Fantascienza tricolore
Autore: Gianfranco de Turris
Molti lo dimenticano, ma la fantascienza degli italiani è nata insieme alla fantascienza italiana. Poi si è persa per via. Non è un gioco di parole, se per fantascienza italiana s’intende l’identificazione di un genere letterario attraverso un termine specifico ed un luogo di aggregazione specifico. Come Hugo Gernsback creò nell’aprile 1926 un neologismo (scientifiction, che solo nel 1929 sarebbe diventato science fiction) da proporre con una rivista tutta speciale (Amazing Stories), così in Italia nel 1952 apparvero, in aprile Scienza Fantastica, diretto da Lionello Torossi, che traduceva il termine inglese appunto come nella sua testata, quindi il 10 ottobre il “bimensile” I romanzi di Urania e il 1° novembre il mensile Urania, dove Giorgio Monicelli proponeva “fanta-scienza” (inizialmente con il trattino che manteneva separati i due termini come nell’originale inglese). Per la chiusura dopo sette fascicoli all’inizio del ‘53 “scienza fantastica” non prese piede e s’impose “fantascienza” che resistette anche ad un’altra ipotesi di traduzione, “fantasie scientifiche” proposta da Armando Silvestri quando cinque anni dopo fondò Oltre il Cielo: la diffusione larga e capillare della testata mondadoriana aveva la meglio e faceva entrare il neologismo nel linguaggio comune.
Ora, proprio su Scienza Fantastica apparvero i primi racconti per così dire “specializzati”: sin dal n. 1 li scriveva lo stesso Torossi con lo pseudonimo di Massimo Zeno poi usato anche su Oltre il Cielo, mentre in seguito vennero pubblicate storie di lettori che avevano partecipato al concorso per disegni e narrativa bandito dalla rivista romana (Loris Bianchi, Ferdinando Stefanelli, Paolo Cervasi, Bruno Torani). Storie di autori italiani uscirono da subito anche su Urania, pur se con pseudonimo (ad esempio, Elisabeth Stern era Lina Gerelli sui fascicoli di settembre-ottobre 1953), mentre un vero autore italiano, anche se con nome esotico, fu Emilio Walesko che scrisse L’Atlantide svelata per I romanzi di Urania nel gennaio 1954.
All’inizio della fantascienza pubblicata nel nostro Paese, dunque, non sembra che vi fossero assoluti pregiudizi nei confronti degli scrittori italiani che si cimentavano con un “genere” letterario come la “fantascienza” che all’inizio degli anni Cinquanta sembrava essere d’importazione, mentre al contrario era stato ben presente (anche se ovviamente non con quel nome) nella nostra narrativa popolare sin dall’inizio del secolo, quando il settimanale La Lettura bandiva un concorso per un “racconto fantastico”, e poi soprattutto negli anni Venti e Trenta quando appariva in gran quantità sulle pagine del settimanale Il Giornale Illustrato dei Viaggi e del mensile Il romanzo d’avventura editi dalla Sonzogno. Del resto la stessa Mondadori di nostri autori ne aveva ospitati moltissimi prima del 1940 in collane di avventura, esotiche, rosa o poliziesche, col loro nome o con pseudonimo, e avrebbe continuato a farlo in modo esplicito nei “gialli” ancora per un po’ negli anni Cinquanta. La loro progressiva scomparsa reste dunque un mistero editoriale.
