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    Predefinito RU-486: PER L'ABORTO FARMACOLOGICO IN TUTTA ITALIA

    Sul sito www.associazioneaglietta.it trovate il link "RU486/Aborto farmacologico", con tutti i documenti utili per replicare l'iniziativa di Silvio Viale nella vostra realtà.

    E' facile prevedere che Storace e soci tenteranno in tutti i modi di intralciare la sperimentazione di Torino; occorre lavorare per altre sperimentazioni, partendo, per esempio, dalle regioni "rosse" ...

    Se non ora, quando?!

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    Predefinito Riferimento: RU-486: PER L'ABORTO FARMACOLOGICO IN TUTTA ITALIA

    (il testo originale di Viale è stato tagliato dal giornale)



    "La Repubblica", 2 gennaio 2009

    rubrica delle lettere

    Con la pillola RU486 meno aborti clandestini

    Silvio Viale

    Torino

    I l Sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella ha scritto a Repubblica (il 27 scorso) di non volere bloccare l'arrivo della RU486, ma che intende adoprarsi perchè le donne abbiano un'informazione seria. Inoltre, che è preoccupata che le donne siano lasciate ancora più sole.

    Se il sottosegretario pensa davvero di offrire un servizio m?gliore alle donne dovrebbe evitare una eccessiva benevola simpatia pregiudiziale per l'aborto chirurgico. Dovrebbe garantire alle donne di essere pienamente informate e di potere scegliere. Dovrebbe promuovere in ogni regione centri di eccellenza con i migliori standard medici. Dovrebbe finalmente cessare quel preconcetto militante che vede nei medici non obiettori i tifosi dell'aborto e non dei fedeli servitori dello Stato. Non è accettabile che dopo trenta anni dalla 194, il sottosegretario che si batte contro l'aborto clandestino sia ossessionato dalla RU486 e continui ad accettare che in molte regioni del sud un quarto degli aborti sia ancora clandestino.

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    Predefinito Riferimento: RU-486: PER L'ABORTO FARMACOLOGICO IN TUTTA ITALIA

    "La Repubblica", MARTEDÌ, 06 GENNAIO 2009
    Pagina 13 - Esteri

    Uno studio rivela che molte giovani ispaniche ne fa uso
    Aborto, il mix di farmaci che fa tremare gli Usa
    Bevande al malto con aspirina, sale e intrugli tossici "È allarme, enormi rischi per la salute"

