di G.Borgna e C.Lucarelli
Una ricostruzione minuziosa, attraverso fatti e testimonianze, di quel 2 novembre 1975 in cui fu ucciso Pasolini, e delle incongruenze delle ricostruzioni ufficiali e ufficiose che vorrebbero spiegare l’omicidio. Fino a questa clamorosa e documentata ipotesi, l’unica che fa andare al suo posto tutti i pezzi del terribile puzzle: un omicidio politico premeditato.
Prologo: l’arresto di Pelosi
È l’una e mezzo di notte del 2 novembre 1975 e sul lungomare Duilio di Ostia, un chilometro e mezzo prima di piazzale Cristoforo Colombo, c’è una gazzella dei carabinieri in servizio di pattuglia. All’improvviso, un’Alfa 2000 GT, una bella macchina, gli passa davanti a tutta velocità, contromano e in senso vietato. Non si ferma all’alt, e così i carabinieri fanno inversione di marcia e si lanciano all’inseguimento. Raggiungono l’Alfa all’altezza di uno stabilimento balneare, la stringono contro la carreggiata e la costringono a rallentare e a fermarsi.
Dalla gazzella scende un appuntato, che va a vedere chi c’è in quella macchina e perché sta correndo così, ma non fa in tempo a distinguere il conducente che all’improvviso l’Alfa riparte e cerca ancora di scappare.
L’appuntato rimonta in macchina e di nuovo la gazzella si lancia all’inseguimento su quella strada del lungomare di Ostia.
Raggiungono di nuovo l’Alfa, la stringono contro il marciapiede e questa volta l’appuntato tira fuori il mitra e lo fa vedere, e l’Alfa si ferma.
Sembra la scena di un film, uno di quei polizieschi all’italiana che si vedevano in quegli anni, negli anni Settanta, Roma violenta, o Il trucido e lo sbirro, ma non è un film, è cronaca, cronaca vera, e dall’auto non scende un attore o uno stunt-man, non scendono Thomas Milian o Maurizio Merli, ma un ragazzo spaventato che cerca ancora di scappare, a piedi, ma viene subito preso dai carabinieri, che gli girano un braccio dietro la schiena e gli mettono le manette.
Il ragazzo si chiama Pino Pelosi, detto Pino la Rana, ha 17 anni e ha qualche precedente per furto.
Perché scappava? Intanto è minorenne, e non potrebbe neppure guidarla, quell’auto. E poi dice di averla rubata, l’ha presa vicino al cinema Argo, nel quartiere Tiburtino, a Roma, vicino a dove abita. Ad Ostia c’è andato per accompagnare un amico, poi ha visto i carabinieri, ha avuto paura ed è scappato. Sanguina da una ferita, perché ha battuto la testa contro il volante mentre stava scappando.
E l’auto? L’auto di chi è? Lo dicono i documenti della macchina, la carta di circolazione. È di Pier Paolo Pasolini, uno scrittore, un poeta, un regista del cinema. Uno famoso. Pino Pelosi ha rubato la macchina di un personaggio noto. Alle cinque del mattino Pino Pelosi viene portato al carcere minorile di Casal del Marmo.
Prima, però, insiste perché i carabinieri tornino alla macchina, a cercare qualcosa, un pacchetto di sigarette e un accendino e anche un anello d’oro con una pietra rossa e la scritta: «United States Army».
Ha anche il segno dell’anello attorno al dito, e lo fa vedere ai carabinieri, che lo aiutano a cercare.
Però non trovano niente.
Poi, Pelosi viene portato in carcere e l’Alfa 2000 alla rimessa e lì i carabinieri si accorgono che dentro c’è anche un pullover verde, un vecchio maglione usato e piuttosto logoro.
È sul sedile posteriore, assieme al giubbotto e al maglione di Pino Pelosi, e ad altri indumenti. C’è anche un plantare, uno solo, per scarpa destra.
