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Discussione: Timbuctu

  1. #1
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    Predefinito Timbuctu

    Non è Oriente ma Africa ma è doloroso assister a questo, specialmente al fatto che la distruzione è fatta nel nome di un dio che l'Africa l'ha creata e l'ha fatta bella e varia e che certo non ama i flagelli che l'uomo ha provocato e continua a provocare in questa terra.

    Timbuctu, la città santa
    non piace ad Al Qaeda


    Al grido di Allah Aqbar sono stati attaccati tre dei 333 edifici sacri



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    + Il deserto ha l'oro in bocca
    + Perché non possiamo non dirci occidentali


    I suoi mausolei simbolo di un islam tollerante sono oggi minacciati dai Tuareg integralisti

    MARCO AIME


    Era già successo nel marzo del 2001, quando i talebani dell’Afghanistan distrussero le statue dei Buddha di Bamiyan, importanti testimonianze artistico religiose risalenti al V secolo. Questa volta tocca a Timbuctu, millenaria città sahariana, antico crocevia di commerci e di culture, mitizzata dagli europei e venerata come santa dai musulmani. «La città dei 333 santi» recita uno slogan divenuto ormai noto, che ricorda le numerose tombe di uomini pii, che costellano la città. Ora a quel numero più che perfetto, ne mancano almeno tre: Sidi Mahmoud, già profanato e parzialmente bruciato nel maggio scorso, Sidi Moctar e Alpha Moya. I tuareg della formazione integralista chiamata Ansar Dine (contro l’Occidente), vicina e alleata del gruppo terrorista Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb Islamico) hanno infatti distrutto tre storici mausolei al grido di Allah aqbar ! Sanda Ould Boumama, portavoce del gruppo, dopo aver annunciato altre distruzioni, ha dichiarato che costruire tombe è contrario all’Islam e pertanto proibito. Musulmani che si scagliano contro simboli della loro stessa religione. La cosa può apparire paradossale, ma per questi fondamentalisti, addestrati militarmente nella Libia di Gheddafi, ma versati a un’interpretazione presuntamente integrale, falsamente ortodossa del Corano, l’islam di Timbuctu non è autentico.

    Nonostante lo storico tunisino asSadi scrivesse nel 1667 che «Timbuctu è una città il cui suolo non è mai stato toccato dagli idoli», l’islam praticato fin dall’antichità in questa città di commercianti (e pertanto aperta) è sempre stato improntato alla massima tolleranza. Al punto che il grande viaggiatore del XIII secolo Ibn Battuta, nel lasciare la città manifestava il suo disgusto, scrivendo: «Se a Timbuctu c’è l’islam, non è un islam puro». Parole che sette secoli dopo, sembrerebbero essere condivise dai fanatici di Ansar Dine.

    «Gli arabi si aspettano una città islamizzata, pura, santa, le donne velate e nascoste», mi raccontava un giorno Ismaël Haidara, storico tombouctien e scrittore di fama, «poi vengono qui e scoprono che non è così. Al fiume ci sono le donne che lavano a seno nudo e questo per loro è terribile. Qui le donne hanno sempre praticato il commercio. La costruzione della moschea di Sankoré è stata finanziata da una donna! Per gli arabi questa è terra di animismo. Non si vuole accettare che questa è una città borghese con forti influenze mediterranee».

    I primi cronisti e tradizionalisti ci hanno trasmesso l’immagine dominante dell’origine musulmana della città, che appare così islamizzata «da sempre». Il fatto che la costruzione della moschea di Djinguereber risalga a due secoli dopo la fondazione della città e che quella di Sankoré sia ancora posteriore, contraddice però l’ipotesi che l’islam fosse un elemento fondamentale nella Timbuctu delle origini, che peraltro era una città tuareg e, come molti altri popoli della regione, i tuareg non sono mai stati musulmani ortodossi.