    JENNIFER LEE
    CARA BUCKLEY

    NEW YORK - Amalia Dominguez aveva 18 anni, era disperata ma sapeva esattamente che cosa chiedere nella piccola farmacia a gestione famigliare di Washington Heights, la prosperosa enclave dominicana nella parte settentrionale di Manhattan. «Ho bisogno di farmi venire il ciclo» ricorda di aver detto in spagnolo, utilizzando un eufemismo immediatamente interpretato dal farmacista. L´episodio risale a 12 anni fa, ma il ricordo sopravvive fresco nella sua mente: il farmacista le porse una confezione di pillole, bianche e piccole, una dozzina per trenta dollari. Dominguez, incinta di due o tre mesi, si recò nell´appartamento di un´amica e buttò giù tutte le pillole, una dopo l´altra, sorseggiando la malta, un estratto simile alla melassa che si vende in ogni drogheria del quartiere. I crampi ebbero inizio qualche ora più tardi, fecero piegare Dominguez in due dal dolore, aumentarono sempre più e alla fine, otto ore e mezza dopo, lei si chiuse in bagno e abortì un feto senza vita. Poi tirò lo sciacquone del gabinetto.
    Le pillole erano misoprostol, un farmaco da somministrare con ricetta approvato dalla Food and Drug Administration per ridurre le ulcere gastriche e che secondo i ricercatori è comunemente utilizzato, per quanto illegalmente, nelle comunità dominicane per procurare l´aborto. Due nuovi studi realizzati da istituti che si occupano di salute della riproduzione, lasciano ora intuire che l´uso improprio di simili farmaci sia soltanto uno di una miriade di metodi - comprese discutibili pozioni fatte in casa - utilizzati frequentemente nel tentativo di porre fine a gravidanze di donne appartenenti a culture fortemente contrarie all´aborto, malgrado l´ampia possibilità di scelta di sistemi e metodi d´aborto sicuri, legali ed economici in ambulatori e ospedali.
    Il primo studio ha seguito 1.200 donne, per buona parte originarie dell´America Latina, residenti a New York, Boston e San Francisco. Il secondo studio, condotto da Planned Parenthood, ha coinvolto una serie di focus group di 32 donne dominicane residenti a New York e Santo Domingo. Complessivamente, le ricerche hanno appurato che le donne in stato di gravidanza mescolano bevande al malto con aspirina, sale o noce moscata; si gettano giù da rampe di scale; si fanno prendere a pugni sul ventre, bevono infusi di foglie di avocado, legno di pino, corteccia di quercia e buccia di ippocastano. Vari colloqui e interviste con esponenti della comunità e donne di Washington Heights hanno confermato queste scoperte e rivelato altri sistemi ancora meno convenzionali, per esempio il succo di jeans, un intruglio tossico ottenuto facendo bollire l´orlo dei jeans denim.
    La dottoressa Carolyn Westhoff ha detto che questa tendenza rientra nell´atteggiamento tipico dei dominicani di ricorrere più facilmente a rimedi casalinghi piuttosto che affidarsi alle cure degli ospedali, almeno in parte perché non dispongono di assicurazione, ma soprattutto perché diffidano del sistema sanitario. «La loro cultura prevede non soltanto l´aborto auto-indotto, ma anche il fatto di andare in farmacia a procurarsi da sole ciò di cui necessitano».
    I ricercatori autori dello studio citano vari fattori in funzione dei quali le donne dominicane e altre immigrate tendono a sperimentare varie soluzioni per procurarsi l´aborto clandestinamente: una certa diffidenza nei confronti del sistema sanitario, il timore di interventi chirurgici, le preoccupazioni legate alla possibile espulsione dal paese. Dominguez ha deciso di parlare affinché si conosca la trappola nella quale molte donne dominicane incinte finiscono col cadere. «Si tratta di un rischio enorme per la salute».

    (copyright New York Times/la Repubblica
    Traduzione di Anna Bissanti)

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    Aborto negato, denuncia da Napoli
    • da Roma del 9 gennaio 2009, pag. 7

    Un aborto terapeutico negato a Padova, la disperata corsa a Napoli, l’intervento effettuato al Policlinico, la rabbia di dover cercare una struttura disponibile dopo aver incassato il no di tanti medici "obiettori".

    La storia, fortunatamente a lieto fine, di una coppia di napoletani alle prese con le difficoltà di applicazione della legge sull’interruzione di gravidanza è diventata oggetto di un’interrogazione parlamentare del gruppo dei Radicali alla Camera, prima firmataria Maria Antonietta Coscioni. Nell’interrogazione al ministro della Salute si ripropone il racconto, uscito nella rubrica delle lettere del quotidiano II Mattino, fatto da Vincenzo Cacace, il padre di uno dei componenti della coppia.

    «Mio figlio Giorgio, che lavora e convive con la propria compagna di nome Marta a Bassano del Grappa, ha avuto un non facile problema. Sia dal proprio ginecologo di Cittadella (Padova) sia dall’esame "dual" che dalla villocentesi ha saputo che il feto era affetto da gravi malformazioni. Il ginecologo li indirizza presso allo specialista genetico che purtroppo conferma la diagnosi e rilascia apposito certificato per l’aborto terapeutico, indicando l’ospedale di Padova abilitato all’interruzione della gravidanza», è scritto nella lettera. E fin qui tutto bene.

