Mercoledì mattina, mentre Bersani si accingeva finalmente, dopo anni da gregario di lusso e famosi passi indietro, ad ufficializzare la sua candidatura per il prossimo congresso, Debora Serracchiani, intervistata da Curzio Maltese su Repubblica, gli intimava (ironia della sorte) di cedere il passo al nuovo che avanza, impersonato nell’occasione (ironia della sorte anche questa) dall’attuale segretario del Partito Democratico. Dalla sua, secondo l’avvocato udinese, Franceschini avrebbe l’indiscutibile pregio di essere “più simpatico”. Le reazioni, non proprio positive, alla “densa e pensosa” intervista della Serracchiani, si sono concentrate soprattutto su questo agghiacciante passaggio. Ma in quell’intervista c’è persino di peggio.
Innanzitutto c’è un atteggiamento verso alcuni dirigenti e compagni di partito che è assolutamente inaccettabile: non si possono trattare, su un quotidiano nazionale, Bersani, D’Alema e tutti quelli a loro implicitamente associati, come dei cospiratori intenti da anni a tramare alle spalle dei restanti componenti del partito (“da una parte c’è il progetto del Pd d’all’altra c’è D’Alema), e dei suoi elettori e simpatizzanti (“partiamo sfavoriti al congresso, ma poi c’è il voto delle primarie, se non provano ad abolirle come qualcuno vorrebbe”). Soprattutto se si tratta di persone che, insieme a Franceschini e a chi a questo congresso, legittimamente, lo sosterrà, hanno lavorato per questo partito, dedicandogli il loro studio e il loro tempo mentre Debora se ne stava ancora al bar a chiacchierare utilizzando lo stesso tono e lo stesso linguaggio che la ha resa famosa e che si guarda bene dall’abbandonare.
Non si tratta di attenzione all’etichetta o di protezione dell’apparato, perché basta un minimo di onestà intellettuale per riconoscere che gli argomenti usati non sono solo falsi e offensivi, ma sono anche il simbolo dell’atteggiamento che rischia di trasformare questo congresso in una battaglia che impedirà allo sconfitto di continuare a contribuire al futuro del partito. Come quando si sceglie il terreno della disputa vecchio-nuovo per relegare l’avversario al di fuori delle magnifiche sorti e progressive di questo Pd delle facce nuove che viene invocato sostenendo l’alleanza degli ex-segretari. Invece di parlare di politica (“piattaforma programmatica è un’espressione che non si può sentire”) si segna il campo sulla base di astratti valori sempre più inafferrabili, producendo spaccature difficili da colmare, e continuando sulla strada che sta portando (quella sì, altro che la litigiosità) il Pd sempre più lontano dagli italiani. Se d’altronde si guardano i temi che la Serracchiani ha indicato come prioritari (questione morale, conflitto di interessi, laicità), si ha la conferma di come a questa ricerca dell’identità lontano dalla politica, nell’ambito dei valori, si riduca la sua ricetta per costruire un’alternativa di governo.
La battuta secondo cui Franceschini sarebbe il candidato migliore in quanto “più simpatico” resta, comunque, il simbolo dell’intervista. Perché rappresenta, appunto, questo tentativo di ridurre Bersani a residuo di un “apparato” da smantellare. Ma anche per un’altra ragione, che non mi sembra sia stata sufficientemente messa in luce. E questa ragione è che Franceschini è più che un politico simpatico. Volendo, a suo modo, fargli un complimento, Debora Serracchiani ha scolpito in una frase le ragioni per cui l’attuale segretario del Pd non può e non deve accettare di farsi dettare la linea da Veltroni e dai “giovani di Repubblica”. Franceschini viene dall’esperienza della Democrazia Cristiana, ed è portatore di quella cultura del cattolicesimo democratico che costituisce un pilastro del Pd. Neanche due mesi fa, ha tenuto un bellissimo discorso su Berlinguer e l’eredità della tradizione del comunismo italiano, riconoscendo non soltanto l’importanza del Pci nella storia dell’Italia democratica, ma anche l’imprescindibilità di quella storia nell’identità del Pd. Esattamente il contrario, ad esempio, di quanto sosteneva domenica Scalfari nel suo editoriale, nel quale ribadiva la sua idea secondo cui il Pd non può sorgere se non dalla constatazione che le tradizioni politiche che erano confluite per dargli vita avessero esaurito la loro funzione storica.
È vero, nel video con cui ha presentato la sua candidatura, Franceschini ha senza dubbio scelto l’impostazione vecchio-nuovo: “non posso, non posso lasciare il partito a quelli che c’erano prima di me”, ha scandito, anche se le dichiarazioni contenute in quel video sono state stemperate nei giorni successivi, ed è stato molto significativo l’intervento di Franco Marini alla Direzione Nazionale del Pd, nel quale l’ex-segretario del Ppi si scagliava contro il “nuovismo senza cultura”. Ed è vero che l’appoggio di quella parte del partito che invoca un taglio netto con il passato e il ritorno allo “spirito del lingotto” non è comunque trascurabile in un congresso in cui ci si conterà non una, ma due volte. Ma è vero anche che tra chi sostiene la candidatura di Franceschini al congresso di ottobre non c’è solo chi la pensa come la Serracchiani sull’eliminazione dell’“apparato” e la rimozione di centocinquant’anni di cultura politica. Non la pensa così la maggior parte dei popolari, che ha già mostrato una certa insofferenza all’idea, e lo stesso Franceschini non è certo ascrivibile a questa cultura. Le reazioni all’intervista di mercoledì non sono state, quindi, gli anticorpi dell’“apparato” che si autoperpetua: sono state un piccolo sussulto di quello che resta della politica in questo partito, e che si trova, per fortuna, anche nel campo di chi al congresso starà con l'attuale segretario.
Adesso sta a Franceschini prendere le distanze da questa impostazione. Da quest’idea della politica, innanzitutto, perché questa è la sfida che veramente il Pd a questo congresso non può permettersi di perdere. Da quest’idea di partito come intralcio all’espressione spontanea della volontà popolare, che si vorrebbe ridurre ad una plebiscitaria illusione di partecipazione. Sta a Franceschini spostare il dibattito congressuale lontano dal piano dei valori e delle etichette, e scegliere di confrontare sul piano della politica il Pd che ha in mente con quello che Bersani ha disegnato nel suo discorso all’Ambra Jovinelli. È il modo migliore per ricondurre il dibattito congressuale entro un binario che consenta, dopo il congresso, di riprendere tutti insieme il lavoro per costruire un’Italia migliore e più giusta, perché poi è quello il motivo per cui ci impegniamo in un partito. Da centocinquant’anni.