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Discussione: [*] Biblioteca Repubblicana [*]

  1. #101
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    Predefinito Re: [*] Biblioteca Repubblicana [*]

    R. Bracalini, “Mazzini. Il sogno dell’Italia onesta”, Mondadori, Milano 1992





    A distanza di oltre un secolo dall’unificazione, la storia del nostro paese vede, come Mazzini aveva pronosticato, nuovamente gli italiani gli uni contro gli altri, con Nord e Sud separati da un accresciuto divario economico e culturale, e il progetto risorgimentale torna così ad essere oggetto di discussione. Tesi centrale di questo libro è che l’Italia voluta da Mazzini avrebbe avuto miglior fortuna se il suo sogno fosse stato sostenuto con maggiore consapevolezza e coraggio. Mazzini fu veramente un uomo solo contro tutti: contro il realismo cinico di Cavour e della dinastia sabauda, l’oscurantismo della Chiesa, l’opportunismo dei francesi, ma soprattutto contro la coscienza intorpidita e la mancanza di solidarietà degli italiani, che preferirono affidarsi all’alleanza Trono-Altare anziché trovare la forza di liberarsi da soli. Rigoroso con se stesso e con gli altri, passionale e malinconico insieme, esercitò nei confronti dei suoi contemporanei un indiscutibile fascino, e tuttavia fu calunniato, perseguitato, tradito anche dai suoi stessi compagni: solo le donne non lo tradirono mai, catturate dal suo sguardo, dalla sua voce melodiosa, dal suo coraggio, ma soprattutto dalla fragilità e dalla dolcezza che intravedevano sotto il suo atteggiamento deciso. Amato e odiato con la stessa intensità dai suoi contemporanei, spesso criticato e frainteso dagli storici, questo personaggio così animalo, così poco italiano nel suo idealismo e nella sua intransigenza morale, trovò in Europa prima che in patria chi seppe apprezzare le sue idee profondamente nuove, originali, in anticipo sui tempi. Oggi, finalmente, il suo messaggio di fratellanza universale, di crescita morale e civile, appare più che mai attuale anche nel suo paese, ed è facile riconoscere nell’Italia corrotta e inaffidabile che ben conosciamo quella che già allora Mazzini aveva combattuto. Eroe “scomodo” della nostra storia, nemico dei compromessi e degli opportunismi di ogni colore, Mazzini ritrova, in questa biografia appassionata e rivelatrice, la sua vera grandezza.


    Dalle note di copertina
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    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

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  2. #102
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    Predefinito Re: [*] Biblioteca Repubblicana [*]

    G. Spadolini, "Cultura e politica. Gobetti, Albertini ed altri saggi", Edizioni della Voce, Roma 1976




    Premessa di Giovanni Spadolini


    Da Gobetti a La Malfa: sono dodici capitoli di una storia intellettuale dell’Italia moderna, nel tormentato rapporto fra politica e cultura. Nel mezzo di questa galleria di ritratti: storici come Salvatorelli e giuristi come Ruffini, giornalisti come Albertini e politici come Sforza, umanisti lottatori come Salvemini e poeti disincantati come Montale, maestri come Einaudi e polemisti combattenti per un’Italia più civile come Giovanni Conti, ombre di amici scomparsi come Mario Ferrara o Mario Pannunzio. Frammenti o abbozzi di quello che è stato nell’ultimo cinquantennio il panorama variegato, spezzato, contraddittorio e sempre oscillante dell’incontro, e di una rara felice sintesi, fra l’impegno politico e le battaglie culturali o civili. A diversi ma sempre significativi livelli di responsabilità.
    La data di nascita del libro coincide con la data di nascita dell’autore. È il 1925, l’anno in cui chiude la “Rivoluzione liberale”, in cui si stampa, l’8 novembre, l’ultimo introvabile fascicolo del periodico coraggioso ed intrepido (il tema che ispira il primo capitolo del volume, e giustifica la ristampa dell’ultimo articolo gobettiano). È anche l’anno in cui Luigi Albertini – sempre il novembre del 1925 – si congeda dalla guida del “Corriere della Sera”, prende commiato dai suoi lettori dopo i venticinque anni più belli di quel secolo che il “Corriere” ha compiuto pochi mesi fa. Il venticinquennio che Corrado Alvaro ripropone nello straordinario “quasi-inedito” che integra, al capitolo secondo, questo volume.
    Non a caso Gobetti e Albertini – un cinquantenario e un centenario – aprono il sottotitolo di questo volume destinato alle “Edizioni della Voce”, come testimonianza di una fede antica nel nesso, infrangibile, fra cultura e libertà, contro tutti gli antichi inganni, contro tutti i nuovi equivoci (nel 1950 firmavo con Silone – non eravamo in molti – il manifesto per la libertà della cultura contro gli opposti e quanto arroganti dogmatismi). E in quello stesso 1925, giugno, un giovane appena ventiduenne portava un saluto al primo ed ultimo congresso dell’Unione nazionale fra le forze liberali e democratiche che commuoverà Giovanni Amendola, già alle soglie della morte (“una delle poche voci di speranza” nel panorama sconfortante di allora). Quel giovane era Ugo La Malfa, emigrato da Palermo e studente a Venezia.
    Queste pagine oggi raccolte si ricollegano a un libro che mi è caro, “Autunno del Risorgimento”, e ne rappresentano l’ideale continuazione. Con le stesse malinconie, ma anche con le stesse intransigenze. Non a caso molti dei capitoli che propongo all’attenzione dei lettori riprendono temi o approfondiscono taluni dei motivi comuni agli anni lontani di direzione del “Carlino” e a quelli più vicini del “Corriere”, e agli altri, recentissimi, non meno impegnativi sul piano dell’impegno politico e culturale, della presidenza della Commissione pubblica istruzione del Senato o di fatica “costituente” del ministero per i beni culturali e ambientali, il ministero che ho avuto l’onore di tenere a battesimo durante il bicolore Moro-La Malfa. Da Palazzo Carpegna, collegato a Palazzo Madama, al collegio Romano.
    Rivive, in queste pagine, il mio lungo sodalizio con Luigi Salvatorelli, l’ultimo dei grandi storici della vecchia generazione. E una serie di ricordi, e di impressioni, di Einaudi giornalista: l’uomo che avrebbe preferito (e lo confidò a me, una volta) la carica di direttore del “Corriere della Sera”, ma nel senso albertiniano, con tutte le garanzie – di una direzione “monarchica” – alla stessa presidenza della Repubblica, gestita con tanta esemplare cura, con tanto sottile e mai arrendevole discrezione. Ancora il profilo di uno degli ultimi grandi del liberalismo post-risorgimentale e pre-fascista, di Francesco Ruffini: rivisto nella tematica che gli fu più cara, la critica e la contestazione, dall’interno del Concordato del ’29, il richiamo alle regole della libertà religiosa inseparabili dalla religione del Risorgimento e ritornate di attualità in Italia dopo la prova, tanto carica di spunti e di vibrazioni risorgimentali, del referendum abrogativo del divorzio. E il resto.
    Storia e vita. Ci sono alcune pagine sulla evoluzione del “repubblicanesimo italiano” che, attraverso i lontani scritti del “Mondo”, la prima stesura di un periplo ideale del mazzinianesimo post-risorgimentale, mi riportano alla cara, riservata figura di Giovanni Conti, l’appassionato collezionista di prezioso e introvabile materiale sul movimento repubblicano, alleato insostituibile nelle esplorazioni archivistiche e documentarie che mi consentiranno, agli inizi degli anni cinquanta, la ricostruzione delle origini del partito repubblicano.
    Anni nei quali tutti gli studi sulla storia dell’Italia contemporanea riserbavano pochissimo spazio alle correnti di opposizione democratica, dai repubblicani ai radicali, dedicando una particolare attenzione – sulla sponda di sinistra – al solo partito socialista.
    È presente, fra tanti ritratti, quello di Mario Pannunzio, il direttore del primo e inimitabile “Mondo” che teneva dietro la scrivania l’immagine di Camillo Cavour, che rivendicava nell’Italia degli anni quarantanove, solcata dai miti della maggioranza assoluta alternati a quelli del frontismo, la perenne validità delle lezione liberal-democratica, quale risultava per lui da una “conciliazione” di Croce e Salvemini, da un innesto, singolare e caratterizzante, fra storicismo crociano e problemismo radicale e salveminiano.
    Quell’innesto si prolunga non a caso nell’ultimo protagonista del libro, Ugo La Malfa. Profeta inascoltato di una “Caporetto economica” che non è stata ancora arginata né nella realtà delle scelte collettive né nell’intimo delle coscienze individuali.


    Giovanni Spadolini – Maggio 1976
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    Predefinito Re: [*] Biblioteca Repubblicana [*]




    Questa relazione è stata scritta fra dicembre 1983 e gennaio 1984. È aggiornata fino al 31 gennaio 1984. Come già feci nel congresso di Roma, gli avvenimenti successivi saranno oggetto di una nota ulteriore che presenterò al Congresso.
    Il volume “I repubblicani partito della democrazia. Per il risanamento morale, istituzionale ed economico della repubblica” si associa intimamente all’antologia delle interviste della “Voce Repubblicana” sullo stesso tema del “partito della democrazia”. Interviste che continuano e che poi a fine anno saranno raccolte in un più ampio volume della “Voce”, che è complemento indispensabile di questo.
    Licenzio queste bozze nel momento in cui sto rileggendo l’intervista che Francesco Alberoni ha rilasciato a Paolo Bonetti per la “Voce Repubblicana”. Nel quadro del giudizio sui partiti, questo è il parere di un uomo che ha sempre seguito con atteggiamento critico gli sviluppi della vita italiana in questi anni, e che si associa intimamente al giudizio di Norberto Bobbio, affidato anch’esso alle colonne della “Voce Repubblicana”.
    Aveva detto Bobbio: “Nella nuova democrazia repubblicana, la ‘terza forza’ non può più avere le caratteristiche dei vecchi gruppi notabilari della democrazia liberale pre-fascista, ma conserva tuttora una funzione insostituibile, anche se adeguata alla mutata situazione storica: il ‘partito della democrazia’, il partito di La Malfa e di Spadolini, nell’era dei partiti di massa, non è più un partito di coagulo al centro contro le due estreme, ma, come ha più volte detto il segretario del PRI, un partito cerniera fra due schieramenti politici potenzialmente alternativi, alla maniera del partito liberale tedesco, senza il quale né i democristiani né i socialisti possono governare, poiché rappresenta settori economici e culturali fondamentali per l’equilibrato sviluppo di una grande democrazia industriale”.
    Ed ecco il giudizio di Alberoni, dopo un riconoscimento al “forte impatto con l’opinione pubblica” garantito dalla leadership repubblicana: “La gente percepisce il PRI ormai come il vero centro ideale del sistema politico italiano, come il partito garante delle istituzioni, disposto anche a sacrificare una propria fetta di potere purché il sistema funzioni. È il partito della ragione illuministica e della razionalità laica, il partito che ha coerentemente rifiutato la demagogia anche quando trionfavano i miti e l’emotività. Spadolini e il suo gruppo dirigente insistono continuamente sul fatto che è il partito dell’efficienza e del pragmatismo, ma anche quello della questione morale: in questo modo lo hanno collocato al centro dello schieramento politico, più al centro di tutti gli altri gruppi, compresa la DC. Mi sembra strano, per non dire impossibile, pensare oggi ad equilibri politici che escludono il partito repubblicano. Poiché questo partito occupa ormai il centro morale e culturale della società italiana, è naturale che in esso confluiscano persone di tutte le età e di tutte le professioni e ceti sociali. Il PRI è ormai in grado di realizzare una forma di interclassismo laico, più moderno e dinamico di quello sclerotico della Democrazia cristiana, purché sappia darsi strutture organizzative adeguate alla sua nuova consistenza elettorale. C’è un ‘ethos’ repubblicano che fa presa su strati sociali sempre più vasti”.
    È in nome di quell’ “ethos” repubblicano che noi guardiamo con fiducia al “grande avvenire” preconizzato da Ugo La Malfa.


    Giovanni Spadolini


    Avvertenza a G. Spadolini, “I repubblicani partito della democrazia. Per il risanamento morale, istituzionale ed economico della Repubblica. 1981/1984. Relazione del segretario al 35° congresso nazionale del PRI a Milano”, I quaderni del PRI, Roma 1984, pp. 5-6.
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    Predefinito Re: [*] Biblioteca Repubblicana [*]

    G. Galasso, “Storia d’Europa”, 3 voll., Laterza, Roma-Bari 1996.


    Questo lavoro vuole appagare il bisogno di capire, fin dov’è dato, che cosa sia stata l’Europa, le sue radici, i suoi svolgimenti, senza farsene un mito o una filosofia, ma anche senza decampare dal suo orizzonte o, meno che mai, ripudiarne tradizioni e ragioni. Un bisogno a cui non poteva venire incontro che la storia, questo modo di essere e di operare del pensiero così tipicamente, genialmente, fecondamente europeo, del quale l’Europa stessa ha originalmente inventato (o, se si vuole, scoperto) e teorizzato la dimensione, i moduli, i metodi. Il modo più europeo – difficile negarlo – di considerare le cose e le prospettive europee quali i secoli e i millenni le hanno atteggiate.
    Ciò impone di conciliare storia e geografia, perché non basta costituire un’entità geografica per dare luogo “ipso facto” a un’entità storica e perché quella che si è finito con l’intendere come Europa geografica, solo in epoca recente è venuta a coincidere con l’Europa, di cui da tempo e tempo parlavano storici, politici, pensatori, artisti, studiosi. Impone di connettere fra loro storie che si sono svolte spesso al di là o a lungo legate a un ambito molto più ristretto del quadro geografico europeo come poi è stato inteso. Impone di dare qualche unità di successione non solo temporale e di svolgimenti non solo sincronici a storie che si sono succedute o affiancate seguendo logiche, vocazioni, esperienze molto diverse fra loro, tendenzialmente riluttanti a considerazioni assimilanti o analogiche.
    Ma questa è, appunto, la sfida della storia europea, alla quale viene data qui una risposta organica, approfondita, complessiva.


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    G. Pescosolido (a cura di), “Francesco Compagna meridionalista europeo”, Lacaita, Manduria-Bari-Roma, 2003.


    Francesco Compagna, a vent’anni dalla sua scomparsa, si presenta con sempre maggiore evidenza come figura di primo piano della vita intellettuale, politica e sociale dell’Italia del dopoguerra e come uno degli esponenti in assoluto più importanti dell’intera storia del meridionalismo e della questione meridionale. Nella sua opera di studioso, giornalista, uomo politico e di governo, seppe raccogliere l’eredità delle due grandi linee di pensiero che, da De Sanctis e Cattaneo, conducevano, rispettivamente, a Croce e Salvemini. Da esse trasse l’orientamento di fondo, ideale e pratico, nella sua battaglia per i valori politici e morali della civiltà liberale e per l’analisi e la ricerca di soluzioni alla complessa problematica meridionale, grande nodo irrisolto della storia politica ed etico-civile dell’Italia unita.
    Fu tra gli ultimi eredi di quella tradizione dell’illuminismo e del liberalismo meridionale, che era l’unica, secondo Croce, della quale il Mezzogiorno potesse “trarre intero vanto” e fu guida di primo piano per quanti nel dopoguerra, nonostante l’infuriare di processi e revisionismi di ogni genere della storia nazionale unitaria, continuarono con fermezza e riaffermare e difendere l’immenso contenuto di progresso etico e civile della tradizione risorgimentale.
    Il suo meridionalismo, riformista e liberale, strettamente collegato al pensiero e all’azione politica di Ugo La Malfa, rimase sempre un riferimento fondamentale per quanti, contro lo scarfoglismo, il laurismo, i rigurgiti borbonici, i processi al Risorgimento di matrice gramsciana, i miti della civiltà contadina, le tentazioni mediterranee e antieuropee, che attraversarono in vario modo e a più riprese la vita del Mezzogiorno e dell’Italia dagli anni Cinquanta in poi, continuarono a credere che il riscatto del Sud potesse avvenire solo nella cornice dello stato unitario e del suo pieno inserimento nell’alveo della civiltà moderna, democratica, europea.


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    Predefinito Re: [*] Biblioteca Repubblicana [*]





    AA. VV., “La democrazia repubblicana di Giovanni Conti”, Edizioni della Voce, Roma 1968.


    INTRODUZIONE

    I lettori di questo volume che raccoglie gli scritti del numero speciale che la “Voce Repubblicana”, nel marzo dello scorso anno, dedicò al suo fondatore, soprattutto i lettori che non appartengono al pubblico tradizionalmente repubblicano, forse rimarranno stupiti della mole del volume stesso e della ricchezza dei contributi dedicati alla personalità e all’opera di Giovanni Conti. E si chiederanno: perché tanto impegno nel tentativo di ricostruzione di una figura che, per esempio, le giovani generazioni conoscono appena di nome? È vero: Giovanni Conti non apparteneva al novero del grandi intellettuali che hanno in qualche misura formato lo spirito della nuova Italia; non fu uno statista che abbia in qualche momento guidato il governo della nazione; non fu un grande giurista i cui scritti rimangono a fondamento di una scuola o di una corrente; e non fu certamente un economista che avesse il gusto per i problemi della politica economica moderna.
    Ma quando si fa azione politica è necessario veramente essere catalogati in queste fredde categorie ufficiali ed accademiche, di intellettuali, statisti, economisti, giuristi, per avere un rilevante posto e un fondamentale significato nella vita pubblica e, poi, nella storia politica e morale del proprio paese?
    Giovanni Conti fu un grande democratico, un grande spirito della democrazia. E appena ci si liberi dall’impressione di quel tanto di negativo che su questo aggettivo e su questa definizione hanno gettato il realismo crociano e quello marxista, in non ingiusta polemica contro il generico democraticismo di oratoria che copriva molto spesso reale angustia conservatrice; e quando si riconsideri il valore che tendiamo oggi ad attribuire alla democrazia come esperienza di rapporti sociali e come unica possibile concezione di vita libera nella società moderna, in questo stesso momento si realizza anche la ragione per cui il nome di quest’uomo ricco di cultura e convinzioni, di questo organizzatore politico che spingeva all’affermazione del senso dell’individualità nella creazione di strutture d’azione collettive, appartiene profondamente al nostro presente e rappresenta nel nostro passato una di quelle grandi figure del movimento democratico che lasciano poche impronte ufficiali ma molte sicure indicazioni politiche e istituzionali, molteplici opere concrete e straordinaria eredità d’affetti. Tutto ciò, in fondo, che, nella sua concretezza riformatrice e nella sua ricerca di modelli ideali ma inevitabilmente transeunti, la democrazia può chiedere per assicurare grandezza di figura.
    La figura di un grande democratico esce infatti dalle pagine che i molti collaboratori di questo numero speciale ci hanno consegnato. Essi ci dicono in modo sorprendente univoco perché egli appartenga al nostro presente: per la sua idea e il suo senso dello Stato, per la sua ricerca di chiarezza e di concretezza pragmatica nell’azione politica, per la natura del rapporto democratico che egli cercava, per il senso profondissimo che aveva dell’importanza essenziale della cultura, per la concezione stessa del partito, come partito libero, spregiudicato, severo, di avanguardia, capace di azione e non di mera tattica di schieramento. Così come essi ci dicono che cosa abbia rappresentato nel nostro passato, cioè la continuazione nell’azione politica e culturale della più seria e sostanziosa corrente di pensiero del Risorgimento, quella cattaneana; la parte migliore della tradizione repubblicana, in seria e talvolta drammatica lotta contro altre tradizioni, nazionalistiche, retoriche, settarie, che pure sono state vive in esso, distorsioni di grandi insegnamenti e di grandi nomi.
    Tuttavia, non è qui, nell’analisi dei suoi meriti di intellettuale, di uomo politico e di organizzatore che ci sembra si debba cogliere la sua figura, di cui non dobbiamo neppure ignorare, e criticamente ciò appare anche in questo volume, limiti ed errori. È, complessivamente, la figura di un grande democratico del nostro tempo che esce da queste pagine: un democratico moderno non per sue proposte di soluzioni tecniche a problemi specifici – perché anzi, in questo talora egli mancò – ma per concezioni e metodi di fondo, per ispirazione e comprensione di che cosa è, nella sua concretezza, la democrazia, di che cosa può essere nella vita; soprattutto nella vita della gente di un paese in parte povero e sottosviluppato come il nostro. E non si spiega altrimenti l’affetto, che non avrebbe senso se fosse mero atteggiamento sentimentale, da cui si è trovato sempre illuminato e che ancora lo circonda. E neanche si spiegherebbe altrimenti l’impegno che da tutti è stato posto in queste pagine, per spiegarci in modo critico perché un nucleo non indifferente di dirigenti politici e il gruppo politicamente organizzato dei democratici – il che ha un peso, evidentemente – sente vive la sua figura.


    Adolfo Battaglia
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    G. Spadolini, “Il mondo di Giolitti”, Le Monnier, Firenze 1969

    L’Italia dalla crisi di fine secolo alla marcia su Roma. Un protagonista: Giovanni Giolitti. Un nuovo metodo di governo davanti alle lotte fra capitale e lavoro: neutralità e quasi impassibilità dello Stato, non più strumento di parte, e di una sola parte. Il liberalismo che rinuncia agli stati d’assedio, che apre alle forze prementi dal basso, alle grandi correnti dell’opposizione extrarisorgimentale, socialisti e cattolici. In un tentativo di mediazione illuminata che si infrangerà sugli scogli della guerra e del fascismo.
    Ecco lo sfondo su cui si muove il nuovo libro di Spadolini: un affresco della vita culturale e sociale italiana nel corso di trent’anni di storia. È il mondo di Giolitti rievocato e rivissuto come ‘mondo d’ieri’, come mondo di valori morali e civili discreti e riservati, senza ostentazioni e senza violenze. Complemento ideale dell’altro volume dedicato da Spadolini allo statista di Dronero, “Giolitti e i cattolici”, non meno che approfondimento e ripresa, sul filo di una tesa attività saggistica, di tutti i motivi fondamentali riflessi nell’arco di un’intera opera storica, dal lontano e attualissimo “Papato socialista” all’ “Opposizione cattolica da Porta Pia al ‘98”, agli studi su “Repubblicani e Radicali” come versante dell’opposizione laica, senza contare l’ormai famosa “Firenze capitale” uscita in questa stessa collana.
    Tre parti: ‘saggi giolittiani’; ‘saggi crociani’; ‘il mondo di Giolitti’. Ventisei capitoli più un’appendice e alcuni contributi documentari su fonti inedite: il tutto dedicato ai problemi e alle figure emblematiche dell’epoca giolittiana. I grandi scioperi generali dei primi anni del secolo, da Firenze a Milano, domati con arte da maestro, senza scosse o involuzioni reazionarie. Una larga attenzione al problema religioso, al dramma dei rapporti fra Chiesa e Stato dal ’70 ad oggi, dominante in tutti i libri di Spadolini. Giolitti di fronte al liberalismo, al socialismo, al cattolicesimo. Le opposizioni anti-giolittiane, da Salandra alla destra sonniniana, non meno che le tenaci fedeltà giolittiane, da Turati a Luzzatti. Il dibattito storiografico sul giolittismo, da Croce a Salvemini, e il raccordo fra il crocianesimo e la società civile. La politica estera dell’Italia liberale post-crispina, da Visconti-Venosta a Tittoni. Una serie di ritratti in cui Spadolini ha meglio riassunto la sua visione della vita e del mondo, da Einaudi a Gobetti allo stesso De Gasperi, serie che vale come “trait d’union” fra storia e politica, fra meditazione sul mondo e impegno nel mondo. Una nuova, e quasi riassuntiva, testimonianza di venti anni di attività storiografica e di impegno civile illuminati da un costante richiamo, mai smentito, alla religione della libertà.

    NELLA SOPRACOPERTA: una caricatura dell’ “Asino” di Podrecca, della fine del 1903, dedicata al fallimento del tentativo di Giolitti di imbarcare socialisti e radicali nel suo nuovo ministero. ‘Questa volta il topo non c’è cascato’: la trappola dell’apertura a sinistra non ha funzionato. Di qui lo sguardo, corrucciato e infastidito, di Giolitti mentre il topo, cioè l’estrema sinistra, si rifiuta di entrare nella sua ‘gabbia’. Visione anticipatrice di altri fallimenti che avrebbero portato, vent’anni dopo, all’avvento della dittatura per divisioni e per incomprensioni non troppo dissimili.

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    VENTI MESI DI GUERRA PARTIGIANA

    Rapporto tenuto all'Eliseo di Roma da Ferruccio Parti rappresentante il PARTITO D'AZIONE nel Comitato di Liberazione Nazionale

    Ferruccio Parti, nato a Genova nel 1890, combattente nella grande guerra, combattente nella lotta contro il fascismo, combattente nelle epiche lotte partigiane, fu sempre in prima linea; generoso, modesto, eroico ogni vota fu necessario mettere a rischio la vita per il trionfo della giustizia e della libertà.
    Tre volte ferito, tre volte decorato di Medaglia d'argento al valore, insignito della Croce di Guerra francese, fu nel direttorio, dal 1919 al 1925, nell'associazione combattenti. Giornalista, avversò il fascismo fin dal suo sorgere con gli scritti e con l'azione. Con Rosselli e Pertini organizzò la fuga da Milano in Corsica di Filippo Turati, braccato dai fascisti. Patì carcere e confino a più riprese; che, appena liberato, riprendeva tenace le lotta contro la tirannia. Fu tra i fondatori del Partito d'Azione, di cui nel maggio 1945 fu rappresentante nel C.L.N.A.I.
    Dopo l'8 settembre 1943, a Milano, animò e organizzò la resistenza contro gli oppressori stranieri e domestici: con Longo fu Comandante Generale delle formazioni partigiane dell'Alta Italia. La Gestapo lo arrestò nel gennaio 1945, dopo che aveva compiuto una missione speciale a Roma: il Comando Supremo Alleato ottenne il cambio di Parti con un'alta personalità tedesca, prigioniera degli Alleati. E Parti, lo "zio Maurizio", tornò ancora una volta a Roma in missine speciale, sprezzante di ogni rischio.Lo ricorda Carlo Rosselli: "Fino alla conoscenza di Parri, l'eroe mazziniano mi era parso astratto e retorico. Ora me lo vedo steso vicino, con tutto il dolore del mondo ma anche con tutta la morale energia del mondo incisa sul volto."
    di necessità virtù

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    Predefinito Re: [*] Biblioteca Repubblicana [*]

    Può darsi che Ferruccio Parti sia nato a Genova, ma Ferruccio Parri è nato a Pinerolo!
    Se no, no!

 

 
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