    Ma all’ospedale di Padova arriva la doccia fredda: «I medici sono restii a compiere l’intervento, lo osteggiano, la coppia si sente a disagio e intanto il tempo passa. Noi genitori di Giorgio - racconta il signor Cacace - ci attiviamo per cercare una soluzione, contattiamo un ginecologo della nostra città. Avvisiamo i ragazzi ed insieme a loro prenotiamo una visita. Il ginecologo appare disponibile, serio, preparato. Ci indica tutta la trafila da fare e i vari adempimenti che la legge prevede per i casi di aborto terapeutico e cioè l’articolo 4 che consiste in una semplice aspirazione entro i tre mesi e l’articolo 6 se si supera questo termine, come il caso che ci preoccupa (4 mesi). Fatto tutto questo ci si reca all’ospedale indicato per il ricovero. Qui, senza troppi problemi, dopo i relativi esami, avviene l’interruzione di gravidanza prevista dalla legge. I ragazzi, con una sensazione mista di sollievo - per aver evitato un calvario eterno per loro stessi ed il nascituro - e di dolore che sempre si vive quando capita un’esperienza di questo genere, ritornano a Bassano».

    La conclusione del signor Cacace è amara: «Quello che viene fuori da quanto raccontato è che esiste - per legge - l’aborto terapeutico ma ci sono medici che lo praticano (non obiettori) e quelli che non lo praticano (obiettori). All’ospedale di Padova, evidentemente, ci sono più obiettori che non, rendendo difficile una cosa già di per sé non facile».

    L’onorevole Coscioni, dunque, interroga il ministro per chiedere quali siano le sue valutazioni e i suoi intendimenti in ordine a quanto denunciato nella lettera, se non si ritenga di dover promuovere un’inchiesta amministrativa per accertare le responsabilità «per una simile, incredibile e inqualificabile situazione».

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    "La Repubblica", LUNEDÌ, 12 GENNAIO 2009
    Pagina I - Torino

    Aborto, la rinuncia nei contributi

    VERA SCHIAVAZZI
    Sono pochi o sono tanti, in epoca di bilanci pubblici ridotti all´osso, 47.800 euro? Sono certamente pochi rispetto a conti comunali che - nonostante gli sforzi - fanno registrare spese ben più significative per far funzionare i servizi primari e non smantellare completamente settori come la cultura. Ma sono anche tanti se li si colloca nel contesto dal quale sono nati, i contributi che l´assessorato ai servizi sociali del Comune concede, seguendo una vecchia delibera del 1997, alle associazioni di volontariato che li chiedono. Nella fattispecie, la cifra di 47.800 euro si ricava sommando tre erogazioni proposte in una delibera più ampia il 16 dicembre e destinate rispettivamente ai centri di Aiuto alla vita (il movimento anti-abortista vicino a Comunione e Liberazione) di via Sesia, via Gioberti e via Sansovino, che li destineranno perlopiù ad acquistare latte in polvere per i neonati di mamme in difficoltà. E´ una scelta che non piacerà a chi, a Palazzo Civico e fuori, è in profondo dissenso con un movimento nato per contrastare l´aborto volontario. Ma è (anche) una scelta che si inserisce in un più vasto scenario di ritirata degli enti pubblici, Comune e non solo, da quelle iniziative - come i consultori familiari - che la stessa legge sull´aborto prevedeva proprio per garantire informazioni e sostegno a quelle stesse donne in difficoltà o in dubbio che oggi si rivolgono ai Centri di aiuto cattolici. Un nuovo sportello del Movimento per la vita (che non ha ancora chiesto contributi, ma lo farà presto, come è nel suo diritto) ha appena aperto i battenti, con la benedizione della diocesi e della chiesa ortodossa, in corso Matteotti, destinato specificamente alle immigrate romene che ne hanno e ne avranno bisogno. Poteva il Comune, con quei 47.800 euro, fare qualcosa d´altro e di più autonomo nel settore delle politiche pubbliche per la famiglia? Forse no, per quanto con una cifra simile si possa comunque "produrre" una discreta quantità di informazione, anche in più lingue. Ma la scelta appare comunque come un´abdicazione. Come a dire: «Politiche pubbliche, forti e condivise, per aiutare chi non ne ha i mezzi a evitare gravidanze non volute o a far nascere bambini desiderati nonostante le difficoltà non riusciamo a farne. Tanto vale dare qualche aiutino, a pioggia, a chi sa come fare». Si può capire, ma lascia un po´ perplessi.

