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Discussione: La musa

  1. #1
    La Vengeance
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    Predefinito La musa

    La musica, è noto, ispira la nostra meditazione.
    Ci consegna le immagini e le distribuisce in maniera ordinata facendole salire dal basso unite alla poesia.

    Mi è saltato in mente di inventrare qualcosa che provenisse dalla musica.
    Sulla base della comune esperienza, quella del "sentire", ho provato ad immaginare.
    E' un "test" che tutti possiamo fare.



    Ho provato con questo brano.
    La musica accompagna in sottofondo il testo.


    http://www.youtube.com/watch?v=5-MT5zeY6CU

    La tenue luce dell’abat-jour disposta sul lato sinistro della scrivania illuminava a quadrante un foglio bianco e l’uomo, alto, inquieto e taciturno che sedeva davanti ad esso aveva l’aria di uno appena sveglio.
    Il martello del pendolo collocato nella nicchia della boiserie alle sue spalle scandiva due colpi e fuori la notte era nera come il manto funebre che fasciava i pensieri di chi, di lì a poco, avrebbe messo mano alla penna.

    Alcun fremito turbava la tranquillità di quella stanza. Dalla porta-finestra che affacciava sul terrazzo il cielo era coperto di nubi così dense che parevano ammassi di volute di fumo tanto erano cupe.
    Le ostili insidie di quella tetra oscurità tendevano un devastante agguato.
    La promessa di una imboscata compiuta ad opera del maligno.

    L’unica impronta di vita, in quella casa, era in quell’uomo e nei pesci rossi che sguazzavano nella piccola vasca ai piedi dei finestroni del salone. Ma anche loro, i pesci, sembravano quasi addormentati, muovevano appena le branchie, ritmicamente, ma senza esprimere l’intraprendenza dell’energia vitale che, in un momento diverso, avrebbe fatto guizzare fuori dall’acqua anche il più quieto dei ciprini dorati, affamato, in vista dell’imminenza del pasto.

    L’uomo, quasi volesse assicurarsi di non essere l’unico vivente, sollevandosi lentamente dalla poltrona si avvicinò alla angusta piscina. Poi si accovacciò sul bordo fissando uno sguardo perduto sopra quelle creature. Ma le osservava con l’occhio appannato di chi è assorto sopra un pensiero lontano e pattuisce con il fato il prezzo di una funesta scelta.
    Meditò.

    Cosa pensava?
    L’età, assai oltre la soglia matura, assegnava molti ricordi al suo capo folto e canuto e taluni di questi, impalpabili segni di un penoso destino, sopravvivevano inabissati in quel fondale oscuro che ognuno tende a fuggire.
    Misteriose notifiche della memoria quelle recapitate a lui in quel momento. Vicine reminiscenze accompagnate da altre più lontane. Una linea sottile però congiungeva le due estremità. Presenze costanti. Madre e padre. Fratelli. Amori. Figli. Amici. Sempre.
    Nulla è più struggente per l’animo sensibile della evocazione della felicità, rapimento di un passato disperso nel labirinto infinito di un cranio in tempesta.
    Il castigo accessorio dell’uomo è l’oscuramento della felicità mentre la si vive perché sia intimamente celebrata poi.



    E alla domanda che quell’essere si era rivolto in un soffice tempo.
    “Come potrò mai vivere quando non saranno più qui, con me?”
    La risposta era sempre la stessa.
    “No! Non posso pensare al giorno in cui sperimenterò il dolore della perdita di chi amo”.

    Il solo considerare come possibile un simile tragico evento produceva in lui un crudele gonfiore nel petto. Una insopportabile oppressione. Qualcosa gli appariva insuperabile.
    Era l’ineluttabilità della sorte del figlio. Dell’amante. Di uno sposo sfortunato. Di un padre infelice. L’amaro calice che un destino brutale somministra allo sventurato ed in cui sono mescolati tutti i gelidi veleni dell’umana esistenza.
    Ci si può perdere tra le nebbiosità eccitate dalla venerazione di un cimelio la cui ombra lunga si stende tenebrosamente sino a noi.

    Tutti osano sfidare l’incognita del futuro sotto le esortazioni del sogno benigno.
    Lui era sicuro. Quel sogno è un tenero inganno. Una trappola tesa dal cielo.
    Ma a chi gli avesse chiesto perché, non avrebbe saputo rispondere. Non avrebbe potuto.
    E’ il silenzio imposto dal dubbio.

    Quel tempo arrivò.

    Non aveva coltivato a sufficienza l’idea che quel momento, dolorosa parentesi di una vita straordinaria, pur con tutte le commozioni e tutti gli intensi turbamenti convocati dall’inesprimibile sofferenza, sarebbe stato addolcito ancora dall’amore, soffice guanciale formato dall’intreccio di sconfinate invisibili trame di cui anch’egli era inconsapevolmente parte.
    Si è figli si, ma si diventa padri. Si è padri ma si torna figli.
    Si è amanti sempre. Innamorati senza fine.