L’Alfa 2000 nella rimessa, il ladro in galera. Alle tre di notte i carabinieri avvertono i genitori di Pelosi. Vostro figlio è dentro per furto d’auto. Lo potete andare a trovare domani mattina al carcere minorile di Casal del Marmo.
Caso risolto, un furto sventato prima ancora che fosse compiuto.
E invece c’è qualcos’altro. In carcere, appena arrivato, Pino Pelosi parla con il suo compagno di cella. È inutile nasconderlo, perché tanto prima o poi lo scopriranno, così gli dice cos’ha fatto.
Ha ammazzato Pasolini.
I fatti: il luogo del delitto
Alla foce del Tevere, vicino ad Ostia, c’è una spianata in una zona che si chiama Idroscalo. È una zona popolare, un po’ degradata, piena di casette abusive che sono poco più di baracche.
Il corpo di quell’uomo si trova proprio lì, vicino ad una stradina in terra battuta che unisce Ostia a Fiumicino. In mezzo ad un campetto da calcio chiuso da una recinzione. Vicino a lui, e sotto di lui, ci sono pezzi di legno insanguinati, ciocche di capelli e un anello, un anello con una pietra rossa e la scritta: «United States Army». Poco lontano, vicino alla porta del campetto da calcio, c’è una camicia di lana, a righe, imbrattata di sangue, molto sangue, sul dorso e sulle maniche. E una tavoletta imbrattata di sangue e di capelli.
E un’altra, rotta in due pezzi, con sopra scritto «via dell’Idroscalo». Ci sono anche tracce di pneumatici che dalla porta del campetto arrivano fino all’uomo.
E poi c’è lui, l’uomo.
È steso in avanti, con la tempia e la guancia sinistra appoggiate a terra, il braccio destro scostato dal corpo e quello sinistro sotto. Indossa una canottiera parzialmente sollevata sul dorso, con un solo, piccolo strappo, e calzoni abbottonati alla cintola, con la cintura slacciata e la cerniera abbassata.
La prima persona ad accorgersi di lui, alle sei e trenta del mattino, è la signora Maria Teresa Lollobrigida. È appena arrivata lì con il marito, perché sono «proprietari» di una di quelle baracche. Crede che quella macchia informe a pochi passi da lei sia dell’immondizia e sta per imprecare quando si accorge che si tratta invece di un cadavere.
Chiamano subito la polizia, che arriva in un quarto d’ora. Il commissario Vitali di Ostia si rende immediatamente conto che quell’uomo è stato massacrato come difficilmente si può immaginare. È coperto di sangue, ha ecchimosi e profonde escoriazioni sulla testa, sulle spalle, sul dorso e sull’addome, ha fratture alle falangi della mano sinistra e dieci costole spezzate. Ha profonde escoriazioni al volto e il naso schiacciato verso sinistra. È stato massacrato, con una ferocia impensabile.
Il commissario, stupito, crede di riconoscere in quel grumo di sangue Pier Paolo Pasolini. Un poeta, uno scrittore, un regista, che tutta l’Italia conosce. Vicino a lui scorge anche un anello in oro giallo sormontato da una pietra rossa. Lo prende e se lo mette in tasca. Alle sette e trenta arriva sul posto il dottor Fernando Masone, capo della squadra mobile di Roma. Alle otto e tre quarti, infine, il dottor Carlo Iovinella.
In quel momento i carabinieri hanno per le mani un ladro di auto, mentre la polizia è alle prese con un cadavere, che non è ancora chiaro come sia arrivato fin lì. L’unica cosa certa è che si tratta proprio di Pasolini, perché alle dieci del mattino l’attore Ninetto Davoli, uno dei suoi amici più cari, ne effettua il riconoscimento.
Ma a quel punto le tessere del mosaico cominciano a combaciare. E di lì a poco Pino Pelosi decide di confessare.
I fatti: le indagini e la confessione di Pelosi
Ore 22.30: piazza dei Cinquecento, a Roma, proprio davanti alla stazione Termini. «Mi trovavo con gli amici Salvatore, Claudio e Adolfo», è Pino Pelosi a raccontare il suo incontro con Pier Paolo Pasolini, quella notte. Adr, c’è scritto sul verbale, A domanda risponde.