Roberto Chiavini - G. Filippo Pizzo - Michele Tetro, Il grande cinema fantasy. L'heroic fantasy dai primordi a Conan, fino al Signore degli anelli Tra Scienza Fantastica e I romanzi di Urania, cioè fra aprile e ottobre 1952, uscì ad agosto un’altra testata, il quindicinale Mondi Nuovi delle Edizioni Diana di Roma, una vera e propria “rivista” con racconti, articoli, recensioni cinematografiche, rubrica della posta, che durò giusto sei numeri fino al 15 ottobre: sulle sue pagine apparivano storie di fantascienza spaziale con nomi stranieri ed esotici come Allan McCarren, E. Grafson, Ebel de Monserrat, Edgar P. Allan, I.G.A. Wanny. ma anche Angelo R. Mazzarese, illustrati spesso con disegni di Guido Buzzelli. Alcune di queste singolari firme e quella del disegnatore (che in seguito diventerà notissimo) si ritroveranno tre anni dopo su Mondi Astrali, un’altra “rivista” a cura di Eggardo Beltrametti: pubblicata nel gennaio 1955 per quattro numeri da un editore di fumetti, Gioggi di Roma. La formula adottata e le firme di autori e disegnatore fanno pensare ad un collegamento diretto fra le due iniziative. I racconti erano un po’ ingenui e di maniera, indirizzati a un pubblico giovanile, come i precedenti influenzati dai film e dai fumetti di fantascienza che allora si vedevano e leggevano. Gli autori erano tutti giovani giornalisti che sbarcavano il lunario come potevano: i loro nomi ce li indicò il curatore molti anni fa senza però collegarli ai rispettivi pseudonimi, sicché per questo si va per supposizioni: si trattava di Gianfranco Finaldi (forse Luis Van Phil), Enrico de Boccard (probabilmente E. Grafson, Ebel de Monserrat), Vanni Angeli (quasi sicuramente I.G.A. Wanny) e Ugo Franzolin (l’unico di cui si sa che scriveva come Ugo Morea). Gli altri pseudonimi erano oltre Edgar P. Allan (forse lo stesso Eggardo Beltrametti), Dan Sibeja, Franz Marius Kanasta, Dan Leni, Jack Bolton, B. M. Stefanius, Erwin Stuk, ma anche Vittoria Badura e Massimo Liorni.
Il 1957 fu un anno importante. A gennaio apparve il mensile di romanzi Galassia pubblicato a Udine e diretto da L. R. Johannis, scrittore e pittore futurista, nonché primo italiano ad aver avuto un “contatto” con gli alieni sull’altopiano di Asiago nel 1947. Pubblicò cinque soli romanzi, ma tre di essi erano italiani (due dello stesso Johannis ed uno della Gerelli) anche se con pseudonimo, inoltre racconti italiani in appendice: quasi tutti scritti sempre da Johannis con vari pseudonimi, ma tra quelle firme troviamo quella del giovane lettore Sandro Sandrelli che in seguito diventerà uno dei nomi più importanti della fantascienza italiana degli anni Sessanta e Settanta.
Luigi De Pascalis, Rosso Velabro Nel giugno 1957 uscì in edicola la collana mensile I romanzi del Cosmo che già nell’aprile 1958 ospitò un testo italiano proprio di L. R. Johannis, Lacrime della Luna, e moltissimi altri ne pubblicò in seguito, soprattutto di uno dei suoi curatori Marco Paini (Ulisse Westmore), e poi dei prolifici Gianfranco Briatore (John Bree, Norman Shave), Roberta Rambelli (Robert Rainbell, John Rainbell) e Luigi Naviglio (Louis Navire, Lewis Flash) ma sempre con pseudonimo, cosa che spesso non avveniva per i racconti in appendice. Il fatto era che quello di Johannis – Luigi Rapuzzi Johannis – era un nome vero ma allo stesso tempo suonava come “straniero”, e quindi ben si adattava alla tendenza che andava imponendosi, e che avrebbe condizionato gli umori ed i gusti dei lettori, almeno sino agli anni Novanta: l’idea che fossero più gradite opere a firma estera, soprattutto inglese, ma anche francese. Infatti, nel cinque anni dal 1952 al 1957 I romanzi di Urania (che proprio nel 1957 si chiameranno semplicemente Urania) avevano anch’essi pubblicato opere di italiani privilegiando Johannis (che si firmava anche N. H. Laurentix): l’ultimo testo di autore esplicitamente italiano fu L’astro lebbroso nel marzo 1955 a firma di Franco Enna (Francesco Cannarozzo), uno scrittore peraltro assai noto nel campo dei gialli. Si dovranno aspettare trentacinque anni, cioè la nascita del Premio Urania nel 1990 per trovare nuovamente una chiara firma nazionale sulla copertina della collana (Gli universi di Moras di Vittorio Catani). Comunque, romanzi italiani apparvero ogni tanto almeno sino alla morte del curatore della collana, Giorgio Monicelli, nel 1961, sia con nomi veri ma che sembravano stranieri (Samy Fayad), sia con il solito pseudonimo (Audie Barr era il giornalista Adriano Baracco, Esther Scott ancora Lina Gerelli, Julian Berry era Eugenio Gastaldi; l’ultimo, pubblicato immediatamente prima l’arrivo di Carlo Fruttero, fu Gli infiniti ritorni di Marren Bagels, cioè Maria De Barba, nel dicembre 1961). Scomparvero anche in questa forma al passaggio di Urania nelle mani prima di Carlo Fruttero (gennaio 1962) e poi anche di Franco Lucentini (giugno 1964).
