Adriano e la ?circoncisione? ebraica | Storia | Rinascita.eu - Quotidiano di Sinistra Nazionale
La cosiddetta Terza Guerra Giudaica si svolse tra il 132 d.C. e il 135 d.C. ed ebbe come teatro la Palestina, che non aveva invece partecipato alla rivolta dell’epoca traiana, dove ebbe luogo il rafforzamento delle correnti religiose e culturali che avevano scatenato la precedente rivolta. D’altra parte il popolamento della regione era tornato ad alto livello con un numero alto di uomini pronti alle armi.
La ribellione scoppiò per due motivi: da un lato il divieto di circoncisione da parte dell’imperatore Adriano per eliminare un costume, non solo giudaico, considerato barbaro e in contrasto con i canoni estetici adrianei (per i giudei fu invece un atto mirato, senza alcuna ragione apparente, a interrompere il patto tra Dio e il suo popolo), dall’altro il progetto di costruire una nuova città sulle rovine di Gerusalemme e insediarvi il culto di Giove (un vero sacrilegio per gli Ebrei).
Adriano presentava quindi dal punto di vista giudaico, i tratti più evidenti e cupi del persecutore pre-messianico. A questo punto mancava solo un messia che apparve sotto il nome di Simone bar Kochba. La rivolta scoppiò all’improvviso ma era stata preparata con cura vista la resistenza opposta ai Romani, resa possibile dall’occupazione preventiva delle posizioni più favorevoli, fortificate con mura e camminamenti. I ribelli esercitarono attività di guerriglia, evitando scontri in campo aperto con le preponderanti forze nemiche e infliggendo gravi danni ai romani.
In questa prima fase, dove la preparazione dei ribelli, la sorpresa dei romani e le doti non buone del governatore Rufo favorirono il successo dei giudei, si pensa che gli insorti abbiano cercato di conquistare Gerusalemme, anche se non si sa con quale esito; Rufo mantenne abbastanza a lungo il comando e, malgrado il largo dispiegamento di forze, proprio per questo non ci furono risultati eccezionali tanto che Adriano gli tolse il comando per assegnarlo a Giulio Severo, che preferì tagliare ai ribelli i loro collegamenti e rifornimenti isolando le varie unità e stanandole una ad una.
L’ultima decisiva battaglia si svolse nel 135 vicino a Gerusalemme e in quel frangente lo stesso Simone morì. La strage fu immensa: secondo Cassio Dione le perdite giudaiche giunsero a 580 mila morti. La Giudea venne ridotta ad un deserto. I rabbi che maggiormente si erano distinti nel sostegno della guerra vennero catturati ed uccisi. Ai posteri le notizie pervengono da fonti pagane e cristiane, nessuna fonte giudaica. Sappiamo che il territorio controllato dai ribelli era diviso in vari distretti retti da capi militari e civili e tutti compresi nel deserto della Giudea, un territorio modesto. Il tempo veniva considerato dall’inizio dell’insurrezione e il movimento non interessò le città ma solo le campagne, grazie anche al maggior controllo di esse da parte dei romani oltre al minor coinvolgimento del cittadino medio.
La finalità dell’insurrezione era la redenzione e libertà di Israele che consisteva nella piena e rigorosa attuazione delle disposizioni civili e religiose della Legge Mosaica e nella ripresa del disegno di guerra totale all’idolatria e alla potenza che la rappresentava, Roma. Assente riferimenti a ristrutturazione società.
