Risultati da 1 a 2 di 2
  1. #1
    Bye bye & kisses
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Orione, naturalmente.
    Messaggi
    15,615
     Likes dati
    2,810
     Like avuti
    3,242
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito La follia del debito pubblico che non esiste e gli apprendisti stregoni dell'UE

    Da LA TEMPESTA PERFETTA un illuminante articolo di P. Valerio sulla truffa del debito, che altro non è che un gigantesco schema Ponzi applicato su scala planetaria per rapinare le ricchezze dei popoli (quelle vere) dando in cambio solo carta straccia.

    Un po' lungo ma da leggere da cima a fondo per rendersi conto che ci stanno espropriando in modo fraudolento e assolutamente illegale di ciò che è nostro.



    _________________



    “Se non potete spiegare la cosa con semplici parole, non l’avete ancora capita bene.”

    Albert Einstein (1879-1955), fisico tedesco nato in Germania e professore Premio Nobel 1921

    Prendendo spunto da questa frase di Einstein oggi tenterò a parole mie, spero semplici e comprensibili, di spiegare ancora una volta cosa sta accadendo in Italia, nell’eurozona e dall’altra parte dell’oceano dal punto vista politico, economico e finanziario. Non userò tabelle, grafici, equazioni, formule matematiche o numeri strani, ma mi affiderò soltanto alla disciplina in cui prediligo avventurarmi: la logica. La stessa logica che manca ai politici italiani di tutte le fazioni, ai giornalisti mainstream, agli economisti strapagati di regime, ai cittadini ed elettori che non si sono mai fermati a ragionare sui veri motivi del tracollo del nostro paese.


    Come ho già detto spesso nei precedenti articoli, secondo me tutti i problemi in cui siamo incastrati oggi, il debito pubblico, lo spread, i mercati, la paura infondata dell’inflazione non sono tanto fenomeni di carattere economico, scientifico, tecnico, ma hanno molta più attinenza con le angosce ancestrali dell’anima umana (l’incertezza, il futuro, la precarietà) e dipendono molto dal modo in cui noi le percepiamo e dall’usuale maniera in cui ci vengono comunicate dagli altri. Nel Medioevo tutti credevano alle streghe o alla magia nera per spiegare le cose che non capivano, ma poi qualcuno cominciò a parlare con un linguaggio nuovo e a dimostrare che gli eventi naturali si svolgevano in tutt’altra maniera, e la paura delle streghe cessò.

    Facciamo subito il primo esempio per capirci. Se ogni giorno le televisioni e i giornali vi martellano la testa dicendo che abbiamo un enorme debito pubblico che non riusciamo a pagare, e vi ripetono che se non diamo prova ai “mercati” di poter rimborsare questo debito non saremo mai in grado di ripartire e crescere economicamente, allora voi alla fine vi convincereste che il debito pubblico sia davvero un grosso problema e che in un modo o nell’altro sia giusto e corretto che mettiate a disposizione una parte delle vostre ricchezze per rimborsare i creditori. Ma difficilmente vi domandereste il motivo per cui il debito pubblico è diventato un problema, perché siete quasi certi che se tutti lo temono ci sarà da qualche parte una ragione valida che lo rende così pericoloso.

    Stesso discorso vale per l’inflazione, che è un dato statistico che misura l’aumento tendenziale dei prezzi al consumo e come tutti i dati statistici presenta parecchi margini di errore in quanto il suo valore dipende molto dal modo in cui viene misurato. Ma da ciò a far diventare l’inflazione una fobia o un’ossessione, tale da indirizzare tutte le scelte politiche ed economiche di una nazione, il passo è davvero molto lungo. Un dato statistico non può valere più della vita delle persone stesse, così come la paura delle streghe non poteva giustificare la carneficina di giovani donne innocenti avvenuta nel Medioevo.

    Tuttavia questo è quello che sta succedendo in Europa oggi: le 17 nazioni dell’eurozona hanno deciso volontariamente che il debito pubblico e l’inflazione (ovvero il diavolo e la strega) siano dei mali universali da combattere ciecamente e ora stanno cercando di convincere tutti i cittadini europei che in virtù di questa crociata infernale contro il peccato da estirpare, è ammissibile qualsiasi forma di sofferenza, di sacrificio, fino al suicidio di decine di persone e alla disperazione di molte altre. Ma come nel Medioevo siamo ancora nell’ambito di una nuova forma di magia nera e di stregoneria più sofisticata ed elaborata, perché i tecnocrati in verità non hanno mai dimostrato con dati certi che il debito pubblico e l’inflazione siano i veri problemi e i mali della civiltà, ma hanno preso arbitrariamente questa posizione come un fatto acclarato, una credenza inconfutabile, un dogma.

    Come tutti i dogmatici, i tecnocrati europei hanno stabilito un canone rigido da rispettare e hanno demarcato con numeri e percentuali il confine che delimita la sfera del peccato, della colpa da quella della beatitudine e della redenzione. Il primo tecnocrate che ha tirato fuori questi numeri (il debito pubblico non può superare il 60% del reddito nazionale e il deficit annuo non poteva andare oltre il 3%, ora addirittura diventato lo 0,5% a causa di un inasprimento della fobia), avrà ricevuto queste cifre in sogno dalla Madonna, perché razionalmente non hanno senso e sono state più volte smentite dalla realtà e dalle evidenze sperimentali: la Spagna che per parecchi anni ha rispettato questi parametri aurei o divini si trova adesso all’inferno, come e anche peggio di altri paesi più peccaminosi (vedi l’Italia).

    Caso opposto: la Germania in tempo di crisi ha aumentato il suo debito pubblico dal 60% all’80% circa facendo ricorso alla tanta osteggiata spesa pubblica per finanziarie le sue banche e le sue aziende. Risultato? La Germania , fregandosene dei suoi alleati dell’eurozona e delle direttive europee che lei stessa impone categoricamente agli altri paesi, ha aumentato i suoi profitti commerciali e le esportazioni negli ultimi anni. Come mai? Secondo i tecnocrati questo è un mistero della fede, che va oltre la capacità di comprensione dei comuni mortali e quindi dobbiamo astenerci da continuare ad investigare cose che non possiamo capire. Pregare e avere fede nei dogmi dei tecnocrati, questa è l’unica risposta che ci viene data, sperando che un giorno il miracolo arrivi anche da noi.

    Ma tralasciando per un momento ciò che vanno predicando e blaterando i tecnocrati, noi comuni mortali dotati di ragione e di ingegno sappiamo bene che se qualcosa accade, soprattutto nel settore degli affari e dell’economia, dietro c’è sempre un motivo: in particolare chiunque può intuire immediatamente che continuando a tagliare pensioni e salari in tempo di recessione significa annullare qualsiasi possibilità di ripresa economica (manovre cicliche, che amplificano gli effetti del fenomeno in corso), mentre utilizzare la leva della spesa pubblica per sostenere e compensare i mancati profitti delle imprese può invertire la tendenza (manovre anticicliche, che contrastano il naturale avvitamento recessivo dei mercati). Ribadiamo comunque che siamo sempre nel campo della logica e non dell’economia: se io spingo una palla in una discesa, questa correrà verso il basso più velocemente, mentre se mi metto a calciarla nella direzione opposta posso sperare dopo tanti tentativi di riportarla in alto, nella posizione di partenza.

    Cosa quest’ultima fatta dai tedeschi con notevole profitto durante gli ultimi anni, in barba alle severe prescrizioni dei suoi stessi tecnocrati apprendisti stregoni arroccati a Francoforte e Bruxelles. In buona sostanza è come se la Germania avesse inviato esplicitamente questo messaggio a tutta l’Unione Europea: “Cari tecnocrati, queste panzane e stupidaggini che andate predicando sui limiti del debito pubblico e del deficit di bilancio potete venderle per buone agli italiani, ai portoghesi, agli spagnoli, ai greci, agli irlandesi che sono la feccia dell’Europa, ma non a noi tedeschi, che siamo una razza superiore e conosciamo bene come funziona l’economia. Noi andiamo per la nostra strada e voi fate pure quello che vi pare, perché tanto è sempre da noi che presto o tardi dovrete venire per chiedere aiuto e implorare pietà.”

    A causa della paura ancestrale del debito pubblico che tentano con ogni mezzo di inculcare nella mente della gente, i tecnocrati europei hanno costruito insomma un modello economico e politico totalmente fuorviante e sbilanciato dalla parte dei maggiori detentori della ricchezza (grandi imprese e banche) tale da rendere davvero problematica la gestione sia del debito pubblico che dell’inflazione. In pratica hanno deciso in anticipo e autonomamente quale fosse il male da combattere e poi hanno elaborato a tavolino una nuova struttura di nazione in cui quel male diventasse davvero reale.

    Se uno stato prima sovrano, come l’Italia nel periodo precedente al 1979 (anno del primo aggancio rigido alla moneta unica europea ECU), era capace di creare dal nulla tutta la moneta che voleva pigiando i tasti di un computer e poi a partire dal 1981 (divorzio fra Banca d’Italia e stato italiano, quando ancora il debito pubblico era ai suoi minimi storici) decide arbitrariamente di spegnere il suo computer e di farsi finanziare dai computer delle banche private, non può dire che il debito pubblico è il problema. Il problema non è il debito pubblico ma è la scelta volontaria che ha fatto lo stato, autoimponendosi e autoflagellandosi con questo martirio dei mercati per trasferire buona parte della ricchezza nazionale alle banche private.


