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Discussione: L'isola che non c'è

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    Predefinito L'isola che non c'è




    L’isola che non c’è

    Nota di don Ugo Carandino dell’8/5/2012 pubblicata sul sito Casa San Pio X

    Alcuni danno per imminente la firma dell’accordo canonico tra i Modernisti e la FSSPX. L’Istituto Mater Boni Consilii da anni spiega come la posizione lefebvriana conduca a un vicolo cieco: o il compromesso con quelle che vengono considerate le legittime autorità della Chiesa; oppure il persistere nella prassi scismatica (disobbedire abitualmente alle cd. “legittime autorità”) tipica delle “piccole chiese”. Malgrado le supposizioni più o meno fondate di alcuni vaticanisti, non è possibile sapere in modo certo se e quando l’accordo canonico si farà.

    Invece, possiamo e dobbiamo constatare quello che è ormai davanti gli occhi di tutti: la frequentazione sempre più assidua, da parte della FSSPX, dell’area dei conciliari conservatori, composta, non lo dimentichiamo, da coloro che sono le “sentinelle” del Concilio, i difensori delle giornata ecumeniche di Assisi, i sostenitori della legittimità e della validità dei nuovi riti, ecc., tutti in comunione con Benedetto XVI.

    Ma la deriva della FSSPX non si arresta a questo livello, poiché si sta consolidando la collaborazione anche con personaggi riconducibili all’organizzazione brasiliana della TFP, da molti considerata settaria, e alle sue molteplici sigle e satelliti presenti in Italia, proprio tra le fila dei conservatori. Eppure la fede e il buon senso consiglierebbero di tenersi alla larga da simili ambienti. Sembrerebbe che a forza di usare il messale del “beato Giovanni XXIII”, qualcuno stia assimilando il principio roncalliano del “cerchiamo quello che ci unisce e non quello che ci divide”…

    Ricordo come il cattolico è radicalmente diviso dai modernisti (progressisti o conservatori, col rito vecchio o nuovo, col maglioncino o con l’abito ecclesiastico) dalla professione della Fede. Considerate superabili, almeno sul piano della collaborazione pratica, le divergenze dottrinali, ecco allora che si aprono alcuni spazi (comunque marginali) su argomenti di se buoni e lodevoli, ma che diventano l’occasione per far confluire, confondere e poi dissolvere i cattolici teoricamente antimodernisti nella “destra” del modernismo. Si tratta di un meccanismo particolarmente pericoloso, soprattutto per i più idealisti, i più generosi e i più ingenui, che meriterebbero di essere guidati (e prima ancora formati dottrinalmente) in modo diverso.

    Una prova generale sarà una manifestazione “pro-life”, dove i lefebvriani si troveranno insieme agli istituti sacerdotali dell’Ecclesia Dei, a una congregazione Novus Ordo di frati conservatori, ai gruppi dell’area Timone-Bussola, alla TFP e alla Fondazione Lepanto e persino all’Opus Dei e ai Legionari di Cristo! Tra l’altro sarebbe interessante chiedere ai lepantini e ai “timonieri” cosa ne pensano, a proposito della vita, della condizione in cui è costretta a vivere - e a morire - l’infanzia palestinese. La rilettura dell’articolo di don Francesco Ricossa apparso sul n. 64 di Sodalitium, relativo alle edizioni “Lindau” e “Fede e Cultura” permetterà di approfondire la questione dell’assorbimento della FSSPX all’area dei modernisti conservatori e gli inquietanti legami di alcuni personaggi di quest’area con ambienti settari.

    Entrando poi nella questione specifica della difesa della vita, da sempre e con molto zelo le associazioni “tradizionaliste” si sono impegnate su questo fronte, conseguenza del loro combattimento dottrinale. In Italia il divorzio e l’aborto hanno vinto anche grazie ai cedimenti del modernismo politico della D.C. e del modernismo religioso all’interno della “Gerarchia” (tra l‘altro la posizione da tenere nel referendum del 1981 segnò il passaggio di Alleanza Cattolica dal fronte antimodernista al carrozzone conciliare. Roberto De Mattei ebbe il merito di opporsi a Giovanni Cantoni ma rimase devoto discepolo di Plinio De Oliveira…).