Ore 22,30: Pelosi è lì fermo assieme ai suoi amici davanti al chiosco di un bar quando si avvicina un’Alfa 2000 grigio metallizzata. Scende un uomo che va a parlare con uno dei ragazzi, Adolfo. Gli dice: «Ci facciamo un giro?» e Adolfo ride, ma non ci sta. Allora l’uomo si avvicina a Pino e gli fa la stessa proposta. «Vuoi venire a fare un giro con me che ti faccio un regalo?».
Pino è giovane, ma è «scampanato», come dice lui stesso, non è uno che dorme, capisce la situazione e sa cosa vuole quell’uomo. Però accetta, e sale con lui.
La macchina si dirige in direzione di via Nazionale. L’uomo chiede a Pino se ha delle particolari preferenze su dove andare, e Pelosi gli risponde di avere fame. Al che l’uomo dichiara di conoscere una trattoria che di solito è ancora aperta a quell’ora.
Pino propone all’uomo di ritornare al bar per prendere le chiavi di casa e della macchina. L’uomo è contrariato, dato che sono ormai distanti dalla stazione, ma alla fine acconsente e torna indietro.
È passata almeno mezz’ora quando i due si riaffacciano dalle parti di piazza Esedra. Pino chiede le chiavi di casa e dell’auto a Claudio, dicendogli che, se avesse fatto tardi, lui avrebbe potuto prendere la macchina, dato che aveva altre chiavi, e che avrebbe potuto lasciarla sotto casa sua, dove lui, Pino, l’avrebbe poi potuta riprendere.
Finalmente i due si indirizzano verso la trattoria Biondo Tevere, dalle parti della basilica di San Paolo, dove l’uomo è conosciuto e sicuramente riapriranno la cucina per lui. E infatti, tutti lo conoscono e lo salutano, perché quell’uomo è Pier Paolo Pasolini, uno famoso, ma Pino non lo conosce, non l’aveva mai visto prima, per lui è soltanto Paolo.
Pino mangia, spaghetti aglio, olio e peperoncino e petto di pollo, Paolo no, beve una birra e gli fa tante domande, vuole sapere chi è, cosa fa, come vive, si interessa, con curiosità, quasi con passione. Restano nella trattoria fino alle 23,30, poi escono, Paolo fa benzina in un self-service e poi prende una strada alberata, verso Ostia, la via Ostiense. Dice a Pino che andranno in un luogo isolato, che faranno qualcosa e che lui gli darà 20 mila lire.
È Pino Pelosi che parla, A domanda risponde. Teniamoci a mente quello che dice, e teniamoci a mente i luoghi. Piazza dei Cinquecento, davanti alla stazione Termini. La trattoria Biondo Tevere, vicino alla basilica di San Paolo. Via Ostiense, fino all’Idroscalo di Ostia, il luogo appartato. Pino Pelosi, A Domanda Risponde.
Ore 24,00
L’Alfa 2000 si apparta nel campetto da calcio, vicino alla porta.
Inizia un rapporto sessuale che però si interrompe. È sempre Pino Pelosi che racconta, A Domanda Risponde.
Pino esce dalla macchina, si avvicina alla recinzione e quell’uomo, Paolo, lo segue. Vuole da lui qualcosa che Pino non vuole fare, e quando Pino si ribella lui diventa violento. Prende un bastone e ha una faccia da matto che gli fa paura.
La recinzione sta a 20 metri dalla macchina. Pino scappa e quel*l’uomo gli corre dietro. Altri 50 metri. Pino ha un paio di scarpe con i tacchi un po’ alti, come usavano allora, negli anni Settanta, scivola e cade sulla schiena.
L’uomo lo raggiunge e quando Pino cerca di divincolarsi lo colpisce alla testa col bastone, Pino scappa ancora e l’uomo lo colpisce di nuovo. Allora Pino vede per terra una tavoletta e la rompe sulla testa dell’uomo, poi lo colpisce con due calci al basso ventre, gli afferra i capelli e lo colpisce anche in faccia, con altri due calci, ma niente.