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    "la Stampa", 17 Gennaio 2009, pag. 51
    cronaca di Torino

    LA SENTENZA/NEL MIRINO ERANO FINITI IL GINECOLOGO SILVIO VIALE E I PROFESSORI CAMPOGRANDE E MASSOBRIO


    Pillola abortiva, inchiesta archiviata



    ALBERTO GAINO


    Il ginecologo Silvio Viale, i professori Mario Campogrande, Marco Massobrio e l’ex direttore generale Luigi Boveri non hanno violato la legge sull’aborto nella prima sperimentazione della pillola farmacologica RU486 decisa dall’ospedale Sant’Anna. Quella che nel settembre 2005 venne interrotta a seguito di un’ispezione del ministero della Salute. L’ha chiesto lo stesso pm Sara Panelli e il giudice Cristina Palmesino ha convenuto con un provvedimento - qui sta la notizia di maggior rilievo - che estende nelle motivazioni il medesimo orientamento alla tranche dell’inchiesta che la procura aveva chiuso lasciando intatte le accuse al solo Viale per le modalità di gestione della seconda sperimentazione. Avviata nei mesi successivi, per cui 38 donne abortirono a casa e non in ospedale. A questo punto, è presumibile che il procuratore capo Gian Carlo Panelli e il pm Panelli rinuncino a coltivare oltre le accuse e chiedano l’archiviazione anche per questo secondo e più corposo - per numero di interruzioni di gravidanza e polemiche - caso.
    Storace aveva autorizzato la sperimentazione su 400 donne a condizione che la somministrazione delle due pillole di mifepristone (la prima, che blocca l’azione del progesterone necessario alla gravidanza) e di misoprostolo (la seconda, una prostaglandina, che provoca l’espulsione del feto) fossero somministrate in ospedale durante un ricovero di tre giorni da concludersi con l’interruzione di gravidanza. Accadde che il dottor Viale autorizzò la maggior parte (l’83 per cento) delle pazienti a tornare a casa dopo la somministrazione della prima pillola. Per i casi delle 38 donne che abortirono fuori dell’ospedale il pm avviò le indagini: violazione della legge sull’aborto, la 194 del 1978. In seguito a un parere in quel senso del Consiglio superiore di sanità, estese l’accusa a 2 delle precedenti 16 interruzioni di gravidanza. Anch’esse erano avvenute a domicilio.
    Il giudice osserva: «Non è certo il momento in cui avvenga l’interruzione della gravidanza. E’ invece certo che è conseguenza diretta dell’assuzione di mifepristone e di misoprostolo o anche solo del primo farmaco e che si può verificare ben prima dell’espulsione del feto». Poi, sulla base di consulenze tecniche, articoli medici e testimonianze di clinici, chiude il ragionamento: «L’interruzione di gravidanza è da intendersi come cessazione delle condizioni di vita del prodotto del concepimento».
    Al centro delle motivazioni c’è l’impianto della 194: «Il legislatore ha avuto unicamente riguardo all’aborto chirurgico, non essendo allora stato neppure ipotizzato un aborto di tipo farmacologico... La ratio della legge è da individuarsi nella tutela dell’integrità psicofisica delle donne che intendono abortire... Già nel 1978 il legislatore aveva intuito che si potessero praticare forme di interruzione della gravidanza diverse da quella chirurgica». E’ un approccio significativo rispetto alle polemiche sulla commercializzazione della RU486 anche in Italia in stand by da molti mesi al ministero.
    Un’interpretazione del provvedimento porta a ritenere che il giudice si spenda per la tesi dell’aborto fuori dell’ospedale. Scrive la dottoressa Palmesino: «La 194 non impone affatto un ricovero costante per l’intero ciclo della terapia. Ciò che conta è che il concepimento che porta all’interruzione della gravidanza e all’esplusione del prodotto del concepimento avvenga sotto il controllo di un medico del servizio ostetrico-ginecologico e nell’ambito (parola in corsivo) di un ospedale generale, nel senso che deve esservi la garanzia di una procedura monitorata in una struttura sanitaria in grado di assicurare adeguate garanzie. Altrimenti non avrebbe alcun significato l’articolo 15 della 194 che promuove la ricerca e l’attuazione di metodi di interruzione della gravidanza più rispettosi dell’integrità psicofisica della donna che vi si sottoponga».