    Attualmente la situazione non è cambiata. La CEI potrebbe condurre una battaglia energica su questo tema, ma si guarda bene dal farlo (il “cardinal” Bagnasco preferisce benedire il governo Monti), i politici “cattolici” sussurrano vaghi impegni “per la vita” durante le campagne elettorali e il gruppo interparlamentare che si è recentemente costituto non sembra esattamente un’armata di crociati. Eppure la destra ratzingeriana parla di un numero sempre maggiore di “cardinali” e ”vescovi” tradizionalisti (diversi dei quali hanno aderito alla manifestazione sopracitata), confondendo forse la difesa del dogma con la cappa magna indossata nell’uso un po’ troppo teatrale del Messale Romano. Se i prelati in questione fossero davvero come vengono dipinti, stupisce allora l’assenza sistematica, nelle loro diocesi, di vigorose azioni contro il crimine dell’aborto. E prima ancora, o comunque in modo parallelo, contro gli errori in materia religiosa presenti nei testi del Concilio e nel “magistero” di Benedetto XVI.

    La verità è che tra i conservatori si è creata un’idea di restaurazione nella Chiesa che non coincide con la realtà. Si possono estrapolare sistematicamente le frasi “cattoliche” dai testi modernistici di Ratzinger, si può tentare di arrampicarsi sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile e tentare delle acrobazie da mozzafiato per conciliare l’inconciliabile, si può mentire agli altri e a se stesi, si può preferire la carriera, gli spazi giornalistici, i successi editoriali alla testimonianza della fede, ma non si può cambiare la realtà oggettiva della cose. Benedetto XVI e tutti coloro che nell’episcopato sono in comunione con lui proseguono l’opera nefasta del Concilio, con l’insegnamento di errori che offendono Nostro Signore, contraddicono la fede cattolica e il magistero dei Papi sino a Pio XII, recano danno gravissimo alle anime. La controriforma dottrinale e liturgica di Ratzinger esiste quindi solo nella fantasia dei conservatori-tradizionalisti della destra conciliare.

    Tutto questo mi ricorda il titolo di una canzone di Edoardo Bennato, “l’isola che non c’è”. Un’isola, peraltro, con tanti insidiosi scogli, contro i quali rischiano di incagliarsi il clero e i fedeli della Fraternità, prima ancora che il loro comandante faccia l’atteso e definitivo inchino a Benedetto.

    8 maggio 2012
    Ultima modifica di Guelfo Nero; 14-12-12 alle 17:00

  2. #2
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    Predefinito Re: L'isola che non c'è

    Citazione Originariamente Scritto da Tesista Visualizza Messaggio
    La verità è che tra i conservatori si è creata un’idea di restaurazione nella Chiesa che non coincide con la realtà. Si possono estrapolare sistematicamente le frasi “cattoliche” dai testi modernistici di Ratzinger, si può tentare di arrampicarsi sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile e tentare delle acrobazie da mozzafiato per conciliare l’inconciliabile, si può mentire agli altri e a se stesi, si può preferire la carriera, gli spazi giornalistici, i successi editoriali alla testimonianza della fede, ma non si può cambiare la realtà oggettiva della cose. Benedetto XVI e tutti coloro che nell’episcopato sono in comunione con lui proseguono l’opera nefasta del Concilio, con l’insegnamento di errori che offendono Nostro Signore, contraddicono la fede cattolica e il magistero dei Papi sino a Pio XII, recano danno gravissimo alle anime. La controriforma dottrinale e liturgica di Ratzinger esiste quindi solo nella fantasia dei conservatori-tradizionalisti della destra conciliare.
    Grazie don Ugo!

  3. #3
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    Predefinito Re: L'isola che non c'è

    La mia sofferenza è grande nel vedere come è ridotta la Chiesa Cattolica, chissà la sofferenza del S. Cuore di Gesù...ma la cosa che più non capisco è come si fa a non rendersi conto dello sfacelo e della mancanza di fede che c'è oggi e di non rendersi conto delle vere responsabilità.:eeh:
    Ultima modifica di Guelfo Nero; 09-05-12 alle 13:32

  4. #4
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    Predefinito Re: L'isola che non c'è

    Un articolo splendido, molto ben scritto e molto utile OGGI, da ruminare poco a poco ed interiorizzare con ulteriori approfondimenti

  5. #5
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    Predefinito Re: L'isola che non c'è

    Devo dire che il paragone finale Fellay-Schettino è veramente un "colpo da maestro".
    Ultima modifica di Luca; 12-05-12 alle 17:40

  6. #6
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    Predefinito Re: L'isola che non c'è


  7. #7
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    Predefinito Re: L'isola che non c'è

    L'isola che non c'è: resistenza e stato di necessità.

  8. #8
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    Predefinito Re: L'isola che non c'è

    Davvero un bel thread: da incastonare.