    Spesso le élite dei dominanti abbracciavano l’islam per ragioni politiche. Sebbene la sua diffusione fosse avvenuta in tempi rapidissimi, il verbo del profeta non ebbe vita facile nei villaggi saheliani. Ad aderire alla nuova religione furono infatti le aristocrazie guerriere e i commercianti, nei quali destarono sicuramente interesse anche l’arte della contabilità e della scrittura che i mercanti islamici contribuivano a diffondere assieme al culto di Allah. A Timbuctu l’arabo è la lingua del triangolo del potere: palazzo, moschea, mercato. Nella strada, infatti, si parla songhay o tamashek.

    Tra le masse contadine dei villaggi continuavano a resistere le religioni tradizionali. Al-Bakri, cronista arabo del secolo XI riporta che a quel tempo nell’impero del Mali la maggior parte della popolazione era dedita a culti idolatri. In ogni caso, anche se i re e i loro apparati di governo si erano islamizzati, i principi del potere reale rimanevano di tipo tradizionale. Sarà solo nel secolo XIV che le scuole coraniche inizieranno a diffondersi capillarmente sul territorio e ad avviare un’opera di alfabetizzazione religiosa. A Timbuctu l’islam è sempre stato una presenza forte, ma mai portata ai livelli descritti dai cronisti e a partire dal secolo XVIII in tutta l’Africa occidentale è l’islam sufista delle confraternite a diffondersi davvero tra le classi popolari. Erigere una statua o qualunque altro monumento ha sempre un forte significato politico e simbolico. Produrre segni nello spazio implica inevitabilmente una manipolazione dell’ambiente e i monumenti sono espedienti concettuali, impiegati dalle diverse società per offrire un’immagine di sé in termini di stabilità e di durata temporale. È contro questi segni, testimoni di una grande tolleranza religiosa, che si scaglia la furia iconoclasta di Ansar Dine. Quell’antica apertura alla diversità, che ha fatto di Timbuctu «il Brasile del Mali», dà loro fastidio, è troppo moderna, troppo luminosa per la loro cecità.

  2. #2
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    Predefinito Re: Timbuctu

    di Enrico Galoppini

    “Timbuctu è in mano agli integralisti islamici”: così titolano giornali ed agenzie, che riferiscono di distruzioni di moschee e santuari da parte dei militanti di Ansâr ed-Dîn, i quali hanno preso il controllo della città santa del Mali.Qui non c’interessa entrare nel merito dello scontro tra questi e il governo, e tra i medesimi e i tuareg “laici”, fino a pochi giorni fa loro alleati. Ma una cosa va detta: senza l’eliminazione di Gheddafi, che non era affatto un “ateo”, questo pandemonio in Mali – che segue quello in atto in Libia, con protagonisti di vedute analoghe- non sarebbe stato possibile. Quindi se lo segnino bene tutti quelli che adesso piangono lacrime di coccodrillo, perché chi più chi meno hanno tutti lavorato per produrre questo capolavoro.E lasciamo pure perdere il fatto che Timbuctu è considerata “patrimonio mondiale dell’umanità” dall’Unesco, poiché l’importanza, il valore di una città, di un sito, e tanto meno di un luogo sacro, non viene certo data, come si vorrebbe far credere, dalla “certificazione” da parte di un’agenzia delle Nazioni Unite, che sappiamo per quali motivi sono state istituite: preparare il “governo unico mondiale”, laico e senza Dio.Detto questo, passiamo ad esaminare perché questi “fondamentalisti” infieriscono con particolare veemenza e furore su quei luoghi di culto islamici, e sottolineiamo islamici, che ospitano le spoglie di personaggi considerati “santi”, modelli di pietà e virtù, dalla locale popolazione (e spesso non solo), la quale – dopo averli seguiti finché erano in questo mondo - vi si reca in “visita” per beneficiare di “influenze spirituali” e ottenere una “intercessione” presso il Signore, e non certo per adorarli quali “dei”.Per prima cosa, al riguardo del “culto dei santi”, degli awliyâ’ (sing. walî, da una radice che veicola il significato di “vicinanza”, “amicizia”, quindi di “governo per conto di”) in Islam, vi è da dire che esso è completamente “islamico”, mentre tutti questi “modernisti”, “salafiti”, “wahhabiti” e chi più ne ha più ne metta lo ritengono “blasfemo”, da “idolatri”. La loro argomentazione principale è che per salvaguardare il principio deltawhîd (Unità ed Unicità divine: il Principio non può che essere uno e unico) bisogna evitare assolutamente tutto ciò che fa incorrere il musulmano nell’errore di “associazionismo” (shirk), ovvero quello di attribuire a Dio dei pari.Ora, fin qui (la concezione “non duale”) siamo tutti d’accordo, tuttavia per ‘eccesso di zelo’ accade che questi calvinisti d’Arabia, a furia di togliere legittimità a tutto quel che può risultare un supporto, un sostegno intermedio, una ‘rampa’ per facilitare l’elevazione del credente sino al grado più alto, quello della Realizzazione spirituale appannaggio solo degli “eletti”, finiscono per fare completamente “terra bruciata” lasciando le persone, ancorché animate da buone intenzioni, alla mercé della cosa più pericolosa che esista: il proprio metro di giudizio.

