L’influenza sulla politica sarda dei pensatori neo-indipendentisti Franciscu Sedda e Gavino Sale non può essere sopravvalutata.
La loro visione “irlandese”–ma in fondo recuperata e rimessa in circolazione dai leghisti–di un’indipendenza non basata sulla lingua, la cultura e l’identità, si sta diffondendo anche ad altri raggruppamenti politici.
Seguo perciò con un misto di simpatia e di apprensione l’attivismo di Paolo Maninchedda.
Da quanto riesco a vedere da qui, Maninchedda mi sembra il più attivo e anche il più abile dei politici sardi.
Si sta muovendo in modo esplicito per la costruzione di un fronte sovranista che superi la divisione–che lui lui definisce “italiana”–tra destra e sinistra: “Che cosa disturba di questo rinnovato spirito dell’indipendentismo sardo? Disturba l’autonomia culturale e politica dalla Destra e dalla Sinistra italiane. Disturba la disinvoltura con cui cerca di disarticolare la Destra e la Sinistra sarde (questa è l’accusa principale che muovono al sottoscritto, che non ha mai nascosto di non appartenere né all’una né all’altra e di lavorare per consumarle entrambe). Disturba l’indifferenza alle parole d’ordine del culturame italiano. Disturba l’irriverenza verso i simboli dell’immobilismo italiano (dalla sacralità della Costituzione alla venerazione per Napolitano). Disturba, in una parola, la pretesa di centralità dell’indipendentismo sardo.” (Indipendenza, indennità, immoralità e ansia di potere)
Lasciando stare che la divisione tra destra e sinistra è una divisione fisiologica e non ideologica e che la si ritrova dappertutto e nel corso di tutta la storia, Maninchedda ha più che ragione a voler costituire un fronte sardo trasversale contrapposto all’altrettanto trasversale fronte italiano, caratterizzato, quest’ultimo, da un forte nazionalismo che supera le divisioni, anche feroci, tra destra e sinistra italiane.
I Sardi devono difendersi dagli Italiani e, per riuscirci, devono formare un fronte comune.
Una volta raggiunto l’obiettivo di una Sardegna sovrana–qualunque cosa si intenda con questa parola: indipendenza, federalismo, autonomia reale alla catalana–i Sardi potranno permettersi il lusso di dividersi nuovamente e fisiologicamente in una destra e una sinistra.
Condivido pienamente questa parte del progetto di Maninchedda.
Rispetto a Sedda e Sale, poi, Maninchedda è molto più abile politicamente–cioè nella politica pratica del costruire alleanze e sporcarsi le mani nella gestione del potere–e si sta dimostrando capace di dare forma concreta alla sua idea di indipendenza.
Detto questo, non mi resta che ripetere le mie obiezioni al progetto indipendentista “irlandese”, identico da questo punto di vista sia nella versione IRS-ProgReS, sia nella versione PSdAz: (i) la repubblichina italiana di Sardegna non mi interessa; (ii) come pensano i nostri eroi dell’indipendenza, che se anche se riuscissero a mettere d’accordo tutti i partitucoli, movimenticelli, organizzazioncine–14, no?–arriverebbero a malapena al 15%–o facciamo pure il 20% dei tempi d’oro del PSdAz–a conquistare il 51% dei Sardi?
Qual’è il progetto ideale–l’identità–che dovrebbe riunire i Sardi–e non solo i vari partitucoli, movimenticelli, organizzazioncine–e convincerli a intraprendere la strada del sovranismo?
Non ho seguito Gavino Sale negli ultimi tempi, ma sia Sedda che Maninchedda parlano soltanto di quattrini: quelli che l’Italia ci deve e quelli che si guadagnerebbero con l’indipendenza.
Il loro economicismo è chiaramente ispirato dal successo leghista su questo terreno.
Nel caso di Sedda, è anche ispirato dal successo irlandese nel raggiungere l’indipendenza statuale, rinunciando alla lingua.
Ma Sedda dimentica quanta parte abbia giocato nella questione irlandese l’identità cattolica e dimentica il fatto che l’Irlanda è poi diventata una colonia vaticana, in cui i preti sporcaccioni dettavano legge.
E nel caso della Lega, dimentica l’identità razzista di molti nordici.
Sia Sedda che Maninchedda ci propongono una Sardegna senza lingua.
Una Sardegna non sarda.
Una Sardegna senza identità.
Sedda lo dice esplicitamente, facendo riferimento all’Irlanda e quindi–implicitamente–alla riduzione del sardo a lingua impagliata da custodire in qualche museo.
Maninchedda–molto più astuto di Sedda–si limita a tacere sull’argomento.
Ma anche l’ispettore Rock ha commesso un’errore: per i più giovani allego il filmato (Carosello "Linetti" L'infallibile ispettore Rock 1961 - YouTube)
Maninchedda ha sí parlato di lingua, quando in gioco c’era il principio dell’uso veicolare del sardo nei corsi delle università italiane di Sardegna.
E l’ineffabile Paolo si è schierato con chi voleva violare il principio e, addirittura, la legge e truffare ancora una volta i contribuenti sardi.
Maninchedda si è schierato con i nemici dichiarati della lingua.
Adesso tace su questo argomento cruciale e parla esclusivamente di quattrini.
Io non mi fido e mi unisco all’appello che su Comitadu pro sa Limba rivolge alla Regione, di cui Maninchedda è uno dei rappresentanti più influenti.
Finalmente il logo della home page del sito della Regione è in lingua sarda
Se Maninchedda vuole essere preso sul serio sulla questione della non dipendenza della Sardegna, cominci a spiegare qual’è la sua posizione sulla lingua/le lingue, l’identità e la nazione Sarda.
Per quanto mi riguarda, ProgReS, questa credibilità se l’è già giocata, ribadendo la scelta irlandese.
Fra l’altro, non si sono nemmeno resi conto che il “populismo”–cioè la grande novità politica degli ultimi decenni–ha dimostrato che la gente è coinvolta da motivazioni identitarie molto di più che da motivazioni economiche.
Insomma, io all’orizzonte non vedo né esercito, né flotta e, per quanto riguarda questi politici, non la vedo bene nemmeno per la lingua.
Avremo un esercito e una flotta, ma non una lingua? | Bolognesu
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