  9. #9
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    Predefinito Re: L'isola che non c'è

    Editoriale n° 27 di Opportune Importune (Avvento 2013)

    L’epoca in cui viviamo è probabilmente più meritoria di altre, poiché la pratica del
    la virtù comporta maggior impegno e di conseguenza le anime possono sperare in una ricompensa maggiore. Nello stesso tempo è sicuramente più complessa, poiché vi è la sostituzione di tutto ciò che è oggettivo con elementi d’ordine soggettivo. Gli ambienti legati più o meno (spesso meno che più) alla Tradizione della Chiesa, non sfuggono a questa situazione, e quindi se si ragiona secondo categorie arbitrarie anziché secondo la dottrina cattolica, il discernimento tra la verità e l’errore diventa problematico. Per questo motivo ciò che viene scritto sulle nostre pubblicazioni spesso è a priori ritenuto inaccettabile o comunque esagerato, poiché la norma non è più, per l’appunto, l’insegnamento della Chiesa (che noi ci sforziamo di riaffermare), ma una serie di idee confuse, equivoche o errate, magari sostenute in buona fede ma che non aiutano di certo ad affermare l’autentica fede. Premessa doverosa per affrontare l’argomento di questo articolo.
    Nel mese di agosto una congregazione religiosa è stata al centro dell’attenzione nel piccolo mondo “tradizionalista”. In quei giorni Jorge M. Bergoglio era appena ritornato dal viaggio in Brasile, dove aveva dato il peggio di sé durante la “Giornata Mondiale della Gioventù”, ribadendo gli errori del Concilio Vaticano II e celebrando i riti secondo la riforma liturgica di Annibale Bugnini e di Giovanni Battista Montini.
    Bisogna precisare, per i lettori meno informati sulla vicenda, che la congregazione in questione riconosce come legittimi i documenti conciliari (che sono alla base delle insopportabili esternazioni di Bergoglio) e i libri liturgici che ne conseguono. E più precisamente: i superiori della congregazione, al momento della fondazione, hanno voluto riconoscere il Vaticano II e il “novus ordo missæ” per ottenere il riconoscimento canonico da parte delle “autorità” vaticane e favorire così l’assegnazione di chiese, il reclutamento di vocazioni, gli spazi nella vita ecclesiale delle diocesi. Si trattò di una scelta gravissima, secondo il principio per nulla evangelico (né tanto meno francescano) del fine (riconoscimento canonico, chiese, “vocazioni”, ecc.) che giustifica i mezzi (accettare il modernismo nelle sue manifestazioni d’ordine dottrinale e liturgico, e soprattutto riconoscere come autorità legittime gli occupanti della Sede Apostolica). Questa scelta di campo sembra sfuggire ai più, eppure si tratta di un aspetto fondamentale: quanti eroici sacerdoti, per non rinunciare alla Fede e alla Messa Romana, e nello stesso tempo rifiutando ogni forma di compromesso (come celebrare i due riti), negli anni ’70 e ’80 preferirono perdere onori e beni terreni.
    In alcune persone l’atteggiamento ritenuto rigorista e ingeneroso di Bergoglio nei confronti di questi frati, ha accresciuto la nostalgia per il “pontificato” di Benedetto XVI, come se ci fosse una differenza sostanziale tra i due personaggi. Non dimentichiamo, infatti, che a Ratzinger va attribuita non solo la condivisione, ma addirittura la paternità degli errori conciliari professati da Bergoglio e da coloro che sono in comunione con lui (compresi i suddetti frati e i loro difensori).
    Se si considerassero le questioni religiose alla luce della fede, non ci sarebbe troppo da aggiungere, se non quello di constatare che all’interno dello schieramento modernista-conciliare (come in ogni raggruppamento umano) vi sono sensibilità e sfumature diverse: chi si distingue per un’esteriorità di stampo conservatore e chi esibisce un’impronta più progressista; taluni con maggiore affinità con ambienti sociali borghesi e altri più vicini alle “periferie esistenziali”; chi ama officiare il nuovo rito con ricchi paramenti antichi e chi con squallide casule; taluni con maggior dimestichezza con i pizzi e i merletti, altri con le t-shirt, magari raffiguranti Che Guevara… Divisi da tante cose, ma uniti da tre elementi essenziali: il riconoscimento degli occupanti materiali della Sede Apostolica, la sostituzione della professione cattolica con gli errori modernisti, l’abbandono dell’uso esclusivo del Missale Romanum.
