Da LA TEMPESTA PERFETTA un illuminante articolo di P. Valerio sulla truffa del debito, che altro non è che un gigantesco schema Ponzi applicato su scala planetaria per rapinare le ricchezze dei popoli (quelle vere) dando in cambio solo carta straccia.
Un po' lungo ma da leggere da cima a fondo per rendersi conto che ci stanno espropriando in modo fraudolento e assolutamente illegale di ciò che è nostro.
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“Se non potete spiegare la cosa con semplici parole, non l’avete ancora capita bene.”
Albert Einstein (1879-1955), fisico tedesco nato in Germania e professore Premio Nobel 1921
Prendendo spunto da questa frase di Einstein oggi tenterò a parole mie, spero semplici e comprensibili, di spiegare ancora una volta cosa sta accadendo in Italia, nell’eurozona e dall’altra parte dell’oceano dal punto vista politico, economico e finanziario. Non userò tabelle, grafici, equazioni, formule matematiche o numeri strani, ma mi affiderò soltanto alla disciplina in cui prediligo avventurarmi: la logica. La stessa logica che manca ai politici italiani di tutte le fazioni, ai giornalisti mainstream, agli economisti strapagati di regime, ai cittadini ed elettori che non si sono mai fermati a ragionare sui veri motivi del tracollo del nostro paese.
Come ho già detto spesso nei precedenti articoli, secondo me tutti i problemi in cui siamo incastrati oggi, il debito pubblico, lo spread, i mercati, la paura infondata dell’inflazione non sono tanto fenomeni di carattere economico, scientifico, tecnico, ma hanno molta più attinenza con le angosce ancestrali dell’anima umana (l’incertezza, il futuro, la precarietà) e dipendono molto dal modo in cui noi le percepiamo e dall’usuale maniera in cui ci vengono comunicate dagli altri. Nel Medioevo tutti credevano alle streghe o alla magia nera per spiegare le cose che non capivano, ma poi qualcuno cominciò a parlare con un linguaggio nuovo e a dimostrare che gli eventi naturali si svolgevano in tutt’altra maniera, e la paura delle streghe cessò.
Facciamo subito il primo esempio per capirci. Se ogni giorno le televisioni e i giornali vi martellano la testa dicendo che abbiamo un enorme debito pubblico che non riusciamo a pagare, e vi ripetono che se non diamo prova ai “mercati” di poter rimborsare questo debito non saremo mai in grado di ripartire e crescere economicamente, allora voi alla fine vi convincereste che il debito pubblico sia davvero un grosso problema e che in un modo o nell’altro sia giusto e corretto che mettiate a disposizione una parte delle vostre ricchezze per rimborsare i creditori. Ma difficilmente vi domandereste il motivo per cui il debito pubblico è diventato un problema, perché siete quasi certi che se tutti lo temono ci sarà da qualche parte una ragione valida che lo rende così pericoloso.
Stesso discorso vale per l’inflazione, che è un dato statistico che misura l’aumento tendenziale dei prezzi al consumo e come tutti i dati statistici presenta parecchi margini di errore in quanto il suo valore dipende molto dal modo in cui viene misurato. Ma da ciò a far diventare l’inflazione una fobia o un’ossessione, tale da indirizzare tutte le scelte politiche ed economiche di una nazione, il passo è davvero molto lungo. Un dato statistico non può valere più della vita delle persone stesse, così come la paura delle streghe non poteva giustificare la carneficina di giovani donne innocenti avvenuta nel Medioevo.
Tuttavia questo è quello che sta succedendo in Europa oggi: le 17 nazioni dell’eurozona hanno deciso volontariamente che il debito pubblico e l’inflazione (ovvero il diavolo e la strega) siano dei mali universali da combattere ciecamente e ora stanno cercando di convincere tutti i cittadini europei che in virtù di questa crociata infernale contro il peccato da estirpare, è ammissibile qualsiasi forma di sofferenza, di sacrificio, fino al suicidio di decine di persone e alla disperazione di molte altre. Ma come nel Medioevo siamo ancora nell’ambito di una nuova forma di magia nera e di stregoneria più sofisticata ed elaborata, perché i tecnocrati in verità non hanno mai dimostrato con dati certi che il debito pubblico e l’inflazione siano i veri problemi e i mali della civiltà, ma hanno preso arbitrariamente questa posizione come un fatto acclarato, una credenza inconfutabile, un dogma.