    La storia insegna che il debito pubblico non è mai stato un problema per un paese sovrano, che emette la propria moneta e paga i suoi debiti con questa valuta. Casomai i rischi e i pericoli seppur minimi legati all’aumento del debito pubblico sovrano (vedere Giappone che ha superato da un bel po’ la soglia record del 200% di debito pubblico, ma nessuno ha mai fatto harakiri per questo), essendo un semplice strumento finanziario di politica monetaria, derivano dal cattivo utilizzo, dalla corruzione e dall’incompetenza dei ministri che via via si sono avvicendati nella gestione dei conti pubblici, ma non dalla natura dello strumento in se stesso. E un po’ come dire che siccome una ristretta fascia di scriteriati utilizza i cucchiai per cavarsi gli occhi a vicenda, i cucchiai vengono banditi su tutto il territorio nazionale.

    In Europa è stato insomma invertito l’ordine dei fattori logici (l’effetto del cattivo utilizzo del debito pubblico è diventato la causa del male universale) e le colpe di alcuni sono state scaricate su tutti, costringendo infine milioni di cittadini a lavorare soltanto per risarcire le banche private e per continuare a ricevere altri finanziamenti da questi nuovi creditori esterni alla stato ed estranei alla gestione della cosa pubblica. Tuttavia, sebbene siano semplicissimi e ben noti a tutti gli addetti ai lavori, di qualsiasi colore politico o casta di appartenenza, difficilmente questi argomenti vengono spiegati con chiarezza e pubblicamente ai cittadini, perché chi più chi meno ha una qualche convenienza economica o sociale a nascondere la verità ai fessi di turno.


    Ma andiamo adesso negli Stati Uniti, altro paese inguaiato fino al collo per differenti motivi, dove però il governo non ha mai rinunciato alla propria sovranità monetaria e non si è mai legato mani e piedi alle banche private, almeno per quanto riguarda i finanziamenti diretti della sua spesa pubblica. Il governo in pratica può spendere quanto vuole senza indebitarsi con nessuno, perché infine i soldi sono suoi e non li deve chiedere a qualcuno in particolare ma può crearli benissimo da solo pigiando i tasti di un computer: quanto serve un milione di dollari per costruire una scuola? Bene, premo un tasto ed ecco pronti un milione di dollari per pagare tutte le spese di progettazione, costruzione e l’acquisto dei materiali necessari. Fine. Lo Stato (lo scrivo in maiuscolo per distinguerlo dallo stato non sovrano) non si è indebitato con nessuno e non ha dovuto chiedere soldi a destra e a manca per ottenere i finanziamenti di cui aveva bisogno, perché risulta fra le sue prerogative sovrane quella di creare quanti soldi vuole dal nulla.

    In questo caso capirete bene che la parola debito non ha proprio alcun senso, perché non appena il funzionario della banca centrale in accordo con quello del governo ha premuto i tasti del computer per comporre la cifra di cui aveva bisogno non ha stabilito alcun legame di dipendenza creditizia con un’altra controparte. Il funzionario abilitato ha solo premuto i tasti di un computer. Stop, discorso finito. Dietro questo semplice gesto non è nascosto nell’hard disk del computer o dall’altra parte del cavo un misterioso creditore che sta ad un livello superiore in termini di disponibilità finanziaria rispetto allo Stato, per il semplice motivo che questo fantomatico e potentissimo creditore non può esistere.

    Entro i confini di uno Stato sovrano non può esistere infatti nessun soggetto privato che abbia la stessa facoltà o potere di creare soldi dal nulla come fa il governo, senza necessariamente passare per lo stretto crocevia del debito. Tutte le banche commerciali per esempio possono anche esse creare soldi dal nulla, attraverso l’apertura di un prestito ad un cliente, ma questi nuovi soldi cammineranno sempre appaiati con la parola debito per tutto il periodo della loro circolazione, ovvero fino a quando il cliente mutuatario iniziale non avrà provveduto all’estinzione definitiva del prestito. E’ vero che la banca commerciale crea soldi dal nulla, ma allo stesso tempo creerà anche il debito di qualcuno e la bontà o la scarsa qualità dei soldi creati dalla banca dipendono molto dalla capacità del cliente di onorare i suoi impegni. Ecco per quale motivo la banca cerca di scegliere con cura i suoi clienti mutuatari e quando non lo fa tutto il sistema va a scatafascio.

    Lo Stato sovrano invece non ha questo tipo di limitazioni: può creare soldi dal nulla senza associare a questa operazione il debito di qualcun altro. Ecco per quale motivo i soldi creati dal nulla dalla banca commerciale sono spesso definiti di seconda scelta, di seconda qualità, rispetto a quelli dello Stato, perché sono soldi vincolati alla capacità di rimborso di un’altra entità che non è la banca stessa e non tutti saranno disposti ad accettarli come forma di pagamento. Mentre, per distinguerli appunto da quelli creditizi, bancari, i soldi creati dal nulla dallo Stato sono indicati con il termine di moneta ad alta capacità (High Performance Money), perché chi ha in mano questi soldi avrà sempre la certezza che qualunque altra controparte accetterà questo denaro come strumento valido di pagamento.

    Per intenderci, le banche commerciali per pagare i loro rispettivi pagamenti incrociati utilizzano i soldi dello Stato e non sono disposti ad accettare altra forma di pagamento: nessuna banca accetterebbe come strumento di pagamento i soldi creati dal nulla da un’altra banca, perché sa che dietro quei soldi c’è sempre il debito di qualcun altro e non si fida di conseguenza della capacità delle altre banche di scegliere bene i propri clienti.

    A questo punto, diventa chiaro il motivo per cui associare la parola debito ai soldi creati dal nulla dallo Stato non ha alcun senso, perché in verità non esiste il creditore e quando esiste per la libera volontà dello Stato di vendere titoli di debito agli investitori privati, può essere facilmente rimborsabile con un semplice click su un computer della banca centrale. La scelta di continuare a dire che gli Stati Uniti, il Giappone, la Gran Bretagna hanno un debito pubblico mostruoso è soltanto di carattere ideologico e politico, dato che alcune specifiche entità private e finanziarie hanno interesse a mantenere un clima di terrore fra la gente e rendere quanto più possibile inerte il governo negli affari, in modo da veicolare tutti i maggiori flussi finanziari e commerciali nelle loro mani. Se lo Stato decidesse un giorno di diventare improvvisamente attivo nelle scelte economiche, è chiaro che nessuna banca o società finanziaria potrebbe stare al suo passo, perché come abbiamo visto nessun soggetto privato ha la facoltà di creare dal nulla moneta ad alta capacità.

    Ma perché i giornali, le televisioni americane continuano invece a ripetere che gli Stati Uniti sono sull’orlo del baratro a causa dell’enorme debito pubblico? Perché negli Stati Uniti, così come in Europa, i mezzi di informazione di massa sono di proprietà di imprese commerciali e finanziarie private, che temono un eccesso di interventismo dello Stato negli affari e cercano di mettere continuamente un argine alla sua possibile e decisiva discesa in campo. Il rischio che lo Stato possa ricominciare a distribuire ricchezza ai suoi cittadini è il maggior incubo dei banchieri e questi ultimi utilizzano tutti i mezzi leciti e illeciti per allontanare questa minaccia e mantenere la loro posizione di privilegio.

    Vediamo con un altro semplice esempio come funziona questo meccanismo di disinformazione e quali sono i vantaggi delle imprese private, soprattutto bancarie e finanziarie, derivanti dall’inerzia dello Stato negli affari. Immaginiamo che nel 1950 il governo federale degli Stati Uniti abbia creato soldi dal nulla per finanziare la costruzione di un’imponente autostrada che collega New York a San Francisco: per completare questa grande opera pubblica lo Stato ha dovuto assumere ingegneri, operai, impiegati e ha dato appalti a molte piccole, medie ma anche grandi aziende per ricevere le forniture di materiale e il sostegno nei lavori di scavo, cantierizzazione e costruzione.

    A partire dal 1980 i giornali e le televisioni americane cominciano ogni giorno a martellare la notizia che gli Stati Uniti hanno un enorme debito pubblico e che tutti i cittadini americani sono rovinati se lo Stato non riuscirà a risarcire i suoi misteriosi creditori (che non esistono come abbiamo già detto o se esistono sono facilmente rimborsabili). Giorno dopo giorno sempre la stessa notizia, gli stessi dati, lo stesso incubo, lo stesso stato di terrore finchè i cittadini americani non si convincono che il debito pubblico è davvero il primo problema degli Stati Uniti e cominciano a votare alle elezioni quei politici (le cui campagne elettorali sono state finanziate da grandi imprese private e finanziarie) che promettono di risolvere il problema del debito pubblico degli Stati Uniti. Una volta saliti al potere, cosa faranno secondo voi i nuovi politici? Cominciano a privatizzare e a vendere il patrimonio pubblico dello Stato per fare cassa e rimborsare il debito fantasma che in realtà non esiste.

    L’autostrada che collega New York a San Francisco viene venduta a prezzi di saldo, ben al di sotto del costo di costruzione dell’opera, a un gruppo di banche e di altre imprese, alcune delle quali avevano partecipato a suo tempo ai lavori di costruzione. Le banche improvvisamente si troveranno ad avere una nuova attività già pronta da cui potranno ricevere una rendita garantita, aumentando il prezzo dei pedaggi autostradali. Alcune imprese acquirenti invece avranno guadagnato due volte, sia in fase di costruzione partecipando ai lavori di appalto pubblico sia adesso in fase di rendita.