    I “modernisti”, infatti, da cui derivano i “salafiti”, i “takfiri”, i “qaedisti” eccetera, ritengono che ciascuno, nel proprio cammino di “conoscenza” (realizzare intimamente, con “certezza assoluta”, che tutto è Dio e che Dio è ovunque) debba fare affidamento solo sul proprio sforzo; che ogni essere umano in fondo sia “il maestro di se stesso”. Tutt’al più riconoscono l’autorità di “sapienti” usciti da determinate scuole, tutti invariabilmente della loro ideologia. Ma guai a parlare di “santi”, di “realizzati”, di “maestri”: per loro non ne esistono, salvo poi prendersene di virtuali, televisivi, o peggio ancora su internet, e qui cade a pennello la selva di canali satellitari che rincitrulliscono chi crede che basti spaparanzarsi in poltrona a casa e sorbirsi il predicozzo di qualcheduno che “buca lo schermo” da uno studio televisivo per ritenere di avere una guida autorevole e, soprattutto, in contatto con le “entità” benefiche che abitano il “mondo dell’invisibile” (‘âlam al-ghâ’ib).Ora chiunque può comprendere che se si nega che vi possano essere uomini in grado di stabilire in vita, da quaggiù, una “connessione” di questo tipo, si nega implicitamente l’esistenza del “mondo dell’invisibile”, menzionato a chiare lettere dal Corano.Per questi Savonarola dell’Islam, da dottrina completa e quindi vera nella misura in cui traduce in linguaggio intelligibile per gli uomini di un’epoca (quella del Kali Yuga) i dati della metafisica (che per sua essenza è una), l’Islam si trasforma in “Islamismo”, in una “ideologia religiosa”. Un po’ come il Sionismo, che lungi dal rappresentare l’Ebraismo è niente più che una sua interpretazione ideologica che grazie all’azione concomitante di vari fattori ha preso completamente la scena al punto che sia i suoi fautori sia i suoi detrattori lo identificano tout court con la tradizione ebraica. Con il moderno “fondamentalismo islamico” il discorso è analogo: si tratta né più né meno che di un’interpretazione ideologica dell’Islam, che ipso factoproduce una esiziale incomprensione di cosa sia davvero l’Islam, il quale diventa, agli occhi di chi non ne sa nulla (gli “occidentali”), comprensibilmente odioso e “barbaro”.Siamo dunque di fronte ad una manifestazione di “riduzionismo”, ad una semplificazione risultante da una fondamentale incomprensione che, com’è tipico di chi ha capito ben poco, si vuole imporre a tutti quanti. In pratica si riconosce che esiste la vetta della montagna e che bisogna arrivarci, ma sul percorso e, soprattutto, sul fatto che esistano delle “guide esperte”, si glissa allegramente. Si pensi un po’ a che fine farebbe uno sprovveduto ed improvvisato alpinista qualora decidesse di salire sulla vetta dell’Everest armato solo di guide, cartine e diari di famosi scalatori! Certo, alla fine ciascuno fa le ‘sue’ esperienze, ed in questo il suo viaggio è ‘unico’, diverso da quello degli altri, mentre lo sforzo profuso non è invano (non è la stessa cosa farsi portare lassù con un elicottero!), ma la meta è la stessa per tutti e da lassù si vede lo stesso panorama: si domina il mondo. Questi “modernisti”, invece, convintisi che non è possibile raggiungere la vetta della montagna preferiscono divorare biblioteche intere di saggi ed enciclopedie sull’alpinismo e l’arrampicata, gareggiando a chi ne sa di più, ma guardiamoci bene dal prenderli come “guide” perché al primo crepaccio, senza alcuna esperienza, vi finirebbero dentro trascinandovi gli incauti compagni di cordata.La ‘montagna’, poi, bisogna amarla, e non farne un argomento da “record”, come ha spiegato un’infinità di volte Reinhold Messner. L’analogia funziona anche qui: non si può sperare di ottenere “virtude e conoscenza” solo con la “testa”…Cosa resta dunque a chi fa della “conoscenza” solo una questione d’erudizione? Per di più brandendola come una scure all’indirizzo di “apostati” di cui si ha bisogno come l’aria per fortificarsi nella convinzione d’avere sempre ragione? L’affidamento alle facoltà razionali.Ne abbiamo una plastica rappresentazione nella questione della distruzione di una porta di un celebre mausoleo a Timbuctu, tenuta chiusa per decenni, o forse ancor di più. La tradizione locale riporta che l’apertura di quella porta sarebbe avvenuta solo “alla fine dei tempi”… Allora, gli aderenti a Ansâr ed-Dîn, in segno di sfida alla “creduloneria” locale, hanno abbattuto quella porta, e naturalmente non è successo “niente”... Al che avranno certamente gongolato pavoneggiandosi per questa vittoria sulla “superstizione”!La cosa che davvero lascia esterrefatti è la coincidenza tra le posizioni degli scettici, atei e razionalisti con quelle dei “protestanti dell’Islam”, per i quali tutto va compreso e confutato in maniera razional-materialista.