    Elena Vergani, Movimento per la vita: «In generale il nostro pensiero è che l’aborto chimico porta verso una banalizzazione ulteriore dell’aborto. Non voglio esprimermi sul provvedimento del giudice senza conoscerlo e riflettervi su. Ripeto: «Non è in discussione se sia da preferirsi lo strumento chirurgico rispetto a quello farmacologico. E’ la questione in sé dell’interruzione di gravidanza il problema. Dopodiché, devo osservare ancora una volta che il metodo farmacologico per le sue modalità abbrevia moltissimo il tempo di riflessione rispetto alla decisione della donna di abortire. E’ in questo senso che l’interruzione di gravidanza è addirittura banalizzata. C’è indubbiamente da osservare che lo sviluppo della ricerca rende sempre più facile l’aborto a scapito dell’attenzione per ciò che comporta l’aborto: l’eliminazione di un figlio».



    Silvio Viale: «Le motivazioni mi paiono in linea con l’archiviazione del giudice di Milano per il caso analogo dell’ospedale Buzzi. Mi sembra di capire che non vi sia bisogno del ricovero per l’aborto medico. Come del resto è accaduto in tutti gli ospedali italiani in questi anni, 26 solo nel 2008. Mi sembra che cada l’ultimo potenziale ostacolo preso a pretesto per bloccare la registrazione del farmaco». E aggiunge: «Purtroppo l’aborto e la legge 194 del 1978, nonostante la continua retorica pro e contro, di fatto sono da sempre relegate ai margini del nostro sistema sanitario». Il ginecologo vuol dire che «nessuno si occupa di aggiornamento, conoscenza scientifica, applicazione della legge».
    Il suo legale, l’avvocato Cosimo Palumbo, commenta così il decreto di archiviazione: «Motivazione accurata e ineccepibile».

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    "La Repubblica", SABATO, 17 GENNAIO 2009

    Pagina IV - Torino

    Ru486, archiviata la prima inchiesta
    Nessuna violazione per Viale e i primari Massobrio e Campogrande

    Secondo il gip non era stata violata la legge sull´aborto. Il ginecologo indagato per altri reati

