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    Predefinito Odessa e la leggenda nera

    Odessa e la leggenda nera

    È passata alla storia con il nome di “Operazione Odessa”, anche se non ha nulla a che fare con la città alle foci del Dnepr. “Odessa” è soltanto una sigla in tedesco e sta per “Organisation Der Ehemahlige SS Angehörigen” (Organizzazione degli antichi membri delle SS). Secondo una vulgata largamente diffusa, l’organizzazione, il cui nome fu inventato a posteriori, riuscì a porre in salvo alcune migliaia di criminali nazisti, facilitando la loro fuga dall’Europa all’Argentina attraverso il porto di Genova e con la complicità della Curia, e in particolare del giovane vescovo monsignor Giuseppe Siri, futuro cardinale e arcivescovo della capitale ligure. Dopo una serie di libri tendenti a colpevolizzare la Chiesa, arriva ora una ricerca storica che inquadra in maniera molto precisa quel lontano evento. S’intitola Odessa: la vera storia e la leggenda nera (Novantico editrice) e ne sono autori due storici non per nulla genovesi: Sergio Pessot e Piero Vassallo. I quali non negano affatto che la struttura messa in piedi dalla Curia genovese abbia contribuito a far emigrare clandestinamente ufficiali tedeschi delle Ss e francesi di Pétain, ed esponenti fascisti della sconfitta Rsi, e, anzi, a questi aggiungono non pochi «ustascia» croati, «domobranzi» sloveni, combattenti antisovietici ucraini, lituani, estoni e lettoni. Mai però criminali. In altre parole, perdenti sì, sconfitti sì, ma solo combattenti e la cui vita era fortemente a rischio per le vendette comuniste. Con questo documentato lavoro, Pessot (appassionato all’argomento fin dai suoi anni giovanili nella lontana Argentina) e Vassallo (apprezzato storico di matrice cattolico-tradizionalista e già docente al Seminario arcivescovile di Genova all’epoca di Siri) inquadrano definitivamente quei lontani avvenimenti. Sì, la Chiesa aiutò quei disperati, ma lo fece per due ragioni ben precise: prima di tutto, per coerenza con la carità cristiana che impone di aiutare chi sia ingiustamente perseguitato; in secondo luogo, per precisi accordi stipulati con William Donovan, direttore centrale dell’Oss (Office of Special Operations), ovvero il controspionaggio americano da cui deriverà la Cia (Central Intelligence Agency). In proposito, gli autori raccontano come, già dal 1943, don Stefan Draganovic, sacerdote croato operativo in Vaticano, collaborasse segretamente con Donovan. Obiettivo comune: porre un freno all’espansione comunista. Pessot e Vassallo narrano che nell’ottobre 1944, quando già si profilava la sconfitta tedesca, l’esponente politico genovese Pino Rolandino (nel dopoguerra sarà uno dei fondatori del Msi), dopo avere incontrato in Baviera il generale Karl Wolff (il comandante delle Ss in Italia che stava trattando segretamente con gli americani quella che sarà poi la resa di Caserta), tornò a Genova e propose al vescovo ausiliare Giuseppe Siri di predisporre una via di fuga verso il Sud America per gli sconfitti. Siri sarà poi colui che, a Villa Migone, il 24 aprile 1945, sovrintenderà alla resa del generale Meinhold e di tutte le formazioni tedesche della Liguria e del Basso Piemonte ai componenti del Cln (Comitato di Liberazione Nazionale) di Genova: l’unico caso, in tutta Italia, di