Simone bar Kochba assunse il titolo ufficiale di “principe di Israele”, un messaggio evidente: il principe messianico che guidava il suo popolo nella guerra degli ultimi tempi. Ebbe buon seguito soprattutto nelle campagne e fra gli strati medio bassi della società oltre ad un certo numero di rabbi che lo appoggiarono. La maggior parte dei rabbi non si schierò però con lui, anzi lo definirono “figlio della menzogna”, e questo rappresentò la sanzione definitiva del fallimento dell’ultima speranza messianica. Due argomenti polemici contro questi ribelli: l’insistita sottolineatura dei crimini dei Giudei, causa della messa a fuoco della Palestina, e la persecuzione di Simone contro i Cristiani che non lo seguirono nella rivolta. Simone sosteneva di essere disceso come luce dal cielo a illuminare i suoi seguaci. Dopo la vittoria Publio Elio Traiano Adriano trasformò Gerusalemme in una colonia romana, i nuovi coloni subentrarono ai Giudei ai quali fu impedito di entrare in città pena la morte; Antonino Pio successore di Adriano permise invece di nuovo ai giudei la circoncisione pochi anni dopo ma solo sotto Costantino fu permesso ai Giudei di rientrare a Gerusalemme per pregare e piangere sul luogo del santuario. La tragedia dell’epoca di Adriano segnò per i Giudei la fine del sogno di uno stato indipendente e il rinvio definitivo dell’arrivo di un Messia. La speranza messianica non venne meno, ma perse l’immediatezza. Ai Giudei non rimase che raccogliersi sulla meditazione delle leggi mosaiche e Israele non abbandonò la speranza di una restaurazione di Sion, la collina su cui sorge Gerusalemme simbolo della città e dello spirito che incarna.
Con la sottomissione totale dei rivoltosi di Bar Kokhba, Gerusalemme fu completamente rasa al suolo. Ad impedire qualunque risorgimento di nazione giudaica, Adriano pensò di realizzare una nuova città, dove tutti i ricordi antichi fossero cancellati.
(...)
Tra il 115 e il 116 ci fu una grande insurrezione giudaica contro i romani ed è lì che cominciano a diffondersi giudizi demonizzanti nei loro confronti: riferisce Cassio Dione che i giudei “mangiavano la carne delle loro vittime, si facevano delle tende con i loro intestini, si aspergevano con il loro sangue e indossavano la loro pelle come vestiti… li segavano in due, dalla testa in giù… li davano in pasto alle bestie feroci”. È in margine a questo conflitto che nei documenti romani comincia a comparire l’espressione “empi giudei”. Traiano morì nell’agosto del 117 d.C., mentre era impegnato in una campagna militare in Mesopotamia, e la decisione del suo successore, Adriano, di ritirare le truppe proprio da quella regione fu interpretata dai giudei come l’apertura di uno spiraglio. In realtà si trattava di una scelta tattica e presto Adriano riprese una politica di ostilità contro i giudei che era diventata ormai usuale. Si spinse a proibire la circoncisione e questo provocò l’ultima grande rivolta giudaica tra il 132 e il 135, guidata da Shimon bar Kosiba. Adriano in persona assunse il comando delle operazioni militari per fronteggiare quella rivolta, lo spargimento di sangue fu spaventoso, Gerusalemme cessò di esistere (si chiamò Aelia Capitolina) e il nome dell’intera provincia fu cambiato in Syria Palaestina. Che una provincia cambiasse nome per ragioni amministrative non era insolito, mai invece era accaduto che il cambiamento fosse deciso come punizione dei nativi per la loro ribellione, né in Pannonia, né in Germania, né in Britannia, “solo i giudei cessarono di avere una patria a causa di quello che avevano fatto”.
(...)
Adriano fu “antisemita”? Il termine in se stesso costituisce un anacronismo; i Romani non manifestano la loro ostilità fondandosi esplicitamente su criteri razziali. La loro animosità, così come si esprime attraverso testi letterari, si basa su ragioni religiose e politiche, sul rifiuto di ciò che è straniero, o sul timore di vedere la loro identità minacciata in un mondo in piena trasformazione. Non si notano, a Roma, rifiuti istituzionali duraturi, divieto politico della pratica religiosa ebrea, vere e proprie persecuzioni. Le misure adottate alla fine della Repubblica ed all’inizio dell’Impero tengono conto della fede e dei riti ebraici. Le misure più tardive hanno piuttosto come scopo di contenere una religione che, per alcuni, ha troppi successi.
L’atteggiamento dei Romani verso il giudaismo è complesso; vi scorgiamo – a cominciare da Cicerone e Seneca, per raggiungere il culmine con Giovenale e Tacito – un’ambivalenza fra ostilità e paura, critica e rispetto, attrazione e repulsione, che riflette la particolare combinazione di esclusivismo e di successo che caratterizza l’ebraismo agli occhi degli autori romani. La minaccia, profondamente sentita, che la superstizione ebraica potesse riuscire a distruggere definitivamente i valori culturali e religiosi della società romana costituisce la vera caratteristica dell’ostilità romana contro gli ebrei .