    Il patrimonio netto dello Stato e quindi indirettamente dei suoi cittadini, rappresentato dall’autostrada, si è materialmente spostato dai bilanci del governo a quelli delle società private, ma nell’economia nel suo complesso non è cambiato nulla, perché non è stato costruito niente di nuovo, non sono stati assunti operai, nessun ingegnere ha dovuto redigere un nuovo progetto, nessuna azienda è stata coinvolta in un nuovo processo produttivo. Niente di niente. A parte il trasferimento di attività da un bilancio all’altro e l’aumento dei pedaggi autostradali, nella società non è accaduto nulla di significativo. Capite bene che esempi di questo tipo ne possiamo fare infiniti.

    L’interesse principale delle grandi aziende private è quello di ottenere dei profitti dagli investimenti e di avere rendite certe e costanti dal capitale investito: le opere e i servizi pubblici rappresentano da questo punto di vista la migliore forma di investimento a rischio zero, perché i cittadini hanno spesso la necessità inderogabile di usufruire di questi servizi, come strade, ospedali, acqua, energia e quindi la certezza del ritorno economico dell’investimento è assicurata, meglio ancora se l’opera pubblica è già pronta ed è stata già costruita in precedenza dallo Stato.

    Tutti questi trasferimenti di proprietà degli acquedotti pubblici, delle centrali elettriche, degli ospedali, delle autostrade avvenuti negli ultimi trent’anni in quasi tutti i maggiori paesi occidentali (Stati Uniti e Gran Bretagna in testa, ma anche l’Italia ha conosciuto il suo bel periodo di privatizzazione selvaggia negli anni novanta grazie all’azione di governo di una sinistra ormai irriconoscibile e neoliberista fino al midollo) come abbiamo già detto non danno alcun nuovo impulso all’economia e soprattutto non garantiscono a priori una migliore gestione del servizio, visto che dipenderà molto dalla situazione finanziaria ed economica della società privata. Anzi, in tempo di crisi, mentre lo Stato sovrano continua a non avere alcuna limitazione di spesa, la società privata che non ha questa facoltà tenderà invece a tagliare i costi di mantenimento del servizio e la qualità di erogazione potrebbe lentamente degradare. L’unica cosa certa è il vantaggio della rendita garantita per la società privata.

    E il debito pubblico? Vendendo l’autostrada lo Stato avrà ridotto il suo debito pubblico? No, il debito pubblico rimane sempre lì dove si trovava e non si muove, innanzitutto perché è una grandezza inesistente (come si può ridurre il nulla?) e in secondo luogo perché rinunciando ad essere attivo in campo economico, lo Stato non potrà fornire nuove sollecitazioni a costo zero all’economia e gli andamenti generali di sviluppo (non solo materiale, ma anche immateriale e intellettuale) tenderanno a ristagnare. Siccome lo sviluppo economico nel suo complesso viene guidato adesso soltanto dai finanziamenti delle banche private tramite la loro funzione specifica di fornire prestiti illimitatamente, ad ogni nuovo investimento corrisponderà un debito uguale e contrario e la nuova ricchezza cumulata immessa nel sistema sarà pari a zero.

    Fra l’altro le banche indirizzeranno spesso unilateralmente gli investimenti verso le attività che in quel momento vengono considerate più redditizie, trascurando tutte le altre. Quel settore specifico (per esempio quello immobiliare) vivrà un periodo di espansione fittizio e artificiale, creando però nel frattempo un grande accumulo di debiti e di gente indebitata, fino a quando i ritorni economici degli investimenti saranno talmente scarsi che qualcuno nella filiera del debito non sarà più in grado di onorare gli impegni presi e il settore crollerà improvvisamente. Questo processo ormai lo conosciamo bene ed è lo stesso che porta con cadenza ciclica e sempre più frequente allo scoppio di nuove crisi finanziarie e bolle speculative.

    In questa nuova e quasi permanente situazione di crisi e stagnazione economica, lo Stato, attraverso la sua banca centrale, dovrà attivarsi e creare soldi dal nulla per pagare i fondi di salvataggio alle banche, fornire nuovi stimoli fiscali alle imprese (sostegno finanziario diretto negli investimenti o riduzione delle imposte) e garantire assistenza e sussidi improduttivi a tutta la nuova massa di disoccupati che intanto si è venuta a creare. Queste nuove uscite da parte dello Stato, unite alle minori entrate (quando l’economia ristagna, i redditi si abbassano e vengono pagate meno imposte dirette e indirette dai contribuenti) peggiorano il bilancio dello stato e favoriscono l’aumento del debito pubblico, che a differenza di quello precedente non crea più nulla e a parte i sostegni diretti alle aziende non pone le premesse di una nuova ripresa economica o di un qualsiasi tipo di rilancio dell’economia. Lo Stato ha adesso un ruolo esclusivamente passivo e difensivo e non più attivo e costruttivo nel sistema economico e può (anzi deve) solo riparare a valle ciò che altri hanno distrutto a monte.

    E’ chiaro che l’economia nel suo complesso essendo oggi basata ormai soltanto sull’attività creditizia delle banche e sul merito e sulla capacità di indebitamento ad oltranza delle controparti attive nel circuito produttivo, sarà sempre instabile e soggetta alle violente oscillazioni imposte dal mercato: se la domanda in un certo settore crolla, le imprese non saranno più in grado di rimborsare i prestiti e inizia una sorta di spirale recessiva che si sposta poi ad altri settori da cui risulta impossibile uscire. Questi fenomeni sono conseguenze naturali di un processo di adattamento e selezione del sistema produttivo, ma senza un intervento esterno da parte di un’entità terza e stabilizzatrice, che prima era lo Stato, possono portare rapidamente al collasso e al degrado di un’intera struttura sociale ed economica.

    Lo Stato può decidere di interrompere questa reazione a catena di indebitamento senza fine e il conseguente avvitamento recessivo quando vuole, ma prima i cittadini devono capire bene che l’intervento dello Stato nel circuito economico non comporta ulteriore indebitamento di nessuno e può essere sostenibile ed efficace soltanto se lo Stato utilizza la sua capacità di spesa in modo produttivo e razionale. Lo Stato arricchisce davvero i cittadini soltanto quando i cittadini diventano consapevoli del loro ruolo attivo di partecipazione, controllo e monitoraggio delle scelte dello Stato in economia. Senza questa definitiva presa di coscienza della cittadinanza non si va da nessuna parte e il processo potrebbe presto andare di nuovo alla deriva, a causa della corruzione, del malaffare, del nepotismo e di tutti quei mali che affliggono gli Stati meno maturi e civili. Ognuno va per la sua strada e tutti, chi più chi meno, saranno poi costretti a leccarsi le proprie ferite, pensando di vivere in un’era sbagliata e in un’epoca disgraziata: ovviamente non è così, perché soltanto la gente, con le sue scelte concrete, decide quanto disgraziato e orrendo sarà il mondo in cui vive.

    In particolare, se le persone non capiscono che lo Stato, in quanto espressione della loro stessa capacità produttiva e delle potenzialità in termini di risorse del territorio nazionale, ha una capacità di spesa praticamente illimitata allora è difficile che in tempi brevi si riuscirà a cavare un ragno dal buco e si può rimanere in questa fase di galleggiamento per un tempo indeterminato, perché intanto lo Stato sovrano come sappiamo avrà sempre la capacità di ripagare tutti i suoi debiti passivi. Non credere nel ruolo attivo dello stato in economia è un po’ come non credere in se stessi e nel paese in cui si vive: siccome io non ho fiducia in me stesso e nella mia voglia di lavorare e credo che la mia terra valga poco o niente, non voglio che lo Stato investa su di me e scommetta sul mio paese.


    Qual è la principale obiezione all’intervento dello Stato in economia? E’ sempre la stessa ed è principalmente di carattere ideologico, in quanto vengono evocati fantasmi del passato che scatenano paure irrazionali nella gente. Uno Stato forte viene spesso inconsciamente collegato a movimenti politici e sociali come il comunismo, lo statalismo, il fascismo, l’assistenzialismo, che spesso sono sfociate in forme più o meno blande di governo dittatoriale. Ma in verità, in tutto quello che è stato descritto prima non abbiamo mai detto che l’intenzione dello Stato e dei suoi cittadini sia quella di eliminare la proprietà privata, azzerare le rendite e i profitti delle società private, cancellare i diritti costituzionali e le libertà civili dei cittadini. Anzi. Come abbiamo visto nel caso dell’autostrada, lo Stato ha garantito il diritto al lavoro ai suoi cittadini e ha consentito di trasferire e distribuire ricchezza a molte aziende private che in maniera produttiva hanno partecipato attivamente ai lavori di costruzione dell’opera pubblica.

    Al contrario l’intervento dello Stato ha soltanto allontanato dalla sfera dei profitti tutte quelle società private e finanziare che intendono speculare tramite l’ottenimento di una rendita garantita, senza immettere alcun valore aggiunto concreto nell’economia e nella società nel suo complesso. Lo Stato quindi non ha solo il ruolo attivo di stabilizzatore dei processi economici, ma anche quello di selezione e promozione dei settori aziendali realmente produttivi e di progressivo ridimensionamento di quelli invece unicamente speculativi e parassitari. La capacità di spesa illimitata dello Stato non deve eliminare per esempio l’attività delle banche che svolgono correttamente la loro funzione di intermediazione del credito, ma deve essere rivolta a finanziare quelle opere di sviluppo e benessere sociale che per ovvie ragioni di rischio o ritorno economico dell’investimento le banche non saranno mai in grado di supportare. Lo Stato e le banche in questa ottica sono due entità complementari che non si elidono a vicenda, anzi crescono insieme occupandosi di due settori dell’economia totalmente differenti ma ugualmente utili.

