«Mio fratello malato, non cacciateci»
Una famiglia di medici albanesi rischia di cadere in clandestinità, è in Italia da 10 anni per curare il giovane leucemico
di Maria Grazia Piccaluga
PAVIA. Elizabeta e Oresti sono in Italia da quasi 10 anni. Li hanno vissuti dentro il reparto di Oncoematologia pediatrica del San Matteo per dare una speranza ad Artur, loro figlio, oggi 26 anni, una leucemia severa quando ne aveva 17 e due trapianti di midollo che gli hanno lasciato pesanti complicanze. Una via crucis che non sembra finire mai.
Artur oggi è invalido al 90%, ha bisogno costantemente di cure, entra ed esce dall’ospedale. Ma lui e i suoi genitori non possono più restare a Pavia.
Devono tornare in Albania.
Sabato 12 maggio il loro permesso di soggiorno scade. E se non riusciranno a presentare la domanda di rinnovo entro 60 giorni diventeranno clandestini. «La Questura di Pavia non è d’accordo a concedere un permesso di soggiorno che ci consenta anche di lavorare – spiega Elisabeta –. Lo motiva con il fatto che la legge non prevede questa concessione in caso di terapie di mantenimento e controllo. Ma basterebbe vedere Artur per capire che le cose stanno diversamente. Gli stessi medici, ai quali la Questura ha più volte chiesto relazioni negli ultimi mesi sul suo stato di salute, hanno illustrato la gravità della situazione».
Ora serve una nuova relazione medica anche solo per fissare l’appuntamento allo sportello e chiedere l’apertura della pratica di rinnovo del permesso.
Ma il tempo stringe.
Quella di Artur e dei suoi genitori è una storia di sacrifici e speranze, di dolore e generosità. Soffocata dalla burocrazia e da «una legge con evidenti falle» dice anche l’avvocato Manila Filella alla quale la famiglia Gjini si è rivolta dopo essersi imbattuta contro l’ennesimo muro.
Oresti è medico anestesista e per 22 anni ha lavorato nell’unità di Neurochirurgia di un ospedale universitario del suo Paese. Laurea non riconosciuta in Italia.
Elizabeta, la moglie, era un manager della sanità.
Il tipo di leucemia che ha colpito Artur non poteva essere curato in Albania. «In dieci giorni abbiamo chiuso casa e siamo partiti per Pavia. Era il 2004. In Italia viveva già Kristina, l’altra figlia, iscritta a Medicina. E’ lei che ha donato il midollo al fratello dopo il primo trapianto andato male. E’ lei che ha cambiato facoltà, ora le mancano 4 esami di Economia, per avere più tempo e stare vicino al fratello. E’ lei che racconta, nascondendo le lacrime, quanto sia costato alla sua famiglia questo viaggio della speranza. «Abbiamo venduto la casa, mio papà fa il magazziniere.
Non siamo venuti qui per cercare l’America, Noi là stavamo bene – dice – Siamo venuti per salvare mio fratello». «Noi viviamo qui da 10 anni, abbiamo la residenza, paghiamo l’affitto e le tasse, i miei figli studiano in Italia – dice la mamma –. Non vogliamo restare da clandestini, vogliamo essere cittadini come gli altri. E poter garantire ad Artur delle cure che in Albania gli sarebbero negate.
A Pavia abbiamo trovato gente meravigliosa. Lo staff dei medici e degli infermieri ci è stato vicino come una seconda famiglia. Noi ci fidiamo di loro. Cosa c’è di male a voler curare mio figlio qui? Non me lo spiego».
Nel 2004, all’epoca del primo trapianto, la Questura di aveva concesso un permesso per 6 mesi. Poi il Tribunale dei minori di Milano aveva accolto la richiesta di proroga, con la possibilità di lavoro, legata «a gravi motivi per lo sviluppo psicofisico del ragazzo». E invitava la Questura ad adottare una deroga ponendo «al centro l’interesse del minore». In occasione del secondo trapianto - avvenuto il 12 aprile del 2006 - il padre aveva trovato lavoro a San’Angelo come magazziniere e la Questura di Lodi aveva concesso il permesso valido per lavoro, rinnovato fino al 2010. Sono tante le complicanze legate alla chemioterapia e all’intervento. «Il 3 luglio abbiamo una visita già fissata in ospedale. Potremo andarci?» domanda preoccupata Kristina.
«Mio fratello malato non cacciateci» - Cronaca - La Provincia Pavese




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