Adriano non volle distruggere la religione ebraica, anzi permise agli ebrei di praticare ancora i loro culti ed anche il numero di ebrei uccisi è esagerato dalle fonti storiche: furono molto minori e del resto fu Traiano ad aprire per primo le ostilità contro gli Ebrei.
Le due “guerre giudaiche”, d’altra parte, erano state combattute da Roma per motivi politici e non religiosi: un gran sacerdote (patriarca) e un nuovo sinedrio, con sede a Tiberiade (nella Galilea), conservarono la loro autorità sugli ebrei della diaspora: fu anche concessa una volta all’anno la visita a Gerusalemme. Comunità ebraiche comparvero in tutte le città dell’impero, fino a Treviri e Colonia (Renania), e con l’editto di Caracalla (212 d.C.) gli ebrei diventarono cittadini romani a pieno titolo. Ma con la diaspora, iniziava anche la lotta degli ebrei per conservare la propria identità in un ambiente sostanzialmente a loro ostile.
(...)
La passione ebraica per l’esagerazione degli eventi e delle cifre, è riscontrabile negli stessi Testi Sacri. Nel 115-117 d.c. la rivolta degli ebrei contro Roma, che stando a Dione Cassio avrebbe prodotto molte centinaia di migliaia di morti, tra le popolazioni della Cirenaica, dell’Egitto, e di Cipro, fu sedata dai greci di Alessandria, che usarono senz’altro la mano assai pesante contro la minoranza ebraica. Nonostante ciò, le cifre riportate dal Talmud appaiono così gonfiate da essere risibili. Si legge, in esso, che vennero uccise “sessanta miriadi su sessanta miriadi di ebrei, due volte quelli che erano usciti dall’Egitto”. Anche ammesso che si tratti d’ un’addizione, e non di una moltiplicazione, la cifra degli ebrei uccisi dagli alessandrini sarebbe di 1.200.000 persone; mentre si stima che l’intera popolazione alessandrina dell’epoca, andasse da un minimo di 500.000 ad un massimo di 1.000.000 di persone. Altra rivolta ebraica dell’antichità, fu quella di Palestina del 132-135 d.c., all’epoca dell’imperatore Adriano. La capeggiava il feroce Shimon Bar-Kokhba, che negli anni della rivolta istituì un vero e proprio stato ebraico, del quale si proclamò prima Re, e poi Messia.
Nell’estate del 135, Bar-Kokhba, incalzato dai romani, si rifugiò con un esercito di circa 50.000 uomini nella città di Bathar (l’attuale Bittir), alla quale i romani posero l’assedio. La città cadde nell’agosto di quell’anno, e Bar-Kokhba venne ucciso nel corso della battaglia. Il Talmud racconta che l’esercito di Bar-Kokhba era di 200.000 uomini (il quadruplo delle stime degli storici). Bar- Kokhba, da vero eroe epico, viene descritto nell’atto di affrontare i romani con una potenza soprannaturale, fermando coi propri ginocchi i balisti che i romani lanciavano con le catapulte, e respingendoli al mittente. Il numero di ebrei, uccisi nell’assedio secondo il Talmud, sarebbe stato di 4 miliardi di persone, pari all’intera popolazione mondiale di una trentina d’anni fa. Più prudentemente, il Midrash Rabbah, uno dei testi dell’esegesi talmudica, contiene la cifra entro il più accettabile limite di 800 milioni di morti, pari alla popolazione di appena un paio di continenti dell’epoca.
Racconta il Talmud, che il sangue degli ebrei uccisi formò un fiume che attraversò quattro miglia di territorio, trascinando con sé valanghe di detriti, prima di gettarsi nel mare e che i cadaveri degli ebrei uccisi vennero utilizzati per costruire una palizzata, a protezione della vigna dell’imperatore Adriano; vigna che avrebbe avuto l’ampiezza di 18 miglia quadrate. Il sangue versato dagli ebrei e raccolto dal fiume di cui sopra, venne utilizzato per fertilizzare le vigne dei romani, per ben sette anni
All’epoca repubblicana la pratica della circoncisione non era certamente al primo posto tra le preoccupazioni del legislatore romano. Ma sotto l’Impero, di fronte a pratiche frequenti presso gli Orientali e condannate dai Romani, si manifesta una reazione. Una prima misura fu presa da Domiziano: “è vietato castrare i maschi” (castrare mares vetuit), ci informa Svetonio, senza farci conoscere la forma e la data di questo divieto all’interno di un regno che durò una quindicina d’anni (81-96 d. C.). Il contesto indica una legge imperiale tendente a ridurre degli abusi nel dominio del traffico degli schiavi. Un senato consulto, votato sotto Nerva nel 97 d. C., consolidò la legge di Domiziano. Il divieto della castrazione è sanzionato dalla pena della deportazione in virtù della lex Cornelia de sicariis et veneficis, una vecchia legge di Silla (81 a. C.) che condannava l’omicidio e l’avvelenamento e che resterà in vigore sino all’epoca di Giustiniano.
