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Discussione: The last day

  1. #1
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    Exclamation The last day

    IL MONDO FERMI KHAMENEI-AHMADINEJAD

    http://video.ilfoglio.it/ilfogliocatodico/preview/533


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    Impossibilia nemo tenetur

  2. #2
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    Exclamation Re: The last day

    In Iran perde Ahmadinejad contro Khamenei. Ma non cambierà nulla


    Posted on 05 marzo 2012


    I risultati ufficiali verranno diffusi solo domani. Ma già, nelle elezioni parlamentari dell’Iran, si parla di sconfitta di Mahmoud Ahmadinejad. Vince la fazione dei “principalisti”, fedeli all’ayatollah Alì Khamenei, la Guida Suprema della Repubblica Islamica. Ma attenzione a cantare vittoria.


    In primo luogo, le elezioni iraniane non sono libere.


    Benché vi sia la possibilità di scegliere fra più di uno schieramento, i deviazionismi non sono tollerati. I candidati vengono scelti, uno per uno, dal Consiglio dei Guardiani, un organo non elettivo che risponde direttamente di fronte all’ayatollah Khamenei.

    I due protagonisti politici dell’Onda Verde, Mehdi Karroubi e Mir Hossein Moussavi, candidati riformatori, sono tuttora agli arresti domiciliari. L’Onda Verde stessa, la rivolta scoppiata dopo le elezioni presidenziali truccate del 2009, nell’ultimo anno appare fortemente ridimensionata.

    Tre anni di repressione hanno prodotto il loro effetto: non si è più tenuta alcuna manifestazione in grado di far notizia.

    Eliminate le opposizioni vere e proprie, sono “rientrati nei ranghi” anche i due leader del fronte anti-Ahmadinejad: gli ex presidenti Akbar Hashemi Rafsanjani e Alì Khamenei, distintisi per aver difeso, in più occasioni, le ragioni dell’Onda Verde. Khatami, in particolare, aveva dichiarato di recente di non voler votare, né partecipare con la sua fazione alle elezioni, fino alla liberazione di Moussavi e Karroubi. Poi, per ragioni che non ha ancora spiegato, è andato regolarmente al voto. Rafsanjani, anch’egli in conflitto con l’establishment di Ahmadinejad, si è recato alle urne sabato e ha auspicato che i risultati “riflettano la volontà del popolo”. Non c’è molto da stupirsi di questa marcia indietro. Rafsanjani è sempre stato un uomo fedelissimo al sistema della Repubblica Islamica, di cui è stato presidente. Durante i suoi mandati (1989-1997) gestì l’Iran nel dopo-Khomeini con alcune riforme economiche di segno liberale, ma mantenendo il pugno di ferro sulla società. Khatami, suo diretto successore (1997-2005) fece sperare (l’Occidente, soprattutto) in un’apertura del sistema iraniano, sia in campo economico che sociale. Già lo pensavamo come il “Gorbachev iraniano”. Ma, proprio come l’ultimo presidente sovietico, di fronte alla prima rivolta in patria, reagì con estrema violenza: la rivolta studentesca del 1999 (antefatto dell’Onda Verde) fu schiacciata con la forza. E’ dunque normale che politici quali Rafsanjani e Khatami “rientrino nei ranghi”: non ne sono mai usciti.


    Una volta eliminati i riformisti, le elezioni si sono svolte solo fra varie fazioni di fedeli e fedelissimi della Rivoluzione khomeinista.

    E la propaganda martellante che ha preceduto le elezioni parlamentari riecheggiava i toni dell’ondata di retorica anti-americana del 1979-1980, all’epoca del sequestro dell’ambasciata Usa a Teheran. Gli spot televisivi lanciavano tutti, grosso modo, lo stesso messaggio: «uniti contro l’America». La politica internazionale è in primo piano. Sono aumentati i rumors su un possibile attacco israeliano contro gli impianti nucleari iraniani.



    Dall’inizio del 2012, ne parlano tutti, in Occidente come in Iran (e forse gli unici che non ne parlano sono proprio i vertici militari israeliani). Le nuove sanzioni finanziarie imposte dagli Usa e dall’Unione Europea, il braccio di ferro navale nel Golfo Persico e la cacciata dell’ambasciata britannica, per non parlare della guerra civile in Siria, sono tutta carne al fuoco.


