intervista a Pietrangelo Buttafuoco
di Rosalinda Cappello
Ascoltare, leggere Pietrangelo Buttafuoco è come entrare nel mondo delle nuove possibilità. Anche se credi di non essere d’accordo con lui, ti costringe a pensare, a riflettere che le sue considerazioni, per quanto possano sembrare ardite, scomode, a confronto con la rassicurante vulgata banalmente fair play, offrono un punto di vista plausibile. E riesce a farlo perché è un vero intellettuale – e non un semplice giornalista trombone – controcorrente, senza timori reverenziali, che con il suo talento da incantatore della parola, ti conduce agevolmente a spasso nel suo personale iperuranio. Ed è quello che ha fatto anche in questa occasione, raccontando la sua idea di Europa.
Com’è stato possibile che l’Europa, sogno per generazioni di pensatori e politici, si sia trasformata in un incubo?
L’Europa non esiste e non è mai stata un sogno, almeno non quella che abbiamo costruito nella nostra epoca. È una delle tante architetture che hanno generato mostruosità sulle spalle dei popoli, le stesse che noi non siamo abituati a considerare tali perché ormai frutto di esperimenti remoti, come quelli che hanno separato le nazioni dell’Estremo o del Medio Oriente, del Maghreb. Anche il Belgio nasce da un preciso calcolo geometrico fatto per dividere alcune parti di territorio. Tutte invenzioni non costruite sulle aspirazioni dei popoli. Mentre le nazioni si fondano sulle vocazioni di sangue, di combattimento, di aspirazioni, di sudore delle genti. L’Europa, per come l’hanno realizzata, è un non senso in quanto riunisce Stati-nazione e ha come unico collante l’euro.
Sta dicendo che la tanto decantata Unione europea è una mistificazione?
Proprio così. E, per di più, una delle più grandi fatte ai danni dei popoli, perché voluta dai tecno-burocrati e dai banchieri, cioè da coloro che tutto hanno fuorché un’aspirazione spirituale, culturale, religiosa. La vera Europa è quella che viene rapita dal toro nella mitologia greca. È quella che si è tentato di realizzare con gli eserciti, da Federico II in poi, e con il coinvolgimento di grandi spiriti come Goethe. L’Europa per esistere dovrebbe necessariamente fondarsi sul Mediterraneo, cosa che quella attuale si guarda bene dal fare. Per esistere, dovrebbe essere il limes con l’Asia. L’unica Europa che ha un senso è quella dell’aquila bicipite con lo sguardo rivolto a Oriente e a Occidente, la stessa che garrisce nelle bandiere della Federazione russa, che nel passato fu il simbolo degli imperi.
Servirebbe una vocazione autenticamente universale, insomma?
L’Europa non può essere che imperiale, ed è nella parola “impero” che trova fondamento l’universale, che è ben diversa cosa dal cosmopolitismo. Nell’idea universale alloggiano i popoli, con le loro storie, le loro tradizioni e, soprattutto, con le loro differenze.
E oggi non c’è niente di tutto ciò. Lo sguardo è rivolto esclusivamente a Occidente e di spirito e tradizione si parla poco, concentrati come si è sulla crisi economica che rischia di far saltare l’euro.
L’unica Europa possibile è quella che sa respirare in un grande orizzonte spirituale, lo stesso che si è costruito sul sacrificio imposto dalla tragedia di settant’anni di potere sovietico che non è riuscito a scardinare nel popolo russo, il suo spirito ma, anzi, l’ha fortificato. L’unica Europa è l’Eurasia, quella che riesce ad ascoltare l’India, quella che è vivificata dall’abbraccio con la grande tradizione persiana, che ha saputo tenere insieme tutte le anime della comune lingua di origine, non l’inglese ma la radice sanscrita, da cui sono derivati il greco e il latino. L’unica vera Europa è quella che riesce a risvegliare questa identità addormentata. È inimmaginabile, e i risultati sono davanti agli occhi di tutti, cercare di ricostruirla attraverso una sorta di solidarietà bancaria che non ha fatto altro che acuire le sofferenze, la marginalità di tutta un’esistenza che se non si riconosce nel canone materialista non riesce ad avere vita. George Simmel nella sua filosofia del denaro ha preconizzato quello che sarebbe diventato il nostro destino, essere soltanto numeri di una cassaforte. L’accanimento contro la moneta sonante è il tentativo di fare di ognuno di noi prodotti di un unico supermercato facilmente identificabili, non nasce certo dalla lotta alla criminalità. Per questo diventa una questione di dignità. Chiunque sia del Sud, sa perfettamente che il possesso del denaro sonante dà l’idea di una maggiore libertà. Ci irritiamo se qualcuno controlla la nostra banconota come se volessimo spacciare soldi falsi, figuriamoci come sarebbe se a ogni pagamento fossimo costretti a usare la carta di credito, mostrando i documenti, le credenziali.