    Essi, poveretti, non si rendono conto che il punto importante non che “non è successo nulla”. L’importante è invece che hanno sfondato quella porta, che hanno superato “il limite”. Così hanno, senza rendersene conto, “inverato la profezia”. Ma facendo affidamento sulle mere facoltà razionali dell’uomo - il che li rende indifesi di fronte allo psichismo inferiore - essi agiscono credendo di operare in un senso quando in realtà lavorano per forze intente a realizzare l'esatto contrario di ciò in cui credono. In pratica, essi ritengono di agire per “sfatare la profezia”, mentre sono proprio loro che la “realizzano”! Tutto ciò è terribilmente perfetto ed inesorabile.Fra l'altro la distruzione della porta di Timbuctu e di vari altri santuari in tutto il mondo islamico, significativi anche perché radicano l’Islam in un tessuto locale, esattamente come i santuari cattolici (e guarda caso i protestanti non ne hanno), è analoga alla demolizione dei “buddha di Bamyan” in Afghanistan ad opera dei Talebani. Come in quell’occasione, si parla di “scempio verso la cultura”, di “intolleranza religiosa” e via discorrendo, senza cogliere il punto essenziale, ancor più semplice da individuare quando a cadere sotto la furia dei “puritani islamici” sono santuari e luoghi di culto dell’Islam stesso.Si tratta forse di ‘sigilli’, di opere di ‘protezione’ che finché sussistono impediscono la penetrazione (o la fuoriuscita) d’influenze dissolutrici? Lo sviluppo degli eventi, in tutto il mondo islamico, non tarderà a mostrarci se ci siamo sbagliati o meno…

 

 

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