Come tutti i dogmatici, i tecnocrati europei hanno stabilito un canone rigido da rispettare e hanno demarcato con numeri e percentuali il confine che delimita la sfera del peccato, della colpa da quella della beatitudine e della redenzione. Il primo tecnocrate che ha tirato fuori questi numeri (il debito pubblico non può superare il 60% del reddito nazionale e il deficit annuo non poteva andare oltre il 3%, ora addirittura diventato lo 0,5% a causa di un inasprimento della fobia), avrà ricevuto queste cifre in sogno dalla Madonna, perché razionalmente non hanno senso e sono state più volte smentite dalla realtà e dalle evidenze sperimentali: la Spagna che per parecchi anni ha rispettato questi parametri aurei o divini si trova adesso all’inferno, come e anche peggio di altri paesi più peccaminosi (vedi l’Italia).
Caso opposto: la Germania in tempo di crisi ha aumentato il suo debito pubblico dal 60% all’80% circa facendo ricorso alla tanta osteggiata spesa pubblica per finanziarie le sue banche e le sue aziende. Risultato? La Germania , fregandosene dei suoi alleati dell’eurozona e delle direttive europee che lei stessa impone categoricamente agli altri paesi, ha aumentato i suoi profitti commerciali e le esportazioni negli ultimi anni. Come mai? Secondo i tecnocrati questo è un mistero della fede, che va oltre la capacità di comprensione dei comuni mortali e quindi dobbiamo astenerci da continuare ad investigare cose che non possiamo capire. Pregare e avere fede nei dogmi dei tecnocrati, questa è l’unica risposta che ci viene data, sperando che un giorno il miracolo arrivi anche da noi.
Ma tralasciando per un momento ciò che vanno predicando e blaterando i tecnocrati, noi comuni mortali dotati di ragione e di ingegno sappiamo bene che se qualcosa accade, soprattutto nel settore degli affari e dell’economia, dietro c’è sempre un motivo: in particolare chiunque può intuire immediatamente che continuando a tagliare pensioni e salari in tempo di recessione significa annullare qualsiasi possibilità di ripresa economica (manovre cicliche, che amplificano gli effetti del fenomeno in corso), mentre utilizzare la leva della spesa pubblica per sostenere e compensare i mancati profitti delle imprese può invertire la tendenza (manovre anticicliche, che contrastano il naturale avvitamento recessivo dei mercati). Ribadiamo comunque che siamo sempre nel campo della logica e non dell’economia: se io spingo una palla in una discesa, questa correrà verso il basso più velocemente, mentre se mi metto a calciarla nella direzione opposta posso sperare dopo tanti tentativi di riportarla in alto, nella posizione di partenza.
Cosa quest’ultima fatta dai tedeschi con notevole profitto durante gli ultimi anni, in barba alle severe prescrizioni dei suoi stessi tecnocrati apprendisti stregoni arroccati a Francoforte e Bruxelles. In buona sostanza è come se la Germania avesse inviato esplicitamente questo messaggio a tutta l’Unione Europea: “Cari tecnocrati, queste panzane e stupidaggini che andate predicando sui limiti del debito pubblico e del deficit di bilancio potete venderle per buone agli italiani, ai portoghesi, agli spagnoli, ai greci, agli irlandesi che sono la feccia dell’Europa, ma non a noi tedeschi, che siamo una razza superiore e conosciamo bene come funziona l’economia. Noi andiamo per la nostra strada e voi fate pure quello che vi pare, perché tanto è sempre da noi che presto o tardi dovrete venire per chiedere aiuto e implorare pietà.”
A causa della paura ancestrale del debito pubblico che tentano con ogni mezzo di inculcare nella mente della gente, i tecnocrati europei hanno costruito insomma un modello economico e politico totalmente fuorviante e sbilanciato dalla parte dei maggiori detentori della ricchezza (grandi imprese e banche) tale da rendere davvero problematica la gestione sia del debito pubblico che dell’inflazione. In pratica hanno deciso in anticipo e autonomamente quale fosse il male da combattere e poi hanno elaborato a tavolino una nuova struttura di nazione in cui quel male diventasse davvero reale.
Se uno stato prima sovrano, come l’Italia nel periodo precedente al 1979 (anno del primo aggancio rigido alla moneta unica europea ECU), era capace di creare dal nulla tutta la moneta che voleva pigiando i tasti di un computer e poi a partire dal 1981 (divorzio fra Banca d’Italia e stato italiano, quando ancora il debito pubblico era ai suoi minimi storici) decide arbitrariamente di spegnere il suo computer e di farsi finanziare dai computer delle banche private, non può dire che il debito pubblico è il problema. Il problema non è il debito pubblico ma è la scelta volontaria che ha fatto lo stato, autoimponendosi e autoflagellandosi con questo martirio dei mercati per trasferire buona parte della ricchezza nazionale alle banche private.