Quindi, chi governa le sorti dei paesi europei non ha capito niente?
Ha capito benissimo, anzi, è il sistema migliore per radunare questo gregge, il sistema liberal-capitalistico è questo, nient’altro che questo. Il problema è che hanno costruito una fortezza destinata a perdere la grande battaglia di cultura con i popoli vivi, con la parte di mondo che riesce a mordere la vita, che sta guadagnando sempre più spazio. Si arriverà anche in Europa a vivere gli incubi filtrati attraverso i film e i romanzi, per esempio in riferimento al sistema sanitario americano, che danno l’idea dell’abbandono dell’individuo, dell’alienazione. Marx aveva ragione in proposito, la società liberale è quanto di più illiberale si possa immaginare, perché trasforma l’individuo in un atomo che deve essere catalogato, classificato e controllato, in ogni suo momento e movimento.
Si è parlato molto, soprattutto qualche anno fa, delle radici giudaico-cristiane come fondamento dell’identità europea. È stato dimenticato qualche altro elemento?
Quella delle radici monoteiste è una grande sciocchezza, perché la vera Europa è greco-romana, quella sanamente pagana, quella che ci fa parlare con il mondo. Non a caso, l’unica civiltà che ancora resiste è quella indiana, immutata rispetto a diecimila anni fa, che oggi si permette il lusso di essere presente sul mercato divorando la Rover e la Jaguar, simboli dei suoi colonizzatori. Nessuno è riuscito a spegnere la più bella espressione della civiltà umana, la sua grazia, la maestà di Shiva, Vishnu e il velo di Maya, che ci fa ritenere vero tutto ciò che è falso e falso tutto ciò che è vero. Il monoteismo ha distrutto il vero spirito europeo, tutto ciò che è venuto dopo è pura sovversione. Ma se proprio si vogliono recuperare tutte le identità europee, allora, per quanto riguarda l’Andalusia, i Balcani, la Sicilia e gran parte dell’Italia meridionale bisogna ammettere anche quella islamica.
La radice islamica, appunto, quella che fa escludere la Turchia dall’Unione.
È stata la sua salvezza non esservi ammessa. Se fosse entrata in Europa, o peggio, nella cerchia dell’euro, non avrebbe raggiunto i successi economico-finanziari che vanta adesso.
Qual è la strada da percorrere per arrivare alla vera Europa?
L’unica possibile è quella di costruire una identità mediterranea. E a farlo dovrebbe essere una nazione con una centralità come quella italiana. Ma questo non mi sembra possibile perché il nostro paese è stato narcotizzato, anestetizzato rispetto a qualsiasi aspirazione ed emozione. Siamo così ignoranti da perdere tempo con l’orizzonte anglo-americano, senza accorgerci che il mondo si sta spostando dall’altra parte. E noi, che siamo gli eredi di Marco Polo, non riusciamo a dialogare, a confrontarci, tanto meno a diventare avanguardia con realtà quali la Cina, l’India, l’intero continente euroasiatico. Noi che abbiamo avuto il privilegio di fondare la scuola dell’orientalistica, non abbiamo salvato nulla di tutto ciò, perché la cecità della società, l’ignoranza e la malafede del ceto politico hanno portato l’Italia a rinunciare alla propria sovranità e ad assecondare soltanto i nostri perdenti padroni del vapore.
Proviamo ad alleggerire un po’ questo pessimismo sul nostro futuro. Quale potrebbe essere la colonna sonora di un’Europa rinnovata?
Innanzitutto, partirei dalla bandiera. Quella attuale sembra uno straccio buono per una catena alberghiera, quasi peggio di quella specie di fermacarte che è il simbolo della Nato. Da questo si capisce che è falsa, che non ha nulla di evocativo. Sono riusciti a rendere ridicolo persino Beethoven e il suo Inno alla gioia. Quando ci fu la guerra tra la Russia e Napoleone, a sfidarsi furono l’inno imperiale russo e la Marsigliese. A un certo punto, il primo sembra soccombere, ma alla fine prende il sopravvento. Siccome non ho obblighi di rispettabilità, dico che l’inno più bello è quello imperiale russo e mi auguro che possa definitivamente cancellare la Marsigliese, che avrà pure una bella musica ma racconta una delle più grandi sciagure dell’umanità, la rivoluzione francese, da cui è cominciata l’effimera società borghese. E tutto ciò che è effimero è inevitabilmente portato alla sovversione.
Anticipazione dell’intervista pubblicata sul nuovo numero di Charta minuta
FAREITALIA MAG – Buttafuoco: Nel mito di Europa riscopriamo le nostre radici




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