conclamata vittoria delle forze partigiane sulla Wehrmacht. Ottenuta, tra l’altro, senza spargimento di sangue, e per di più con il salvataggio del porto di Genova anche grazie all’opera della Decima Mas, i cui incursori provvidero a sminare le banchine, impedendo così ai fedelissimi di Hitler di trasformarle in un cumulo di macerie. L’accordo con Wolff fu rispettato. A Rolandino furono messi a disposizione il Collegio di Rapallo, la chiesa di Santa Maria delle Grazie e un convento dove alloggiare i fuggiaschi in attesa di essere imbarcati sulle navi degli armatori cattolici Costa e Bibolini. Quanto al tacito consenso degli americani, va ricordato il famoso rapporto del generale George Patton sulla necessità di contrastare l’espansione sovietica in Europa arruolando, all’occorrenza, anche gli ex nemici tedeschi. Un anticomunismo, quello di Patton e di tutti gli americani, che in ogni caso non contemplava l’indulgenza nei confronti dei criminali di guerra. Al processo di Norimberga, infatti, i giudici e i pubblici ministeri americani furono intransigenti quanto i loro colleghi sovietici. Tornando alla posizione della Chiesa, non si può dimenticare che, durante l’occupazione tedesca di Roma, le porte dei conventi cattolici, del Vaticano e persino di Castelgandolfo si aprirono per dare asilo sia agli ebrei ingiustamente perseguitati, sia ai comunisti ricercati a causa delle loro attività rivoluzionarie. Ovviamente, l’assistenza cattolica ai comunisti non era certo prestata in ragione della bontà delle idee professate dai rifugiati, ma dalla sproporzionata ferocia con cui il potere nazista inquisiva, giudicava e puniva i suoi avversari. Analoghe ragioni suggerirono e sollecitarono l’assistenza cattolica ai vinti della Seconda guerra mondiale. Gli autori ricordano in proposito la durezza del piano del ministro del tesoro americano Morgenthau, che contemplava una spaventosa punizione dell’intero popolo tedesco. Pubblicato nel 1944 sui più importanti quotidiani d’America e Inghilterra, il piano Morgenthau prevedeva la trasformazione della Germania in territorio agricolo e pastorale, previo lo smantellamento di tutte le industrie, e la deportazione di milioni di lavoratori tedeschi nell’Urss. Esso non fu applicato per un ripensamento all’ultimo minuto del presidente Roosevelt. In Italia, nella primavera del ’45, l’esercizio sommario della «giustizia» partigiana, attuato anche a spese del clero (basti ricordare il “triangolo rosso”), confermò il timore, nutrito dalla gerarchia cattolica, che sui vinti e sui loro presunti amici stesse abbattendosi una vendetta esorbitante e cieca. Come osservano gli autori, le bombe atomiche rovesciate sulle due città giapponesi nelle quali era forte la presenza cattolica, e la feroce gestione dei campi di concentramento, nei quali, durante l’inverno ’44-’45, morirono 800mila prigionieri tedeschi, aumentarono l’apprensione di Pio XII, che fu costretto a denunciare apertamente le ingiustizie dei vincitori, con una chiara condanna dell’uso inumano dell’energia atomica. Senza contare il fatto che i vincitori non nascondevano i loro progetti di vendetta indiscriminata e sadica. Basterebbe ricordare, in proposito, il poeta stalinista Ilia Ehrenburg che esortava i militari dell’Armata Rossa a violentare sistematicamente le bambine tedesche.