Pino dice che l’uomo barcolla ma non si arrende, ringhia «ti ammazzo», e colpisce Pino con il bastone. Allora Pino perde il controllo e lo colpisce con la tavoletta finché Paolo non cade a terra.
Poi? Sempre Pino, A Domanda Risponde.
Scappa verso la macchina portando con sé i due pezzi della tavoletta e il bastone insanguinato, che getta vicino alla rete di recinzione. Poi sale in macchina e scappa con quella. Nell’andarsene sente l’auto sobbalzare, ma non sa perché, sarà un’asperità del terreno, una cunetta, una buca.
Si ferma alla fine della strada ad una fontanella per sciacquarsi dal sangue e poi riparte.
Ore 1,30, lungomare Duilio di Ostia. La gazzella dei carabinieri vede passare l’Alfa 2000, di corsa e contromano, e inizia l’inseguimento.
A Domanda Risponde, sempre le stesse cose, in cinque interrogatori diversi, senza contraddizioni. Tutto chiaro e tutto semplice. Tutto molto verosimile. Pier Paolo Pasolini è stato ucciso da un ragazzo che aveva adescato per avere un rapporto omosessuale a pagamento. Caso chiuso.
I fatti: quello che non torna
Ma sono in tanti a dubitare della verità proposta dalla polizia, anche perché, appunto, troppo verosimile per essere vera, troppo «pasoliniana»: i familiari di Pasolini, Graziella Chiarcossi, sua cugina, che con Pasolini divide l’appartamento; gli amici Laura Betti e Sergio Citti; gli avvocati di parte civile Nino Marazzita e Guido Calvi; e persino gli avvocati di Pelosi, Tommaso e Vincenzo Spaltro, che affermano: «Noi concordiamo con le notizie date dall’Europeo che sul posto del delitto c’erano delle altre persone. La storia raccontata dalla Fallaci ci persuade in questo senso: noi siamo convinti che Giuseppe Pelosi non è l’assassino, per la semplice ragione che non ha la capacità fisica né psichica di commettere un omicidio». Pino la Rana, a questo punto, li estromette inopinatamente dall’incarico, dopo un insolito colloquio in carcere con i suoi genitori.
Insomma, ci sono un sacco di cose che non convincono. A partire dalle indagini compiute in fase istruttoria.
Sono in tanti a dubitare di quelle indagini. Già lo avevano fatto, appunto, i giornalisti, fin dal primo momento. Oriana Fallaci ed altri giornalisti del settimanale L’Europeo conducono anche una controinchiesta.
Salta fuori un testimone che dice che Pasolini era entrato in una baracca con Pino Pelosi e due motociclisti, che poi lo avevano inseguito fino al campetto, colpendolo con una catena.
Arriva un altro testimone, un omosessuale che frequenta il giro della prostituzione, e che dice che Pasolini è stato ucciso perché faceva troppe domande sul racket dei ragazzi di vita. Ne arriva un altro ancora, «il ragazzo che sa» lo chiama la Fallaci, che dice che Pasolini è caduto in un agguato organizzato per rapinarlo e che è stato ucciso per avere reagito. «Gli volevano solà er portafoglio» dice il testimone ai giornalisti, prima di scappare via.
Sono dichiarazioni strane. Non reggono molto neppure quelle. I testimoni individuati dalla polizia ritrattano, uno fa risalire le sue informazioni a fonti «parapsicologiche», di altri la Fallaci e i giornalisti non vogliono rivelare l’identità.
Ma i punti in discussione riguardano soprattutto la conduzione delle indagini.
Quando la polizia arriva sulla spiaggia dell’Idroscalo, alle sei e quarantacinque di quella domenica mattina, trova accanto al corpo di Pasolini una piccola folla di curiosi.