    Tuttavia se non esiste alcun limite finanziario alla capacità di spesa dello Stato, è chiaro che esiste un limite fisico ben preciso alla sua capacità di produzione e investimento, perché uno Stato non può costruire autostrade all’infinito, oppure scavare buche e ricoprirle per tenere impegnati e distribuire reddito e lavoro ai suoi cittadini. In questo caso entra in gioco un nuovo fattore indispensabile per consentire lo sviluppo sostenibile della società: la ricerca e l’innovazione. Lo Stato può infatti finanziare tutte quelle utili ma spesso costose attività di ricerca scientifica e tecnica che per i motivi citati prima nessuna società privata sarà disposta a finanziare. Le aziende private, tramite il supporto delle banche, hanno anch’esse un ruolo attivo nel campo della ricerca, ma siccome finanziano e investono perlopiù nei settori che assicurano una buona probabilità di ritorno economico dell’investimento, non possono impegnarsi nello sviluppo tecnologico di nuove innovazioni scientifiche che hanno un margine di rischio più elevato e una possibilità di guadagno più bassa.

    Per intenderci, siccome autostrade di cemento non possono più essere realizzate per ovvie ragioni di spazio, lo Stato potrebbe intervenire per finanziare la ricerca nel campo delle autostrade informatiche che è settore ancora poco sfruttato e sottoutilizzato. Per capire meglio come funziona e quali effetti comporta un intervento diretto dello Stato nel processo di innovazione e sviluppo di nuove tecnologie, riprendiamo un semplice esempio riportato sul sito Keynes blog:

    “Supponiamo che lo Stato decida di dotare il Paese di una rete telematica ad alta velocità che arrivi in tutte le case, gratis o a prezzi molto contenuti. La realizzazione di questa infrastruttura andrebbe direttamente ad aumentare il PIL. Ma non finisce qui. L’azienda che realizza la rete (che eventualmente potrebbe essere anche un’azienda pubblica) dovrà comprare materiali, affittare sedi, investire in macchinari, ecc. Questo incrementerà la domanda dei beni necessari alla produzione. Dovrà anche assumere un certo numero di persone e pagare consulenze tecniche. Queste persone si ritroverebbero un reddito che prima non avevano e che spenderebbero, ad esempio, in alimenti, vestiti, divertimenti e accendendo un mutuo per comprare una casa. Ciò stimolerebbe la domanda di beni di consumo e appartamenti, oltre a stimolare il commercio. A loro volta i produttori di beni di consumo e appartamenti dovrebbero far fronte alla domanda crescente, e così via.

    Sebbene questo ciclo non sia infinito, in quanto ad ogni passaggio i vari soggetti tenderanno a non spendere tutto il proprio nuovo reddito ma ne risparmieranno una parte, è evidente che un l’intervento pubblico ha prodotto un aumento della domanda aggregata molto maggiore dell’investimento iniziale. Questo meccanismo è chiamato moltiplicatore keynesiano.
    Ma non finisce qui: la nuova infrastruttura telematica potrà essere usata da alcune imprese per veicolare i propri prodotti (ad esempio film, software, ecc.) e permetterà ad altre imprese di risparmiare sui costi grazie ad un servizio di telecomunicazione migliore.

    Considerando che cittadini e imprese che ne beneficeranno pagheranno più tasse allo Stato (essendo cresciuto il loro reddito) e che lo Stato non dovrà più erogare i sussidi di disoccupazione per chi avrà trovato un nuovo impiego, la spesa iniziale andrebbe dopo un certo periodo a compensarsi. In altre parole, se si sceglie bene l’investimento, è possibile quello che l’economia classica sostiene non esistere: un pasto gratis.

    E' importante notare che questa non è solo un'ipotesi teorica, ma un fatto riscontrato nella realtà. Sono infatti state le ingenti spese del New Deal, della guerra, del Piano Marshall e dell'intervento pubblico in economia nel dopoguerra a rendere gli USA e l'Europa i leader economici del 20° secolo. La domanda pubblica e l'erogazione diretta di beni e servizi, di ricerca e innovazione, di servizi sociali, così come la programmazione economica, hanno spinto gli investimenti privati e i consumi, rafforzando tutta l'economia.”

    Un analogo esempio potrebbe farsi nello sviluppo, nella ricerca e nell’implementazione di fonti di energia rinnovabile, celle fotovoltaiche, sistemi eolici, studio delle maree, cogenerazione energetica, recupero e riciclaggio dei rifiuti. Insomma tutti settori che per un motivo o per un altro, le aziende private non sono disposte a finanziare oltre un certo limite. Ricordiamo che uno dei maggiori teorizzatori dell’importanza dello Stato nei processi produttivi è stato John Maynard Keynes, che non era certo un comunista, un socialista o un nazionalista estremo, ma un grande economista classico, forse il più grande di tutti, che conosceva però a perfezione i limiti e le criticità del libero mercato e della deregolamentazione selvaggia, processi che lasciati a se stessi come accade oggi rendono impossibile il raggiungimento di un qualsiasi stato di equilibrio e il mantenimento di una duratura stabilità economica.


    In definitiva, se qualcuno dovesse chiedermi cosa significa oggi la parola debito pubblico, io risponderei che è la fiducia che lo Stato a cui appartengo ripone nella mia capacità di creare reddito, produzione di beni e servizi, sviluppo sostenibile, ricerca e innovazione, migliori condizioni umane, materiali e intellettuali di convivenza civile. Quando uno Stato spende a deficit positivo senza badare ai limiti di indebitamento significa che crede in un ulteriore progresso migliorativo della sua società e intende distribuire ricchezza a tutti coloro che hanno voglia di partecipare attivamente a questa nuova fase di sviluppo sostenibile. Mentre quando lo Stato viene ingabbiato nella follia del debito pubblico, che in realtà è una grandezza inesistente, significa che sta tirando i remi in barca, sta abbandonando l’intera nave alla deriva, crede che questa nave prima o dopo affonderà e ha calato le scialuppe di salvataggio in modo che possano salvarsi soltanto un numero limitato di persone. E’ la vittoria finale del caos feroce e indistinto rispetto alla possibilità di creare sempre nuovi e migliori condizioni di ordine ed equilibrio sociale, che finisce per favorire l'imbarbarimento di un'intera civiltà.


    In questa nuova prospettiva, il debito pubblico conseguente alla piena sovranità monetaria dello Stato è lo strumento più efficace per garantire e tutelare l’ordinamento democratico di una società, perché oltre a stabilizzare e selezionare i processi economici, consente di redistribuire equamente le ricchezze e le risorse della nazione secondo una precisa scala di merito. Ovviamente esistono i casi di degrado e corruzione dovuti all’abuso dello strumento del debito pubblico, ma quelli vanno isolati e sanzionati grazie al controllo attivo e partecipato della cittadinanza e al ruolo fondamentale di sorveglianza e repressione della magistratura.


    Nel prossimo articolo esamineremo in dettaglio il caso eccezionale dell’eurozona, che è indubbiamente l’esperimento in assoluto più ardito che mai uomo aveva fatto per sopraffare e dominare altri uomini, cancellando qualsiasi diritto democratico e costituzionale della cittadinanza: mai nessuno nello storia si era spinto fino a tanto con un tale dispiegamento di mezzi e di menzogne. Il debito pubblico non solo è stato bandito come strumento economico e finanziario pericoloso e dannoso, ma deve essere pure ripagato fino all’ultimo centesimo, perché gli stati europei non hanno assolutamente fiducia ed empatia nei confronti dei propri cittadini e vogliono rastrellargli la ricchezza in ogni modo prima che il gioco finisca. O quantomeno prima che la risicata cerchia di uomini oggi dominante non avrà deciso di essersi arricchita abbastanza. Perché come vedremo il gioco perverso dell’eurozona è destinato prima o dopo a concludersi essendo un gigantesco Schema Ponzi del debito in cui gli ultimi della catena a pagare tutti gli altri sono sempre e soltanto i cittadini.


    TEMPESTA PERFETTA: LA FOLLIA DEL DEBITO PUBBLICO CHE NON ESISTE E GLI APPRENDISTI STREGONI DELL’UNIONE EUROPEA
    Con le ali, al buio e nel silenzio da te io volerei.

  2. #2
    Bye bye & kisses
    Data Registrazione
    30 Mar 2009
    Località
    Orione, naturalmente.
    Messaggi
    15,615
     Likes dati
    2,810
     Like avuti
    3,242
    Mentioned
    3 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Re: La follia del debito pubblico che non esiste e gli apprendisti stregoni dell'UE

    Riprendiamo il cammino iniziato nello scorso articolo per cercare di spiegare con parole semplici i processi economici e politici in corso. Mi rendo conto che le cose che mi appresto a dire sono spesso già note e risapute, ma cerchiamo di esaminarle da una nuova prospettiva di osservazione, guardando l’evoluzione dei fenomeni nel loro insieme e preventivando un finale quasi scontato: la moneta unica euro, così come la conosciamo oggi, è destinata a scomparire. A meno di cambiamenti radicali nella struttura portante dell’eurozona (unione fiscale, banca centrale pubblica, nuovo governo centrale che si occupa dei trasferimenti finanziari all’interno dell’area monetaria), il conto alla rovescia per la fine dell’euro è già partito da un bel pezzo.