Poiché Urania è sempre stata il punto focale della fantascienza in Italia, la decisione di ospitare raramente autori italiani nascondendoli come tali, e poi di non pubblicarli affatto, ha inciso in modo determinante sulle sorti della fantascienza scritta da nostri autori, come ho avuto occasione di sottolineare moltissime volte. Una decisione sostanzialmente incomprensibile, fonte forse di un intrecciarsi di considerazioni economiche e di pregiudizi (gli italiani incapaci di reggere la concorrenza italiana sul piano della narrativa “di genere”, poliziesco e fantascienza), soprattutto se si considera l’atteggiamento diametralmente opposto che la Mondadori aveva avuto tra le due guerre nel rapporto narrativa popolare-autori italiani, come si è accennato. Se Urania si fosse comportata come la francese Fleuve Noir che in quegli stessi anni pubblicava collane come Anticipation, Angoisse e la poliziesca Serie Noir, oggi avremmo una letteratura “di genere” consolidata e un parco autori ampio, rodato e con un certo ricambio di nomi. Invece, cinquant’anni dopo, all’inizio del XXI secolo, ci dibattiamo ancora nei problemi che tutti conoscono di quantità e soprattutto di qualità.
Nel settembre 1957, a ridosso del lancio del primo satellite artificiale, lo Sputnik russo a ottobre, apparve una rivista romana formato tabloid, che si occupava di scienza, di missilistica ma anche di fantascienza: Oltre il Cielo, ideata da Cesare Falessi e Armando Silvestri, ideale prosecuzione di una precedente rivista aeronautica (Cielo, 1953-4). Una testata importantissima nei dieci anni in cui uscì per la narrativa scritta da italiani. Infatti, mentre imperavano gli pseudonimi su Urania e Cosmo i racconti italiani che apparvero su Oltre il Cielo e che pian piano sostituirono completamente quelli stranieri, di solito non lo avevano. In conclusione, in 155 numeri sino al febbraio 1967, e poi per altri sei numeri nel 1969-1970, la rivista pubblicò dodici romanzi a puntate e circa 475 racconti di un centinaio di autori diversi: sulle sue pagine si sono così formate almeno due generazioni di lettori, scrittori e critici che in alcuni casi hanno continuato la loro attività altrove, giungendo anche in posti significativi nell’ambito della fantascienza pubblicata nel nostro Paese (direttori di riviste o collane, ad esempio). Basti ricordare, soprattutto Renato Pestriniero, Sandro Sandrelli (di recente scomparso), Massimo Lo Jacono e Lino Aldani; poi Piero Prosperi, Gian Luigi Staffilano, Antonio Bellomi, Adalberto Cersosimo, Ugo Malaguti, il compianto Franco Fossati, Vittorio Curtoni.