    Ma in quell’interminabile scrutare i pesci faceva inavvertitamente ruotare a spirale quelle sue ignote riflessioni intorno all’unico perno disoccupato della mente. L’angoscia.
    E l’angoscia è l’estremo lembo. Umano limite di una profonda voragine.
    Sono critiche le minacciose oscillazioni davanti a quel baratro.

    Era circondato da quella imperscrutabile solitudine che assomiglia al muto afflittivo isolamento di chi, sopra all’eremo, in cima alla vetta, osserva l’abisso della vita posto al suo lato destro e quello della morte posto al suo lato sinistro.

    Riaffiorò, premurosa e soffice, davanti ai suoi occhi l’immagine di una serena famigliola seduta davanti al desco, un allegro ciarlare oltre gli affanni del quotidiano vivere.
    Il profumo dei sensi perduto nella lontana percezione. Ancora una volta. Il tempo che fu.

    “Fallo!” Ordinò una voce imperiosa che sembrava provenire dall’orrendo gargoille sistemato sulla mensola del camino disposto alla sua sinistra.
    “A che serve vivere un minuto di più quando davanti a te si è aperta la voragine della tetra solitudine. Non vedi anche tu come tutto ciò che hai amato sia svanito per sempre?”

    “No!” Supplicò la candida figura alata scolpita nel marmo, con i pugni sotto il mento, seduta e pensosa, che qualcuno aveva collocato in un tempo indistinto in fondo alla sala.
    Quell’ammonimento però era un soffio ineffabile fuggito dalla brezza Divina.
    “Non devi! Pensa a ciò che perdi. Alle occasioni che ancora potresti avere e che cancelleresti in un batter di ciglia dissipando tutto il bene trasportato con esse.”
    Quel duello si dissolse. Non il fato, né il karma. Non la creatura, né l’angelo, né il demonio.
    Fu il dito del suo Creatore. Il progetto fu ultimato.

    Il silenzio fu rotto da un grido alto: “Eccomi!”.
    Un sordo tonfo improvviso e fatale schiantò nel buio di quel cuore disperato.

    Una malinconica luce irradiava il centro del tavolo e incorniciava il bordo di un foglio coperto ormai dalla bianca chioma.
    Stretta nel pugno una penna.
    Ultima modifica di Edmond Dantés; 30-01-12 alle 20:24
    "Due cose hanno soddisfatto la mia mente con nuova e crescente ammirazione e soggezione e hanno occupato persistentemente il mio pensiero: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me" (Immanuel Kant)

  2. #2
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    Predefinito Re: La musa

    Citazione Originariamente Scritto da Edmond Dantés Visualizza Messaggio
    La musica, è noto, ispira la nostra meditazione.
    Ci consegna le immagini e le distribuisce in maniera ordinata facendole salire dal basso unite alla poesia.

    Mi è saltato in mente di inventrare qualcosa che provenisse dalla musica.
    Sulla base della comune esperienza, quella del "sentire", ho provato ad immaginare.
    E' un "test" che tutti possiamo fare.



    Ho provato con questo brano.
    La musica accompagna in sottofondo il testo.


    Beethoven Moonlight Sonata (Sonata al chiaro di luna) - YouTube

    La tenue luce dell’abat-jour disposta sul lato sinistro della scrivania illuminava a quadrante un foglio bianco e l’uomo, alto, inquieto e taciturno che sedeva davanti ad esso aveva l’aria di uno appena sveglio.
    Il martello del pendolo collocato nella nicchia della boiserie alle sue spalle scandiva due colpi e fuori la notte era nera come il manto funebre che fasciava i pensieri di chi, di lì a poco, avrebbe messo mano alla penna.

    Alcun fremito turbava la tranquillità di quella stanza. Dalla porta-finestra che affacciava sul terrazzo il cielo era coperto di nubi così dense che parevano ammassi di volute di fumo tanto erano cupe.
    Le ostili insidie di quella tetra oscurità tendevano un devastante agguato.
    La promessa di una imboscata compiuta ad opera del maligno.

    L’unica impronta di vita, in quella casa, era in quell’uomo e nei pesci rossi che sguazzavano nella piccola vasca ai piedi dei finestroni del salone. Ma anche loro, i pesci, sembravano quasi addormentati, muovevano appena le branchie, ritmicamente, ma senza esprimere l’intraprendenza dell’energia vitale che, in un momento diverso, avrebbe fatto guizzare fuori dall’acqua anche il più quieto dei ciprini dorati, affamato, in vista dell’imminenza del pasto.

    L’uomo, quasi volesse assicurarsi di non essere l’unico vivente, sollevandosi lentamente dalla poltrona si avvicinò alla angusta piscina. Poi si accovacciò sul bordo fissando uno sguardo perduto sopra quelle creature. Ma le osservava con l’occhio appannato di chi è assorto sopra un pensiero lontano e pattuisce con il fato il prezzo di una funesta scelta.
    Meditò.

