
Originariamente Scritto da
Cane di paglia
Nei prossimi anni non credo che la tensione tra Nord e Sud sarà all'ordine del giorno. Non lo è più da molto tempo. Non a caso la Lega, negli ultimi anni, si fà ricordare per leggi sull'immigrazione, per la tessera del tifoso, per le TAV, per il Porcellum, per l'affermazione di valori tradizionali di stampo cattolico e per qualche tentativo federalista che non ha mai messo in discussione l'assetto dello Stato e il principio perequativo tra le Regioni (e che poteva essere accettato anche dai nazionalisti più fanatici).
La Lega, del resto, non è mai stato un partito culturalmente autonomista. Ha sempre usato la cultura e l'identica locale come feticcio, o meglio come arma contundente contro il diverso, in particolare contro gli extra-comunitari. E' stato innanzitutto il partito di una borghesia formatasi a cavallo del boom e del sessantotto, ben distante dall'ultima generazione autenticamente figlia del "genius loci", ancorata volente o nolente alla propria terra, al proprio eco-sistema, al proprio dialetto e alle proprie tradizioni.
A Nord il trapasso verso la modernità non è stato traumatico e non è mai stato messo in discussione: nessuno ha mai brandito l'arma dell'identità locale contro l'industrializzazione, quel fenomeno che ha davvero cambiato i connotati sociali, economici e culturali della Padania. Per decenni nessuno si è mai opposto al processo di nazionalizzazione delle masse iniziato col fascismo, che del resto è nato al Nord e non a Roma o in Meridione, mentre in Spagna il localismo è sempre stato sinonimo di anti-franchismo.
Dopo la guerra, forse, c'erano le condizioni soprattutto a sinistra, perché nascesse una resistenza verso una politica culturale che agiva in linea di continuità con il Regime, ma la demarcazione tra comunisti e anarchici era ormai troppo profonda. E, in fin dei conti, erano allora temi marginali rispetto alla ricostruzione, alla Guerra Fredda in cui l'Italia giocava un ruolo strategico, all'industrializzazione del Paese vissuta come destino ineluttabile.
L'autonomismo lombardo nacque come forma di protesta appena prima di tangentopoli, e fece leva sul tradizionale e atavico disprezzo del Nord verso il Sud per "costruire" uno scenario di sfruttamento del Sud ai danni del Nord avallato dalla classe politica di "Roma". In quegli anni, col crollo del muro, l'autonomismo acquisiva del resto una sua dignità con la nascita di nuovi stati sorti dalla caduta del muro, e anche con alcuni film tra cui "Braveheart", in cui tutti - ricorrendo alla propria identità particolare - potevano facilmente identificarsi.
Ma la base culturale della Lega rimaneva un'altra: quella conservatrice tradizionale, una borghesia che mai avrebbe combattuto una guerra di secessione perché più portata ad essere l'occupante, l'imperialista, la "redentrice" dei cattivi costumi altrui. Ciò spiega perché la base non ha mai messo in discussione la strategia di alleanze finalizzate a governare l'Italia, con tutto quanto comportava questa scelta in termini di adesione a un sistema costituito, che evidentemente doveva essere modificato, anche con forza, negli interessi del Nord bianco e cristiano, ma non stravolto attraverso rivoluzioni. Le rivoluzioni, in ultima istanza, sono tattiche di sinistra, estremamente utili come bandiera da garrire ma altrettanto pericolose nella misura in cui minano alla base i diritti acquisiti e i privilegi stabiliti.
Perfino l'europeismo, che nella versione più pura, quella federalista di Ventotene, avrebbe potuto costituire una via di fuga ragionevole e possibile dal giogo italiano, e che avrebbe favorito i legami tra il Nord e l'Austria felix, era troppo "spinto" per un partito geneticamente di destra e dunque ipersensibile al tema della sovranità, dei confini, dell'autarchia culturale.
Il Nord, ora, potrebbe rimanere orfano non di un partito autonomista (non gliene frega una cippa), ma di un partito di destra conservatrice che, nonostante tutto, non ha mai fatto sul serio, che nonostante tutto non ha mai usato i giovani come carne da macello, limitandosi a usarli per fini legali; un partito la cui ascesa ha relegato in un angolo il DNA neo-fascista della destra italiana, sostituendolo con un populismo provinciale, vittimistico e rinchiuso nei miti delle "piccole patrie".