Il gesto folle di un nordafricano in scena sul circo elettorale per le presidenziali in Francia
E dietro lo spettacolo nulla
Marzo 2012
Nel 1995 il giovane Khaled Kelkal, di origine algerina, implicato nell'attentato ad un TGV a Lione, ucciso dalle truppe scelte dell'esercito, finì sulle prime pagine dei giornali. Ne abbiamo riferito nell'articolo "Il terrorismo islamico e la rivolta delle banlieues" nel nostro organo "La Gauche" del luglio 1997 e nel numero 235 di questo giornale: "Uno strumento di contenimento della rivolta di classe". Vi denunciavamo allora lo sfruttamento orchestrato dalla classe borghese e dai suoi sbirri mediatici come mezzo per fuorviare la lotta di classe dei proletari, in particolare di origine magrebina, e come strumento di terrore e di repressione contro i proletari in generale. L'apparato di leggi "di sicurezza" difatti divideva i lavoratori secondo le comunità, e rafforzava lo strumento repressivo destinato a contenere ogni movimento di contestazione dell'ordine sociale in genere.
Scrivevamo: «La storia del proletario Khaled è esemplare. La radicalizzazione religiosa dei giovani francesi provenienti dall'immigrazione e dei proletari magrebini in generale di fatto rappresenta per la borghesia, in una situazione sociale di recessione economica, di paralisi proletaria, di assenza quasi completa di indirizzo rivoluzionario comunista, un mezzo per deviare la rivolta degli oppressi, per evitare che il loro odio non le si volga contro».
Se le rivolte delle banlieues degli anni '90, manifestazioni di una gioventù disperata, esclusa dal mercato del lavoro e vivente di sussidi di Stato e di delinquenza, si sono relativamente spente, le cause del malessere sono sempre lì; questi ghetti rimangono di fatto un vivaio di frustrazioni, di illegalità, e di terrore per i lavoratori che vi vivono. Sembra che sia finito anche il reclutamento di giovani occidentali da parte dell'estremismo islamista; il salafismo si dichiara ormai non violento, come conseguenza sia della repressione del movimento terrorista islamico, sia, e ancora di più, con l'emergere dei movimenti di orientamento "democratico" in Nordafrica.
Tuttavia Mohamed Merah ripercorre la strada di Khaled. Di origine algerina, abbandonato dal padre all'età di 5 anni e disordinatamente cresciuto dalla madre con quattro fratelli e sorelle nella periferia di Tolosa, abbandona la scuola a 16 anni e scivola verso la piccola delinquenza. Messo in prigione nel 2007 e nel 2009, a seguito di un furto con scippo di una borsa, dove, a seguito di un tentativo di suicidio, è annotato come depresso, fa conoscenza dell'islam nella sua versione radicale, il salafismo. Il Corano gli dà dei punti di riferimento, delle giustificazioni, delle spiegazioni che non ha ricevuto dalla scuola pubblica, immersa nel marasma sociale, piena di contraddizioni e dove le parole fraternità ed uguaglianza appaiono incomprensibili.
Nell'estate del 2010, con i propri mezzi parte per l'Afghanistan, ma è arrestato ad un blocco stradale dalla polizia afgana, consegnato alle truppe americane e rimandato in Francia. Nell'estate successiva riparte per i campi di formazione islamisti alla frontiera pachistano-afghana, ma il suo soggiorno è di nuovo interrotto da un'epatite A.
È sorvegliato dalla polizia, ma appare come un giovane che ama divertirsi con i petardi, le automobili e le motociclette. Sei mesi più tardi, nel 2012, a 23 anni, incoraggiato pare dal fratello di 29 anni, conosciuto come salafista, scatta la sua macabra impresa uccidendo all'impronta l'11 marzo un soldato che sospettava volesse vendere la sua moto, gridando: «Hai ucciso i miei fratelli, ed io ti uccido". Quattro giorni dopo assassina a Montauban, vicino a Tolosa, dove si trova una caserma di paracadutisti, due altri soldati di origine magrebina, forse per lui traditori della causa musulmana. Il 19 marzo in una scuola ebraica vicino a casa sua uccide un adulto e tre bambini fra i quali una di 7 anni che fuggiva, rincorrendola e sparandogli un colpo in testa. È braccato per due giorni e rintracciato nel suo appartamento dal quale terrà testa alle truppe scelte per 32 ore prima di essere abbattuto dopo un intenso scambio di colpi.
La morale della orribile storia è presto spiegata ai telespettatori: Mohamed Merah è il colpevole, l'uccisore di bambini – ed ebrei per giunta – e di soldati, è il terrorismo islamista che si vuole vendicare degli occidentali e di Israele, il nemico pubblico numero uno che aggredisce la Nazione.
