Cecenia, guerra civile d'esportazione | Notizie Radicali
Cecenia, guerra civile d'esportazione
13-04-2012
Akhmed Zakayev, presidente del governo ceceno in esilio. Volevano farlo fuori. A Londra, dove è esule da dieci anni. Il presunto mandante? L’attuale uomo forte di Grozny, Ramzan Kadyrov. Sostenuto dal Cremlino, il presidente ceceno detta legge in patria, ricorrendo secondo i più a metodi tutt’altro che ortodossi. A dare la notizia, che ha tenuto banco nei giorni scorsi oltre Manica, è stato il “Sunday Telegraph”, sulla base di un’informativa dell’MI5, l’intelligence britannica, che il giornale ha preso in visione.
Il ruolo di “E1”
Secondo quanto riportato, colui che stava organizzando il complotto sarebbe un cittadino ceceno, anch’egli residente a Londra, denominato “E1” nei documenti dei servizi. L’uomo, 45 anni, ha un passato nella guerriglia. Nel 1999 è giunto nel Regno Unito, dove ha ottenuto asilo politico. È stato raggiunto, nel 2002, dalla moglie e dai figli. A differenza degli altri membri della famiglia le autorità non gli hanno mai concesso la cittadinanza. Anzi, negli ultimi anni hanno cercato di deportarlo. Senza successo.
I suoi legali si sono aggrappati a ogni cavillo, frenando i piani dell’Home Office e riuscendo recentemente a garantire al loro assistito la permanenza nel Regno Unito. Ma perché “E1” da esule politico è diventato – così l’Home Office – «un cittadino straniero che minaccia il paese»? Il Guardian scrive che l’indiziato, che a Londra avrebbe sempre intrattenuto buoni rapporti con Zakayev e che sarebbe a conoscenza degli spostamenti di quest’ultimo, sarebbe passato dalla parte di Kadyrov nel 2008, durante un viaggio in Cecenia. «Il solo fatto che sia sopravvissuto in Cecenia suggerisce che abbia stipulato degli accordi con le autorità. Altri ex ribelli, una volta tornati in patria, sono infatti scomparsi», osserva il giornale.
Delitto viennese
Il possibile attentato a Akhmed Zakayev non è l’unica attività di tale risma che figura sulla fedina di “E1”. Si ritiene che abbia partecipato al complotto che ha portato all’uccisione, nel 2009, a Vienna, di Umar Israilov, una ex guardia del corpo di Kadyrov. Qui si spalanca una storia lunga e torbida. Perché negli ultimi anni sono stati diversi i ceceni freddati all’estero. A Vienna, Istanbul, in Azerbaigian e in Qatar. Una vera e propria mattanza. Sui responsabili ci sono diverse correnti di pensiero. Alcuni osservatori sono dell’avviso che i sicari siano uomini direttamente al servizio di Kadyrov.
Altri ritengono che i servizi russi c’abbiano messo lo zampino, dato che le armi e i proiettili utilizzati in qualche omicidio sarebbero quelli in dotazione all’Fsb, l’erede del Kgb. C’è poi chi sostiene che gli attentati siano avvenuti in collaborazione tra elementi vicini a Kadyrov e agenti russi. Resta il fatto che l’uccisione degli esuli ceceni ha ormai assunto le sembianze di una guerra civile esportata fuori dai confini della piccola repubblica caucasica.
Torniamo all’omicidio viennese. Umar Israilov aveva preso parte alla guerriglia antirussa in Cecenia. Poi venne catturato dagli uomini di Kadyrov e rinchiuso nel carcere di Centoroj, villaggio natale del presidente ceceno. Fu costretto, a forza di percosse e torture, a passare dall’altra parte e venne inquadrato nella guardia presidenziale. Nel 2004 riuscì a filarsela e si recò in Austria con la famiglia. Lì ottenne lo status di rifugiato politico e, come ha raccontato su Osservatorio Balcani e Caucaso la giornalista cecena Majrat Kurbanova, presentò un’istanza alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, accusando Kadyrov e i suoi delle torture ricevute.