    SARAH MARTINENGHI
    E´ stata archiviata la prima tranche dell´inchiesta sulla pillola abortiva RU486. Il gip Cristina Palmesino ha stabilito che il ginecologo Silvio Viale, e i primari Marco Massobrio e Mario Campogrande, nonché l´ex direttore generale dell´ospedale Sant´Anna Gianluigi Boveri, non hanno violato la legge sull´interruzione di gravidanza. E´ stata accolta la richiesta di archiviazione presentata dal pm Sara Panelli. Ma il giudice per le indagini preliminari ha espresso principi che con ogni probabilità potranno essere estesi anche alla seconda parte dell´inchiesta (aperta in seguito alla seconda sperimentazione della pillola) che si basava sempre sull´ipotesi che fosse reato non trattenere le donne in ospedale per tutta la durata del trattamento abortivo. «Non conosco ancora le motivazioni - ha commentato Silvio Viale - mi sembra di capire però che si stabilisca che per la RU486 non ci sia bisogno del ricovero. D´altronde in questi anni è stata utilizzata sempre con il day hospital: solo nel 2008 sono 26 gli ospedali che l´hanno sperimentata. Cade dunque così anche l´ultimo ostacolo preso a pretesto per la registrazione del farmaco». «Motivazioni accurate e ineccepibili", ha commentato il difensore di Viale, Cosimo Palumbo.
    Secondo il giudice Palmesino l´interruzione di gravidanza avviene con la morte del feto e non con la sua espulsione dall´utero, e non è necessario il ricovero in ospedale della paziente. «Interruzione di gravidanza è da intendersi, infatti, come cessazione delle condizioni di vita del prodotto del concepimento - scrive il gip nel decreto di archiviazione - che è evenienza che può essere antecedente all´espulsione del prodotto del concepimento». Non si può pertanto sapere se le due pazienti sottoposte alla sperimentazione avessero effettivamente interrotto la gestazione all´interno dell´ospedale (subito dopo aver assunto il farmaco) oppure fuori dalle mura ospedaliere, come invece contestato dall´accusa. «La ratio della norma è nel senso di assicurare alla donna che intenda sottoporsi all´interruzione della gravidanza le garanzie derivanti dall´essere sottoposta a un trattamento chirurgico o farmacologico somministrato presso un ospedale pubblico, non imponendo affatto la norma un ricovero costante per tutta la durata della terapia. Ciò che conta è che il procedimento che porta all´interruzione di gravidanza e all´espulsione del prodotto del concepimento avvenga sotto il controllo di un medico del servizio ostetrico-ginecologico e nell´ambito di un ospedale generale tra quelli indicati dalla legge, nel senso che deve esservi la garanzia di una procedura monitorata in una struttura sanitaria che assicuri adeguate garanzie. Altrimenti non avrebbe alcun significato la norma che promuove la ricerca e l´attuazione di metodi di interruzione più rispettosi dell´integrità psicofisica della donna che vi si sottoponga».
    Per il giudice la norma è stata dunque rispettata: «Risulta dai consensi informati e dalle dichiarazioni rese dalle pazienti che dopo la somministrazione di mifepristone alle donne venivano fornite informazioni circa il comportamento da tenersi in ipotesi emorragia ed era comunicato il numero di telefono cellulare del dottor Viale, contattabile a qualsiasi ora, che in più occasioni è stato sentito rispondendo alle loro richieste. Sulla base di tali elementi si può ritenere che l´interruzione di gravidanza avvenne presso uno degli ospedali indicati dalla norma, nel senso che avvenne in costanza di ricovero in day hospital e nell´ambito di un preciso protocollo seguito da un medico specializzato, sempre contattabile».

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    "La Stampa", 24 Gennaio 2009, pag. 3


    Aborto e staminali. È scontro con i vescovi.