Nessuno li allontana, e gli agenti lasciano perfino che alle nove un gruppo di ragazzi in maglietta e calzoncini giochi una partita sul campetto vicino. Non è una zona interessata dai rilievi, dice la polizia. No, dicono i giornalisti, il campetto era a pochi metri, tanto che a volte la palla arriva sul luogo del delitto e sono gli stessi agenti a rilanciarla ai ragazzi con un calcio. E dietro la porta del campetto, dicono i giornalisti, ci sono pezzi di legno macchiati del sangue di Pasolini e la sua camicia intrisa di sangue, che sta in un posto strano, a 70 metri da dove è stato ritrovato il corpo.
Comunque sia, tutta quella gente che cammina sul luogo del delitto rende impossibile rilevare eventuali tracce di passi o di pneumatici. È una scena del delitto veramente confusa, quella, con molti reperti raccolti senza che ne venga segnata correttamente la posizione precisa.
E poi c’è la macchina.
La macchina resta nella rimessa dei carabinieri per parecchi giorni e viene consegnata alla scientifica soltanto il giovedì.
È rimasta lì per quattro giorni, aperta e sotto la pioggia, finché non viene messa sotto una tettoia e nel farlo l’autista che la sposta va anche a sbattere contro un palo. C’è qualcosa di interessante in quell’auto, ci sono un maglione e un plantare per scarpa che non appartengono a Pasolini, il maglione è di taglia diversa e la famiglia non lo riconosce, e di plantari Pasolini non ne ha mai portati. Non appartengono neanche a Pelosi e nella macchina ci sono finiti il giorno dell’omicidio, perché prima l’auto era stata lavata e ripulita accuratamente.
E c’è un’altra cosa. C’è una macchia di sangue sul tetto dell’Alfa 2000, come se qualcuno ci si fosse appoggiato con la mano sporca di sangue per aprire la portiera.
La portiera è quella di destra, quella del passeggero, non quella da cui si entra per guidare.
E poi c’è la perizia del medico legale di parte civile.
Inizialmente la morte di Pasolini era stata attribuita a dissanguamento. La parte civile, la famiglia di Pasolini, affida la perizia al professor Faustino Durante, medico chirurgo, docente dell’Istituto di medicina legale dell’Università di Roma.
Pier Paolo Pasolini è morto perché la sua auto gli è passata sopra, fratturandogli dieci costole e lo sterno, lacerandogli il fegato e facendogli scoppiare il cuore. Nelle fotografie ci sono le tracce dei pneumatici che arrivano fino al suo corpo e gli passano sopra.
Prima, però, è stato massacrato.
In quel campetto all’Idroscalo ci sono alcuni oggetti sporchi del sangue e dei capelli di Pasolini, due paletti e due tavolette di legno, e infatti quattro o cinque ferite sono state provocate da quelli. Ma le altre? Tutto quel massacro? I colpi alla testa? Per il professor Durante Pasolini è stato colpito con qualcosa di molto più resistente e pesante di qualche pezzo di legno fradicio e friabile.
Il professor Durante fa notare un’altra cosa. Pasolini è coperto di sangue, «un grumo di sangue», l’hanno definito. Ma Pino Pelosi no. Ha soltanto una macchia di sangue su un polsino, un’altra sui calzoni e un’altra sotto una suola. Non si spiega. Va bene, si è lavato le mani alla fontanella in fondo alla strada, ma non basta. Non si spiega.
Come non si spiega che Pasolini non abbia reagito all’aggressione, perché Pelosi, a parte una piccola escoriazione sulla fronte che si è fatto sbattendo con la testa sul volante quando lo hanno fermato i carabinieri, non ha lividi o ferite. Eppure Pasolini è un uomo forte e dinamico, uno che pratica sport, che gioca a calcio, uno che avrebbe reagito, in una colluttazione. E Pino Pelosi non è un gigante, è un ragazzo di 17 anni, alto 1 metro e 71, e di 60 chili di peso.