    L’Iran si contrappone al resto del mondo, come ai primi tempi di Khomeini, e il suo successore Khamenei non perde tempo a capitalizzare politicamente questo senso di accerchiamento.


    Dal momento che le opposizioni hanno deciso di boicottare il voto, l’alta affluenza è diventata l’obiettivo principale del regime. «Andate a votare per lanciare un segnale forte ad amici e nemici» è stato il proclama lanciato da Khamenei il venerdì mattina, all’apertura delle urne. Il messaggio non è stato raccolto a Teheran. La capitale è stata anche la città più coinvolta dalle contestazioni dell’Onda Verde. E si vede anche oggi, a quanto pare: l’affluenza ha riguardato meno della metà degli aventi diritto al voto (48%). E potrebbe essere stata addirittura inferiore ai dati ufficiali, considerando che osservatori esterni non hanno neppure notato le code ai seggi che caratterizzavano le scorse elezioni. Nel resto del Paese è andata meglio (peggio, dal punto di vista degli oppositori): sempre stando ai dati ufficiali, ha votato il 64,2% degli aventi diritto.


    Detto questo, ha importanza sapere chi ha vinto le elezioni? All’atto pratico no.


    Fra Khamenei e Ahmadinejad, e i loro rispettivi gruppi di fedelissimi, si è combattuta una guerra di potere per tutto l’anno scorso. Ma le ragioni degli uni e dell’altro, dal nostro punto di vista, coincidono. Per altro, tutte le leve del potere e della politica estera iraniane sono nelle mani di Khamenei: Guardia Rivoluzionaria, programma nucleare e persino il movimento Hezbollah rispondono solo alla Guida Suprema, non al presidente Ahmadinejad.


    Tutte le mosse da “falco” compiute dall’Iran negli ultimi anni sono responsabilità di Khamenei, non di Ahmadinejad, che, per quanto concerne la politica estera e il programma nucleare, è solo un portavoce.


    Il presidente di Teheran è stato un pessimo portavoce, a dire il vero. Non è rispettato all’estero ed è ormai preso in giro anche in patria. E’ probabile che, crollata la sua fazione in parlamento, venga sostituito da un presidente più rispettabile alle prossime elezioni presidenziali.

    Ma non illudiamoci che con l’arrivo di nuovi uomini di regime, magari apparentemente più “pragmatici”, “moderati” o addirittura “riformisti”, l’Iran sia destinato a diventare un Paese più libero.

    O che diminuisca il pericolo di un regime rivoluzionario che aspira a diventare una potenza nucleare.
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    Impossibilia nemo tenetur

  3. #3
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    Predefinito Re: The last day

    Quindi? Le soluzioni cosa sarebbero? Prima si prova a destabilizzare il 'regime' dall'esterno, poi se non riesce si passa alle vie militari? Ma ci si rende almeno conto che questo tipo di azioni auspicate in nome della 'democrazia' sono le stesse che si teme possa fare l'Iran? Che cosa ci rende migliori di loro e/o autorizzati a decidere il loro sviluppo politico?

    (Questo in risposta a chi, in buona fede, considera l'Iran un pericolo intrinseco. Cosa che non sono gli stati che vogliono un intervento militare, perchè uno stato si muove solo per interesse o costrizione).

  4. #4
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    Predefinito Re: The last day

    In Iran il capo dello stato di fatto è sempre Khamenei, Ahmadinejad anche se aveva la carica di presidente era come un premier. E l'Iran ha scelto la moda italiana con il presidente pigliatutto solo che i fantocci di Napolitano per battere Berlusconi ai minimi termini avevano bisogno di imbrogliare non partecipando alle elezioni.

  5. #5
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    Thumbs up Re: The last day

    Citazione Originariamente Scritto da Curufinwe Visualizza Messaggio
    Quindi? Le soluzioni cosa sarebbero? Prima si prova a destabilizzare il 'regime' dall'esterno, poi se non riesce si passa alle vie militari? Ma ci si rende almeno conto che questo tipo di azioni auspicate in nome della 'democrazia' sono le stesse che si teme possa fare l'Iran? Che cosa ci rende migliori di loro e/o autorizzati a decidere il loro sviluppo politico?

    (Questo in risposta a chi, in buona fede, considera l'Iran un pericolo intrinseco. Cosa che non sono gli stati che vogliono un intervento militare, perchè uno stato si muove solo per interesse o costrizione).