La storia insegna che il debito pubblico non è mai stato un problema per un paese sovrano, che emette la propria moneta e paga i suoi debiti con questa valuta. Casomai i rischi e i pericoli seppur minimi legati all’aumento del debito pubblico sovrano (vedere Giappone che ha superato da un bel po’ la soglia record del 200% di debito pubblico, ma nessuno ha mai fatto harakiri per questo), essendo un semplice strumento finanziario di politica monetaria, derivano dal cattivo utilizzo, dalla corruzione e dall’incompetenza dei ministri che via via si sono avvicendati nella gestione dei conti pubblici, ma non dalla natura dello strumento in se stesso. E un po’ come dire che siccome una ristretta fascia di scriteriati utilizza i cucchiai per cavarsi gli occhi a vicenda, i cucchiai vengono banditi su tutto il territorio nazionale.
In Europa è stato insomma invertito l’ordine dei fattori logici (l’effetto del cattivo utilizzo del debito pubblico è diventato la causa del male universale) e le colpe di alcuni sono state scaricate su tutti, costringendo infine milioni di cittadini a lavorare soltanto per risarcire le banche private e per continuare a ricevere altri finanziamenti da questi nuovi creditori esterni alla stato ed estranei alla gestione della cosa pubblica. Tuttavia, sebbene siano semplicissimi e ben noti a tutti gli addetti ai lavori, di qualsiasi colore politico o casta di appartenenza, difficilmente questi argomenti vengono spiegati con chiarezza e pubblicamente ai cittadini, perché chi più chi meno ha una qualche convenienza economica o sociale a nascondere la verità ai fessi di turno.
Ma andiamo adesso negli Stati Uniti, altro paese inguaiato fino al collo per differenti motivi, dove però il governo non ha mai rinunciato alla propria sovranità monetaria e non si è mai legato mani e piedi alle banche private, almeno per quanto riguarda i finanziamenti diretti della sua spesa pubblica. Il governo in pratica può spendere quanto vuole senza indebitarsi con nessuno, perché infine i soldi sono suoi e non li deve chiedere a qualcuno in particolare ma può crearli benissimo da solo pigiando i tasti di un computer: quanto serve un milione di dollari per costruire una scuola? Bene, premo un tasto ed ecco pronti un milione di dollari per pagare tutte le spese di progettazione, costruzione e l’acquisto dei materiali necessari. Fine. Lo Stato (lo scrivo in maiuscolo per distinguerlo dallo stato non sovrano) non si è indebitato con nessuno e non ha dovuto chiedere soldi a destra e a manca per ottenere i finanziamenti di cui aveva bisogno, perché risulta fra le sue prerogative sovrane quella di creare quanti soldi vuole dal nulla.
In questo caso capirete bene che la parola debito non ha proprio alcun senso, perché non appena il funzionario della banca centrale in accordo con quello del governo ha premuto i tasti del computer per comporre la cifra di cui aveva bisogno non ha stabilito alcun legame di dipendenza creditizia con un’altra controparte. Il funzionario abilitato ha solo premuto i tasti di un computer. Stop, discorso finito. Dietro questo semplice gesto non è nascosto nell’hard disk del computer o dall’altra parte del cavo un misterioso creditore che sta ad un livello superiore in termini di disponibilità finanziaria rispetto allo Stato, per il semplice motivo che questo fantomatico e potentissimo creditore non può esistere.
Entro i confini di uno Stato sovrano non può esistere infatti nessun soggetto privato che abbia la stessa facoltà o potere di creare soldi dal nulla come fa il governo, senza necessariamente passare per lo stretto crocevia del debito. Tutte le banche commerciali per esempio possono anche esse creare soldi dal nulla, attraverso l’apertura di un prestito ad un cliente, ma questi nuovi soldi cammineranno sempre appaiati con la parola debito per tutto il periodo della loro circolazione, ovvero fino a quando il cliente mutuatario iniziale non avrà provveduto all’estinzione definitiva del prestito. E’ vero che la banca commerciale crea soldi dal nulla, ma allo stesso tempo creerà anche il debito di qualcuno e la bontà o la scarsa qualità dei soldi creati dalla banca dipendono molto dalla capacità del cliente di onorare i suoi impegni. Ecco per quale motivo la banca cerca di scegliere con cura i suoi clienti mutuatari e quando non lo fa tutto il sistema va a scatafascio.