Sotto il regno di Adriano questa legislazione si allargò e si rinforzò. Un rescritto di questo imperatore, conservato nel Digesto grazie ad Ulpiano, lo testimonia.
Adriano si riferisce dapprima alla legislazione precedente (costitutum est…). Vengono poi delle novità dovute ad Adriano stesso (plane, etc.). L’imperatore impone ai governatori delle province il dovere di istruire tutti i processi in materia di castrazione, qualunque sia lo statuto del querelante. La castrazione è vietata in ogni caso, sia che la vittima sia un uomo libero o uno schiavo, sia che essa sia avvenuta contro la volontà del soggetto o che questi si sia sottoposto di sua volontà a questa operazione. Un altro rescritto dello stesso imperatore, riportato da Paolo, contemporaneo di Ulpiano, parimenti in un trattato De officio proconsulis, preciserà che tutte queste disposizioni si applicano anche all’evirazione ottenuta con la compressione ripetuta dei testicoli (thlibias facere).
L’ultima frase del primo rescritto ci interessa in modo particolare. Rinvia ad un editto di Adriano (edictum meum) che istituisce la pena capitale per il chirurgo che “recide” (medico... qui exciderit) e per l’individuo che si sottopone spontaneamente a questo intervento (qui se sponte excidendum praebuit). Senza dubbio excidere è un verbo che si adatta alla castrazione. Ma le espressioni qui exciderit e qui se sponte excidendum praebuit non avrebbero molto senso qui, se fossero semplicemente un doppione di castrare e se sponte castrandum praebere, casi già individuati nel rescritto riportato da Ulpiano. Il verbo latino excidere, come il suo derivato italiano “escindere” (rimuovere, tagliando, una parte dell’organo, un frammento del tessuto organico), può essere usato anche per altre parti del corpo. Excidere praeputium è immaginabile tanto quanto excidere testiculos. Se oggi, parlando di escissione, si pensa prima di tutto all’ablazione del clitoride che ci lascia sconvolti, il legislatore romano, sconvolto dalla circoncisione, poteva pensare innanzitutto all’ablazione del prepuzio. Ha così assimilato la circoncisione alla castrazione.
Siamo in presenza di una decisione che sarà carica di conseguenze: l’editto di Adriano estende alla circoncisione le misure penali collegate alla proibizione della castrazione. Per il legislatore imperiale la circoncisione non è che un modo della castrazione. Il diritto ratifica così la confusione che regnava da lungo tempo negli spiriti e negli autori greci e latini che li riecheggiavano.
Per gli Ebrei e per gli Egiziani, per i quali il rito dello circoncisione aveva un’importanza vitale, la legge di Adriano fu un disastro. Non mancò di suscitare proteste e una doppia eccezione venne introdotta nella legislazione in vigore. Gli Egiziani, cari ad Adriano, ottennero rapidamente soddisfazione: il privilegio che autorizzava la castrazione dei loro sacerdoti dovette essere promulgato immediatamente dopo l’editto in questione. Gli Ebrei invece dovettero attendere più a lungo. È possibile proporre una cronologia dell’attuazione di questo dispositivo legislativo confrontando i testi giuridici di cui si è parlato con i dati riguardanti queste due eccezioni. Ritorniamo innanzitutto in Egitto: se riusciremo a fissare la data del privilegio concesso ai sacerdoti egiziani, conosceremo quella dell’editto di Adriano. Le cose diventeranno più chiare allora per la parte del conflitto che si gioca tra l’autorità imperiale e gli Ebrei.