    La certezza di questa affermazione risiede nel meccanismo anomalo di circolazione dei capitali nei paesi dell’eurozona e dal modo utilizzato dai tecnocrati e dai politici europei per mantenere in vita questo schema ampiamente squilibrato e disfunzionale: alla base di tutta la piramide del debito c’è soltanto la capacità dei cittadini europei di procurarsi reddito da soli offrendosi ai mercati a qualunque prezzo e la loro volontà di continuare a pagare le tasse. Nel caso in cui uno di questi due fattori o entrambi vengano meno, come accade oggi che siamo nel pieno di una spirale recessiva, l’immenso edificio d’argilla è costretto ad implodere miseramente, perché non esiste nessuna entità terza economica o politica (quello che un tempo chiamavamo stato o governo federale) che possa compensare e alleggerire i sacrifici dei singoli cittadini, creando una barriera e un filtro fra questi ultimi e il mercato.

    Nel precedente articolo (postato sopra, n.d. B) abbiamo parlato di ciò che accade o potrebbe accadere nelle nazioni sovrane come Stati Uniti, Gran Bretagna, Argentina, Svezia, e adesso è venuto il momento di trattare il caso più spinoso e inquietante dell’economia mondiale: l’eurozona. Avrete notato che finora non abbiamo ancora utilizzato parole come spread, default, mercati, rating, rischio di fallimento, contagio finanziario perché una nazione sovrana non può mai fallire, dato che come abbiamo detto può ripagare tranquillamente tutti i suoi debiti denominati con la sua valuta pigiando i tasti di un computer e creando dal nulla tutta la quantità di denaro che vuole. E nessuno speculatore o investitore di borsa sano di mente si metterebbe a scommettere su un qualcosa che non può concretamente avvenire, mantenendo ad oltranza una strategia di vendita al ribasso dei titoli di stato di una nazione sovrana, soprattutto se quest’ultima non ha eccedenze di indebitamento estero denominati in una valuta straniera. Morale della favola per i mercati questi titoli di stato sovrano sono investimenti sicuri al 100%, a prescindere dalle valutazioni di merito delle società di rating.

    Come abbiamo visto nel caso di uno stato sovrano, per esempio gli Stati Uniti, il debito pubblico è soltanto una cifra che lampeggia sul computer della banca centrale, ma in realtà non significa niente e potrebbe anche essere tranquillamente tolto dalle voci del bilancio ufficiale dello stato. Nel caso dell’Italia e dei paesi dell’eurozona invece il debito pubblico è una grandezza di primaria importanza perché lo stato non ha la certezza di poterlo ripagare essendo denominato in una moneta straniera (l’euro) e il governo deve assicurare continuamente tutti gli investitori che sarà in grado di rimborsarlo fino all’ultimo centesimo, tramite il prelievo fiscale.

    Ma è essenziale capire fin da subito che la scelta di rendere il debito pubblico un problema per lo stato non è assoluta o obbligatoria o universale, e non ha alcun carattere di scientificità o correttezza tecnica e contabile, dato che nessun economista o tecnocrate è riuscito mai a dimostrare con dati certi che rinunciare ad un’arma di politica economica e monetaria così straordinaria e potente come il debito pubblico sia un bene per la nazione. Anzi, visto i disastri attuali dell’eurozona che si trova continuamente sotto il fuoco incrociato dei mercati, la scelta si è rivelata più che mai infausta e infelice. Ad ogni modo questa decisione è volontaria: lo stato italiano, per mezzo della sua classe dirigente politica ed economica, ha scelto autonomamente e deliberatamente di privarsi della sua sovranità monetaria e della capacità di creare soldi dal nulla quando ha deciso di entrare nell’eurozona.

    Dalla data di adesione definitiva all’area euro, nel 2002, lo stato italiano non può più creare soldi dal nulla per finanziare la sua spesa pubblica secondo le necessità del momento, ma è costretto prima di spendere ad attendere l’incasso delle tasse o a chiedere in prestito questi soldi alle banche private a qualsiasi tasso di interesse imposto da queste ultime. In un solo colpo è stato in pratica azzerato qualunque spazio di manovra economica e indipendenza monetaria del governo nazionale, che come abbiamo sottolineato più volte pone parecchi limiti sulla reale presenza di una qualsiasi forma di democrazia compiuta in Italia: se uno stato non può più spendere all’occorrenza per il benessere dei suoi cittadini, la tutela del suo territorio, il rilancio della sua economia, la difesa dei diritti costituzionali, ma fa dipendere queste decisioni da altri (contribuenti, banche) non ha più le caratteristiche politiche e giuridiche di una democrazia, ma è un’altra cosa. E i nomi per definire quest’altra cosa abbondano e vanno dalla dittatura bancaria al fascismo finanziario, fino alla truffa legalizzata.


    Ma entriamo nei dettagli dell’imbroglio e vediamo cosa accade nella pratica in Italia. In una ipotetica situazione di pareggio di bilancio, la capacità di spesa dello stato è limitata dai soldi raccolti tramite il prelievo fiscale dai suoi cittadini. Tuttavia siccome i tempi di spesa del governo e quelli di incasso delle tasse sono differiti, l’Italia dovrà farsi finanziare nel frattempo dalle banche private, che in base ai loro requisiti e alle credenziali internazionali vengono di volta in volta autorizzate dal ministero delle finanze a partecipare alle aste primarie di collocamento dei titoli di stato. Per finanziare questa tipologia di spesa corrente, lo stato colloca generalmente titoli di debito a breve scadenza, come i BOT (Buoni Ordinari del Tesoro) a 1, 3, 6 mesi fino ad un anno. In questo primo giro di giostra lo stato corrisponde alle banche private un premio pari allo scarto di emissione: se lo stato piazza 2 miliardi di euro di BOT a tre mesi al rendimento del 2% significa che regala materialmente alle banche 40 milioni di euro prelevandoli dalle tasche dei cittadini. Moltiplicate questa cifra per tutte le emissioni di titoli a breve termine che si succedono durante l'anno e avrete chiara la dimensione del pacco dono confezionato per le banche.

    Prima del 1992 e della firma dei trattati europei di Maastricht, quando lo stato italiano era ancora sovrano, il governo poteva finanziare la spesa corrente utilizzando lo scoperto del suo conto di deposito presso la Banca d’Italia, la banca centrale di emissione dello stato: non c’era nessuna regalia alle banche private, nessuna dipendenza. Tutti gli stati del mondo che hanno mantenuto intatta la loro sovranità monetaria, non gravano sulle spalle dei cittadini spese inutili e parassitarie come quelle descritte in precedenza, che sono dovute soltanto ad un semplice differimento fra il momento dell’uscita e quello dell’entrata monetaria, ma non implicano una reale condizione deficitaria e debitoria dello stato.

    Ad ogni modo, a parte questa prima concessione del tutto gratuita alle banche e l’obbiettivo del pareggio di bilancio che sarà per molti motivi di carattere tecnico e procedurale difficile da raggiungere nella pratica, l’Italia ha già un suo debito pubblico pregresso di circa 2000 miliardi di euro, formato perlopiù da titoli di stato a medio e lungo termine (BTP, Buoni Pluriennali del Tesoro), che quando arrivano a scadenza devono essere rimborsati o rifinanziati, grazie all’intervento provvidenziale delle solite banche strategiche internazionali (sono venti in tutto, e i loro nomi li conosciamo bene da tempo). Queste banche strategiche avranno poi il compito di rivendere sul mercato secondario la parte dei titoli che non sono disposte a trattenere in proprio per limitare l’accentramento del rischio. Questo flusso di trasferimento dei titoli e del rischio arriva fino al cittadino privato, che decide di spostare una parte dei suoi risparmi nell’investimento sicuro (?) in titoli di stato recandosi presso la filiale della sua banca.

    Come abbiamo già detto, lo stato italiano offre ai suoi creditori come unica garanzia di rimborso dei prestiti ricevuti la capacità di raccogliere un corrispondente quantitativo di tasse e indirettamente la disponibilità a mettere in vendita parte del suo enorme patrimonio pubblico per fare fronte ai propri impegni. Oltre a questi strumenti di inasprimento fiscale e riduzione della spesa e del patrimonio pubblico, non c’è altro che uno stato come l'Italia può fare per generare maggiori profitti sul suo territorio e ripagare i creditori. Più lo stato è efficiente nel settore tributario e nella lotta all’evasione fiscale, maggiori sono le opportunità di ricevere nuovi finanziamenti alle successive aste primarie di collocamento dei titoli, a prezzi ragionevoli. Quando questa peculiare funzione dello stato viene meno, si crea incertezza nei mercati e il rendimento richiesto per l’acquisto dei titoli e per la compensazione del rischio di investimento aumenta (il famoso spread, che misura il differenziale di rendimento fra i titoli italiani e quelli tedeschi).

    Essendo completamente inerte dal punto di vista economico e monetario, lo stato italiano deve sperare che le condizioni per creare reddito, ricchezza e sviluppo all’interno dei suoi confini nazionali si formino da sole, spontaneamente, tramite accordi e investimenti privati, dato che maggior reddito privato significa maggiori entrate fiscali per lo stato. In un periodo di recessione economica come questo però diminuiscono i redditi, i consumi e gli investimenti e si riducono di conseguenza le entrate fiscali dello stato, che deve inventarsi sempre nuove tasse o tagli al patrimonio e alla spesa pubblica per sottrarre sia ricchezza dai cittadini che attività dai suoi bilanci da destinare unicamente al pagamento dei creditori.