    Robert Kagan, “Il diritto di fare la guerra”

    MONDAY, 20 SEPTEMBER, 2004


    Nell’Occidente si è prodotto un grande scisma filosofico: al posto dell’indifferenza reciproca, fra America ed Europa si è instaurato un forte antagonismo che minaccia d’indebolire entrambi i partner della comunità atlantica.

    La maggioranza degli europei ha messo in dubbio la legittimità del potere americano e della supremazia mondiale degli Stati Uniti. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’America si trova quindi a soffrire di una crisi di legittimità internazionale.

    Durante la Guerra Fredda, la legittimità del potere americano e della sua leadership mondiale venne sostanzialmente accettata, e non solo dagli americani.

    Contrariamente alle leggende che fioriscono di questi tempi, gli Stati Uniti non hanno acquisito tale legittimità attraverso la creazione dell’Onu e l’accettazione dei “sacri” principi sanciti dalla carta delle Nazioni Uniti.

    Basti pensare al fatto che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è praticamente rimasto paralizzato, nei primi quarant’anni della propria esistenza, dalla contrapposizione creata dalla Guerra Fredda.

    Tale legittimazione invece, soprattutto in Europa, derivava da tre ordini di fattori:

    la percezione europea dell’esistenza di una minaccia geostrategica rappresentata dall’Unione Sovietica,

    l’esistenza di una altrettanto evidente minaccia ideologica proveniente da Mosca e, da ultimo,

    la presenza di un equilibrio “strutturale” di potere, cioè la presenza di un potere mondiale bipolare, che contribuiva a strutturare le relazioni internazionali e la legittimazione degli Stati Uniti come rappresentante del “mondo libero”.


    Il venir meno della minaccia sovietica, e l’affermarsi degli Stati Uniti come unica potenza hanno risvegliato i timori dell’Europa: lo spirito della democrazia liberale rifiuta l’idea di un predominio egemonico, anche se questo venisse esercitato in modo benevolo.

    Come scrisse Lord Acton, “il potere assoluto corrompe in modo assoluto”.


    Dopo l’11 settembre 2001, gli europei hanno preso coscienza del fatto che la loro tradizionale egemonia sugli Stati Uniti era venuta meno. Tale egemonia, secondo gli europei, si alimenta della stessa costruzione comunitaria.

    Come ha scritto Javier Solana, gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa perché quest’ultima è “un alleato la cui legittimità proviene dall’azione collettiva dell’unione di venticinque stati sovrani”.

    Quindi la legittimità sarebbe più una fonte di potere che di forza, secondo gli europei, cioè del potere di “guidare”, sulla base dell’adesione a comuni valori liberali, la forza politica e militare degli Stati Uniti, come avvenuto negli scorsi decenni.

    L’Europa cerca quindi di riguadagnare influenza sugli Stati Uniti attraverso il gioco della legittimazione, e della negazione della sua concessione.


    L’Europa ritiene quindi che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu rappresenti la struttura politica più idonea a trasmettere la propria legittimazione agli Stati Uniti. Sfortunatamente, le istituzioni dell’Onu non si sono dimostrate idonee a gestire il primo decennio del dopo guerra fredda, come dimostra il caso dell’intervento in Kosovo del 1999.


    Tale intervento fu gestito dalla Nato, senza ottenere l’autorizzazione formale (e formalistica) del Consiglio di Sicurezza Onu, anzi malgrado la forte contrarietà di due membri permanenti di esso, Cina e Russia. Furono gli europei, soprattutto i tedeschi, per bocca del ministro degli esteri Joschka Fischer, a chiedere a gran voce l’intervento della Nato, ritenendo non tollerabile il riproporsi sul suolo europeo di situazioni di genocidio che ricordavano sinistramente quanto accadde durante l’Olocausto: l’etica e la storia ebbero la meglio sui principi del diritto internazionale, sancendo per la prima volta il diritto d’ingerenza umanitaria nella vita di uno stato sovrano (in quel caso, la Serbia).

    Le conseguenze di questa iniziativa dirompente non sono forse ancora state comprese appieno, soprattutto dagli europei, perché l’intervento aveva violato il principio cardine dell’Onu: l’uguaglianza inviolabile e sovrana di tutte le nazioni.