Lo Stato sovrano invece non ha questo tipo di limitazioni: può creare soldi dal nulla senza associare a questa operazione il debito di qualcun altro. Ecco per quale motivo i soldi creati dal nulla dalla banca commerciale sono spesso definiti di seconda scelta, di seconda qualità, rispetto a quelli dello Stato, perché sono soldi vincolati alla capacità di rimborso di un’altra entità che non è la banca stessa e non tutti saranno disposti ad accettarli come forma di pagamento. Mentre, per distinguerli appunto da quelli creditizi, bancari, i soldi creati dal nulla dallo Stato sono indicati con il termine di moneta ad alta capacità (High Performance Money), perché chi ha in mano questi soldi avrà sempre la certezza che qualunque altra controparte accetterà questo denaro come strumento valido di pagamento.
Per intenderci, le banche commerciali per pagare i loro rispettivi pagamenti incrociati utilizzano i soldi dello Stato e non sono disposti ad accettare altra forma di pagamento: nessuna banca accetterebbe come strumento di pagamento i soldi creati dal nulla da un’altra banca, perché sa che dietro quei soldi c’è sempre il debito di qualcun altro e non si fida di conseguenza della capacità delle altre banche di scegliere bene i propri clienti.
A questo punto, diventa chiaro il motivo per cui associare la parola debito ai soldi creati dal nulla dallo Stato non ha alcun senso, perché in verità non esiste il creditore e quando esiste per la libera volontà dello Stato di vendere titoli di debito agli investitori privati, può essere facilmente rimborsabile con un semplice click su un computer della banca centrale. La scelta di continuare a dire che gli Stati Uniti, il Giappone, la Gran Bretagna hanno un debito pubblico mostruoso è soltanto di carattere ideologico e politico, dato che alcune specifiche entità private e finanziarie hanno interesse a mantenere un clima di terrore fra la gente e rendere quanto più possibile inerte il governo negli affari, in modo da veicolare tutti i maggiori flussi finanziari e commerciali nelle loro mani. Se lo Stato decidesse un giorno di diventare improvvisamente attivo nelle scelte economiche, è chiaro che nessuna banca o società finanziaria potrebbe stare al suo passo, perché come abbiamo visto nessun soggetto privato ha la facoltà di creare dal nulla moneta ad alta capacità.
Ma perché i giornali, le televisioni americane continuano invece a ripetere che gli Stati Uniti sono sull’orlo del baratro a causa dell’enorme debito pubblico? Perché negli Stati Uniti, così come in Europa, i mezzi di informazione di massa sono di proprietà di imprese commerciali e finanziarie private, che temono un eccesso di interventismo dello Stato negli affari e cercano di mettere continuamente un argine alla sua possibile e decisiva discesa in campo. Il rischio che lo Stato possa ricominciare a distribuire ricchezza ai suoi cittadini è il maggior incubo dei banchieri e questi ultimi utilizzano tutti i mezzi leciti e illeciti per allontanare questa minaccia e mantenere la loro posizione di privilegio.
Vediamo con un altro semplice esempio come funziona questo meccanismo di disinformazione e quali sono i vantaggi delle imprese private, soprattutto bancarie e finanziarie, derivanti dall’inerzia dello Stato negli affari. Immaginiamo che nel 1950 il governo federale degli Stati Uniti abbia creato soldi dal nulla per finanziare la costruzione di un’imponente autostrada che collega New York a San Francisco: per completare questa grande opera pubblica lo Stato ha dovuto assumere ingegneri, operai, impiegati e ha dato appalti a molte piccole, medie ma anche grandi aziende per ricevere le forniture di materiale e il sostegno nei lavori di scavo, cantierizzazione e costruzione.
A partire dal 1980 i giornali e le televisioni americane cominciano ogni giorno a martellare la notizia che gli Stati Uniti hanno un enorme debito pubblico e che tutti i cittadini americani sono rovinati se lo Stato non riuscirà a risarcire i suoi misteriosi creditori (che non esistono come abbiamo già detto o se esistono sono facilmente rimborsabili). Giorno dopo giorno sempre la stessa notizia, gli stessi dati, lo stesso incubo, lo stesso stato di terrore finchè i cittadini americani non si convincono che il debito pubblico è davvero il primo problema degli Stati Uniti e cominciano a votare alle elezioni quei politici (le cui campagne elettorali sono state finanziate da grandi imprese private e finanziarie) che promettono di risolvere il problema del debito pubblico degli Stati Uniti. Una volta saliti al potere, cosa faranno secondo voi i nuovi politici? Cominciano a privatizzare e a vendere il patrimonio pubblico dello Stato per fare cassa e rimborsare il debito fantasma che in realtà non esiste.