    Ovviamente questo processo di trasferimento non può durare all’infinito, perchè a meno di entrare casa per casa a pignorare le pentole e i materassi e di vendere il Colosseo, lo stato italiano non è in grado di prelevare in modo illimitato ricchezza ai suoi cittadini e al suo territorio. Unica via di salvezza per lo stato risulta che arrivi all’improvviso una nuova fase di crescita economica, che come vedremo dopo non si sa né da chi né da cosa sarà trainata. Malgrado le condizioni al contorno siano tutte sfavorevoli, i tecnocrati europei sono convinti per fede divina che prima o dopo questa crescita ci sarà. Punto.

    Tuttavia dobbiamo sottolineare il primo grande paradosso della gestione dei titoli di debito di una nazione non sovrana: abbiamo detto infatti che le tasse servono a finanziare la spesa corrente e solo nel caso eccezionale in cui le entrate fiscali siano superiori alle uscite per spesa, questo avanzo primario straordinario può essere destinato al rimborso e alla riduzione del debito pregresso o strutturale. Quindi, a parte la limitata copertura dell’avanzo primario, cosa garantisce veramente la circolazione sui mercati dei titoli di stato a medio o lungo termine? Niente, assolutamente niente. Riprendendo il titolo di un famoso film si potrebbe dire “sotto il vestito chiamato BTP niente!”.


    L’unica vera caratteristica finanziaria che giustifica l’investimento in titoli di stato italiani a scadenza pluriennale è la capacità del governo in carica di trovare sempre nuovi investitori intenzionati ad entrare nel circuito per ripagare gli investitori che sono già dentro l’enorme frullatore, che è molto più simile ad una ciclopica catena di Sant’Antonio, rispetto ad un reale investimento finanziario. Come è noto, in questi meccanismi truffaldini di circolazione del denaro i primi ad essere rimborsati in ordine di tempo potrebbero avere la possibilità di ottenere notevoli profitti mentre gli ultimi sono sempre quelli che rischiano di più e potrebbero andare incontro a grosse perdite, perché devono sperare che dopo di loro arrivino altri investitori a coprire le loro quote scoperte, in una spirale viziosa che si perpetua senza fine.

    Non a caso, in questi giorni il nuovo primo ministro esattore e curatore fallimentare, nonché allibratore e truffatore, Mario Monti sta facendo una maratona da Wall Street a Seoul a Tokyo a Pechino, con la sua inseparabile valigetta in mano, per convincere gli investitori ad acquistare i suoi prodotti finanziari tarocchi e ad entrare nella catena di Sant’Antonio dei titoli di stato italiani, ricevendo in cambio molte strette di mano ma tanto scetticismo: vedete non tutti gli investitori sono stupidi come sembrano e capiscono spesso al volo per intuito, a naso, dove c’è puzza di truffa. Il professore Mario Monti sarà pure una persona rispettabile e seriosa, ma ciò non toglie che l’investimento che propone non ha neppure lontanamente le caratteristiche di un buon affare. Anzi. E’ una truffa in piena regola.


    Quando uno fa un investimento crede nella capacità del beneficiario di utilizzare questi soldi in modo produttivo ed efficace per ricavarne un profitto. Se uno investe in una azienda, a meno che non lo fa per fini speculativi di breve termine, crede che quella azienda potenzierà la sua struttura, aumenterà le vendite, migliorerà le sue quotazioni internazionali. Se uno investe in uno stato, crede che lo stato in questione spenderà questi soldi per migliorare le infrastrutture, sostenere le aziende, aumentare la produzione interna, il turismo e le esportazioni e infine ripagare gli investitori che hanno creduto in quello stato. Ma quando uno investe in un stato solo per ripagare i vecchi investitori è chiaro che entra in un meccanismo perverso che è ai limiti della legalità ed in un altro contesto l’intermediario o l’allibratore, che in questo caso è lo stato italiano, sarebbe già stato incriminato per truffa finanziaria internazionale.

    Questo tipo di struttura piramidale degli investimenti, in cui gli ultimi ad entrare nella catena sorreggono i primi, è identica al famigerato Schema Ponzi, che diede al suo inventore tanta fama ma anche parecchi anni di galera. Nello Schema Ponzi del sistema Italia i primi investitori in titoli di stato italiani possono avere elevati guadagni ma devono sperare che il governo italiano sia capace di trovare sempre nuove vittime disposte ad entrare nel circuito per pagare le loro quote, mentre nemmeno una parte minima di questi soldi che entrano ed escono dal gigantesco frullatore vanno allo stato italiano per finanziare qualcosa di concreto, reale, produttivo, che assicuri la formazione di una qualsiasi forma di reddito o profitto futuro.

    La cosa più buffa e raccapricciante di questo meccanismo truffaldino è che il popolo italiano è l'unico a pagare senza ricevere in cambio nulla, dato che come abbiamo detto nemmeno un centesimo di questi soldi che girano a vuoto vengono utilizzati per migliorare le condizioni di vita dei cittadini. Qualsiasi investitore coreano o americano può sperare di guadagnare qualcosa entrando nello Schema Ponzi, ma il popolo italiano avrà sempre la certezza matematica di non potere ottenere nulla, pur trovandosi alla base della piramide dei pagamenti. Al massimo i cittadini possono sperare di non essere salassati subito con le tasse e di rimettere sulle spalle delle generazioni future il rimborso del debito illegittimo, che ha cambiato improvvisamente significato e natura finanziaria a partire dal 1992, senza che il popolo italiano sia stato adeguatamente informato. In mancanza di questa trasformazione da debito pubblico sovrano di stato senza onere effettivo di rimborso per la cittadinanza a debito pubblico non sovrano di ogni singolo cittadino, lo Schema Ponzi attuale non sarebbe mai neppure iniziato.

    L’ultimo caso famoso di utilizzo dello Schema Ponzi è quello scoperto dalla FBI americana nel 2008 messo in piedi dallo speculatore finanziario Bernie Madoff, che si è beccato 150 anni di galera, ma anche noi in Italia abbiamo avuto il nostro Madoff dei Parioli, che è riuscito ad ingannare e raggirare con la sua truffa parecchi ingenui investitori romani. Ma a ben vedere anche oggi Monti e tutta la sua cricca di tecnocrati europei e politicanti nostrani potrebbero tranquillamente allungare la lista dei criminali e truffatori, dato che l’intera impalcatura del debito pubblico dei paesi dell’eurozona è basata su un semplice ma evidente illecito finanziario, benchè legittimato da istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea.

    Riprendendo la patetica scenetta del professore Monti con la sua valigetta fra cinesi e coreani, ma voi ce li vedete il presidente americano Obama o il primo ministro inglese Cameron che vanno in Cina, in Corea, in Giappone per piazzare titoli di stato? Vendere carta straccia agli ultimi allocchi di turno? Al massimo Obama e Cameron si recano in questi luoghi esotici per stringere accordi commerciali e favorire l’espansione in quei mercati delle loro aziende nazionali, perché essendo governanti pubblici di nazioni sovrane, il loro ruolo attivo nell’economia è determinante per il rilancio del tessuto produttivo interno.

    I titoli di stato sono per americani e inglesi un corollario, un grazioso dono per gli investitori, che hanno un porto sicuro verso cui dirottare i capitali. Mentre per noi italiani, i titoli di stato, la carta straccia che non produce nulla, rappresentano oggi il cuore pulsante della nostra economia. Chiudono aziende, gli operai sono per strada, si suicidano imprenditori, e cosa fa il professore Monti? Va in giro per il mondo per truffare alcuni investitori e continuare ad oltranza lo Schema Ponzi. Ma vi rendete conto a cosa si è ridotta nel giro di dieci anni una nazione che prima aveva un ruolo importante e strategico nell’economia mondiale?


    Fra l’altro lo stato italiano non occupa neppure più la posizione di vertice della piramide dei pagamenti nello Schema Ponzi, ma è soltanto un semplice intermediario che si trova a metà della catena e la sua unica funzione è quella di tassare i cittadini, pagare i creditori e trovare sempre nuovi investitori, in un’attività frenetica e inarrestabile, che somiglia molto a quella di un enorme braccio meccanico che prende i soldi da una parte e li trasferisce nell’altra, senza mai fermarsi, ininterrottamente: chi entra nel gioco deve sapere ed essere consapevole che non esiste alcuna reale attività produttiva o economica che giustifichi il suo investimento, dato che lo stato italiano è solo un protagonista passivo e non attivo dell’intero processo produttivo ed economico nazionale. Chi intende entrare nella giostra si accomodi pure, ma poi non deve lamentarsi se viene disarcionato dal cavallino bianco, perché è evidente che nemmeno un centesimo dei suoi soldi andranno a finanziare qualcosa di reale, ma si tratta di pura speculazione finanziaria e lo stato non può garantire nulla, tranne il suo impegno a prolungare più possibile nel tempo la truffa.


    Come sappiamo lo Schema Ponzi dei titoli di stato italiani si era interrotto a novembre scorso, perché era venuta meno la fiducia nel governo Berlusconi di prelevare sempre maggiori tasse ai cittadini e trovare nuovi investitori disposti a rischiare i propri capitali per entrare nella catena di Sant’Antonio. Ed è a questo punto che entra in gioco la banca centrale europea BCE, che è il nuovo soggetto giuridico e privato che si trova al vertice della piramide dei pagamenti, ovvero un ente indipendente ed autonomo a cui è stata volontariamente trasferita dagli stati dell’eurozona la capacità di creare soldi dal nulla, che un tempo apparteneva invece alle banche centrali dei singoli stati. La BCE crea soldi dal nulla, li presta alle banche che comprano titoli di stato e la catena può riprendere come se nulla fosse accaduto. Altro giro, altra corsa.