Il destinatario del rescritto citato dal giurista Paolo a proposito del thlibias facere è identificabile: si tratta del proconsole d’Asia Ninnius Hasta, in carica dal 130 d.C.. Questo rescritto, che rinvia alla legislazione in materia di castrazione appare come un complemento a quello che è riportato da Ulpiano, e il cui destinatario rimane sconosciuto. Abbiamo dunque, per cominciare, un periodo di tempo compreso tra l’8 agosto 117 d.C., data dell’ascesa al trono di Adriano, e il 130 d.C.. Possiamo tuttavia datare con una maggiore precisione l’editto al quale si riferisce l’imperatore. La datazione deriva da quanto la papirologia ci fa sapere a proposito della carica di grande sacerdote di Alessandria e d’Egitto, procuratore romano che gioca un ruolo centrale nella procedura instaurata per l’attuazione del privilegio accordato agli Egiziani.
Lo studio dei documenti papiracei permette di osservare, e questa è una novità importante, che questa carica è stata istituita da Adriano tra il giugno e l’agosto del 120 d. C., verso la fine del quarto anno egiziano del suo regno: è la data che figura nell’editto del perfetto d’Egitto T. Hasterius Nepos riguardante il regolamento interno dei templi egiziani, un capitolo del quale è conservato nel papiro Fouad 10. Altri frammenti di un editto dello stesso prefetto riguardanti la medesima materia sono stati ritrovati nella collezione di Yale; il prefetto prendeva atto di una decisione dell’imperatore Adriano che “ha istituito il grande sacerdote dei divini Augusti e del grande Serapide e lo ha preposto ai templi d’Alessandria e d’Egitto”.
Poiché è praticamente certo che i due papiri appartengono ad un solo ed unico atto legislativo, la data rivelata dal papiro Fouad indica che la carica del grande sacerdote d’Alessandria e d’Egitto è stata istituita da Adriano all’inizio del 120 d. C. E poiché l’istituzione di questa carica non è svincolabile dal privilegio accordato al clero egiziano in materia di circoncisione, essendo l’editto che li privilegia databile all’estate del 120 d. C., l’editto che egli modificava deve essere dall’inizio dello stesso 120 d. C. Il rescritto che precisa la regolamentazione in materia di castrazione, riportato da Ulpiano risalirà ai primi anni del regno di Adriano, 118 o 119 d. C.
Grazie all’Egitto abbiamo dunque fissato la data dell’editto di Adriano che proibiva la circoncisione nell’Impero. Al tempo stesso abbiamo visto come sia stata subito regolata la parte della controversia che sorgeva a questo proposito tra il potere romano e il clero egiziano. Resta il conflitto tra questo stesso potere imperiale e gli Ebrei.
Una cosa è sicura. Gli Ebrei hanno dovuto aspettare il regno di Antonino Pio (138-161 d. C.) per beneficiare a loro volta di un privilegio simile a quello che Adriano aveva accordato agli Egiziani. La notizia viene da Modestino, l’ultimo giurista classico, che indica il successore di Adriano come l’autore di un rescritto che autorizzava gli Ebrei, senza dubbio verso il 150 d. C., a circoncidere i loro figli.
Il veto alla circoncisione
effetto della rivolta
Passiamo a un secondo punto, più delicato: i rapporti di causa ed effetto tra la proibizione della circoncisione e la rivolta di Bar-Kokhba che sollevò gli Ebrei contro l’impero romano dal 132 al 135. Secondo Dione Cassio, la rivolta avrebbe avuto come causa l’intenzione di Adriano di fondare una colonia romana, con un tempio pagano, nell’area di Gerusalemme. Invece, una frase della Vita di Adriano nell’Historia Augusta presenta la rivolta come una conseguenza del divieto della circoncisione: “Gli Ebrei a loro volta, nella loro impetuosità, iniziarono una guerra, poiché veniva proibito loro di tagliare le parti genitali” - quo vetabantur mutilare genitalia. Ma come è possibile che Adriano, sovrano realista, abbia potuto prendere una decisione che avrebbe avuto come immediata conseguenza, altamente indesiderabile dal punto di vista politico, una nuova insurrezione ebraica solo quindici anni dopo l’annientamento di quella del 115-117?
La proibizione in questione non farebbe parte piuttosto delle misure repressive, essendo le cause della rivolta da cercare altrove?