Durante gli anni Sessanta vi fu così un interessantissimo fermento di autori, in cui si mescolavano i ventenni ed i quarantenni, che rivendicavano non solo la firma italiana, ma anche un modo di intendere la fantascienza tutto italiano, in contrapposizione all’esterofilia di Urania e all’imposizione di pseudonimi di Cosmo: a parte Oltre il Cielo, le nuove testate Galaxy nata nel 1958 e Galassia nata nel 1961, iniziarono a ospitare in appendice storie di nostri scrittori, quindi – quasi in concomitanza con l’esordio del Festival del film di fantascienza di Trieste – nel 1962 Sandro Sandrelli diede vita a Interplanet, una antologie semestrale (in totale sette volumi) dedicata alla fantascienza italiana con l’intento di dimostrarne il valore e l’originalità; quindi nel maggio 1963 uscì a Roma il bimestrale Futuro (otto numeri) diretto da Lino Aldani, Massimo Lo Jacono e Giulio Raiola, anch’esso con l’intento di promuovere e sostenere una nostra specifica fantascienza: la formula e gli intenti erano però troppo in anticipo sui tempi. Tra gli autori che esordirono sulle sue pagine corre l’obbligo di ricordare il bravissimo e sfortunato Riccardo Leveghi scomparso ad appena 44 anni.
Tutte queste iniziative erano mosse da una critica, diretta e indiretta, soprattutto nei confronti di Fruttero e Lucentini che con la rubrica “Il marziano in cattedra” (poi “FS italiana”), tra il 1962 e il 1964, e poi fino al 1966, avevano adottato un atteggiamento “paternalistico” e minimizzante nei confronti della narrativa italiana “di genere”. Stesso tentativo filo-italiano assunse Gamma, che uscì fra il 1965 e il 1968, adottando un formato pocket ma inizialmente con struttura di rivista e non di collana di romanzi: ma la sua proposta di una visione seria e impegnata della fantascienza, contro quella disimpegnata e popolare di Urania, non trovò molto spazio anche per una serie di ostilità incrociate, sia di tipo personale sia ideologiche, che dividevano i fautori di una fantascienza nazionale. Intenzionato a fare della fantascienza “seria” ancorché “popolare” era uno degli ex direttori di Galassia e scrittore lui stesso, Ugo Malaguti, che nel 1967 fondò la Libra Editrice e pubblicò il bimestrale Nova SF (ed una collana di romanzi, Gli Slan) venduti però solo in abbonamento, sulle cui pagine appariva qualche autore italiano: il tentativo di sbarcare in libreria ed edicola fu superiore alla sue forze e portò alla chiusura della casa editrice non prima però di aver varato la collana Narratori italiani di fantascienza (1980) in cui apparvero due volumi: uno di Gianluigi Zuddas e Luigi Cozzi, e la ristampa del romanzo di Franco Enna apparso su Urania.
Comunque, nonostante le moltissime polemiche anche virulente che s’intrecciarono fra il 1961 e il 1968 sulle pagine delle varie testate fin qui citate, in alcune occasioni anche con sfondo politico, si poté dimostrare almeno che scrittori italiani di fantascienza esistevano, sapevano scrivere, avevavo idee, ed erano autonomi rispetto alla narrativa angloamericana. Ma una crisi di lettori e di editori con la chiusura di quasi tutte le pubblicazioni, produsse nella seconda metà degli anni Sessanta uno dei momenti più bassi della nostra fantascienza, considerando anche che proprio in quel periodo si era formato il primo ambiente amatoriale italiano (il cosiddetto fandom, soprattutto sulla base di alcuni club di lettori animati da Futuro) che, oltre a legami personali, produsse una serie di pubblicazioni autoprodotte (al ciclostile, o addirittura a macchina da scrivere, le cosiddette o i cosiddetti fanzines) su cui si esercitarono, anche qui spesso e volentieri polemicamente, molti giovani scrittori con articoli, recensioni, racconti.