    Per rafforzare l’intero processo recentemente un'altra entità sovranazionale di garanzia e tutela della truffa è stata inserita nello Schema Ponzi, dato che la BCE non aveva più intenzione di essere l’unico manovratore e artefice dell’inganno, addebitandosi poi tutte le colpe e i crimini commessi, ma anche le eventuali perdite. Con decisione unanime e quanto mai occulta è stato infatti istituito in fretta e furia il MES, il Meccanismo Europeo di Stabilità, che è una sorta di nuova banca privata e permanente che preleva i soldi dagli stati dell’eurozona e quindi in ultima istanza sempre dalle tasche dei cittadini, e li dirotta verso i paesi in cui la catena di Sant’Antonio del debito comincia a mostrare i primi cedimenti e scricchiolii.

    In mancanza di nuovi investitori stranieri che continuano a ragion veduta a fuggire dall’eurozona, il MES, che si trova un gradino sotto per importanza alla BCE, è un modo come un altro per socializzare maggiormente le eventuali perdite e il rischio di implosione della piramide, senza ricorrere all’utilizzo degli eurobond tanto odiati dai tedeschi. Ma in ogni caso la sua funzione è identica a quella degli eurobond e serve soltanto a mantenere in piedi ancora per qualche anno la baracca caracollante dell’eurozona. Per l’Italia questo scherzetto si tradurrà in un ulteriore esborso di 125 miliardi di euro nell’arco di 5 anni, con un primo pagamento immediato di 14 miliardi di euro entro luglio 2012.

    Buona fortuna professor Monti, perché chissà cosa dovrà inventarsi per prelevare questa ulteriore massa di soldi agli italiani, cercando di non fargli capire che i versamenti al MES serviranno eventualmente a ripagare soltanto i debiti pregressi che nessuno vuole più coprire, formando però un nuovo debito con un’entità oscura e inattaccabile come il MES, che rispetto ai semplici creditori privati la cui capacità di negoziazione è limitata avrà invece mano libera per disporre a proprio piacimento del patrimonio privato e pubblico degli italiani. Bisogna avere molta fantasia per spiegare agli schiavi che sono ancora persone libere e le catene di metallo luccicante sono solo un elegante orpello da mettere alle caviglie.

    Ad ogni modo siccome alla base della piramide ci sono sempre i cittadini italiani e la loro capacità di pagare le tasse e crearsi reddito da soli tramite i circuiti privati del mercato del lavoro, lo stato italiano deve dimostrare nel frattempo agli investitori che sarà in grado sia di riscuotere le tasse che di mettere in condizione i cittadini di lavorare e crearsi il reddito necessario per pagare quantomeno le tasse. Il resto ovviamente non interessa, quello che faranno gli italiani per arrangiarsi in mezzo a questa bufera, i suicidi, la disperazione per arrivare a fine mese non è una faccenda per tecnici, che hanno come missione specifica quella di prosciugare ricchezza e incassare entrate fiscali. In mancanza di questa prova del fuoco, tutto il sistema, sebbene sostenuto ad oltranza dalla BCE, dal MES e dai tecnocrati europei, sarà destinato ad implodere su stesso, perché verrebbe meno la base della piramide del debito.

    A questo punto è indispensabile prevedere per l’Italia una fase di crescita economica, che aumenti il reddito nazionale complessivo e quindi le entrate fiscali dello stato. Quando sentite parlare un qualsiasi politico, un sindacalista, un economista, un giornalista di “crescita”, “crescita economica”, “serve la crescita”, “abbiamo bisogno di crescita, crescita, crescita”, sappiate in anticipo che non intendono affatto una qualche forma di benessere diffuso nella società, ma soltanto una maggiore capacità dello stato di prelevare tasse ai cittadini e alle imprese per tenere in piedi lo Schema Ponzi. Se non funziona questa ricetta, anche loro saranno costretti presto o tardi a cambiare mestiere.

    Ma vediamo in breve sintesi come l’Italia vuole o può perseguire questi programmi di crescita, secondo le illuminanti teorie del professor Monti. Uno stato non sovrano come l’Italia, come già sappiamo, non può utilizzare la leva della spesa pubblica per rilanciare la produzione e la domanda interna, quindi dovrà affidarsi solamente alla domanda esterna e al raggiungimento di un saldo positivo delle partite correnti, ovvero bisogna invertire la tendenza attuale e riportare le esportazioni sopra il livello delle importazioni. Cosa che non accade dal lontano 2002, guarda caso anno di ingresso dell’Italia nell’eurozona. Ma come può fare il professore Monti a raggiungere questo obiettivo in breve tempo? Cosa si può inventare per rendere più competitivi i prodotti italiani rispetto a quelli stranieri?


    Lo stato italiano non può sostenere le sue aziende con investimenti, non può abbassare il carico fiscale, non può fornire sussidi ai produttori per tenere artificialmente bassi i prezzi (come fanno per esempio gli Stati Uniti con i loro agricoltori), quindi l’unico fattore su cui agire è il costo della manodopera: bisogna abbassare le tutele dei lavoratori (vedi articolo 18), in modo da aumentare la flessibilità, la mobilità e la concorrenza dei nuovi schiavi, che accetteranno salari più bassi pur di lavorare. Con i salari più bassi, i lavoratori comprano meno beni e servizi importati perché troppo costosi, gli imprenditori possono diminuire i prezzi di vendita dei prodotti nazionali mantenendo invariato il loro saggio di profitto, le esportazioni decollano e tutti i problemi dell’Italia sono risolti. Ma è davvero così?

    No. Quando i tecnocrati europei, e Monti è un tecnocrate neoliberista nel senso più dispregiativo del termine, applicano con i paraocchi, ciecamente questo schema di lettura completamente sbagliato della realtà, commettono quasi sempre lo stesso errore di interpretazione dei processi economici, ragionando (?) secondo una sequenza meccanica e rigida di eventi: crisi, aumento disoccupazione, produzione ridotta, taglio dei salari e dei diritti dei lavoratori, imprenditori assumono, nuovo aumento della produzione, economia riparte. I tecnocrati neoliberisti si mettono cioè sempre dal lato dei produttori, dell’offerta, dei creditori, dei detentori della ricchezza e non analizzano mai l’altra metà della cielo, quello della domanda, dei lavoratori, dei consumatori, dei debitori. Non si chiedono mai chi potrà comprare questo nuovo eccesso di produzione, perché sono convinti in base ad un dogma, a una credenza religiosa, che una volta prodotta una certa quantità di merce esiste sempre un compratore disposto ad acquistare quel bene a qualsiasi prezzo richiesto dal produttore.

    Ma vediamo allora chi dovrebbe comprare i nuovi prodotti italiani. I lavoratori nostrani abbiamo detto no perché sono tutti più poveri. La classe benestante ha in genere più tendenza ad accumulare ricchezza rispetto a consumare. Gli altri paesi dell’eurozona no, perché stanno seguendo tutti con i paraocchi lo stesso schema di Monti, cercando di diventare degli esportatori netti. Con i paesi emergenti, come Brasile, Cina, Russia, non si può competere perché sono tutte nazioni sovrane che possono utilizzare quanto vogliono la leva del debito pubblico per sostenere le loro imprese e possono in particolare svalutare continuamente la moneta nei confronti dell’euro, che come sappiamo è una moneta a tasso di cambio rigido che non può essere deprezzata nè dalle nazioni che la utilizzano nè dai normali aggiustamenti della bilancia dei pagamenti (unico caso al mondo). Quindi? Pregare e attendere il miracolo, perché i tecnocrati vanno avanti lo stesso a testa bassa, anche contro qualunque evidenza logica, mentre noi distratti da mille e più divagazioni non ci accorgiamo che lentamente ci stanno togliendo la terra da sotto i piedi lasciandoci nel baratro.

    Quando sono messi alle strette dai dati e dagli andamenti economici che sono tutti al ribasso, i tecnocrati, i professori del nulla, blaterano di un possibile arrivo dei capitali stranieri, che dovrebbe fare ripartire gli investimenti in Italia, ma anche questo è un bluff, un trucco, perché se i nuovi investitori stranieri daranno salari ai lavoratori italiani per pagare le tasse, nel frattempo aumenteranno l’indebitamento complessivo con l’estero della nazione, perché porteranno via ricchezza, attività, profitti e capitale dall’Italia incrementando gli squilibri della bilancia dei pagamenti. Questo meccanismo, promosso da altri pazzi scatenati quali i funzionari del Fondo Monetario Internazionale con cui i tecnocrati europei vanno a braccetto, ha portato al fallimento e alla bancarotta durante gli anni ottanta e novanta quasi tutti i paesi del Sudamerica, che sono stati poi costretti ad un frettoloso ritorno alla sovranità monetaria e al tasso flessibile di cambio della moneta per uscire dalla crisi.