Alla luce della nostra inchiesta, è escluso che la proibizione della circoncisione sia stata una misura di ritorsione da parte di Adriano contro i rivoltosi: in effetti abbiamo visto che era anteriore di più dodici anni a questa rivolta e che non prendeva di mira esclusivamente gli Ebrei poiché era concepita come una misura generale su scala imperiale. Al contrario l’editto di Adriano ha potuto contribuire alla scoppio della rivolta. Senza esserne l’unica causa, né la più importante, come lascia intendere l’Historia Augusta, ha potuto essere la prima molla di un meccanismo che doveva mettersi in moto, quando nel corso del suo viaggio in Oriente nel 128 d.C.-130 d.C. Adriano decise di trasformare Gerusalemme in Aelia Capitolina.
Un testo rabbinico ci informa che “all’epoca di Bar-Kokba molti Ebrei si fecero circoncidere un’altra volta, ebbero figli e non morirono”. Si tratta di individui che, seguendo l’esempio offerto dai “modernisti” del tempo di Antioco Epifane, si fecero rifare un prepuzio attraverso un’operazione chiamata epispasmos, ancora in uso tra gli Ebrei ellenizzanti sotto l’alto Impero, secondo la testimonianza delle lettere paoline. Altre fonti rabbiniche riguardanti la stessa epoca, si riferiscono a misure ostili alla religione ebraica prese al tempo di Adriano, parlano di un “tempo di pericolo”, al quale si sostituisce altrove “il tempo dello sterminio” (shaat hashmad, letteralmente: “ora della distruzione”). Nello stesso contesto, il Talmud di Babilonia evoca un “decreto”, gezera, termine armeno che nel linguaggio dei rabbini indica correntemente delle decisioni rivolte contro il culto ebraico.
La gezera imperiale non è altro che l’editto di Adriano del 120 d.C. che estende alla circoncisione le sanzioni penali della legge Cornelia de sicariis, alla quale potrebbe rinviare parimenti il termine sikarikon nei Talmud. Si comprende facilmente che alcuni individui, mettendosi in sintonia con la legge romana, hanno dovuto ricorrere alla chirurgia estetica per avere, come avrebbe detto Erodoto, “un miglior aspetto”. Nell’entusiasmo della rivolta, se non sotto la costrizione di Bar-Kokhba, hanno rifatto la loro circoncisione, mentre il loro gesto veniva in seguito integrato nella discussione dei rabbini sull’utilità di una circoncisione reiterata, sotto il doppio aspetto religioso e medico.
Illogico agli occhi degli storici da un punto di vista politico, il comportamento di Adriano di fronte agli Ebrei potrebbe spiegarsi in un modo più prosaico con ragioni di procedura. In Egitto, il privilegio accordato ai sacerdoti prende in considerazione un rito di passaggio alla soglia della pubertà. Una lunga procedura per le autorizzazioni individuali, come quella che ci fanno conoscere i papiri, non è applicabile nel caso di un rito d’integrazione praticato su neonati di otto giorni. Il privilegio ebraico non poteva essere accordato che in blocco, per tutti i bambini maschi, cosa che non sarebbe stata priva di rischi per il rigore dell’editto imperiale. È questa difficoltà di ordine formale, piuttosto che una scelta personale, che ha fatto esitare Adriano davanti all’idea di accordare agli Ebrei quello che aveva appena accordato agli Egiziani. Antonino Pio è andato oltre, fissando dei limiti molto stretti all’eccezione di cui gli Ebrei avrebbero beneficiato. Queste esitazioni della legislazione imperiale gettano luce sulle motivazioni e sul suo scopo.
Ma perché l’imperatore Adriano volle inasprire ed estendere le misure decretate dai suoi predecessori? All’inizio del III secolo, il giurista Marciano, commentando la legge Cornelia nelle sue Istituzioni, ci offre retrospettivamente chiarimenti sulla finalità di questa legislazione: tendeva ad impedire la castrazione degli schiavi per uno scopo erotico o commerciale, libidinis vel promercii causa. Su questo punto i giuristi classici condividono con i poeti latini una tendenza nutrita dell’ideale stoico che contesta l’idea di uno schiavo naturale cara invece ad Aristotele. Essi prendono la difesa dello schiavo come essere umano e non esitano a dichiarare contraria alla natura l’istituzione stessa della schiavitù.