I fatti: la perizia del professor Durante
Per il professor Durante e per gli avvocati di parte civile la dinamica dell’omicidio di Pier Paolo Pasolini non è quella raccontata da Pino Pelosi. Pino la Rana non era solo.
Arrivano altre persone, che trascinano fuori Pasolini dall’auto e lo aggrediscono, lo picchiano, lo colpiscono con oggetti contundenti.
Pasolini cerca di difendersi coprendosi la testa, come dimostrano le maniche della camicia imbrattate di sangue, se la toglie anche, lui stesso, perché la camicia è intatta, e cerca di tamponarsi le ferite con quella. Ma l’aggressione continua, Pasolini cerca di scappare, lascia lì la camicia, ma viene raggiunto e ancora massacrato. Prende un calcio al basso ventre così forte che gli impedisce qualunque altra reazione.
Qualcuno, uno degli aggressori che entra dalla parte del passeggero, oppure Pelosi che si appoggia alla macchina, non certo Pasolini, che è stato aggredito troppo lontano dall’auto, lascia quella macchia di sangue sulla carrozzeria.
Poi gli aggressori di Pasolini se ne vanno, Pelosi monta in macchina e facendo manovra passa sul corpo di Pasolini, forse senza volerlo, e gli fa scoppiare il cuore.
I fatti: il processo di primo grado
Il processo a Pino Pelosi, imputato di «omicidio nella persona di Pasolini Pier Paolo» si apre il 2 febbraio 1976 presso il Tribunale per i minorenni di Roma, perché Pino Pelosi non ha ancora diciot*t’anni. La famiglia di Pasolini, con gli avvocati Guido Calvi e Nino Marazzita, si costituisce parte civile, per poter seguire le indagini e il processo.
Pino Pelosi siede sul banco degli imputati come autore dell’omicidio, da solo e in quel modo, secondo quanto ha ammesso lui stesso e secondo quanto è emerso dalle indagini della polizia. La confessione e le indagini. Ma c’è qualcosa che non va. Il processo, un processo così semplice, l’omicidio di un omosessuale che voleva rimorchiare un ragazzino, si rivela molto più complesso. E pieno di colpi di scena.
A presiedere il Tribunale per i minorenni di Roma c’è un magistrato che si chiama Alfredo Carlo Moro, ed è il fratello del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. È un magistrato zelante, il presidente Moro, esamina tutti gli atti assieme ai magistrati che compongono la giuria, respinge la richiesta di considerare Pino Pelosi incapace di intendere e di volere avanzata dalla difesa sulla base della perizia del professor Aldo Semerari, un criminologo dal*la biografia molto particolare, che spesso incrocia fatti relativi alla strategia della tensione e che poi verrà ucciso dalla camorra.
Il 26 aprile 1976 il presidente Moro pronuncia la sentenza. Pino Pelosi viene condannato a nove anni, sette mesi e dieci giorni e a 30 mila lire di multa per atti osceni, furto aggravato e omicidio volontario nella persona di Pasolini Pier Paolo.
Ma attenzione, non è tutto qui. «Ritiene il collegio», dice il presidente Moro, «che dagli atti emerga in modo imponente la prova che quella notte all’Idroscalo il Pelosi non era solo». Quel maglione e quel plantare ritrovati nella macchina che non appartengono né a Pasolini né a Pelosi. Impronte di scarpe rinvenute sul luogo del delitto, lontano dalla zona calpestata dai curiosi, che non appartengono né a Pelosi né a Pasolini. Il sangue sul tetto della macchina dalla parte del passeggero, la dinamica del delitto ricostruita dal professor Durante. A massacrare Pier Paolo Pasolini in quel modo, secondo il Tribunale, non c’era soltanto Pino la Rana. C’erano anche altre persone. Rimaste ignote.