    Retroscena


    Una rivoluzione
    chiesta da pazienti
    e ricercatori

    FRANCESCO SEMPRINI


    NEW YORK


    Con Barack Obama gli Stati Uniti voltano pagina su aborto e staminali. A tre giorni dall’insediamento il presidente sigla un ordine esecutivo col quale sospende il divieto di ricevere finanziamenti pubblici imposto a organizzazioni non governative che praticano o sostengono l’aborto. Nel frattempo le autorità federali danno il via libera alla sperimentazione di cellule staminali embrionali per curare pazienti affetti da paralisi. Lontano dai media, Obama firma un ordine esecutivo per abrogare la «Mexico City Policy», la legge che impedisce di versare fondi federali nelle casse di Ong o gruppi che praticano l’aborto come strumento di pianificazione familiare, o lo propongono nei consultori. Il divieto fu stabilito per la prima volta da Ronald Reagan nel 1984, abrogato da Bill Clinton nel 1993, e reintrodotto da Bush nel 2001 come suo primo atto da presidente. «È ora di finirla con la politicizzazione della questione- ha dichiarato Obama -. Nelle prossime settimane avvieremo un nuovo dibattito sulla pianificazione familiare per andare incontro alle esigenze di donne e famiglie». La firma che riabilita l’interruzione di gravidanza arriva all’indomani del 36esimo anniversario della sentenza «Roe contro Wade», con la quale la Corte Suprema sancì la legalità dell’aborto, e conferma la volontà del presidente di impegnarsi per «il diritto di scelta della donna». Del resto in occasione dell’anniversario Obama aveva ribadito che la sentenza del 1973 non solo protegge la salute e i diritti alla riproduzione delle donne, ma rappresenta un principio più ampio, ovvero «che il governo non deve interferire nelle questioni familiari private».
    La decisione del presidente, condivisa da Hillary Clinton, che nella veste di segretario di Stato sovrintenderà la gestione dei fondi destinati alle Ong, ha sollevato le ire dei gruppi anti-abortisti. «Poco tempo fa Obama aveva detto agli americani di voler lavorare per limitare la pratica dell’aborto, ma oggi ha dimostrato di fare esattamente il contrario», dichiara Douglas Johnson, direttore del Comitato nazionale per il diritto alla vita. Forte l’invettiva dei vescovi americani che hanno espresso «grande disappunto». Secondo il cardinale di Filadelfia Justin Rigali, presidente della commissione per la vita della Conferenza dei vescovi americani, «un’amministrazione che vuole ridurre gli aborti non dovrebbe destinare fondi federali a gruppi che promuovono l’interruzione di gravidanza». «Siamo preoccupati - ha detto alla Radio Vaticana il vescovo di Orlando, Thomas Gerard Wenski - e ci impegneremo per convincere la gente a contattare i rappresentanti in Congresso, affinché si oppongano a qualsiasi iniziativa legislativa tesa ad ampliare il diritto all’aborto». La Chiesa è pronta alla mobilitazione in particolare nel caso sulla scrivania del presidente arrivasse il «Freedom of Choice Act» che, se approvato, negherebbe ai singoli Stati il diritto di limitare l’aborto per legge.
    E lo scontro rischia di allargarsi sul terreno minato delle staminali dopo che la Food and Drug Administration ha autorizzato Geron, società californiana di biotecnologie, a trattare con cellule embrionali pazienti affetti da gravi lesioni spinali. Un precedente che segna l’avvio di una nuova fase nella sperimentazione scientifica ma anche la riapertura del confronto sulla questione etica e i confini legittimi dell’impiego delle staminali.
    Qualcuno parla di effetto Obama sulla ricerca, anche se non è chiaro quale influenza politica ci sia stata sulla decisione dell’Fda. L’amministrazione di George W. Bush aveva vietato nel 2001 lo stanziamento di fondi federali per la ricerca con cellule staminali embrionali, consentendo di finanziare solo quella con staminali ricavate da tessuti adulti. Obama in campagna elettorale si era detto favorevole alla sperimentazione delle embrionali e per questo è attesa una revisione in materia. «E’ l’alba di una nuova era, una svolta nella cura di certe malattie», spiega Thomas Okarma, amministratore delegato di Geron, pronto a reclutare otto pazienti che sottoporrà a un ciclo di trattamento di circa un anno con il Grnopc1, un farmaco messo a punto dalla società. In caso di funzionamento potrà essere commercializzato, ma serviranno almeno tre anni.

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    RU486 – VIALE (radicali): “BAGNASCO DIRAMA LE VELINE DELLA ROCCELLA COME ATTO D’INDIRIZZO PER L’AIFA”

    “Che il Card. Angelo Bagnasco sappia poco di RU486 è evidente, ma che il ruolo della CEI debba ridursi a diramare le veline della Roccella sottolinea impietosamente l’isolamento della Chiesa sulla scienza. Anche su Eluana Englaro la linea di Eugenia Roccella è stata bocciata proprio oggi dal TAR della Lombardia, a conferma che le interpretazioni ideologiche ed antiscientifiche hanno le gambe corte, proprio come le bugie”

    Questo il commento di Silvio Viale alla lettura della parte della relazione di Bagnasco che riguarda la RU486 e la sua ormai inevitabile registrazione anche in Italia.

    Silvio Viale ha poi osservato:

    “Per dieci anni, fino alla sperimentazione dell’Ospedale S.Anna di Torino, si è raccontato che la RU486 fosse incompatibile con la 194. Non era vero e il decreto di archiviazione per i medici e il direttore generale del S.Anna rende giustizia dei pretesti legali. Ora la questione è puramente scientifica. Riguarda un farmaco (antiprogestinico, anticortisonico e antiandrogeno) che è utilizzato da oltre venti anni e che non è stato messo in discussione nemmeno dagli otto anni di Bush. Essa ha gli stessi rischi di un aborto spontaneo e non sposta la questione morale dell’aborto. Come scrisse il Prof Crosignani nel 1991 è solo un’opportunità in più. I sei casi di donne decedute in nordamerica sono irrilevanti da un punto di vista statistico e scientifico, se si utilizzano i criteri usati per tutti gli altri farmaci. Quella di Bagnasco sembra una sorta di atto di indirizzo per l’AIFA in estremis. Sarebbe davvero triste per il nostro Paese se l’AIFA dovesse abdicare alle pretese di un potere religioso, come avviene in quei paesi al mondo in cui l’aborto è vietato. L’AIFA ha già dato parere favorevole in sede di Agenzia Europea del Farmaco (EMEA). Dilazionare ulteriormente la decisione definitiva del CdA sarebbe una figuraccia che lederebbe la credibilità scientifica di tutta la medicina italiana.”



    Torino, 26 gennaio 2009

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    Predefinito Riferimento: RU-486: PER L'ABORTO FARMACOLOGICO IN TUTTA ITALIA

    Aborto ‘terapeutico’, un diritto sempre meno garantito.
    Poretti: Interrogazione

    4 febbraio 2009


    • Intervento della senatrice Donatella Poretti parlamentare Radicali - Partito Democratico e membro dell’Associazione Luca Coscioni

    La legge 194/1978, laddove prevede che tutti gli enti ospedalieri siano tenuti a garantire le interruzione volontarie di gravidanza, e’ da tempo disapplicata a causa dell’alto numero di medici obiettori, quasi il 70% in Italia. La situazione e’ particolarmente drammatica per quanto riguarda le Ivg dopo i 90 giorni (cosiddetto ‘aborto terapeutico’): se infatti aumentano le donne che vi fanno ricorso anche a seguito di nuove tecniche di diagnosi prenatale, non aumentano le strutture disponibili a causa della dispersione del gia’ basso numero di medici non obiettori.
    Infatti, se un ospedale può concentrare in poche sedute le IVG entro i 90 giorni, per le IVG dopo i 90 giorni la presenza di uno o due medici non obiettori non permette il regolare svolgimento del servizio, in quanto l’induzione farmacologica con le prostaglandine necessita di una somministrazione su piu' turni continuativi di servizio. Come conseguenza molte strutture che garantiscono un limitato servizio di IVG entro i 90 giorni non forniscono il servizio di IVG dopo i 90 giorni.
    E cosi’ si moltiplicano i casi di donne che sono costrette a lunghe ed estenuanti ricerche di un ospedale disponibile a praticare l’aborto terapeutico. Da alcune segnalazioni giunte all'Associazione Luca Coscioni e riportate in diversi organi di stampa, risulta che a Roma le IVG dopo 90 giorni siano praticate da soli 11 ginecologi ed in sole quattro strutture. In Piemonte oltre il 90% delle IVG dopo il 90mo giorno e' praticato presso una singola struttura, il Sant’Anna di Torino. E la situazione e’ simile in tutte le altre regioni.
    Per garantire una maggiore continuita' del servizio, una migliore qualita' delle prestazioni ed una maggiore aderenza alle previsioni della legge, come per ogni altro tipo di prestazione sanitaria, il numero di interventi e il numero di operatori effettuati in ogni struttura e' importante.
    A questo fine, insieme al sen. Marco Perduca ho presentato una interrogazione al ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, chiedendo innanzi tutto che nella prossima Relazione annuale al Parlamento sulla legge 194 vengano inseriti i dati relativi alle Ivg dopo i 90 giorni e il numero di medici obiettori e non per ciascuna struttura dotata di una divisione di Ostetricia e Ginecologia. Inoltre, abbiamo chiesto al ministro se non intenda agire con urgenza, anche presso le Regioni, affinche' nell’ambito di una programmazione regionale le interruzioni volontarie di gravidanza siano effettuate solo in alcuni ospedali di secondo e terzo livello distribuiti in modo uniforme sul territorio, garantendo la presenza di almeno il 50% di medici e personale non obiettore.


    Qui il testo dell'interrogazione: http://blog.donatellaporetti.it/?p=456

 

 
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