Il traffico di eunuchi per il servizio e il piacere dei ricchi aveva assunto sotto l’Alto-Impero dimensioni che resero necessario un intervento del legislatore. Quanto alla libido, si pensi a quelle dame romane di cui parla Giovenale: è per il piacere della sua padrona che un bel giovane è fatto eunuco. Come altri autori antichi, Giovenale sa, in accordo con la scienza medica, che la castrazione subita dopo la pubertà non annienta la capacità virile; egli biasima le svergognate che si procurano amanti, la cui sterilità è garantita, tra gli schiavi della loro famiglia, mentre i ragazzi operati troppo giovani, totalmente impotenti, che propongono i mercanti di schiavi, non presentano per loro alcun interesse. A lui si uniscono Marziale e Stazio che lodano Domiziano per la sua legge che impone un limite all’arbitrio e alla violenza dei padroni e alla cupidigia dei mercanti di schiavi.
Insomma, Adriano agì, sotto l’influenza di una certa filosofia greca, come il difensore dell’humanitas che egli invocava sin dal 119 d.C., quando dichiara, nella sua lettera al prefetto d’Egitto Q. Rammius Martialis, di interpretare “in un modo più umano” le decisioni degli imperatori che l’hanno preceduto, riguardanti in questo caso i diritti di successione dei figli dei soldati. La sua humanitas ispira le misure che apportano un miglioramento della condizione servile. L’antroprocentrismo costituisce la base sulla quale la giurisprudenza classica di età tarda si accinge ad elaborare una dottrina relativa alla mutilazione degli organi genitali.
Si considererà come acquisito che parlando di mutilare genitalia l’Historia Augusta usa un termine tecnico: si tratta di un crimine specifico, che è rappresentato da ogni intervento chirurgico tendente a modificare la naturale configurazione di questi organi per uno scopo commerciale o per la soddisfazione di piaceri sregolati (promercii aut libidinis causa), in qualunque modo avvenga, per recisione o per compressione dei testicoli (thlibias facere).
I testi tacciono sulla recisione del clitoride, ma l’ablazione del prepuzio resta assimilata alla castrazione. La sanzione di questo crimine si basa sempre sulla legge Cornelia, poiché le mutilazioni proibite erano considerate come attentati all’integrità fisica di un individuo paragonabili all’omicidio e all’avvelenamento. Questa sanzione comporta la pena di morte per i colpevoli comuni e il bando (deportatio) o l’esilio perpetuo (relegatio), accompagnato dalla confisca dei beni per i membri delle classi superiori (honestiores). Come nell’editto di Adriano, il chirurgo (medicus, il mohel ebraico) è punito con la morte.
Sono possibili delle eccezioni. La legislazione imperiale del II secolo d. C. proibiva la castrazione in ogni caso, con il consenso del soggetto, libero o schiavo, o contro il suo volere; l’autore delle Sentenze di Paolo non parla invece che di una castrazione imposta (hominen invitum). Questo lascia supporre che il diritto “tardo-classico” tollerava la castrazione volontaria. La modificazione del diritto in vigore su questo punto poté verificarsi dal II secolo, dopo la morte di Adriano. Giustino martire ci riporta il caso di un cristiano di Antiochia che sollecitava presso il prefetto d’Egitto L. Munatius Felix, dunque verso il 150-154, il permesso di farsi castrare, poiché i medici che aveva contattato a questo proposito gli avevano detto che non potevano farlo senza il permesso dell’autorità provinciale; pur essendo stata rifiutata l’autorizzazione, “egli è restato fermo sulla sua decisione avendo la coscienza tranquilla di fronte a quanti la pensavano come lui”. Come a dire che si castrò da solo. Origene farà lo stesso, senza apparentemente dover subire le conseguenze penali del suo gesto. Senza dubbio entrambi hanno preso alla lettera il testo del Vangelo secondo Matteo che parla di coloro che “si sono fatti eunuchi da soli per il regno dei cieli”.
Noi siamo meglio informati sulle eccezioni riguardanti la circoncisione. Poiché la mutilatio non era illegale se non quando era compiuta libidinis vel promercii causa, la circoncisione resta lecita quando è effettuata per uno scopo religioso, a condizione che questo sia espressamente formulato in un testo normativo. Il caso di Elagabalo, circonciso come sacerdote siriano del dio Sole, non rientra in questo quadro: principi omnia licet.