Per tutta la prima metà degli anni Settanta la fantascienza degli italiani sembrò quasi non esistere. L’editoria di fantascienza si era risollevata con l’ingresso della casa editrice Nord di Milano che per prima pubblicò collane di libri rilegati di science fiction e di fantasy acquistabili anche nelle librerie, e non collane brossurate da edicola come era avvenuto sino ad allora. Il che produsse un vasto fenomeno di imitazione da cui però gli scrittori italiani erano tagliati fuori, nonostante che a dirigere queste collane fossero stati spesso chiamati gli ex fan degli anni Sessanta (ad esempio, Riccardo Valla, Sandro Pergameno e Vittorio Curtoni). A pubblicare romanzi italiani con il loro nome restava il mensile Galassia che ospitò le opere dei curatori che via via si alternarono (Roberta Rambelli, Ugo Malaguti, Vittorio Curtoni, Gianni Montanari) e di altri (Pierfrancesco Prosperi, Mauro Antonio Miglieruolo, Vittorio Catani, Gianluigi Zuddas, Livio Horrakh), nonché tre antologie di racconti a tema (1970-2).
Gianfranco de Turris (cur.), 'Albero' di Tolkien Parallelamente, intanto, nacque un “secondo fandom”, quello dei giovani che avevano cominciato a leggere fantascienza in quel periodo: anche qui una serie di fanzines ospitava articoli e racconti di firme che poi avrebbero fatto strada negli anni Ottanta (ad esempio, Piergiorgio Nicolazzini e Giuseppe Lippi). Un singolare sviluppo del fenomeno si ebbe con la trasformazione di una pubblicazione amatoriale in vero rivista professionale: nel 1978-1980 uscì Verso le Stelle, poi Star, curata da Luigi Naviglio, che pubblicò praticamente solo racconti italiani, sia ripresi dalla versione fanzine sia inediti.
La possibilità comunque di sviluppare un’interpretazione critica del fenomeno fantascientifico, visto non solo come narrativa popolare d’intrattenimento, ovvero all’opposto solo come narrativa ideologicamente “impegnata”, ma con un suo serio retroterra culturale, venne effettuato dal sottoscritto e da Sebastiano Fusco nei saggi introduttivi e nelle appendici critiche delle collane all’epoca curate per la Fanucci di Roma (Futuro, Orizzonti, Enciclopedia della Fantascienza), almeno finché rimase questa impostazione, nel decennio 1972-1981. Le collane non ospitarono narrativa italiana per decisione esplicita dell’editore, se non qualche storia in appendice ai volumi della Enciclopedia della Fantascienza, ma almeno offrirono spazio a giovani e meno giovani critici di talento (Claudio De Nardi, Teo Mora, Piergiorgio Nicolazzini, Sandro Pergameno, Alex Voglino) che fecero poi buon uso di quei loro esordi su pubblicazioni professionali. Non è stato il sottoscritto ad averlo detto: di certo, però, quel centinaio di saggi, e l’approfondimento teorico e culturale sulle origini del fantastico, con numerosi riferimenti bibliografici, sono serviti a qualcosa ed hanno dato i loro frutti alla lunga distanza.
La narrativa italiana trovò finalmente un nuovo spazio stabile, seppur ridotto ad un’unica storia a fascicolo, con l’uscita in edicola di Robot, l’unica vera rivista di fantascienza con tutti i crismi apparsa nel nostro Paese: la diresse inizialmente Vittorio Curtoni tra il 1976 e il 1978 (trenta fascicoli), quindi vi fu la trasformazione in semplice antologia di racconti stranieri sino al 1979 (altri dieci fascicoli). Purtroppo l’essersi incartata in polemiche non solo letterarie ma apertamente ideologico-politiche non gli giovò, ma di certo ha lasciato una traccia ed ha caratterizzato un periodo come nel decennio precedente Oltre il Cielo. Diversi racconti italiani (in alcuni casi ristampe) vennero pubblicati anche nelle appendici delle varie collane popolari promosse da Antonio Bellomi nella seconda metà degli anni Settanta (Altair, Gemini, Spazio 2000) e che durarono sino ai primi anni Ottanta (Perry Rhodan).




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