Come rappresaglia, la polizia cecena arrestò il padre di Israilov, tenendolo in carcere per diversi mesi, allo scopo di costringere l’ex guardia del corpo a ritrattare. Ma niente, Israilov non cedette. Finché, nel gennaio del 2009, non fu freddato nella capitale viennese. L’inchiesta e il processo seguiti alla sua uccisione hanno portato alla condanna del pianificatore dell’omicidio Ramzan Edilov – considerato vicino a Kadyrov – e dei suoi due complici, Sulejman Dadaev e Turpal Esarkaev, tutti e tre ceceni. Al primo è stato comminato l’ergastolo. Gli altri hanno ricevuto rispettivamente venti e sedici anni di reclusione.
Da Vienna a Baku. Anche nella capitale azera c’è stato un delitto eccellente. Correva l’anno 2007 e a rimetterci la vita fu Imran Gazyev, vice capo dell’ufficio politico della diaspora cecena a Baku. Quello di Gazyev non è stato un caso isolato. Sono diversi gli espatriati ceceni in Azerbaigian impallinati da sicari. Quattro anni prima aveva fatto scalpore l’uccisione dell’influente Vakha Ibragimov. Zelimkhan Yanderbiev, invece, ex vice presidente delle autorità separatiste, è morto in Qatar. Nel febbraio del 2004. Gli esecutori del delitto sono stati arrestati.
A Istanbul è caccia ai jihadisti
Pure in Turchia, paese dove hanno trovato rifugio centinaia di ceceni, la scia di sangue è lunga. In questo caso, però, le vittime non appartengono, come nei casi prima tratteggiati, alla vecchia guardia. Sono membri dei gruppi islamici radicali – ormai protagonisti assoluti della guerra contro Mosca – che praticano la lotta armata sotto la guida di Dokka Umarov, l’autoproclamato capo dell’Emirato del Caucaso, una terra virtuale che oltre alla Cecenia ricomprende le altre repubbliche caucasiche della Federazione russa (Ingushezia, Daghestan, Ossezia del Nord e Kabardino-Balkaria), in nome della sharia, della guerra contro Mosca e dell’allargamento del campo di battaglia.
Nel 2008 sono stati ammazzati Islam Dzhanibekov e Gadzhi Edilsultanov. Nel 2009 Musa Ataev, cugino di Umarov e uomo di primo piano dell’Emirato. A Istanbul aveva due compiti: raccogliere soldi e organizzare l’assistenza sanitaria dei feriti giunti dal fronte caucasico. L’anno scorso, a settembre, ha perso la vita un’altra figura di spicco dell’entourage di Umarov: Bergkhazh Musaev. Con lui sono morti, all’uscita dalla preghiera del venerdì, appena oltre la soglia di una moschea del quartieri di Zeytinburnu, altri due guerriglieri, Rustam Altemirov and Zaurbek Amriev.
Non finirà qui
La stampa russa ha spiegato il misfatto ricorrendo, come in tutte le altre occasioni, alla teoria del regolamento di conti all’interno della diaspora cecena, tra i sostenitori di Zakayev e quelli di Umarov. In effetti la scissione all’interno del movimento ceceno è profonda.
I primi sono legati all’antica idea dell’indipendenza e il loro Islam non tracima nell’estremismo più becero; i secondi hanno abbracciato una piattaforma jihadista e il concetto dell’Emirato del Caucaso, negando ogni legittimità alla fazione di Zakayev (cosa ricambiata). Ma la tesi della stampa russa non regge. Appare più che altro una lettura buona a dirottare l’attenzione dal fatto che – questa l’ipotesi più accreditata tra gli esperti di questioni cecene – c’è qualcuno che ordina l’uccisione degli esuli ceceni e c’è qualcuno che, pistola alla mano, rispetta la consegna. Il noir ceceno non è ancora finito.
*da “Europa”




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