Ma tutto questo cade in piena campagna elettorale per la presidenza della Repubblica: era proprio quello che ci voleva! I candidati di sicuro non vogliono parlare delle misure economiche che tutti loro intendono far inghiottire agli elettori, il che li scoraggerebbe da andare a votare, il numero degli astensionisti non cessando di diminuire! Misure che, per non far la fine di Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda, ecc., bisogna far passare... Allora tutti i mezzi sono buoni per confondere, per trovare delle diversioni, per appellarsi alla Patria, alla Nazione, per additare un nemico interno e far sparire ogni ricordo della lotta di classe! Chi se ne importa se saranno stigmatizzate e faranno le spese dello spettacolo elettorale la comunità musulmana, quella dei francesi arabi, poi i francesi di origine immigrata, ed infine i proletari più sfavoriti in generale, che, per altro, nemmeno votano!
Marine Lepen, candidata del Fronte Nazionale, populista della prima ora, e alla quale si ispirano senza vergogna molti dei candidati di ogni sponda, rivolta alle classi popolari e alle classi medie aveva già iniziato denunciando la macellazione rituale della carne "halal", i tagli dei quali animali, quelli non ammessi dalla religione, finirebbero, scandalo!, nei piatti dei non musulmani. Gli elettori conoscono ormai tutti i particolari della macellazione rituale dei musulmani, che sono d'altronde gli stessi degli ebrei!
Per contro alle mirabilia in programma col piano di austerità che sta per cadere sulla testa dei lavoratori si accenna appena.
È stata data la stura a tutta la retorica ipocrita sull'antisemitismo. Per i funerali delle quattro vittime di confessione ebraica, tenuti in gran pompa a Gerusalemme, il ministro francese degli affari esteri Alain Juppe ha accompagnato le bare. Lo Stato israeliano, rappresentante dell'ordine delle borghesie occidentali contro il proletariato mediorientale, ebraico e musulmano, non poteva non approfittare di simile occasione per nascondere ancora la sua natura di classe dietro il martirologio nella storia del suo popolo, disprezzando le vittime attuali della borghesia israeliana, i palestinesi che, imprigionati, il suo esercito regolarmente bombarda, bambini compresi! Il ministro francese non poteva non aggrapparsi del sillogismo: chiunque critica lo Stato di Israele è un antisemita.
Ma il razzismo in Francia ha forse solo il volto antisemita? La borghesia non ha memoria, o per lo meno cerca di proibirla. In particolare quando si parla di razzismo non richiama le cause che di fatto oppongono le comunità religiose, e che non servono alla fine che a dividere le forze del proletariato. Dividere il proletariato con provocazioni razziste, ecco ancora la vecchia tattica utilizzata regolarmente nella storia dalla classe al potere!
Prendendo a pretesto anche questo raccapricciante episodio, l'apparato repressivo degli Stati non fa che rinforzarsi, come è stato negli Stati Uniti dopo i drammatici avvenimenti dell'11 settembre 2001. Nicolas Sarkosy invoca la "sicurezza della Nazione", intendendo con questo, evidentemente, la sicurezza dei borghesi. La Francia deve "restare unita e concorde", affermano i parlamentari. Nessun riferimento ai problemi della classe operaia, ai giovani abbandonati ad un avvenire di sotto-lavoro, precario e mal pagato, privo di ogni prospettiva di progresso con prestazioni dello Stato sempre di peggiore qualità: scuole, cure mediche, alloggi, pensioni.
Solo la lotta di classe condurrà alla fraternità e alla solidarietà, non di nazione, classe o credo, ma dei proletari di tutte le nazioni! Che rinascano grandi organizzazioni dei lavoratori per rintuzzare le menzogne borghesi ed affrontare anche il suo bastone statale!
È tempo anche che il proletariato arabo non si lasci più deviare dalla propaganda dell'islamismo radicale e dalle imprese di disperati verso indirizzi senza sbocco, sia quelli della religione sia quelli illusori del nazionalismo, della democrazia e delle sue farse elettorali! Queste sono le strade della borghesia, dei clan borghesi sovente in opposizione fra loro; il proletariato unendosi ad essi ha ormai soltanto da perdere e niente da guadagnare, nemmeno una medaglia sulla tomba! Democratici ed estremisti, laici e religiosi, razionalisti e mistici, organizzati o cani sciolti, foraggiati dai servizi segreti o ribelli isolati, sono tutti, di fatto, complici nel sabotare la ripresa della internazionale lotta proletaria di classe.
PARTITO COMUNISTA INTERNAZIONALE




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