L’autostrada che collega New York a San Francisco viene venduta a prezzi di saldo, ben al di sotto del costo di costruzione dell’opera, a un gruppo di banche e di altre imprese, alcune delle quali avevano partecipato a suo tempo ai lavori di costruzione. Le banche improvvisamente si troveranno ad avere una nuova attività già pronta da cui potranno ricevere una rendita garantita, aumentando il prezzo dei pedaggi autostradali. Alcune imprese acquirenti invece avranno guadagnato due volte, sia in fase di costruzione partecipando ai lavori di appalto pubblico sia adesso in fase di rendita.
Il patrimonio netto dello Stato e quindi indirettamente dei suoi cittadini, rappresentato dall’autostrada, si è materialmente spostato dai bilanci del governo a quelli delle società private, ma nell’economia nel suo complesso non è cambiato nulla, perché non è stato costruito niente di nuovo, non sono stati assunti operai, nessun ingegnere ha dovuto redigere un nuovo progetto, nessuna azienda è stata coinvolta in un nuovo processo produttivo. Niente di niente. A parte il trasferimento di attività da un bilancio all’altro e l’aumento dei pedaggi autostradali, nella società non è accaduto nulla di significativo. Capite bene che esempi di questo tipo ne possiamo fare infiniti.
L’interesse principale delle grandi aziende private è quello di ottenere dei profitti dagli investimenti e di avere rendite certe e costanti dal capitale investito: le opere e i servizi pubblici rappresentano da questo punto di vista la migliore forma di investimento a rischio zero, perché i cittadini hanno spesso la necessità inderogabile di usufruire di questi servizi, come strade, ospedali, acqua, energia e quindi la certezza del ritorno economico dell’investimento è assicurata, meglio ancora se l’opera pubblica è già pronta ed è stata già costruita in precedenza dallo Stato.
Tutti questi trasferimenti di proprietà degli acquedotti pubblici, delle centrali elettriche, degli ospedali, delle autostrade avvenuti negli ultimi trent’anni in quasi tutti i maggiori paesi occidentali (Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, ma anche l’Italia ha conosciuto il suo bel periodo di privatizzazione selvaggia negli anni novanta grazie all’azione di governo di una sinistra ormai irriconoscibile e neoliberista fino al midollo) come abbiamo già detto non danno alcun nuovo impulso all’economia e soprattutto non garantiscono a priori una migliore gestione del servizio, visto che dipenderà molto dalla situazione finanziaria ed economica della società privata. Anzi, in tempo di crisi, mentre lo Stato sovrano continua a non avere alcuna limitazione di spesa, la società privata che non ha questa facoltà tenderà invece a tagliare i costi di mantenimento del servizio e la qualità di erogazione potrebbe lentamente degradare. L’unica cosa certa è il vantaggio della rendita garantita per la società privata.
E il debito pubblico? Vendendo l’autostrada lo Stato avrà ridotto il suo debito pubblico? No, il debito pubblico rimane sempre lì dove si trovava e non si muove, innanzitutto perché è una grandezza inesistente (come si può ridurre il nulla?) e in secondo luogo perché rinunciando ad essere attivo in campo economico, lo Stato non potrà fornire nuove sollecitazioni a costo zero all’economia e gli andamenti generali di sviluppo (non solo materiale, ma anche immateriale e intellettuale) tenderanno a ristagnare. Siccome lo sviluppo economico nel suo complesso viene guidato adesso soltanto dai finanziamenti delle banche private tramite la loro funzione specifica di fornire prestiti illimitatamente, ad ogni nuovo investimento corrisponderà un debito uguale e contrario e la nuova ricchezza cumulata immessa nel sistema sarà pari a zero.
Fra l’altro le banche indirizzeranno spesso unilateralmente gli investimenti verso le attività che in quel momento vengono considerate più redditizie, trascurando tutte le altre. Quel settore specifico (per esempio quello immobiliare) vivrà un periodo di espansione fittizio e artificiale, creando però nel frattempo un grande accumulo di debiti e di gente indebitata, fino a quando i ritorni economici degli investimenti saranno talmente scarsi che qualcuno nella filiera del debito non sarà più in grado di onorare gli impegni presi e il settore crollerà improvvisamente. Questo processo ormai lo conosciamo bene ed è lo stesso che porta con cadenza ciclica e sempre più frequente allo scoppio di nuove crisi finanziarie e bolle speculative.
