia di curare il mal di testa con un colpo di pistola alla tempia, gli effetti quantitativi sarebbero rilevanti. Rimpiango quasi Barnard.

    E ora attenzione, rullo di tamburi per il finale esilarante...

    Lo stock del debito scenderebbe a 1.530 miliardi, il 97% del pil; gli interessi sul debito scenderebbero da 105 miliardi a 70 miliardi e si libererebbero tra i 40 e i 60 miliardi da destinare allo sviluppo.

    Avete capito? Il contributo draconiano a cui “devono partecipare tutti” non serve nemmeno per mettere i conti in sicurezza (dopo aver distrutto il paese). I “risparmi” ottenuti dalla riduzione degli interessi sul debito sarebbero infatti destinati a nuove spese!

    Esattamente come quando l’ingresso nell’euro aveva permesso al governo italiano di ridurre la spesa per interessi dai 90 miliardi di euro (equivalenti) del 1997 ai 66 miliardi del 2004 (68 miliardi nel 2010). L’occasione per sistemare il problema del debito pubblico in quel modo c’è già stata ed abbiamo visto com’è andata a finire.

    In conclusione, se pensavate che avessimo toccato il fondo, impugnate saldamente una bella pala che c’è molto da scavare.
    Dato che questa è una Magnum 44, cioè la pistola più precisa del mondo, che con un colpo ti spappolerebbe il cranio, devi decidere se è il caso. Dì, ne vale la pena? ("Dirty" Harry Callahan)

 

 

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  4. Dove inizia la Romagna, dove finisce l'Emilia?
    Di Alvise nel forum Il Seggio Elettorale
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  5. Risposte: 12
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