I fatti: i processi di secondo e terzo grado
L’imputato e il procuratore generale si appellano alla sentenza. Il 4 dicembre 1976 la sezione per i minorenni della Corte d’Appello di Roma assolve Pino Pelosi dall’imputazione di atti osceni e furto, ma conferma la condanna per omicidio. Attenzione, però. Riesaminati tutti gli elementi che avevano convinto il presidente Moro, la nuova Corte ritiene «estremamente improbabile, per tutte le cose dette, che Pelosi possa avere avuto uno o più complici». A massacrare e uccidere Pier Paolo Pasolini, quella notte all’Idroscalo, c’era soltanto lui, Pino la Rana.
Il 26 aprile del 1979 la Corte di cassazione conferma la sentenza. Caso chiuso. Pier Paolo Pasolini è stato ammazzato da Pino Pelosi. Da lui e basta.
Una brutta storia, una storia di prostituzione e di violenza. Un delitto tra omosessuali. Una cosa da dimenticare in fretta.
I fatti: Pelosi parla di nuovo
Sempre la stessa versione, senza mai un cambiamento, una contraddizione, niente. Per trent’anni.
Fino al maggio del 2005. Quando succede qualcosa.
Il programma si chiama Ombre sul giallo, e va in onda su Rai3. Alla conduttrice Franca Leusini e alla presenza dei due ex avvocati di parte civile Guido Calvi e Nino Marazzita, Pino Pelosi dice di non essere lui l’assassino di Pasolini. Ad ucciderlo sono stati tre uomini, tre uomini che lui non conosce, che parlavano con un accento del Sud, siciliano, o calabrese. Lui era andato all’Idroscalo con Pasolini per compiere un atto sessuale, poi era sceso dalla macchina per orinare contro la rete. A quel punto spuntano dal nulla tre persone, una aggredisce lui, lo picchia e lo minaccia. Le altre due afferrano Pasolini, lo tirano fuori dalla macchina e lo massacrano. «Fetuso», gli gridano, «frocio», «sporco comunista».
Non sono stato io, dice Pelosi, non l’ha neanche toccato Pasolini. Sono state tre o più persone che l’hanno massacrato, all’improvviso, tre sconosciuti. Pasolini l’hanno ammazzato, lui l’hanno lasciato andare, è montato in macchina ed è partito, non vedeva niente, c’era tutta acqua, è passato sopra Pasolini senza accorgersene. Prima di lasciarlo andare, però, quelle persone lo hanno minacciato. Fatti gli affari tuoi, stai zitto e non parlare.
Ci sono alcuni punti oscuri nel suo racconto, alcune contraddizioni, che gli vengono fatte notare. Se non è stato lui ad aggredirlo, come c’è finito il suo anello vicino al corpo di Pasolini? Se quando è scappato in macchina non si era accorto di essere passato sopra il suo corpo, perché appena l’hanno arrestato ha detto «ho ammazzato Pasolini» al suo compagno di cella? E se davvero non conosceva le persone che l’hanno minacciato, e loro, come dice lui, non si sono più fatti vivi per rinnovare le minacce, perché si è fatto tutti quegli anni di carcere senza dire niente? Pino Pelosi non ricorda, l’anello deve essergli caduto quando è andato a vedere come stava Pasolini, per il resto non sa, era giovane, era sconvolto, aveva paura.
Che siano vere del tutto o anche soltanto in parte, le affermazioni di Pino Pelosi, dell’unico imputato del delitto, reo confesso e condannato per una pena interamente scontata, cambiano molte cose.
Cambia Pasolini, intanto. Trasgressivo, scandaloso, eccessivo, qua*lunque cosa, ma non un violento, non un uomo che viene ucciso dalla reazione di un ragazzino di diciassette anni a cui stava usando violenza.
E poi cambiano anche molte altre cose. Perché, finché era stato Pelosi ad uccidere Pasolini, Pino la Rana e basta, allora era un conto, ma se non è stato lui e le cose sono andate, anche solo in parte, in modo diverso, allora si aprono altri scenari e possono saltare fuori altri moventi.
Per cercare di capirci qualcosa bisogna ricominciare tutto da capo. Tornare indietro e ripartire proprio da quegli anni, gli anni Settanta. Il novembre del 1975...
(continua)




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