    Ma secondo voi questi professori non conoscono come funziona la bilancia dei pagamenti con l’estero? E non conoscono la storia dell’Argentina? No, conoscono benissimo sia l’una che l’altra faccenda e quindi devono agire soltanto sul fattore tempo. Devono fare più in fretta possibile per rastrellare ricchezza agli italiani e pagare i creditori internazionali più importanti che stanno all’inizio della catena e rappresentano i loro veri sponsor istituzionali, prima che venga scoperto definitivamente lo Schema Ponzi. Intanto che pagano, Monti e la sua cricca si adoperano per creare più confusione mediatica possibile per tenerci impegnati e non farci ragionare sulla truffa in corso. (eccerto, distrarre il più possibile il derubato mentre i ladri gli svaligiano la casa...e infatti ariecco la faccenda Ruby all'orizzonte...B.)

    Nonostante il supporto a distanza della BCE, i tecnocrati sanno che quando emergerà con chiarezza che la crescita in Italia è impossibile in queste condizioni, quando il deficit fiscale dell’Italia aumenterà invece di diminuire (come è già successo in Grecia, Spagna e Portogallo), gli ultimi ingenui investitori disposti ad entrare nella catena fuggiranno via a gambe levate e sarà il caos: bisognerà ricorrere al MES e al FMI per tenere a galla l’Italia, l’accesso al mercato internazionale dei capitali sarà impossibile per parecchi anni, si renderà necessario ricorrere alla ristrutturazione e rinegoziazione del debito pubblico italiano per sgonfiare la bolla speculativa in atto.

    Fine della storia? Neanche per sogno. Il problema infatti non è soltanto di debito pubblico, ma risiede nel modo in cui è stata congegnata la moneta unica euro e la struttura monetaria dell’eurozona, che obbliga tutti i paesi a diventare degli esportatori netti se vogliono avere una qualche possibilità di sopravvivenza in questo sistema. Quando tu costringi un paese a tenere in pareggio il bilancio fiscale, ovvero il governo può spendere per i suoi cittadini, le sue imprese, il suo territorio in misura uguale di quanto preleva con la tassazione, dici in sostanza che lo stato può ricevere nuova ricchezza soltanto se aumenta le esportazioni rispetto alle importazioni. Non ci sono altri sbocchi per trovare nuove risorse finanziarie da indirizzare agli investimenti, alla ricerca, all’innovazione, allo sviluppo sostenibile.

    Ma siccome questa teoria mercantilista è impossibile da applicare su scala planetaria, soprattutto in un periodo di calo generalizzato e globale della domanda (come possiamo diventare tutti esportatori netti? Chi importerà i nostri surplus?), ecco che si creano le premesse per ricominciare un nuovo Schema Ponzi uguale a prima, con i cittadini che dovranno sobbarcarsi tutto il peso sia della spesa pubblica che dei nuovi debiti contratti con l’estero, senza che ci sia un ente terzo, come lo stato democratico e sovrano, che metta un argine e un limite a questa catena di indebitamento senza fine.

    Ancora una volta gli investitori esteri dovranno essere consapevoli che i loro soldi utilizzati per comprare titoli di stato italiani non serviranno a finanziare una qualsiasi attività produttiva sottostante, ma verranno incanalati in un nuovo frullatore che servirà a ripagare i creditori che sono arrivati prima di loro e hanno una posizione più alta nella piramide dei pagamenti. Tutto qui, soldi che girano a vuoto senza creare nulla.

    Nonostante tutte le reticenze, le omissioni, le menzogne, i depistaggi, è importante che i cittadini italiani capiscano che non sta scritto da nessuna parte e in nessun libro di economia che la privazione dello stato della sua prerogativa sovrana di potere ripagare i debiti contratti e denominati con la sua valuta tramite la creazione di nuova moneta dal nulla, sia un bene per la nazione e per i suoi cittadini. Anzi da Adam Smith a John Maynard Keynes, tutti i maggiori economisti della storia hanno sempre dichiarato che l’intervento dello stato nell’economia, attraverso il suo potere sovrano di battere moneta, è fondamentale per garantire la stabilità e lo sviluppo equo e sostenibile dei processi produttivi.

    L’economia lasciata a se stessa è per sua natura instabile ed è incapace di trovare da sola uno stato di equilibrio permanente e duraturo, finendo per incanalare sempre maggiori quantità di ricchezza in attività improduttive, speculative, che sottraggono potere di acquisto a chi sta più in basso per trasferirlo nelle mani di chi ha già abbondante ricchezza. Gli ultimi dati diffusi dalla Banca d’Italia (quindi non un ente complottista, anzi il cuore dell’attuale sistema usuraio) dovrebbero fare riflettere in questo senso: i 10 italiani più ricchi posseggono la ricchezza di 3 milioni di italiani che stanno più in basso, sono i più poveri di tutti. E sarebbe questo uno stato equo, giusto, democratico, impegnato a redistribuire equamente le risorse fra i suoi cittadini?

    Tuttavia, infischiandosene dei dati, dell’etica, del lavoro di un numero incalcolabile di economisti, l’attuale classe dirigente italiana ed europea vive sulla base di un dogma, una credenza religiosa: è convinta che l’economia lasciata a se stessa possa raggiungere spontaneamente uno suo stato di equilibrio, anche se non è in grado di sapere quando e come ciò possa avvenire. Così, come per magia, tutto si aggiusta, le esportazioni ripartono e prima o dopo quei dieci italiani saranno portati per naturale evoluzione degli eventi a trasferire parte delle loro enormi ricchezze ai tre milioni di poveri. Paradossalmente però nessuno si chiede mai che anche tenere in catene milioni di cittadini e lasciare liberi di scialacquare nei vizi e nell’opulenza una ristretta fascia di persone è uno stato di equilibrio, sebbene la storia abbia dimostrato più volte che questa condizione non è stabile ma apparente perché prima o dopo gli schiavi si liberano delle catene e bisogna ricominciare a progettare un nuovo modello sociale ed economico.

    Il professore Monti dovrebbe tenere a mente queste considerazioni prima di gettarsi a capofitto nel suo Schema Ponzi, nella sua truffa, perché tutti sappiamo ormai come vanno a finire queste colossali catene di Sant’Antonio. Prima o dopo la catena si spezza e chi ha creato il sistema è costretto a scappare con il malloppo per non essere linciato dalla folla inferocita. Monti ci sta provando a tirare la corda, a stringere le maglie, ma da ogni parte si avvertono i primi scricchiolii, la corda potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.

    La sua intenzione, ormai acclarata, è quella di tenere in tensione il paese per tutto il tempo necessario a ripagare il maggior numero di creditori che stanno nei piani alti della piramide e intanto butta giù decreti legge inutili per creare confusione e distrarre la folla. Mentre noi ci accapigliamo sulle pensioni, le liberalizzazioni dei taxi e delle farmacie, l’articolo 18, lui intanto paga Morgan Stanley, Goldman Sachs, JP Morgan, Banca Intesa e tutta la cricca. Noi parliamo, scriviamo, ci azzuffiamo e lui, il sobrio professore Monti paga, riscuote le tasse, vende titoli e paga ancora una volta, convinto che nessuno si accorga del trucco e consapevole che gli italiani hanno ancora parecchi risparmi da cui attingere. E poi c’è l’enorme patrimonio artistico, storico e naturale da utilizzare come collaterale dei nuovi prestiti ricevuti: lo sanno tutti che l’Italia da questo punto di vista è un paese solvibile. Ma questo è un gioco delle tre carte che ormai conosciamo bene un po’ tutti come funziona e quindi continuando a denunciare la truffa è possibile immaginare un gran finale di questo racconto.

    Un cittadino italiano qualunque si sveglia la mattina e si mette a ragionare alzando lo sguardo verso il cielo, finchè fra le nuvole non gli appare l’immenso Schema Ponzi in cui è incastrato. A quel punto si veste di tutto punto e comincia a spiegare agli amici del bar come funziona il meccanismo e dichiara pubblicamente che non intende più pagare le tasse per stare dentro questo gioco, innescando un'irreversibile reazione a catena. Allora e solo allora il professore Monti, o chi per lui, rilascerà la corda e sarà il caos. Un caos che potrà portare ad un nuovo Schema Ponzi uguale a quello precedente oppure alla nascita di una nuova nazione sovrana e democratica che non è mai esistita prima nella storia, chiamata Italia.

    Chissà magari, immaginando questo secondo finale, già oggi molti politici italiani stanno preparando le valigie, perché sanno che prima o dopo (fra uno, due, tre anni, ma più avanti si va e più si stringe il collo di bottiglia) saranno obbligati a partire via per sempre dall’Italia. Ma Hammamet è grande. E poi c’è Gerba, Monastir, le Maldive. Chissà dove avrà deciso di trascorre le vacanze il professore Monti?


    TEMPESTA PERFETTA: LO SCHEMA PONZI DEL DEBITO PUBBLICO E LA GRANDE TRUFFA FINANZIARIA DEL PROFESSORE MONTI
    Ultima modifica di Betelgeuse; 13-04-12 alle 09:56
    Con le ali, al buio e nel silenzio da te io volerei.

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 14
    Ultimo Messaggio: 13-07-13, 10:32
  2. L’uomo che può comprare il debito pubblico dell’Italia
    Di dedelind nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 7
    Ultimo Messaggio: 30-07-12, 16:44
  3. Apprendisti stregoni
    Di Feliks nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 27
    Ultimo Messaggio: 08-05-11, 02:25
  4. Gli apprendisti stregoni della Fed
    Di DaleCooper nel forum Politica Estera
    Risposte: 52
    Ultimo Messaggio: 21-07-08, 14:12
  5. Burgio: "Apprendisti stregoni della governabilità"
    Di Egemonia nel forum Sinistra Italiana
    Risposte: 1
    Ultimo Messaggio: 04-06-07, 01:34

Tag per Questa Discussione

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito