I diversi populismi che si contendono il Paese
Con i venti di recessione che spirano in tutta l’euro – zona, e con l’incubo dell’estendersi della recessione anche negli Stati Uniti (cosa che avrebbe un effetto devastante anche in Europa), diventa sempre più urgente immaginare un profilo dell’Europa molto diverso dalla fisionomia attuale. Il nostro è un continente che ha fatto la storia del globo, che ha svolto un ruolo centrale nell’approdo alla modernità, che è stato anche, lo sappiamo, teatro di grandi tragedie e ingiustizie e che, tuttavia, non ne hanno stravolto l’identità essenziale. Sul piano sociale, su quello istituzionale, nella cultura e nel progresso civile, l’Europa resta l’area del mondo, pur con gli squilibri interni che persistono, che complessivamente è andata più avanti nella storia dello sviluppo umano. E’ innanzitutto il modificarsi, su scala globale, di questa sua collocazione strategica che determina, prima ancora della contingenza economico – finanziaria, la crisi strutturale di un continente abituato, pur nelle sue differenze, ad essere centrale. Nessuno oggi in Europa può farcela da solo,neanche una potenza economica come la Germania. Pensare di portare il nostro Paese fuori dall’euro o persino dall’Unione vuol dire sottostare ad una visione angusta in cui manca la percezione del mondo contemporaneo e della crescita in esso di nuove gerarchie economiche e politiche. Se l’Europa non trova una nuova strada di progresso economico e civile non solo i dati sulla disoccupazione (soprattutto delle giovani generazioni) non si invertiranno ma sarà il ruolo stesso di questa parte del globo a perdere, non solo economicamente dunque, incisività e peso.
Le politiche di austerità tese a far fronte agli alti tassi di debito pubblico, soprattutto dei Paesi cosiddetti periferici, sembrano sempre di più del tutto inefficaci (e socialmente dannose) a far fronte agli stessi abbattimenti dei deficit pubblici, e rischiano di trascinare l’Europa in una spirale recessiva difficilmente superabile, con conseguenze inimmaginabili per la sua tenuta competitiva nei confronti dei nuovi grandi colossi che, e per fortuna, emergono da condizioni precedenti disastrose.
Istruzione, cultura,formazione, innovazione, infrastrutturazione di qualità,sviluppo sostenibile, unitamente all’ammodernamento dei sistemi di protezione e ammortizzazione sociale e allo sviluppo qualitativo nei servizi, tornano ad essere nuovamente i grandi fattori competitivi.
Le politiche, le risorse finanziarie, le necessarie sinergie, che servono per questo vero e proprio new deal continentale non possono che essere concentrate in un processo di integrazione che vada nella direzione esplicita di una Europa Federale, così come la immaginarono i principali esponenti dell’europeismo democratico.
Significa questo puntare, in questo passaggio difficile della vicenda del Paese e dell’Europa, sulle culture del “ socialismo europeo “. Qui da noi la vicenda delle intercettazioni della telefonata tra il Capo dello Stato e Mancino sta diventando, invece, il terreno principale in cui rischia di disputarsi la prossima competizione elettorale. Non si tratta più, ormai è chiaro, di un incidente di percorso. E’ piuttosto il terreno privilegiato sul quale puntano a giocare la partita i (contrapposti ?) populismi che si contendono il Paese.
Veleni e contrapposizioni trasversali e occulte non mancano, immagino, in nessun Paese. Dovunque lo scontro per il potere, come è ovvio, si combatte con asprezza e senza esclusione di colpi. E tuttavia, dalla Francia alla Grecia, altrove il conflitto principale si svolge su grandi discriminanti economiche e sociali. E nelle recenti tornate elettorali dei due Paesi citati ha vinto chi, al di là dei diversi orientamenti (anche rafforzati da una opinione sovranazionale fortissima come nel caso della Grecia), ha maggiormente persuaso gli elettori sulla propria ricetta per affrontare la crisi e rilanciare il Paese. Sembra un paradosso ma il nostro Paese, che pure ha conosciuto un livello di civiltà politica straordinaria, che ha visto il realizzarsi di un compromesso costituzionale tanto avanzato e saggio, che ha visto grandi partiti di massa pur nella competizione guidare lo sviluppo economico e sociale, appare oggi quello più colpito nella sua cultura e tenuta democratica.
Serve a poco star qui a polemizzare con questo o quel protagonista odierno. Il dato è che è passata nelle culture del Paese e nei comportamenti sociali (prima ancora che in alcune rappresentanze) una ventata di protesta che, muovendo da fenomeni di indignazione spesso anche giustificati e legittimi, si è trasformata, complice l’abile regia di alcuni media e di alcuni “poteri”, in una pretesa supponente di liquidare la democrazia rappresentativa. Come ho scritto altre volte è un nodo che, con la rivoluzione della comunicazione intrecciata a quella dell’economia, non è solo un problema nostro. Ma qui assume le caratteristiche più sguaiate e dirompenti. E come se l’esercizio di controllo del potere, che i nuovi sistemi di comunicazione oggi rendono possibile, si fosse rovesciato esso stesso nell’esercizio di un potere incontrollato e smisurato che ha come obiettivo la liquidazione della democrazia politica, così come l’abbiamo conosciuta dalla liberazione ad oggi. Per questo sembrano convergere ( ed effettivamente convergono ) culture politiche tra loro contrapposte. In un modo o nell’altro si tratta di istanze maturate fuori e contro la cultura costituzionale. E’ qui che può avvenire l’incrocio tra un populismo che ha le sue radici profonde in una visione antidemocratica e anticostituzionale, tipicamente di destra, diciamo pre liberazione, un populismo, quello di Berlusconi e dei suoi media, un po’ vetero craxiano da “grande riforma”, un populismo liberale integralista e perfino un populismo di estrema sinistra, di matrice anarchicheggiante che, anche quando si è autodefinito “comunista”, mai in realtà ha metabolizzato i caratteri essenziali del comunismo togliattiano, italiano e costituzionale.
Sbaglia chi crede che la sfida sia facile. Il nostro è un Paese che se si esclude la non breve parentesi democratica che dalla liberazione è arrivata fino ai tardi anni ’80, ha conosciuto lunghi cicli di plebiscitarismo e di totalitarismo. E che troppo poco ha maturato in se perfino il senso della unità e della coesione nazionale.
Siamo a un bivio drammatico. Per questo non è consentita quella specie di ricreazione permanente che spesso regna a sinistra. Gli errori, intendiamoci, non mancano. E nello stesso scenario europeo quanti danni hanno fatto gli anni della illusione blairiana e neo liberista?
E tuttavia, e non solo perché sembra esserci in tutta Europa tra i “socialisti” una ricerca nuova, non è consentito sbagliare schieramento. La contesa tra i contrapposti populismi si svolge sulle spoglie inermi del Paese, inietta veleni mortali nelle vene della nostra fragile democrazia, appare del tutto indifferente al destino comune dell’Europa. E vive degli egoismi e le paure di larga parte delle popolazioni. Certo, anche delle loro sofferenze. Che non troveranno, però, in quella direzione, come la storia ci insegna, alcun sollievo. E’ vero, per stare dalla parte giusta in questo scontro occorrerà fare qualche sacrificio programmatico, non intendo negarlo. Voglio evitare il velleitarismo di chi crede che si possono ottenere chissà che risultati. E sappiamo che anche nello schieramento giusto persistono contraddizioni, istanze conservatrici e perfino scampoli di culture che provengono dall’altro versante. Ma, come direbbe il vecchio Mao, ciò che conta è il prevalente. E a chi insinua che scegliere in questo senso vuol dire andare verso chi vince dico attenzione. Al contrario occorre muoversi con questa responsabilità e serietà proprio perché, semmai, comincia ad esserci aria di sconfitta.
Vito Nocera - redazionale
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