La nostra Repubblica adotta una forma di governo parlamentare. Sostanzialmente, il Parlamento è "signore e padrone" del Governo, mentre un'analoga capacità del Governo non esiste, se non in forma ridottissima con il voto di fiducia. Tutti i tentativi di riforma che toccassero questo stato di cose, tacendo della riforma del Titolo V, sono stati cassati dalla sinistra nel punto centrale: e cioè che il Governo e il Parlamento non avessero più potere di reciproco condizionamento e, segnatamente, che il Parlamento non fosse in grado di abbattere il Governo.
Una delle aperture più "generose" in questo senso fu avanzata da Luciano Violante, il quale propose un modello simile a quello regionale ("simul stabunt vel simul cadent") che implica che la sfiducia a un esecutivo eletto dal popolo provochi la decadenza dell'organo legislativo, eletto dal medesimo popolo. Ciò consentirebbe al Governo di legare alle sue sorti, e a quelle dei suoi provvedimenti più controversi, le sorti del Parlamento.
Tuttavia ogni riforma che preveda una separazione netta dei destini due organi eletti dal popolo (Capo del Governo/Capo dello Stato e Parlamento, sui modelli statunitense e francese, per citare i maggiori) è sempre stata contestata dalla sinistra come inaccettabile e paradittatoriale. Eppure, una tale separazione netta consentirebbe al Parlamento una maggiore autonomia dal Governo, e una minore possibilità per esso di "ricattare" gli stessi parlamentari tramite, per esempio, il meccanismo della sfiducia al buio o dello scioglimento anticipato dello stesso Parlamento.
Preso atto che si parla di un sistema democratico, e quindi non delle deviazioni latinoamericane, a che pro opporsi e fare del Parlamentarismo "sempre e comunque" una delle caratteristiche fondamentali della propria identità politica?




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