    Cosa pensava?
    L’età, assai oltre la soglia matura, assegnava molti ricordi al suo capo folto e canuto e taluni di questi, impalpabili segni di un penoso destino, sopravvivevano inabissati in quel fondale oscuro che ognuno tende a fuggire.
    Misteriose notifiche della memoria quelle recapitate a lui in quel momento. Vicine reminiscenze accompagnate da altre più lontane. Una linea sottile però congiungeva le due estremità. Presenze costanti. Madre e padre. Fratelli. Amori. Figli. Amici. Sempre.
    Nulla è più struggente per l’animo sensibile della evocazione della felicità, rapimento di un passato disperso nel labirinto infinito di un cranio in tempesta.
    Il castigo accessorio dell’uomo è l’oscuramento della felicità mentre la si vive perché sia intimamente celebrata poi.



    E alla domanda che quell’essere si era rivolto in un soffice tempo.
    “Come potrò mai vivere quando non saranno più qui, con me?”
    La risposta era sempre la stessa.
    “No! Non posso pensare al giorno in cui sperimenterò il dolore della perdita di chi amo”.

    Il solo considerare come possibile un simile tragico evento produceva in lui un crudele gonfiore nel petto. Una insopportabile oppressione. Qualcosa gli appariva insuperabile.
    Era l’ineluttabilità della sorte del figlio. Dell’amante. Di uno sposo sfortunato. Di un padre infelice. L’amaro calice che un destino brutale somministra allo sventurato ed in cui sono mescolati tutti i gelidi veleni dell’umana esistenza.
    Ci si può perdere tra le nebbiosità eccitate dalla venerazione di un cimelio la cui ombra lunga si stende tenebrosamente sino a noi.

    Tutti osano sfidare l’incognita del futuro sotto le esortazioni del sogno benigno.
    Lui era sicuro. Quel sogno è un tenero inganno. Una trappola tesa dal cielo.
    Ma a chi gli avesse chiesto perché, non avrebbe saputo rispondere. Non avrebbe potuto.
    E’ il silenzio imposto dal dubbio.

    Quel tempo arrivò.

    Non aveva coltivato a sufficienza l’idea che quel momento, dolorosa parentesi di una vita straordinaria, pur con tutte le commozioni e tutti gli intensi turbamenti convocati dall’inesprimibile sofferenza, sarebbe stato addolcito ancora dall’amore, soffice guanciale formato dall’intreccio di sconfinate invisibili trame di cui anch’egli era inconsapevolmente parte.
    Si è figli si, ma si diventa padri. Si è padri ma si torna figli.
    Si è amanti sempre. Innamorati senza fine.

    Ma in quell’interminabile scrutare i pesci faceva inavvertitamente ruotare a spirale quelle sue ignote riflessioni intorno all’unico perno disoccupato della mente. L’angoscia.
    E l’angoscia è l’estremo lembo. Umano limite di una profonda voragine.
    Sono critiche le minacciose oscillazioni davanti a quel baratro.

    Era circondato da quella imperscrutabile solitudine che assomiglia al muto afflittivo isolamento di chi, sopra all’eremo, in cima alla vetta, osserva l’abisso della vita posto al suo lato destro e quello della morte posto al suo lato sinistro.

    Riaffiorò, premurosa e soffice, davanti ai suoi occhi l’immagine di una serena famigliola seduta davanti al desco, un allegro ciarlare oltre gli affanni del quotidiano vivere.
    Il profumo dei sensi perduto nella lontana percezione. Ancora una volta. Il tempo che fu.

    “Fallo!” Ordinò una voce imperiosa che sembrava provenire dall’orrendo gargoille sistemato sulla mensola del camino disposto alla sua sinistra.
    “A che serve vivere un minuto di più quando davanti a te si è aperta la voragine della tetra solitudine. Non vedi anche tu come tutto ciò che hai amato sia svanito per sempre?”

    “No!” Supplicò la candida figura alata scolpita nel marmo, con i pugni sotto il mento, seduta e pensosa, che qualcuno aveva collocato in un tempo indistinto in fondo alla sala.
    Quell’ammonimento però era un soffio ineffabile fuggito dalla brezza Divina.
    “Non devi! Pensa a ciò che perdi. Alle occasioni che ancora potresti avere e che cancelleresti in un batter di ciglia dissipando tutto il bene trasportato con esse.”
    Quel duello si dissolse. Non il fato, né il karma. Non la creatura, né l’angelo, né il demonio.
    Fu il dito del suo Creatore. Il progetto fu ultimato.

    Il silenzio fu rotto da un grido alto: “Eccomi!”.
    Un sordo tonfo improvviso e fatale schiantò nel buio di quel cuore disperato.

    Una malinconica luce irradiava il centro del tavolo e incorniciava il bordo di un foglio coperto ormai dalla bianca chioma.
    Stretta nel pugno una penna.
    Brano bellissimo e tristissimo!

    La solitudine e il crudele trascorrere del tempo, che tutto inghiotte e porta con sé, spossessandoci degli affetti di chi ha dato calore al nostro passato.
    Sentimenti forti che attanagliano il cuore di chi è diventato spettatore e non più protagonista di una vita che ormai gli scorre accanto, senza coinvolgerlo.

    Interpretazione profonda e superba!

  3. #3
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    Predefinito Re: La musa

    –Señora, donde hay música no puede haber cosa mala.
    –Tampoco donde hay luces y claridad –respondió la duquesa.

 

 

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