    Luciano Garibaldi

    Odessa e la leggenda nera : Il Culturista
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    "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Ger 17, 5).

  2. #2
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    Predefinito Re: Odessa e la leggenda nera

    Quell’esodo di rifugiati che passava da Genova

    di Ferruccio Repetti

    L'accusa, prima sommessa, poi sempre più amplificata su libri e giornali (tanto da accreditarsi di per se, non in quanto verità provata!), è lapidaria: la Chiesa genovese, e in particolare l'allora vescovo Giuseppe Siri sono responsabili d'aver favorito, nell'immediato secondo dopoguerra, la fuga in Sudamerica di criminali nazisti (tra cui Adolf Eichmann) e ustascia. Tutto questo, ben conoscendo l'identità dei «protetti», nell'ambito dell'«Operazione Odessa» che era stata organizzata verso la fine del conflitto con il concorso di industriali e politici tedeschi e aveva lo scopo di assicurare l'incolumità a un «esercito» di fuggiaschi, criminali in cerca di scampo dalle forche degli Alleati. Non solo: secondo una certa storiografia ufficiale o ufficiosa, e comunque accreditata, «Odessa» - l'acronimo in lingua tedesca per indicare l'«Organizzazione degli ex membri delle SS» - aveva anche l'obiettivo di esportare l'ingente massa di denaro che alti gradi delle forze armate tedesche avevano accumulato all'epoca del nazismo e, infine, di creare una sorta di Quarto Reich a completamento dell'opera di Hitler.
    Tesi suggestive, richiamate, nel 2003, da Uki Goni nel libro «Operazione Odessa-La fuga dei gerarchi nazisti verso l'Argentina di Peron» (Garzanti Editore), oltre che in alcuni servizi giornalistici che ribadivano le colpe di Siri, della Chiesa locale e del Vaticano nell'aver non solo coperto, ma addirittura organizzato l'espatrio clandestino di personaggi che si erano macchiati dei crimini più orrendi. Alle accuse era seguita una replica del cardinale Tarcisio Bertone e un ampio servizio del «Settimanale Cattolico», senza peraltro riuscire a diradare i sospetti e le «testimonianze» di pseudo-storici sull'argomento. Tanto più opportuno, quindi, arriva ora in libreria l'approfondito volume «Odessa-La vera storia e la leggenda nera» di Sergio Pessot e Piero Vassallo (Novantico Editrice, 280 pagine, 20 euro), che confuta le tesi semplicistiche degli accusatori della Chiesa e del Cardinale che ne tenne la guida dal 1946 al 1987, riportando fatti storici, testimonianze autentiche (senza «virgolette»), ricordi e documenti in parte inediti, in grado, in molti casi, di ribaltare le verità acquisite in precedenza. A partire dalla definizione dei fuggiaschi, «scampati ai massacri e lasciati passare attraverso la fitta rete tesa dai militari al servizio dei giudici di Norimberga perch´ risultati del tutto estranei alle attività criminali dei nazisti. Erano a volte provvisoriamente ospitati in conventi o altri istituti protetti da extraterritorialità, dove ottenevano salvacondotti della Croce Rossa». Uno dei più importanti centri di accoglienza era la chiesa di San Teodoro, dove era parroco don Bruno Venturelli, ex prete partigiano e amico di Siri. Grazie alla copertura delle organizzazioni umanitarie cattoliche, spiegano gli Autori, «la cosiddetta “via dei Monasteri“ o “dei Ratti“ si dimostrò la più sicura», e venne percorsa prima di arrivare al porto di Genova da cui sarebbero salpati i bastimenti alla volta del Sudamerica. In questo ambito, «la smentita di Bertone non contemplava la conoscenza di alcune decisive notizie sui fatti».
    Nelle pagine di Pessot e Vassallo - che si leggono come un romanzo, ma sono tutt'altro che un romanzo - scorrono le evidenze che frantumano le supposizioni assurte a realtà: come cita nella prefazione Beppe Franzo, «il tentativo degli autori di riaffermare la verità storica mira a scardinare le false teorie propagandate dalla (sub)cultura di sinistra, atea e anticristiana, dal dopoguerra a oggi. La Chiesa - sottolinea ancora Franzo - corse in aiuto di uomini in pericolo visti come creature da amare in Dio, per mezzo di Dio e per Dio. E lo fece in maniera naturale e spontanea. La riprova è nelle parole del vescovo Alois Hudal a Erik Pribke in fuga (“Mi fa piacere aiutare chi in passato ci ha osteggiato“)».
    Da qui, insomma, sarebbe indispensabile ricominciare: tralasciando le storie e attenendosi alla Storia. Per conoscere e capire, einaudianamente, prima di giudicare.

    http://www.ilgiornale.it/genova/quel...e=0-comments=1
    Ultima modifica di Giò; 04-04-12 alle 20:53
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  3. #3
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    Predefinito Re: Odessa e la leggenda nera

    Sarebbe interessante sapere cosa ne pensa Licio Gelli di questa storia.
    ...nocoj so dovoljene sanje, jutri je nov dan...

 

 

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