In questa nuova e quasi permanente situazione di crisi e stagnazione economica, lo Stato, attraverso la sua banca centrale, dovrà attivarsi e creare soldi dal nulla per pagare i fondi di salvataggio alle banche, fornire nuovi stimoli fiscali alle imprese (sostegno finanziario diretto negli investimenti o riduzione delle imposte) e garantire assistenza e sussidi improduttivi a tutta la nuova massa di disoccupati che intanto si è venuta a creare. Queste nuove uscite da parte dello Stato, unite alle minori entrate (quando l’economia ristagna, i redditi si abbassano e vengono pagate meno imposte dirette e indirette dai contribuenti) peggiorano il bilancio dello stato e favoriscono l’aumento del debito pubblico, che a differenza di quello precedente non crea più nulla e a parte i sostegni diretti alle aziende non pone le premesse di una nuova ripresa economica o di un qualsiasi tipo di rilancio dell’economia. Lo Stato ha adesso un ruolo esclusivamente passivo e difensivo e non più attivo e costruttivo nel sistema economico e può (anzi deve) solo riparare a valle ciò che altri hanno distrutto a monte.
E’ chiaro che l’economia nel suo complesso essendo oggi basata ormai soltanto sull’attività creditizia delle banche e sul merito e sulla capacità di indebitamento ad oltranza delle controparti attive nel circuito produttivo, sarà sempre instabile e soggetta alle violente oscillazioni imposte dal mercato: se la domanda in un certo settore crolla, le imprese non saranno più in grado di rimborsare i prestiti e inizia una sorta di spirale recessiva che si sposta poi ad altri settori da cui risulta impossibile uscire. Questi fenomeni sono conseguenze naturali di un processo di adattamento e selezione del sistema produttivo, ma senza un intervento esterno da parte di un’entità terza e stabilizzatrice, che prima era lo Stato, possono portare rapidamente al collasso e al degrado di un’intera struttura sociale ed economica.
Lo Stato può decidere di interrompere questa reazione a catena di indebitamento senza fine e il conseguente avvitamento recessivo quando vuole, ma prima i cittadini devono capire bene che l’intervento dello Stato nel circuito economico non comporta ulteriore indebitamento di nessuno e può essere sostenibile ed efficace soltanto se lo Stato utilizza la sua capacità di spesa in modo produttivo e razionale. Lo Stato arricchisce davvero i cittadini soltanto quando i cittadini diventano consapevoli del loro ruolo attivo di partecipazione, controllo e monitoraggio delle scelte dello Stato in economia. Senza questa definitiva presa di coscienza della cittadinanza non si va da nessuna parte e il processo potrebbe presto andare di nuovo alla deriva, a causa della corruzione, del malaffare, del nepotismo e di tutti quei mali che affliggono gli Stati meno maturi e civili. Ognuno va per la sua strada e tutti, chi più chi meno, saranno poi costretti a leccarsi le proprie ferite, pensando di vivere in un’era sbagliata e in un’epoca disgraziata: ovviamente non è così, perché soltanto la gente, con le sue scelte concrete, decide quanto disgraziato e orrendo sarà il mondo in cui vive.
In particolare, se le persone non capiscono che lo Stato, in quanto espressione della loro stessa capacità produttiva e delle potenzialità in termini di risorse del territorio nazionale, ha una capacità di spesa praticamente illimitata allora è difficile che in tempi brevi si riuscirà a cavare un ragno dal buco e si può rimanere in questa fase di galleggiamento per un tempo indeterminato, perché intanto lo Stato sovrano come sappiamo avrà sempre la capacità di ripagare tutti i suoi debiti passivi. Non credere nel ruolo attivo dello stato in economia è un po’ come non credere in se stessi e nel paese in cui si vive: siccome io non ho fiducia in me stesso e nella mia voglia di lavorare e credo che la mia terra valga poco o niente, non voglio che lo Stato investa su di me e scommetta sul mio paese.
Qual è la principale obiezione all’intervento dello Stato in economia? E’ sempre la stessa ed è principalmente di carattere ideologico, in quanto vengono evocati fantasmi del passato che scatenano paure irrazionali nella gente. Uno Stato forte viene spesso inconsciamente collegato a movimenti politici e sociali come il comunismo, lo statalismo, il fascismo, l’assistenzialismo, che spesso sono sfociate in forme più o meno blande di governo dittatoriale. Ma in verità, in tutto quello che è stato descritto prima non abbiamo mai detto che l’intenzione dello Stato e dei suoi cittadini sia quella di eliminare la proprietà privata, azzerare le rendite e i profitti delle società private, cancellare i diritti costituzionali e le libertà civili dei cittadini. Anzi. Come abbiamo visto nel caso dell’autostrada, lo Stato ha garantito il diritto al lavoro ai suoi cittadini e ha consentito di trasferire e distribuire ricchezza a molte aziende private che in maniera produttiva hanno partecipato attivamente ai lavori di costruzione dell’opera pubblica.