Le soli eccezioni che rimangono formalmente in vigore sono quelle che noi già conosciamo e che riguardano i sacerdoti egiziani e gli Ebrei. E sono rigorosamente limitative. Per gli Egiziani, l’eccezione è a favore solo dei figli dei sacerdoti in senso stretto, con esclusione del personale subalterno dei templi; per gli Ebrei, esclude i proseliti e gli schiavi che non sono di origine ebraica.
L’ansia di umanità ispirante la legislazione romana che cercava di proteggere l’integrità fisica dello schiavo non ha portato, lo sappiamo, all’abolizione della schiavitù a Roma. Non ha nemmeno impedito al proselitismo ebraico, pur lasciando un campo molto limitato alla pratica della circoncisione, di continuare a funzionare al margine dell’ordine legale. È sufficiente citare le costituzioni costantiniane che condannano la conversione all’ebraismo, ricordano agli Ebrei che è loro vietato circoncidere gli schiavi che non siano ebrei di nascita e minacciano la liberazione degli schiavi non ebrei vittime di circoncisione.
Proibendo la circoncisione, e poi rendendo legalmente impraticabile la conversione all’ebraismo, il diritto romano ha gravato con tutto il suo peso sulla trasformazione dello statuto personale degli Ebrei operata dalla Michna verso il 200 d. C. per i secoli successivi. Nel I secolo d. C., una tal principessa erodiana poteva sposare un pagano se questi si faceva convertire, cioè se accettava di farsi circoncidere e si impegnava ad osservare per il futuro i principi dell’ebraismo. Dopo l’editto di Adriano del 120 d.C. questo genere di legame diventava impossibile e Antonio Pio non ha cambiato niente a questo riguardo: la circoncisione indispensabile per la conversione all’ebraismo, in vista del matrimonio o per “puro” proselitismo, è ormai illegale.
Dopo le grandi catastrofi della fine del I secolo d. C. e della prima metà del II, la situazione demografica ebraica è di crisi mortale per la scarsezza di uomini. In un regime familiare che a una stretta monogamia combinava il principio in virtù del quale la condizione del bambino era determinata da quella di suo padre, un uomo che aveva una figlia da sposare e che non trovava per lei un marito ebreo doveva rassegnarsi all’idea che i suoi nipoti, nati da madre ebrea e da padre non ebreo, sarebbero stati a loro volto non ebrei. Alla lunga, si trattava di una shoah demografica. Per sfuggire a questo pericolo, si rese necessario trasferire alla sola madre la responsabilità per la sopravvivenza del popolo ebraico. La discendenza patrilineare fu sostituita da quella matrilineare, in accordo con la norma romana secondo la quale il bambino segue lo statuto di sua madre (partus matrem sequitur).
Quanto ai cristiani, la legislazione imperiale ha sostenuto e accelerato il processo, cominciato alla metà del I secolo che doveva condurre la originaria setta ebrea dei discepoli di Gesù di Nazareth a diventare una religione universale, più greca che mosaica. La comunità ebreo-cristiana di Alessandria è scomparsa durante la guerra del 115 d.C.-117 d.C.. Quella di Gerusalemme è sopravvissuta alla catastrofe del 70 d.C.; è solo dopo la rivolta di Bar-Kokhba che nella nuova città di Aelia appare un primo vescovo pagano-cristiano. In seguito, si troverà sempre qualche cristiano praticante la circoncisione, senza attribuirvi un’importanza fondamentale – i nazareni nel IV secolo, i passagini nel XII, i Copti d’Egitto e d’Etiopia oggi. Ma come realtà umana gli ebreo-cristiani erano condannati a sparire, come lo furono anche altre sette ebraiche - i sadducei, gli esseni, gli zeloti. Nel futuro, l’ebraismo farisaico, unico sopravvissuto del molteplice mondo ebreo dell’epoca del Secondo Tempio, dovrà affrontare la diffidenza e l’ostilità crescente della Chiesa nate dal mondo pagano. (...)
cortedelgaiosapere.forumcommunity.net
Articolo letto: 1100 volte (20 Giugno 2012)




Rispondi Citando