    E’ questo il cosiddetto “sistema vestfaliano”, concepito in seguito alle devastanti guerre di religione del Seicento, che difese la sovranità nazionale e il principio della non ingerenza come prerequisiti per la pace internazionale.


    Se la sovranità nazionale non venisse ritenuta “sacra” ed inviolabile e il senso di giustizia e di moralità autorizzasse ogni nazione a intervenire negli affari interni di un’altra, su quale fondamento potrebbe costituirsi un qualsiasi ordine legale?

    Ma questo è il trionfo della morale (occidentale e liberale) sul formalismo del diritto internazionale, quel comune denominatore cinico e spietato che ha finora permesso il “funzionamento” delle Nazioni Unite.

    Nel 1999 gli europei non consideravano l’Onu fonte di legittimità all’intervento armato, alla “ingerenza umanitaria” ma, per la carta dell’Onu, la “guerra umanitaria” è illegale tanto quanto la “guerra preventiva”.

    Nella misura in cui il liberalismo si fonda sulla convinzione che la giustizia e il bene morale consistano nella difesa dei diritti dell’individuo, senza i quali il liberalismo stesso sarebbe privo di senso, sarà sempre più forte il contrasto tra il liberalismo “vestfaliano”, cioè di fatto il realismo kissingeriano (e dell’attuale Unione Europea), e il liberalismo interventista su basi etiche.

    Nel mondo reale, l’applicazione troppo rigida dei principi del diritto internazionale può impedire il perseguimento del bene morale e della giustizia, come hanno riconosciuto gli europei nel caso del Kosovo.

    Tutti i liberali moderni devono confrontarsi con questo dilemma.

    Tony Blair ha affermato, durante la guerra in Kosovo, che l’Europa deve lottare “per un nuovo internazionalismo in cui la brutale repressione dei gruppi etnici non verrà più tollerata, e per un mondo in cui i responsabili dei crimini non abbiano dove nascondersi”. Se questo è il “nuovo internazionalismo”, allora il “vecchio internazionalismo”, quello della Carta delle Nazioni Unite, è morto, ed in ogni caso gli europei dovranno scegliere con quale internazionalismo schierarsi.


    Il concetto di “guerra preventiva” non è nuovo nel panorama delle relazioni internazionali, non è certo stato inventato da George W. Bush.

    John Fitzgerald Kennedy teorizzò (e tentò di praticare, invero con scarsi risultati…) la dottrina dell’attacco preventivo nel caso della crisi dei missili sovietici a Cuba.


    Ai giorni nostri, pensatori liberal come Michael Walzer, teorico della “guerra giusta”, sostengono che di fronte alla minaccia di armi di distruzione di massa, progettate in segreto, destinate a produrre effetti devastanti su migliaia di esseri umani in pochi minuti, e facilmente occultabili (Iraq docet…) servano risposte “preventive” e rapide, senza le lungaggini tipiche delle deliberazioni Onu e delle guerre convenzionali.

    Parlando di “unilateralismo” degli Stati Uniti, gli europei intendevano affermare che gli americani avevano perso il consenso di Parigi e Berlino, e quest’ultime avevano perso la loro tradizionale influenza sugli Stati Uniti, da cui promanava, agli occhi degli europei, la legittimazione di quest’ultimi.


    L’idea di Bush secondo cui la “missione determina la coalizione” , cioè la creazione di “coalizioni di volenterosi” a geometria più o meno variabile, priva l’Europa della sua tradizionale influenza su Washington, e da ciò si sono create le recriminazioni contro la logica americana del divide et impera.

    Gli Stati Uniti hanno sofferto della mancata legittimazione di parte dell’Europa, perché sensibili alle opinioni di paesi che essi considerano affini sul piano dei valori liberali.

    Secondo Kagan, il modo migliore per raggiungere una nuova e migliore multilateralità è rappresentato dalla capacità che gli Stati Uniti mostreranno nel contemperare la difesa dei propri interessi con la promozione e la diffusione di valori universalistici e liberali.


    “Non lottiamo solo per noi stessi, ma per l’umanità”, disse Benjamin Franklin.


    Quei principi vanno difesi ed estesi a tutto il mondo liberale, ammesso (secondo noi) che il liberalismo europeo possa ancora definirsi tale, e non sia diventato solo un frusto e cinico realismo vestfaliano.

    Robert Kagan

    Il diritto di fare la guerra. Il potere americano e la crisi di legittimità

    Mondadori, 2004
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