Al contrario l’intervento dello Stato ha soltanto allontanato dalla sfera dei profitti tutte quelle società private e finanziare che intendono speculare tramite l’ottenimento di una rendita garantita, senza immettere alcun valore aggiunto concreto nell’economia e nella società nel suo complesso. Lo Stato quindi non ha solo il ruolo attivo di stabilizzatore dei processi economici, ma anche quello di selezione e promozione dei settori aziendali realmente produttivi e di progressivo ridimensionamento di quelli invece unicamente speculativi e parassitari. La capacità di spesa illimitata dello Stato non deve eliminare per esempio l’attività delle banche che svolgono correttamente la loro funzione di intermediazione del credito, ma deve essere rivolta a finanziare quelle opere di sviluppo e benessere sociale che per ovvie ragioni di rischio o ritorno economico dell’investimento le banche non saranno mai in grado di supportare. Lo Stato e le banche in questa ottica sono due entità complementari che non si elidono a vicenda, anzi crescono insieme occupandosi di due settori dell’economia totalmente differenti ma ugualmente utili.
Tuttavia se non esiste alcun limite finanziario alla capacità di spesa dello Stato, è chiaro che esiste un limite fisico ben preciso alla sua capacità di produzione e investimento, perché uno Stato non può costruire autostrade all’infinito, oppure scavare buche e ricoprirle per tenere impegnati e distribuire reddito e lavoro ai suoi cittadini. In questo caso entra in gioco un nuovo fattore indispensabile per consentire lo sviluppo sostenibile della società: la ricerca e l’innovazione. Lo Stato può infatti finanziare tutte quelle utili ma spesso costose attività di ricerca scientifica e tecnica che per i motivi citati prima nessuna società privata sarà disposta a finanziare. Le aziende private, tramite il supporto delle banche, hanno anch’esse un ruolo attivo nel campo della ricerca, ma siccome finanziano e investono perlopiù nei settori che assicurano una buona probabilità di ritorno economico dell’investimento, non possono impegnarsi nello sviluppo tecnologico di nuove innovazioni scientifiche che hanno un margine di rischio più elevato e una possibilità di guadagno più bassa.
Per intenderci, siccome autostrade di cemento non possono più essere realizzate per ovvie ragioni di spazio, lo Stato potrebbe intervenire per finanziare la ricerca nel campo delle autostrade informatiche che è settore ancora poco sfruttato e sottoutilizzato. Per capire meglio come funziona e quali effetti comporta un intervento diretto dello Stato nel processo di innovazione e sviluppo di nuove tecnologie, riprendiamo un semplice esempio riportato sul sito Keynes blog:
“Supponiamo che lo Stato decida di dotare il Paese di una rete telematica ad alta velocità che arrivi in tutte le case, gratis o a prezzi molto contenuti. La realizzazione di questa infrastruttura andrebbe direttamente ad aumentare il PIL. Ma non finisce qui. L’azienda che realizza la rete (che eventualmente potrebbe essere anche un’azienda pubblica) dovrà comprare materiali, affittare sedi, investire in macchinari, ecc. Questo incrementerà la domanda dei beni necessari alla produzione. Dovrà anche assumere un certo numero di persone e pagare consulenze tecniche. Queste persone si ritroverebbero un reddito che prima non avevano e che spenderebbero, ad esempio, in alimenti, vestiti, divertimenti e accendendo un mutuo per comprare una casa. Ciò stimolerebbe la domanda di beni di consumo e appartamenti, oltre a stimolare il commercio. A loro volta i produttori di beni di consumo e appartamenti dovrebbero far fronte alla domanda crescente, e così via.
Sebbene questo ciclo non sia infinito, in quanto ad ogni passaggio i vari soggetti tenderanno a non spendere tutto il proprio nuovo reddito ma ne risparmieranno una parte, è evidente che un l’intervento pubblico ha prodotto un aumento della domanda aggregata molto maggiore dell’investimento iniziale. Questo meccanismo è chiamato moltiplicatore keynesiano.
Ma non finisce qui: la nuova infrastruttura telematica potrà essere usata da alcune imprese per veicolare i propri prodotti (ad esempio film, software, ecc.) e permetterà ad altre imprese di risparmiare sui costi grazie ad un servizio di telecomunicazione migliore.
Considerando che cittadini e imprese che ne beneficeranno pagheranno più tasse allo Stato (essendo cresciuto il loro reddito) e che lo Stato non dovrà più erogare i sussidi di disoccupazione per chi avrà trovato un nuovo impiego, la spesa iniziale andrebbe dopo un certo periodo a compensarsi. In altre parole, se si sceglie bene l’investimento, è possibile quello che l’economia classica sostiene non esistere: un pasto gratis.