    La fede impone una scelta di campo chiara e senza ambiguità, che comporta il rifiuto categorico di tutti gli errori dottrinali, indipendentemente dalle sfumature proprie dei loro sostenitori. È quello che ha fatto una minoranza di cattolici i quali, vincolati dall’insegnamento di tutti i Papi e in particolare dal magistero antimodernista di san Pio X, non sono in comunione con coloro che occupano la sede di Pietro e le sedi episcopali, almeno dal 7 dicembre del 1965 (data della “promulgazione” della dichiarazione Dignitatis humanæ). Che si tratti dell’austero Paolo VI o dell’istrione Giovanni Paolo II, del cattedratico Benedetto XVI o del “barricadero” Bergoglio/ Francesco, il risultato finale non cambia: tutti questi personaggi hanno attuato e attuano (coi due “papi” possiamo conservare il plurale) il programma denunciato da san Pio X nell’enciclica Pascendi: “tutti penetrati delle velenose dottrine dei nemici della Chiesa, si spacciano senza ritegno di sorta, per riformatori della Chiesa medesima … e fatta audacemente schiera, si gettano su quanto ha di più santo nell’opera di Cristo, non risparmiando la persona stessa del Redentore Divino… non si allontana dal vero chi li ritenga per nemici della Chiesa i più dannosi. Poiché i loro consigli di distruzione non li agitano costoro al di fuori della Chiesa, ma dentro di essa; onde è che il pericolo si nasconde quasi nelle vene stesse e nelle viscere di lei”.
    Certo, considerati i ripetuti (e ripetitivi) proclami di Bergoglio in cui si sprecano parole come misericordia, tenerezza e perdono, potrebbe stupire la severità riservata a religiosi che, nel tracollo generale della vita consacrata, si distinguono per l’abnegazione e la serietà. Ma forse il problema non è tanto dei settari che, essendo tali, accolgono e confermano nei loro errori i nemici della Chiesa, mentre respingono e condannano chi è più o meno fedele a Cristo (classificato da Bergoglio come “pelagiano”). Il problema è di coloro - alcuni in buona fede, altri per calcolo umano - che si sono schierati dalla parte sbagliata. Alla luce della Fede Cattolica e del Magistero perenne dei Papi, è inaccettabile accettare “con il religioso ossequio dell’intelletto e della volontà il Concilio Vaticano II, la Riforma Liturgica di Paolo VI, e il magistero post conciliare”. Inaccettabile ma in un certo senso “coerente” all’interno dell’incoerenza che contraddistingue il calderone conciliare…
    Molto meno coerenti sono coloro che si sono proclamati difensori d’ufficio di questi frati e che, pur accettando lo stesso Vaticano II, la riforma liturgica e il “magistero” post-conciliare (soprattutto quello di Ratzinger, il più conforme alla descrizione fatta da san Pio X nella “Pascendi” del modernista filosofo, credente e agnostico) biasimano, anche duramente, Bergoglio, ostinandosi però a riconoscerlo come il “papa”, il legittimo successore di Pietro, anzi, scagliandosi con veemenza e sarcasmo contro chi sostiene il contrario.
    I consacrati coinvolti nella vicenda sono vittime, come tutti i cattolici, della crisi che colpisce la Chiesa: ma non si può pensare di arginare la crisi che travaglia il Corpo Mistico arrecandogli altre ferite, come la rinuncia alla professione integrale della Fede. È auspicabile da parte di tutti coloro che provano un certo disagio davanti agli errori di Begoglio (ereditati da Ratzinger: le vedove ratzingeriane si rassegnino a questa evidenza) senza però giungere alle doverose conclusioni, che cerchino di approfondire maggiormente l’aspetto dogmatico della crisi. Un aiuto importante può venire dagli studi di un teologo come Padre Guérard des Lauriers, autentico discepolo di san Tommaso d’Aquino, che ha sempre vissuto secondo la virtù della Fede. La sua fedeltà alla Chiesa e al Papato gli costò prima la perdita della cattedra universitaria alla Lateranense e poi l’incarico di professore al seminario di Ecône; trascorse gli ultimi anni della sua vita abbandonato da molti ma non abbandonò mai Gesù Cristo.
    Ostinarsi invece a cercare una (inesistente) continuità di insegnamento tra i Sommi Pontefici, come san Pio X o Pio XII, e colui che sarà invocato tra qualche mese come “san” Giovanni Paolo II (già “beatificato” da Ratzinger), non ha nulla di virtuoso, né di francescano. Anche perché san Francesco d’Assisi baciava il Crocifisso e non le pagine del Corano.
    http://www.casasanpiox.it/opportune.asp
    Ultima modifica di Luca; 02-12-13 alle 21:16

 

 

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