GEOGRAFIA DEL MONDO LEGHISTA SOTTO IL MACBETH-BOSSI
di GILBERTO ONETO
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Nella grande confusione del pianeta Lega di questi giorni viene detto (e succede) di tutto e si rischia di perdere il controllo delle reali condizioni di tutta la faccenda. Prima di poter esprimere giudizi e prospettare scenari evolutivi, è bene cercare di fare il punto sulla “geografia” del mondo leghista, capire cioè chi c’è, da che parte stia e quali siano i reali schieramenti e la loro consistenza. Attenzione: non si cerca di capire quali siano le idee, i programmi o gli obiettivi politici, cha fanno parte di un altro ragionamento e che in questo momento hanno lasciato il posto a schieramenti tattici che non hanno connotazione ideologica: fare parte di uno o dell’altro gruppo non implica una scelta culturale (essere ad esempio blandi federalisti o secessionisti, oppure più o meno liberisti) ma solo una presa di posizione di campo. Non serve neppure sottolineare con un po’ di malizia che per molti dei soggetti esaminati manca il presupposto per ogni scelta ideologica: è gente che professa con devozione solo il monoteismo della cadrega.
Il mondo leghista e dell’autonomismo in qualche modo condizionato dalla Lega (cioè tutto quello che si muove in Padania) può essere graficamente semplificato in una piramide al cui vertice si trova Umberto Bossi. Nulla vieta – anzi – di usare anche un altro tipo di rappresentazione, quella più dantesca di una voragine al cui punto più basso ci sia Bossi al posto di Lucifero.
Per facilità di narrazione, restiamo sulla piramide al cui vertice c’è appunto il castello di Macbeth-Bossi. Non è infatti sbagliato (ed è anche un doveroso riconoscimento per i suoi passati meriti) riconoscere a Bossi il ruolo di perno centrale attorno a cui ruotano nel bene e nel male tutte le pulsioni formalmente autonomiste.
Per anni lui è stato l’inventore, il gestore e il padrone della Lega.
L’uomo ha (o ha avuto) grandi pregi e grandi difetti. Furbo, intelligente, intuitivo, capace di interpretare umori e di cogliere occasioni, ha dato sbocco politico alle istanze settentrionali, ha portato il federalismo nel dibattito politico e ha saputo unificare e disciplinare una serie di forze localiste rissose e inconcludenti. É però anche egocentrico, bugiardo, interessato solo al proprio potere personale (cui subordina ogni scelta politica e ideologica), ha paura che qualcuno gli possa portare via un po’ di potere e per questo si circonda solo di lacché. La malattia ha rattrappito le sue qualità ingigantendone i difetti: oggi è un uomo debole e insicuro, in balia di chi ne tiene prigioniero il corpo, ha scarsa autonomia e vive in una parossistica deformazione di gestione del potere.
Appena sotto di lui c’è il cosiddetto Cerchio magico, fatto dalla sua famiglia e dai suoi più fedeli famigli. Dal giorno della sua malattia il ruolo di “regiura” del castello è stato assunto da Manuela Marrone che ha preso o fortemente condizionato tutte le decisioni importanti. Gli altri pilastri sono Rosi Mauro e Giuseppe Leoni, la vera eminenza grigia che sta dietro tutte le scelte e soprattutto tutte le esecuzioni sommarie e le espulsioni avvenute nella Lega dalla sua origine. Non lo si vede quasi mai (se non dalle Iene) ma c’è sempre. Poi ci sono i figli, il tesoriere oggi sotto scacco e l’avvocato Brigandì, depositario di tanti segreti giuridici. Reguzzoni (il più intelligente e accorto della comitiva) si è da tempo prudentemente defilato e Bruno Caparini (l’altro consigliori) ha preferito cambiare aria. Bricolo è come se non ci fosse.
Appena sotto il Cerchio ci sono i colonnelli. Innanzi tutto c’è Maroni che dice di voler ripulire il partito e, per questo, ce li ha tutti contro. In primis i tre RobertiCì (Calderoli, Cota e Castelli) che stanno facendo di tutto per passare (o tornare) al piano superiore. Allo stesso club degli amici del Cavaliere e degli affezionati al posto fisso appartengono Gobbo, Gibelli, Martini, Lussana, Boni e altri. Speroni fa finta di non esserci, Borghezio non ha ancora capito da che parte stare. Giorgetti, maronita di vecchia data, si è scoperto bossiano di ferro e ha spostato il suo peso specifico dall’altra parte: la bilancia non si è mossa. Infine c’è Zaia, capace e intelligente, che deve finalmente prendere una posizione più chiara prima che sia troppo tardi per la sua credibilità.
Al piano di sotto c’è la Nomenklatura del partito: una frotta di parlamentari, consiglieri regionali e segretari nazionali e provinciali. Sono quasi tutti figli delle scelte dei vertici e per questo molti di loro non brillano nelle caselle più alte degli schemi dell’evoluzionismo darwiniano. Una parte è visceralmente legata al Cerchio, la parte migliore si è schierata con Maroni, il grosso traccheggia e cerca di capire a chi aggregarsi senza perdere privilegi e stipendi. Mettiamone per semplicità una metà per parte.
Ancora sotto ci sono gli amministratori locali, di gran lunga i migliori: ci sono tante persone oneste, intelligenti e motivate, che amministrano piuttosto bene i loro Comuni e le loro Province. Sono nella stragrande maggioranza ascrivibili alla parte maronita.
Poi c’è la militanza. C’è un coriaceo gruppetto di militonti con il salame davanti agli occhi. Sono quelli del “Bossi-Bossi-Bossi” urlato a squarciagola e di nessuna capacità critica. Sono pochi rispetto alla grande maggioranza di gente normale, impegnata con dedizione (e grande capacità di pazienza e sopportazione) sul territorio, e che in larghissima maggioranza affida le sue speranze a Maroni.
Più sotto c’è la gran massa degli elettori, quasi tutti indecisi fra le speranze di rinnovamento maronita (sostenute dalla presentabilità e dall’operato dell’ex ministro) e la voglia di rifugiarsi nell’astensione o nel voto a liste autonomiste locali.
É quest’ultima la scelta che ha già fatto un numero davvero ragguardevole di padani che negli ultimi vent’anni ha votato una o più volte la Lega ma che ne è rimasto deluso. Assieme alla massa ancora maggiore di autonomisti potenziali (che voterebbero una forza autonomista presentabile e credibile), costituiscono l’ampia maggioranza dei cittadini settentrionali, il serbatoio elettorale cui attingere per ottenere davvero l’autonomia desiderata. In questo spazio si muove una miriade di piccole formazioni politiche localiste che ancora non riescono – per eccessiva frantumazione e litigiosità – a diventare una alternativa credibile o un concorrente sostanzioso per la Lega.
In questo schema si pongono anche i mezzi di comunicazione leghisti (più cerchista è il quotidiano La Padania diretto da una “fedele-alla-linea”), più sfumatamente maroniane sono sia Radio che Tele Padania. A cavallo fra il leghismo insofferente dei “Barbari sognanti” e gli ex leghisti (e gli altri partiti) ci sono le Associazioni culturali che hanno coerentemente sostenuto le proprie idee e perseguito i propri progetti infischiandosene dei veti leghisti o anti-leghisti. Nella stessa posizione, proprio in mezzo, si pone anche il nostro quotidiano.
Non sappiamo cosa succederà nell’immediato ma è certo che questa robusta parte dell’informazione e della cultura identitaria si pone come il referente di chiunque voglia fare qualcosa di buono, e il garante della correttezza dell’operazione. Questa è oggi la sola certezza.
10 Aprile 2012
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