E' importante notare che questa non è solo un'ipotesi teorica, ma un fatto riscontrato nella realtà. Sono infatti state le ingenti spese del New Deal, della guerra, del Piano Marshall e dell'intervento pubblico in economia nel dopoguerra a rendere gli USA e l'Europa i leader economici del 20° secolo. La domanda pubblica e l'erogazione diretta di beni e servizi, di ricerca e innovazione, di servizi sociali, così come la programmazione economica, hanno spinto gli investimenti privati e i consumi, rafforzando tutta l'economia.”
Un analogo esempio potrebbe farsi nello sviluppo, nella ricerca e nell’implementazione di fonti di energia rinnovabile, celle fotovoltaiche, sistemi eolici, studio delle maree, cogenerazione energetica, recupero e riciclaggio dei rifiuti. Insomma tutti settori che per un motivo o per un altro, le aziende private non sono disposte a finanziare oltre un certo limite. Ricordiamo che uno dei maggiori teorizzatori dell’importanza dello Stato nei processi produttivi è stato John Maynard Keynes, che non era certo un comunista, un socialista o un nazionalista estremo, ma un grande economista classico, forse il più grande di tutti, che conosceva però a perfezione i limiti e le criticità del libero mercato e della deregolamentazione selvaggia, processi che lasciati a se stessi come accade oggi rendono impossibile il raggiungimento di un qualsiasi stato di equilibrio e il mantenimento di una duratura stabilità economica.
In definitiva, se qualcuno dovesse chiedermi cosa significa oggi la parola debito pubblico, io risponderei che è la fiducia che lo Stato a cui appartengo ripone nella mia capacità di creare reddito, produzione di beni e servizi, sviluppo sostenibile, ricerca e innovazione, migliori condizioni umane, materiali e intellettuali di convivenza civile. Quando uno Stato spende a deficit positivo senza badare ai limiti di indebitamento significa che crede in un ulteriore progresso migliorativo della sua società e intende distribuire ricchezza a tutti coloro che hanno voglia di partecipare attivamente a questa nuova fase di sviluppo sostenibile. Mentre quando lo Stato viene ingabbiato nella follia del debito pubblico, che in realtà è una grandezza inesistente, significa che sta tirando i remi in barca, sta abbandonando l’intera nave alla deriva, crede che questa nave prima o dopo affonderà e ha calato le scialuppe di salvataggio in modo che possano salvarsi soltanto un numero limitato di persone. E’ la vittoria finale del caos feroce e indistinto rispetto alla possibilità di creare sempre nuovi e migliori condizioni di ordine ed equilibrio sociale, che finisce per favorire l'imbarbarimento di un'intera civiltà.
In questa nuova prospettiva, il debito pubblico conseguente alla piena sovranità monetaria dello Stato è lo strumento più efficace per garantire e tutelare l’ordinamento democratico di una società, perché oltre a stabilizzare e selezionare i processi economici, consente di redistribuire equamente le ricchezze e le risorse della nazione secondo una precisa scala di merito. Ovviamente esistono i casi di degrado e corruzione dovuti all’abuso dello strumento del debito pubblico, ma quelli vanno isolati e sanzionati grazie al controllo attivo e partecipato della cittadinanza e al ruolo fondamentale di sorveglianza e repressione della magistratura.
Nel prossimo articolo esamineremo in dettaglio il caso eccezionale dell’eurozona, che è indubbiamente l’esperimento in assoluto più ardito che mai uomo aveva fatto per sopraffare e dominare altri uomini, cancellando qualsiasi diritto democratico e costituzionale della cittadinanza: mai nessuno nello storia si era spinto fino a tanto con un tale dispiegamento di mezzi e di menzogne. Il debito pubblico non solo è stato bandito come strumento economico e finanziario pericoloso e dannoso, ma deve essere pure ripagato fino all’ultimo centesimo, perché gli stati europei non hanno assolutamente fiducia ed empatia nei confronti dei propri cittadini e vogliono rastrellargli la ricchezza in ogni modo prima che il gioco finisca. O quantomeno prima che la risicata cerchia di uomini oggi dominante non avrà deciso di essersi arricchita abbastanza. Perché come vedremo il gioco perverso dell’eurozona è destinato prima o dopo a concludersi essendo un gigantesco Schema Ponzi del debito in cui gli ultimi della catena a pagare tutti gli altri sono sempre e soltanto i cittadini.
TEMPESTA PERFETTA: LA FOLLIA DEL DEBITO PUBBLICO CHE NON ESISTE E GLI APPRENDISTI STREGONI DELL’UNIONE EUROPEA




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